“Basta un uomo che vuole vivere”

Da Tracce:

PAUL BHATTI A PADOVA

Basta un uomo che vuole vivere

di Eugenio Andreatta

04/10/2012 – Il ministro pakistano per le minoranze religiose ospite in università per un incontro voluto dall’Associazione Rosmini. Dopo il martirio del fratello la sua vita è cambiata. Dallo studio medico di Treviso all’impegno ad Islamabad

Giovanni Scarpa è il presidente uscente dell’Associazione culturale Rosmini di Padova. È lui a introdurre, nell’aula Morgagni della scuola medica padovana, l’incontro con Paul Bhatti, ministro pakistano per l’Armonia nazionale, ovvero per le minoranze religiose. Poltrona assai scottante in un momento in cui i fondamentalismi rialzano la testa un po’ ovunque. Figuriamoci in Pakistan. E scottante perché ha preso il posto di suo fratello Shahbaz, assassinato il 2 marzo 2011 (un suo profilo su Tracce di aprile 2011).
Giovanni per introdurre l’ospite cita Kafka: «La logica della legge è incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere». «Leggendo il testamento spirituale di suo fratello ci ha colpito la grandezza, l’imponenza umana della testimonianza di Shahbaz. Aveva ragione Kafka, più di quanto pensasse lui stesso. Di fronte alla violenza del potere l’unico argine possibile, l’unica possibilità di crescita e sviluppo per tutti è la persona, l’uomo che vive».
Per Bhatti Padova non è un posto qualsiasi. Qui, come ricorda la professoressa Patrizia Burra nel suo saluto a nome del Magnifico Rettore, Paul è arrivato a 18 anni nel 1975 per rimanerci fino al 1984, anno della laurea, grazie anche al sostegno di un’istituzione benemerita come il Cuamm, il Collegio universitario aspiranti medici missionari. A Padova, nella sua facoltà, ricorda ancora la professoressa Burra, Bhatti questa volta ritorna in cattedra. Ma qual è la lezione che ha da dare ai ragazzi che frequentano oggi i banchi universitari? Anzitutto il racconto di quanto gli è accaduto. La storia di quel fratello generoso che dava grosse preoccupazioni alla famiglia con le sue iniziative in difesa dei cristiani, fin dall’età di 14 anni. E che spesso rimediava batoste non solo verbali. Mentre Shahbaz assume la carica di ministro, nel 2008, Paul è in Veneto, a Treviso, e fa il medico di base. Il crescere dell’ostilità in seguito alla vicenda di Asia Bibi, con morti e attentati, aumenta esponenzialmente i timori. Il 4 gennaio 2011 il governatore musulmano del Punjab, Salmaan Taseer, viene ucciso per la sua presa di posizione contro la legge sulla blasfemia. Eppure quel 2 marzo la notizia del martirio di Shahbaz giunge ugualmente imprevista e scioccante. «Sono andato ai funerali arrabbiato, l’intenzione era di riportare immediatamente la famiglia in Italia».
A Islamabad però avviene qualcosa di ancora più imprevedibile. Ai funerali di questo politico cristiano, mossa dal suo “commovente sacrificio”, come lo definisce subito Benedetto XVI, c’è una folla sterminata. Quattro ore per attraversare dietro al feretro un chilometro e mezzo di folla che si accalca. «Non avrei mai immaginato che potessero volergli così bene». Poi le dichiarazioni di solidarietà da tutto il mondo, il lutto di tre giorni proclamato dal governo, la richiesta di prendere il posto di Shahbaz. E il presidente della Repubblica, vedovo di Benazir Bhutto assassinata nel 2007, che gli dice: «Anche mia moglie è stata uccisa, ma non possiamo darla vinta a questi terroristi che vogliono distruggere la pace in Pakistan». Alla fine, commenta Bhatti: «Forse era una decisione che veniva dall’alto, forse era proprio Shahbaz a volerlo». Di qui un lavoro politico che lo ha portato a ricevere ogni giorno in Ministero – come già suo fratello – decine di persone povere e bisognose. E a incontrare tutti, dai leader religiosi più ragionevoli fino agli ulema più estremisti. Come nel caso di Rimsha Masih, la bambina ragazzina down accusata di blasfemia. Il giorno dedicato alla preghiera poteva diventare l’occasione per una strage nel suo quartiere. Ma l’incontro con l’imam che sovrintende a tutte le moschee di Islamabad è provvidenziale: il Corano, gli ricorda il ministro cattolico, non vuole la violenza.
«Mi ha veramente colpito e provocato», dice Valentina, studentessa di Scienze politiche, «questa sua apertura che lo fa dialogare con tutti, anche i più lontani ed estremisti, un metodo che poi lo porta a trovare disponibilità impreviste». Ma è tutto il percorso umano di Bhatti a impressionare, non meno di quello di suo fratello: «È veramente incredibile come sia giunto a prendere una decisione così lontana dal suo stato d’animo iniziale. Vorrei chiedergli meglio il perché, mi pare quasi incredibile», dice Francesca di Medicina. Anche Michele, stessa facoltà, è colpito: «Avrei voluto chiedergli cosa lo sostiene giorno dopo giorno, dopo l’impatto iniziale che lo ha portato a questa decisione».
Una testimonianza, quella di Paul Bhatti, di impatto direttamente proporzionale alla sua semplicità. Luca Baffoni, il nuovo presidente della Rosmini, osserva: «Ti costringe a non essere indifferente. Come ha detto lui, l’indifferenza non è un’opzione quando la tua casa brucia». «Paul Bhatti ci ha mostrato», aggiunge Luigi di Giurisprudenza, «che si può essere liberi anche quando tutte le circostanze esterne impediscono la libertà religiosa». Già. Basta un uomo che vuole vivere. Aveva ragione Kafka.

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