“L’infinito? Non uno slogan ma un’autocoscienza” (intervista a don Carròn)

DAL QUOTIDIANO MEETING

Carrón: «L’infinito? Non uno slogan ma un’autocoscienza»

di Giacomo Moccetti

22/08/2012 – «Viviamo il titolo non come parola d’ordine ma dal punto di vista esisenziale». La guida del movimento in Fiera: «Il Papa ci ha fatto capire l’alternativa tra una realtà come disturbo e una percepita come compimento della nostra vocazione»

  • Don Julián Carrón.

Ieri non è stato solo il giorno dell’incontro sul titolo del Meeting tenuto da Javier Prades Lopez. È stato anche il giorno della visita a Rimini di Julián Carrón, presidente della fraternità di Comunione e Liberazione, che il Quotidiano Meeting ha intercettato per realizzare l’intervista che state leggendo. Giunto in fiera al mattino e accompagnato dal presidente della fondazione Meeting Emilia Guarnieri, Carrón ha fatto un giro per i padiglioni e gli stand, come accaduto nella scorsa edizione. Le mostre (Koyasan, Dostoevskij, giovani rock), il pranzo con i responsabili del Meeting, l’incontro delle 17, quello sul titolo della manifestazione tenuto da Javier Prades, amico di una vita e docente (come lo era Carrón prima di essere chiamato in Italia da don Luigi Giussani) all’Istituto teologico San Damaso. Per il leader di Cl, una giornata di Meeting come uno delle migliaia di visitatori. Prima tappa alla mostra sul Koyasan, «la montagna sacra del Buddhismo Shingon Mikkyo che don Giussani ha tanto amato». Qui ha avuto una guida di eccezione, lo stesso Shodo Habukawa, abate del Muryoko-in Temple, che ha ricordato la feconda amicizia con don Giussani. Un blitz alla mostra sui giovani, L’imprevedibile istante, inaugurata tre giorni fa dal presidente del Consiglio Mario Monti, prima di concedersi ai microfoni del Tg Meeting, ai quali Carrón ha detto tra l’altro di essere colpito, in riferimento a questi giorni, da una cosa: «che il messaggio che il Meeting ha posto al centro della sua preoccupazione comincia a diventare per tutti. Gli altri cominciano ad accorgersi che questa non è una questione spiritualistica per gli “addetti ai lavori” o le persone pie, ma è una questione decisiva per l’uomo, per ogni uomo che desidera vivere il reale». Alla Taberna Spagnola l’incontro con Sua Eminenza il cardinale Antonio Rouco Varela, arcivescovo di Madrid, la città in cui Carrón ha insegnato teologia e sacre scritture per tanti anni. Il Quotidiano Meeting lo ha incontrato prima dell’incontro di don Prades.
Don Julián, che cosa le sta maggiormente a cuore venga trasmesso attraverso questo Meeting? Quello che voglio venga capito è il titolo, non come slogan ma dal punto di vista esistenziale. Che cosa vuole dire nello svegliarsi, nel lavorare, nello studiare che la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito. Non come parola d’ordine, ma come autocoscienza da avere.
Come si può evitare il rischio che parlare dell’infinito diventi un’astrazione, come qualcuno ha sostenuto in questi giorni? Questo rischio si evita con la realtà:?attraverso tutte le attività che facciamo al Meeting viene fuori che non è un’astrazione, ma una cosa concretissima che riguarda il modo in cui ognuno si rapporta al reale: dalla morosa ai soldi, dal lavoro al riposo. Se non capiamo che il senso religioso c’entra con tutto, riduciamo la religiosità a un mondo virtuale che non c’entra nulla con il reale, e allora poi ci dicono che non è concreto. Ma è la cosa più concreta che ci sia!
Che cosa ha significato per lei, personalmente, la lettera autografa che Benedetto XVI ha mandato al Meeting? Che cosa ha provato quando l’ha letta? Una consolazione indicibile. Perché è come riconoscere ancora una volta qual è la mia natura di uomo: che io sono fatto per l’infinito e che quindi, se non c’è questa apertura in qualsiasi attività, io soffoco. Nel messaggio che ho mandato ai volontari che lavorano al Meeting, immedesimandomi in loro mi è venuto da pensare che sollievo sarebbe vivere ogni aspetto con questo orizzonte d’infinito. È come se uno vivesse l’alternativa tra un nascondiglio, dove si dimena, e un panorama di montagna con un’apertura totale: tutti sappiamo che cosa vuol dire questa differenza, non è astratto. E quali indicazioni sente per sé e per il movimento in questa lettera? A ciascuno di noi la lettera di Benedetto XVI offre ogni circostanza come occasione per questa apertura, e uno può pulire il Meeting come la mamma pulisce il bambino; può essere chiuso rispetto a quello che fa o può essere lì con questa consapevolezza di apertura all’infinito. È quello che Giussani chiamava vivere la vita come vocazione. Attraverso ogni particolare ciascuno di noi è chiamato a questa apertura. Come quando sei chiamato dalla tua morosa, e questo ti apre a un mondo dove il tuo “io” si compie. Tu puoi vivere questa chiamata come un disturbo da cui difenderti, oppure percepirla come l’occasione del tuo compimento, e allora pensi: «Meno male che ci sei!».
Il Meeting di quest’anno ha luogo in un momento particolare, anche dopo la lettera che lei ha scritto a Repubblica lo scorso 1 maggio. Una lettera che ha segnato una svolta storica per il Movimento. Alla luce delle conseguenze che ha avuto, la scriverebbe ancora? Sì. La mia lettera è una chiamata a vivere in questa prospettiva che ci siamo detti. Il Papa ha usato una sua modalità di dirci quello che intendevo: non soccombere ai “falsi infiniti” che ci imprigionano e non ci fanno respirare. La mia lettera era un grido a liberarci da questi “falsi infiniti” per vivere con tutto il respiro per cui siamo stati fatti. E che nessun male può cancellare». [link]

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