“Videro e credettero: la bellezza e la gioia di essere cristiani”

La fede, proprio perché è un atto di libertà, esige anche la responsabilità sociale” leggevo nella “Porta Fidei” con cui Benedetto XVI ha indetto l’anno della fede e mi sono scoperta a chiedermi il significato profondo di questa affermazione che presuppone diverse acquisizioni mentali che mi pare siano state dimenticate dai più.

Intanto la fede è un atto di libertà e in quanto tale non può essere imposta, ma semplicemente proposta. Inoltre la rilevanza sociale è immancabile se non si vuole che la fede sia ridotta ad una serie di nozioni da usare come soprammobili spesso impolverati. Per non parlare della responsabilità che comporta un rispondere personalmente e non di massa ad Uno che chiama attraverso le circostanze, personali, familiari, politiche, sociali.

Ciò detto, mi sono scoperta a chiedermi chi tra coloro che conosco ha letto questa lettera apostolica del Papa che al n.8 fa un’affermazione che dovrebbe coinvolgere tutti i credenti e ciascuno personalmente:

8. In questa felice ricorrenza, intendo invitare i Confratelli Vescovi di tutto l’orbe perché si uniscano al Successore di Pietro, nel tempo di grazia
spirituale che il Signore ci offre, per fare memoria del dono prezioso della fede. Vorremmo celebrare questo Anno in maniera degna e feconda. Dovrà intensificarsi la riflessione sulla fede per aiutare tutti i credenti in Cristo a rendere più consapevole ed a rinvigorire la loro adesione al Vangelo, soprattutto in un momento di profondo cambiamento come quello che l’umanità sta vivendo. Avremo l’opportunità di confessare la fede nel Signore Risorto nelle nostre Cattedrali e nelle chiese di tutto il mondo; nelle nostre case e presso le nostre famiglie, perché ognuno senta forte l’esigenza di conoscere meglio e di trasmettere alle generazioni future la fede di sempre. Le comunità religiose come quelle parrocchiali, e tutte le realtà ecclesiali antiche e nuove, troveranno il modo, in questo Anno, per rendere pubblica professione del Credo

Non so quanti l’abbiano letto, ma anche queste poche righe – che dovrebbero smuovere qualcosa nel sonno in cui molti credenti sono immersi senza saperlo – vengono lette quasi fossero parole astratte e… bronzo che risuona o cembalo che tintinna.

Personalmente ho avuto la fortuna di essere coinvolta nella bellissima mostra della fede proposta da Itaca Eventi e consigliata dai vescovi per quest’anno della fede, il cui percorso (in 32 pannelli di notevoli dimensioni) è davvero un aiuto grande a recuperare i contenuti e le ragioni per cui io sono convintamente cattolica e apostolica. La consiglio vivamente a tutti  perché è davvero molto interessante!

Copio il contenuto del volantino che la illustra:

1. Un mondo dopo Gesù senza Gesù

Il contesto nel quale viviamo, secondo la felice formula di Péguy, è un mondo dopo Gesù senza Gesù. L’esito sono deserti interiori, un uomo senza volto al quale la realtà appare priva di consistenza, in balia del nulla. Ma, si domandava Eliot, «È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?» «Il nocciolo della crisi della Chiesa in Europa è la crisi della fede» (Benedetto XVI, Alla Curia, 22 dicembre 2011).

2. L’antefatto: il cuore dell’uomo In tale contesto come può Cristo attrarre il cuore dell’uomo?

«Come mai la fede ha ancora in assoluto una sua possibilità di successo? Perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. Nell’uomo vi è una aspirazione nostalgica verso l’infinito. […] Solo il Dio che si è reso finito […] è in grado di venire incontro alle domande del nostro essere. Perciò anche oggi la fede cristiana tornerà a trovare l’uomo» (J. Ratzinger). Il cuore dell’uomo – il misterio eterno dell’esser nostro (Leopardi) – è l’antefatto al fatto di Cristo, risposta piena e definitiva che, unica, può colmarne l’abisso (Milosz). In Cristo, Dio non è più il dio ignoto, lontano, irraggiungibile, bensì il Dio vicino: «Egli si è mostrato e adesso la via è aperta verso di Lui».

3. Il fatto: Gesù di Nazaret

Come «un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo?» Per rispondere alla domanda posta da Dostoevskij la mostra ripercorre le pagine del Vangelo per fissare i tratti inconfondibili dell’esperienza dei primi, dall’istante in cui Giovanni e Andrea seguirono Gesù: «Maestro, dove abiti? » «Venite e vedete». Da quel giorno rimasero con Lui, sempre più stupiti da un’umanità eccezionale, sorprendente, mai vista, che li portava a chiedersi: «Chi è costui?» fino alla certezza che in quell’uomo si poteva avere fede.

4. Il riconoscimento

«Per credere c’è solo da lasciarsi andare, c’è solo da guardare» scrive ancora Péguy. Di fronte alle sue parole, ai gesti, ai miracoli, al perdono dei peccati, emerge la posizione del cuore delle persone. Molti gli sono pregiudizialmente ostili, fino a negare i fatti. Solo i semplici di cuore, coloro che hanno fame e sete – Zaccheo, la samaritana, la Maddalena, il cieco nato… – lo riconoscono e lo accolgono per l’esperienza della loro umanità guardata, amata, abbracciata, perdonata, restituita ad un nuovo inizio. La resurrezione è l’evento che pone definitivamente nella storia questa novità – la vittoria sul male e sulla morte – «che cambia il mondo e la situazione dell’uomo» (Benedetto XVI).

5. Gesù, nostro contemporaneo

Gesù risorto, vincitore del male e della morte, Signore dello spazio e del tempo, è vivo, presente, qui ed ora, attraverso la Chiesa, segno e sacramento di salvezza per tutti gli uomini. Attraverso il battesimo la vita di Gesù è posta nella vita dei battezzati come un seme. Così, attraverso un paziente cammino, la fede «diventa un nuovo criterio di intelligenza e di azione che cambia tutta la vita dell’uomo». Per tale ragione i santi sono i veri protagonisti della trasformazione del mondo in quanto pienamente afferrati da Cristo: ”Cristo vive in me”. Per questo «quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. […] in Lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità».

 

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