L'”inestinguibile desiderio di infinito”

Ho seguito ieri l’inaugurazione del Meeting alla presenza di Monti e mi hanno affascinato gli intervernti realistici, concreti, “umani” della Guarnieri e di Vittadini (dietro di essi si intuiva tutto il lavoro personale e comunitario di anni). Ad essi ha risposto – per modo di dire – il presidente del Consiglio, che, devo riconoscere, ha tentato di dire qualcosa di nuovo, pur di cercare di rispondere. Penso al soft power che sognava per l’Italia, penso al riconoscimento onesto che i vari politici, italiani e non, hanno ben altro per la testa che l’infinito, il tempo e lo spazio, come fattori umanizzanti, quando prendono delle decisioni che influenzeranno la vita di molti. Ma per dire questo sarebbero bastati massimo 10 minuti; invece ha parlato per oltre 40  minuti…  che noia!

E’ per questo che ora pubblico volentieri alcune frasi di don Giussani relative al desiderio di infinito di cui è costituita la natura dell’uomo:

Non solo: più lo conosci e meno lo conosci (per tradurre più brevemente la tua ipotesi paradossale), più lo conosci e, in fondo, meno lo conosci, perché questa è la relazione della misura con l’infinito del Mistero.

Vai, hai davanti l’infinito: quanto più corri verso questo infinito, quanto più lo affronti sicuro e gioioso (come un ragazzo o come un giovane senza maturità) con il tuo metro, con il metro che tu porti violentemente e con disinvoltura come strumento per ammansire questa presenza, per dominare questa presenza, tanto più la presenza si dimostra invalicabile, cioè incommensurabile. L’incommensurabilità tra il Mistero e il segno, quanto più il segno è male usato, tanto più emerge, finché tu non puoi non scivolare o nel nichilismo («Tutto è niente, non vale niente») o nello scetticismo («Mah, chissà!») o nel cinismo («Non c’è rimedio»)…
Una cosa senza prospettiva è chiusa in se stessa, è come in una prigione, è come in una tomba. Quando ti viene la luce, dici: «Lo scopo di questo infinito seren e dell’aria infinita è il Dio fatto uomo, è la gloria di Cristo». Se tu rispondi così, dici: «Ah, adesso capisco!».
Mentre dici così, il gusto dell’aria infinita e la bellezza del profondo sereno sembrano come doversi dimenticare, perché lo scopo è Cristo, quel che importa è Cristo, quel che importa è il Verbo incarnato, è il Verbo che s’incarna, la gloria di Cristo. Sembra che il sereno e l’infinito aere siano ottusi, tu li devi come dimenticare, non hanno nessun valore in sé.
Invece, quando scopri che il valore di tutte queste cose è il Verbo incarnato, è la gloria di Cristo, allora il sereno e la profondità dell’aria li riprendi dal punto di vista giusto e acquistano ricchezza e bellezza.

(LUIGI GIUSSANI AFFEZIONE E DIMORA)
Scrive in proposito il cardinale Ratzinger, grande difensore della fede in questi tempi malvagi: «Una delle funzioni della fede, e non tra le più irrilevanti, è quella di offrire un risanamento alla ragione come ragione, di non usarle violenza, di non rimanerle estranea, ma di ricondurla nuovamente a se stessa. Lo strumento storico della fede può liberare nuovamente la ragione come tale, in modo che quest’ultima – messa sulla buona strada dalla fede – possa vedere da sé […].
La ragione non si risana senza la fede, ma la fede senza la ragione non diventa umana […]. Come mai la fede ha ancora successo?». Il fatto che ci siano giovani persone, culturalmente avvedute, che credono, non può non far sorgere questo interrogativo. «Direi – risponde Ratzinger — perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo […]. Nell’uomo vi è un inestinguibile desiderio di infinito. Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente. Solo il Dio che si è reso finito, per infrangere la nostra finitezza e condurla nella dimensione della sua infinità, è in grado di venire incontro alle esigenze del nostro essere.
(Giussani Luigi , L’uomo e il suo destino. In cammino – Marietti 1820 1999)
Le tracce d’esperienza che viviamo definiscono la verità del nostro cammino più che qualsiasi teoria fatta in discorso. È più persuasiva la presenza di queste tracce; le presenze che l’esperienza assicura sono molto più convincenti e persuasive che tutti i discorsi possibili. E il rapporto con l’infinito è descritto, è generato e descritto da queste tracce: le tracce, cioè la varia esperienza della nostra vita, definiscono il nostro destino infinito. Ecco, forse devo dir così: una traccia non ti dà la strada; è il ripetersi di queste tracce che ti fa concepire, che ti dà la concezione della strada. Però la singola traccia – una volta che ti ha descritta la strada, se insieme ad altre tracce ti segna la strada -, una sola traccia, il rapporto con l’infinito lo dice.
C’è un comun denominatore a tutte queste tracce che l’ esperienza dà, ed e il rapporto con l’infinito. Un uomo che desidera la donna, un uomo che desidera questo e desidera quest’altro, un uomo che è sollecitato dalla bellezza della musica o del panorama, del sogno o di un’esperienza reale (come dice Leopardi) : qualsiasi traccia, qualsiasi singola traccia ha un comune denominatore e tu sei colpita quando t’accorgi di questo comune denominatore. Da bambino, da ragazzo, da giovane adolescente non ti accorgi; la gioventù incomincia veramente – la gioventù, quella che non passa più!
– quando t’accorgi che tutte le tracce hanno la stessa forma ultima: non capisci come sia la loro origine, non sai come sia la loro origine, ma sai come è la loro presenza.
(LUIGI GIUSSANI DAL TEMPERAMENTO UN METODO)
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