“aderire attraverso l’istante al Mistero significa seguire un ordine che c’è già e che non è tuo”

Quando uno è  colpito dall’evento, la menzogna sta nel tradire la modalità con cui l’evento gli si è fatto avanti, cioè la compagnia,  che può essere quella di una persona, che può essere  quella della moglie per il marito o del marito per la moglie  o del figlio per i genitori. Il tradimento si inserisce lì,  quando l’evento che ha fatto intuire Cristo come una  realtà ragionevole, una realtà creativa ed edificante, una  realtà operativa, mi trova non aperto alla modalità con cui  l’evento mi si è posto davanti e pretendo di seguire sentimenti miei o immaginazioni mie o di assumere atteggiamenti non dettati dalla modalità con cui l’evento mi si è  fatto avanti. Allora io cado in una menzogna. Per questo la mia risposta era giusta, anche se semplificata al massimo, vale a dire: ciò che ti impedisce la menzogna è il seguire la compagnia, intendendo per compagnia  la modalità con cui l’evento ti si è fatto avanti. Perché ci  può essere chi è da dieci o vent’anni nel movimento, ma  – poniamo – avendo camminato, avendo fatto carriera  accademica ed essendo intellettuale come posizione, incomincia a interpretare lui il fatto che gli è accaduto. Lì  incomincia l’astuzia con cui uno può fuggire, se non obbedisce. Mi pare che il punto sia qui, perché aderire attraverso l’istante al Mistero significa seguire un ordine che  c’è già e che non è tuo. Devi seguire qualcosa che è altro da te, devi obbedire, devi seguire. Ora, la realtà, il mistero totale si concreta, emerge in modo eccezionale in un  evento, cioè nella contingenza che ti ha fatto intuire,  incominciare a intuire Cristo. Tu devi seguire quelle circostanze, i fattori che te l’hanno fatto percepire: così  obbedisci a ciò che ti si è rivelato e non prendi le strade  astute di una fuga.
Avanti!
Intervento: Posso leggere?
Giussani: Basta che non sia un quarto d’ora! E poi enuclea  il problema, perché il valore di questo dialogo è “problematico”.
Intervento: Sono qui a riaffermare questa compagnia di  amici che sostiene il mio cammino, che ne è il luogo e lo strumento, una compagnia guidata al destino. La chiamo  così perché mi vuole bene proprio a partire dal mio bene.
Giussani: Scusate, questa è una frase semplicissima, che  risolve tutta la criteriologia di questo mondo: «Mi vuole  bene perché vuole il mio bene».
Intervento: Ho imparato qui cos’è una compagnia guidata al destino e come la vita cambia in essa. I due anni passati lontano dal movimento sono stati un tentativo di  possesso della realtà: un po’ come Giuda, con la pretesa di possedere intellettualmente il mistero del reale, e un  po’ come il Miguel Mañara pre-conversione. A questa  pretesa impazzita, ci sono secondo me due sole alternative: la prima, assolutamente non cristiana, consiste nel non  amare la realtà né col cervello, né coi sensi: è la castrazione dell’energia affettiva che strutturalmente è fatta per  investire la realtà. La seconda…
Giussani: Un momento, un momento: io non riesco a  seguire se non riesco a fissare, perché io ho imparato tutto dalla scuola, checché ne dica Oscar Wilde! Ridete,  ma sbagliate, perché io ho avuto degli insegnanti che erano uomini, perciò l’insegnamento è stato un incontro!  Tu hai detto: «L’amore è un’energia affettiva che…»
Intervento: Che strutturalmente è fatta per investire la  realtà. Il non amare è una mutilazione. La seconda alternativa, invece, quella che il movimento mi insegna, consiste nel non amare secondo il mio progetto (non “non  amare”, ma “non amare secondo il mio progetto”), nel  ritrovare l’origine dell’amore al reale, alla donna, allo  studio, alla famiglia, agli amici, nell’amore a Cristo.
Giussani: Cristo è l’uomo che è la realtà totale, vale a dire  la cosmicità fatta carne.
Intervento: Non si tratta di mutilarsi, ma di riconoscere  che senza Cristo il reale perde di consistenza, di realtà.
Giussani: Senza Cristo, dicevi…
Intervento: Senza Cristo il reale perde di consistenza, di  realtà.
Giussani: Cosa vuole dire che il reale perde di realtà? Il  reale perde di realtà quando non corrisponde più al cuore. Perché il criterio è uno: il cuore, ontologicamente,  strutturalmente. Quando la realtà non corrisponde più al  cuore, non è reale, non c’è, o è affrontata come menzogna.
Intervento: Mi sono anche chiesto quale sia la strada per  il compiersi della mia vocazione. Ho solo un modo vero oggi per saperlo, e non è quello di continuare a coltivare  un mio progetto sull’affettività, sullo studio, sulla compagnia, eccetera.
Giussani: E il solo modo quale sarebbe?
Intervento: Essere disponibile. Non so dove questo mi  porterà, fidarmi della Sua volontà per me ora significa fare  un attimo di silenzio e aspettare.
Giussani: Ma il silenzio non è il silenzio: il silenzio è ascoltare il vero. E il vero non è una forma del pensiero, perché  il pensare è il chiarirsi di una presenza, ché la verità è una  presenza. Questo è il valore del nostro passaggio, che devi
aggiungere a questa giustissima meditazione.
