“Riproporre l’avvenimento della fede come certezza esplicita della presenza misteriosa e reale di Gesù Cristo”

Chi mi conosce sa che la cultura in generale suscita in me un interesse profondissimo e qualcuno sa anche che ho scelto di rinunciare ad un aspetto particolare della cultura, la filologia, per un amore più grande. Il che non toglie che la Cultura susciti in me un’ammirazione e un entusiasmo straordinari, al punto che per molti anni ho confuso le bellezza della cultura con la bellezza del Suo Significato. Ora ho scoperto il Significato, che è infinitamente più affascinante della cultura stessa; come la persona amata è infinitamente più affascinante del  mazzo di rose che ti fa trovare ogni giorno in casa.

Ora ho scoperto che il Significato della cultura travalica la cultura stessa fino ad abbracciare ogni realtà da me percepibile o no. E la vita diventa tutta più bella e interessante.

Questi pensieri mi ha suscitato la lettura di questo contributo   presentato al Sinodo per la nuova evangelizzazione da Mons. Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro (Da Tracce.it):

La cultura come “entusiasmo critico della fede”

di Luigi Negri

19/10/2012 – Il testo che monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montelfeltro, ha letto al Sinodo sulla nuova evangelizzazione nella sessione di lunedì 15 ottobre

  • Monsignor Luigi Negri.

Lungo i secoli, la Chiesa non ha mai contrapposto alla ideologia ateistica un’ideologia religiosa, ma la vita vera, bella, sacrificata e lieta del popolo cristiano, che mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore non più per se stesso, ma per Lui, che è morto e risorto per noi. Nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle confraternite, nell’associazionismo, negli spazi sociali pur minimi consentiti dalle dittature di tutti i tempi, il popolo cristiano ha sempre gridato un annuncio vivo: la bellezza della fede, l’intensità della speranza, la forza della carità. Molti cristiani – milioni in quel triste ventesimo secolo che Robert Conquest ha definito “il secolo delle idee assassine” – hanno portato l’annuncio vivo della fede nei campi di concentramento e di sterminio.
Per questo, giustamente, le icone di questa grande epopea della fede sono San Massimiliano Kolbe e Santa Teresa Benedetta della Croce. Tutto sembrava garantire un influsso obiettivo della Chiesa e delle sue strutture organizzative nella vita della società. Ma al di sotto di questa che sembrava una grande fioritura, le radici del corpus ecclesiale si stavano inaridendo. Così pochi si accorsero che si stava formando un movimento teso alla scristianizzazione della società e alla eliminazione della tradizione cristiana e della presenza ecclesiale.
Tutto questo accadeva già nella seconda metà degli anni Cinquanta. Si intuì allora – ed io, guidato dalla straordinaria figura di mons. Giussani, ebbi la grazia di partecipare giovanissimo a questo iniziale movimento – la necessità di ripartire dalla realtà della Chiesa. Non sembravano necessarie ipotesi di mediazione con la mentalità mondana, cioè decidere in quali spazi eventualmente la Chiesa poteva essere di nuovo una presenza; si trattava semplicemente di “incominciare a fare il cristianesimo”. Una operazione come questa fu definita, dall’allora cardinal Wojtyla, una “riforma nella tradizione”. Questa fu la evangelizzazione, o meglio una “nuova evangelizzazione”: riproporre l’avvenimento della fede come certezza esplicita della presenza misteriosa e reale di Gesù Cristo nella vita della Chiesa, ripartendo continuamente da qui.
Nella esperienza viva e totalizzante dell’incontro con Cristo nella Chiesa – nel mistero reale del Suo corpo e del Suo popolo – la Chiesa assume per i fedeli una fondamentale caratteristica di educazione. Soltanto nella educazione, infatti, la fede diventa esperienza effettiva e matura, si conferma come esperienza di vita, si consolida e si dispone a vivere la missione come la propria autorealizzazione. Il primo fattore della educazione ecclesiale consiste quindi nella apertura della missione come tendenza a comunicare la vita di Cristo in noi, all’uomo e alla società, nelle circostanze inevitabili della vita. La comunicazione dello “stupore di una vita rinnovata” è la grande impresa in cui la Chiesa ha bisogno di tutti i suoi figli. La missione implica necessariamente il dischiudersi della cultura come dimensione della persona e della Chiesa.
La fede, pertanto, deve essere in grado di divenire cultura: capacità di lettura e di interpretazione della realtà personale e sociale, dal punto di vista del pensiero di Cristo. La cultura della persona implica, secondo l’insegnamento straordinario di Benedetto XVI, una ragione aperta alla realtà, non un uso tecno-scientista della ragione chiusa in se stessa e tesa al possesso degli oggetti. La cultura è una certezza piena di entusiasmo, Origene la definiva “entusiasmo critico della fede”, che si esprime come capacità di incontrare, conoscere e valorizzare. Solo in tal senso, la cultura della fede genera una irresistibile capacità di dialogo, perché l’altra dimensione, accanto alla cultura, è certamente la carità: formazione dell’intelligenza e del cuore secondo il cuore di Cristo.
La nuova evangelizzazione non è pertanto un problema da risolversi attraverso esperti o specialisti. È l’azione dello Spirito vivo e presente nella Chiesa che occorre riconoscere e valorizzare. Altrimenti sarà inevitabile cadere in quella tentazione oggi così dilagante che, di fronte allo sconforto, mette sì in moto la creatività dei singoli come delle comunità, ma nel tentativo vano di supplire con il surrogato di progetti umani l’azione stessa dello Spirito Santo. Il risultato, purtroppo tante volte, è di divenire concretamente un ostacolo alla grazia di Dio. La nuova evangelizzazione è pertanto un flusso di vita che può prendere forme diverse; occorre riconoscere queste forme, valorizzarle, correggerle se necessario, propiziare un loro incontro nella vita della Chiesa. Solo dopo si potranno fare pubblicazioni di libri e progettare convegni.

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  1. Giovanni Battista Piamarta, sacerdote della diocesi di Brescia, fu un grande apostolo della carità e della gioventù. Avvertiva l’esigenza di una presenza culturale e sociale del cattolicesimo nel mondo moderno, pertanto si dedicò all’elevazione cristiana, morale e professionale delle nuove generazioni con la sua illuminata carica di umanità e di bontà. Animato da fiducia incrollabile nella Divina Provvidenza e da profondo spirito di sacrificio, affrontò difficoltà e fatiche per dare vita a diverse opere apostoliche, tra le quali: l’Istituto degli Artigianelli, l’Editrice Queriniana, la Congregazione maschile della Santa Famiglia di Nazareth e la Congregazione delle Umili Serve del Signore. Il segreto della sua intensa ed operosa vita sta nelle lunghe ore che egli dedicava alla preghiera. Quando era oberato di lavoro, aumentava il tempo per l’incontro, cuore a cuore, con il Signore. Preferiva le soste davanti al santissimo Sacramento, meditando la passione, morte e risurrezione di Cristo, per attingere forza spirituale e ripartire alla conquista del cuore della gente, specie dei giovani, per ricondurli alle sorgenti della vita con sempre nuove iniziative pastorali.

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