Risvegliare un cuore al suo destino

Ieri ho partecipato ad un incontro tra amici desiderosi di ricreare un clima amichevole, cordiale, profondo tra noi (non era un incontro di politica!) e ne ho tratto la conclusione che è solo per il momento è un’intuizione che nemmeno riesco a esprimere.

La mia  conclusione nebulosa: che ci occorrono dei “padri”, cioè devi veri educatori da seguire, ci occorrono delle persone che ci mostrino che è bello vivere in armonia con se stessi e con tutti, altrimenti siamo tutti come bestie matte pronte a reagire istintivamente e irrazionalmente a qualsiasi provocazione ci venga dalla realtà.

Stamane leggo il seguente articolo tratto da Tracce che spiega cosa sia una vera educazione (che non riguarda comunque solo i figli, ma anche noi adulti):

Se educare è risvegliare un cuore al suo destino

di Stefano Filippi

26/01/2013 – La presentazione del libro di Antonio Polito “Contro i papà” (Rizzoli) al Centro Culturale di Milano. Con l’autore e Ferruccio De Bortoli c’era anche don Julián Carrón. Ecco la cronaca dell’incontro

  • Julián Carrón.Julián Carrón.

La «società della pantofola», la chiama Antonio Polito. Tutto facile, tutto comodo, meglio vivere di rendita che investire, proteggere anziché rischiare. È la società dell’individualismo e dell’irresponsabilità che permea l’aria che respiriamo.Aria pesante. Polito, editorialista del Corriere della Sera, vi ha dedicato un libro,Contro i papà, partendo dalla propria esperienza e da un dialogo con i lettori del suo giornale. Non contro il padre, ma i papà, anzi i «papino», i «bamboccioni». In realtà è un j’accuse verso l’intero impianto sociale moderno e l’illusione ipocrita di avere tutto subito e gratis, senza fatica, soprattutto senza un ideale all’altezza dell’attesa umana. Alla presentazione del volume, organizzata dal Centro Culturale di Milano e condotta dalla presidente dell’Associazione italiana centri culturali Letizia Bardazzi, Polito ha invitato un altro giornalista, il direttore delCorriere Ferruccio de Bortoli, e il presidente della Fraternità di Cl, don Julián Carrón. E il grido di dolore della generazione dei papà infingardi, dei «goffi sindacalisti dei loro figli», è diventato una strada di cambiamento.

Quella di Polito non è una tirata moralistica ma un’inchiesta. Cita dati e statistiche della campana di vetro in cui i giovani vengono fatti vivere: più «bamboccioni» (cioè ragazzi a rimorchio delle famiglie) nelle case ricche che in quelle povere; le università a «chilometri zero» che non producono sapere di qualità e paradossalmente gravano sulle tasche dei meno abbienti; l’errore di concentrarsi sui disoccupati dimenticando gli «inoccupati», cioè i ragazzi che non hanno lavoro, non lo cercano e non studiano per ottenerlo. «È un problema culturale non economico», denuncia Polito. «Se vogliamo affrontare questo problema dobbiamo rimettere l’accento su parola caduta in disuso che voi di Cl qualche anno fa avete reso di nuovo attuale: educazione».
De Bortoli, che non dissimula i «sensi di colpa», paragona la sua gioventù con quella di oggi. Non è un lamento sui bei tempi andati. «L’errore è non chiamare i ragazzi alla responsabilità, ma schiacciarli in una sorta di limbo»

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