Intervento: Il silenzio è il modo migliore per ascoltare un  Altro senza riempirsi l’orecchio dell’eco della propria voce.
Giussani: Perfetto! Questo Altro non è scelto da te, ma è  “conseguenza” dell’avvenimento che ti ha lanciato, che ti ha incominciato a muovere, cioè del movimento. Il movimento è il segno effimero, contingente, ridicolo fin quando volete, di quella verità che persegui, cioè di Cristo. O Cristo incide, coincide, determina il tempo e lo spazio,  cioè la realtà di una compagnia, che diventa segno di Lui  (determina la realtà della nostra compagnia, la realtà di  una compagnia), oppure non c’è, è un pensiero (pensiero  nel senso che tutti dicono, vale a dire razionalistico: pensiero “astratto”). Il genio dell’annuncio cristiano è che Dio si è fatto  carne: non si può trovare, se non attraverso la carne.  «Infondi, Signore, nel nostro cuore il Tuo Spirito, affinché noi, che abbiamo conosciuto per l’annuncio dell’angelo  l’incarnazione del Tuo Figlio…»
Ma dov’è questo annuncio dell’angelo? Dove l’hai visto? Attraverso noi, stupidi  come siamo! E uno percepisce la corrispondenza al cuore vero, al «cuore», al criterio supremo, la percepisce  come dire: «Questa è una penna». È un’evidenza da cui uno cerca di fuggire per le astuzie di sue ritirate. È quello che facevano i ragazzi a scuola, ve l’ho già raccontato tante volte. I primi anni che facevo scuola al liceo, mentre  parlavo, tutti erano là tesi in certi momenti a sentire.
Allora io dicevo: «Vedete, mentre io parlo, voi, senza  accorgervi, dite: “Eh già!”, fate il cosiddetto paragone col cuore e dite: “Eh già!”, ma un istante dopo siete  investiti dai ma, dai se, dai forse, dai però; cercate le fughe da quell’evidenza che non potete negare per un frangente di secondo d’avere visto mentre parlo. E questa è l’impostura che storta la vostra vita, perché la verità porta in sé la sua evidenza». È per questo che il vero pensare è il chiarirsi di ciò che è presente, di una presenza, non  il costruire connessioni: questo è secondario e più pericoloso.
Intervento: sono di Cordoba, Argentina
Giussani: Università di Cordoba, è una professoressa!
Intervento: Molte volte mi accorgo che le cose che mi  succedono, le circostanze non dicono niente alla mia vita. Come fare per vivere ogni cosa affinché si faccia più grande la ricerca, perché si apra il mio cuore e io possa avere una sensibilità più grande di fronte agli avvenimenti e alle  persone? Come fare per incontrare il Mistero dentro  tutto?
Giussani: Chi vuole rispondere? Prego, siete qui in ventisettemila!
Intervento: Ci provo. Io non do una risposta esauriente,  però secondo me c’è una falsità nella domanda «come fare?». È una falsità che occorre smascherare per poi  ritrovare la domanda nella sua verità. Voglio dire che è un miracolo quando una persona esce e domanda, per sé, che  le circostanze della vita possano essere piene. Una persona che fa così ha già dato risposta alla sua domanda.
Giussani: Quale risposta?
Intervento: Tieni vivo questo desiderio e vedrai, sii leale  e fedele con l’incontro che hai fatto e vedrai che la soddisfazione dell’essere ti raggiungerà.
Giussani: Ridico quello che lui ha appena detto, su cui  sono d’accordo parola per parola, semplificandolo ulteriormente. Non c’è niente che non valga niente, se ogni cosa è emergenza della cosmicità, del tutto. Noi viviamo  un istante, questo istante è frutto – immaginativamente  – di una infinità di input che il disegno totale del Mistero  ha provocato. Ma questo disegno totale del Mistero è diventato un uomo, che è Cristo: questo è il vero passaggio che dovrebbe entusiasmare tutta la vita.  Il Mistero totale, adesso come adesso, in questo istante, a ognuno di noi dice: «Fa questo», per esempio: «Leggi il libro», «Pulisci il lavandino», eccetera. Perciò non c’è  nessun istante che sia inutile, che sia niente. Puoi dire:  «La mia vita è inutile», «La giornata di oggi è niente», solo se tu hai un’immagine di bene che non si è avverata nelle  circostanze. Per esempio, lei vorrebbe fare – poniamo – la segretaria di Menem, e invece Menem preferisce un’altra,  e allora deve andare a fare la segretaria di un altro, con un salto qualitativo non da poco. Ora, il valore dell’istante non sta nel riverbero sentimentale o emotivo che ti dà, nell’esito sperimentabile a te gradito, ma sta nel fatto che  tu, aderendo all’istante, intendi, tendi tutta quanta ad aderire al grande disegno, del quale ti tocca questo infinitesimo, come l’ago di pino che tu prendi nelle mani è parte infinitesimale della grande e bella cosmicità di questo panorama montano…………………….
Giussani Luigi , Ciò che abbiamo di più caro (1988-1989) – BUR Rizzoli 2011

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