“In fondo basta così poco per essere abbracciati dalla infinita Misericordia di Dio”

Di Aldo Trento, il Te Deum per Tempi :

“Cari amici, in questo fine anno desidero esclusivamente parlare della  Misericordia di Dio, del suo più bel dono. Per questo metto come premessa alle  mie parole il salmo 50. È il cantico alla carità, alla gratuità di Dio verso  ognuno di noi. L’autore di questo grido lo conosciamo tutti, come conosciamo il  peccato col quale macchiò la sua vita. Il re David un giorno perse la testa a  causa di una bella donna e arrivò fino a favorire la morte del marito per  impadronirsi di lei. Tuttavia, una volta realizzato il suo progetto dovette fare  i conti con Natan, il profeta, che gli rinfacciò la sua grave responsabilità e  la punizione di Dio. David riconobbe il suo peccato e il salmo 50 è il frutto di  questa coscienza. Guardando la mia vita, presto avrò 66 anni, rimango sempre più  commosso e colmo di pace per l’infinita pazienza con la quale il Signore mi  porta per mano in ogni momento. Non mi ha mai abbandonato, neanche quando ho  fatto di tutto per allontanarmi dalla Sua Presenza, seguendo ideologie o falsi  infiniti. Quante volte ho tentato di fuggire da Lui ma me lo sono sempre trovato  davanti! L’uomo nasce peccatore perché figlio di Adamo ed Eva. Gesù non è venuto  al mondo per fare una passeggiata, ma per salvarci dal peccato, per restituirci  la grazia persa. Cristo è la risposta di Dio al peccato dell’uomo.

Senza la “grazia” del peccato non avremmo potuto nemmeno pronunciare il dolce  nome di Gesù. A volte dico a me stesso: sì, il paradiso terrestre sarà stato  qualcosa di infinitamente meraviglioso, ma quanto più bello, benché riempia di  dolore e di fatica, è poter dire: “Tu, o Cristo mio”! Cosa c’è di più grande, di  più commovente del fatto del Figlio di Dio fatto carne? Lo abbiamo visto il  giorno di Natale nel presepe, lo vediamo tutti i giorni nei sacramenti e in  particolare nell’Eucaristia e nella Confessione. Lo vedo nella mia vita, lo vedo  nei miei figli che soffrono. San Paolo afferma: «Dove abbonda il peccato  sovrabbonda la grazia». La grazia per la quale l’uomo afferrato da Cristo è  cosciente e sperimenta la bellezza di quello che afferma il cantico di Isaia: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha  pronunciato il mio nome». Che gioia riconoscere che io sto da sempre nel  pensiero di Dio e che, pur conoscendomi bene, conoscendo tutto quello che io  avrei combinato, mi ha scelto per essere ciò che sono. Mentre oggi tutti  ricorrono allo specialista per decidere se sono o non sono adatti per il regno  dei cieli, Dio mi ha voluto, mi ha scelto per essere quello che gli specialisti  non avrebbero ritenuto idoneo per me. Spesso dico che se dovessi entrare oggi in  seminario non mi accetterebbero perché sarei un caso patologico. Invece la  modalità di Dio nella sua relazione con l’uomo non ha niente a che vedere con i  criteri del mondo moderno.

O Gesù! Come vorrei che fosse la Tua misericordia a guidarci tutti. Durante  questo anno ho sofferto sulla mia carne e sulla carne di un amico sacerdote un  po’ di quello che Tu hai sofferto davanti a Pilato e a coloro che ti accusavano.  Non c’è stato giorno senza sentire il peso delle calunnie, della diffamazione. E  la tentazione della ribellione è stata grande. Tuttavia, guardandoti, sostenuti  da alcuni amici, abbiamo scelto il silenzio, obbedendo alle circostanze così  come si presentavano. Tutte le volte che vado alla Clinica Ti vedo, Gesù, in  ogni viso, e questa certezza mi dà l’energia per andare avanti, specialmente in  questo momento in cui il mio amico non sta più fisicamente condividendo il  cammino. Quando mi inginocchio e do un bacio a un malato di Aids, la cui vita è  stata disordinata, non mi fermo davanti al fatto che sia un travestito o che  l’omosessuale abbia al suo fianco il proprio compagno, bensì vedo in ognuno il  Tuo viso, o Gesù! Molti si scandalizzano quando dico queste cose, tuttavia, come  Tu ci hai detto nel capitolo 25 di Matteo, questa è la verità. Come è verità che  anche chi ha violato uno dei miei figli ed è in carcere è il Tuo viso, o Gesù!  Questa è l’unica certezza che mi permette di vivere con letizia la mia vita  quotidiana, una vita completamente dedita a chi è niente o è materiale inutile  per il mondo.

O Gesù, alla fine di quest’anno ti chiedo perdono per i miei peccati.  Chiederti perdono significa abbracciare tutte le persone che hanno sofferto  ingiustizie, hanno conosciuto il dramma della prigione. Che bella la  consolazione che deriva dalla certezza che tutti possono condannarmi e  giustamente (esistono il Paradiso, l’Inferno e il Purgatorio), ma tuttavia Dio  non si dimentica mai dei suoi figli. Ai miei pazienti terminali che non parlano  o parlano solo guaraní, chiedo se sono pentiti dei loro peccati e loro alzano il  pollice a conferma e allora do loro l’assoluzione…

In fondo basta così poco per essere abbracciati dalla infinita Misericordia  di Dio. Auguro a ognuno di voi di sperimentare la bellezza di questa  Misericordia, confessandosi ogni settimana, perché il sacramento della penitenza  è l’unico che può essere ricevuto in ogni momento. Se Dio nella mia vita ha  fatto quello che ha fatto, è stato grazie al mio sì al sacramento della  penitenza. La compagnia stessa, quella compagnia che ci rimanda al Destino, è  impossibile senza vivere intensamente questo sacramento. «In te, Domine,  speravi; non confundar in aeternum».”

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