Lanusei – un ricordo

Paolo ci ha portato una cassetta di pesche molto buone e grandi.

Mi sono ricordata delle pesche enormi per me bambina, ma credo proprio che fossero veramente più grandi, di una grandezza eccezionale anche allora quando mia nonna, a Lanusei, si preoccupava di procurarle per la figlia e le nipotine;  e allora mi è venuto in mente di “andare a caccia di ricordi”!!!

Così mi è tornata alla mente (erano gli anni 50/60) la casetta di mia nonna alla fine di una vertiginosa salita che dalla strada principale portava a Niu susu e mi spaventavo quando dovevamo salire fin lassù in macchina. La vecchia (allora nuova) Renault10, che si comportava benissimo. Per fortuna!

Una volta arrivati vicino alla casa di mia nonna, ci si trovava su uno spiazzo da dove si divaricavano due vie. La via di nonna era quella a sinistra (quella a destra saliva ancora più su) e lì al centro di un lato  della piazza, in un punto strategico, quasi a controllare la situazione, c’era un negozietto di cui ricordo proprio poco!

Un giorno  – ero già grandetta – volli fare una sorpresa alla mia nonna e arrivata davanti alla soglia di casa gridai, imitando la voce stridula delle comari del vicinato che conoscevo: “Zia I’!!!!” (zia Ida)

Nonna si affacciò dalla cucina al secondo piano e “E chi n’esti!!!!??? (E chi è?) e fu felicissima quando mi riconobbe.

Ma quello che adesso voglio ricordare è quella vecchia casa in pietre, legno e terra battuta, con delle modifiche sopraggiunte durante gli anni, che ora però non esiste più perché , venduta, è stata ristrutturata e…  Chissà mai cosa ne sarà stato di quella casa e l’orto vicino dove trascorrevo tanto tempo durante le stagioni estive della mia infanzia!

Dunque, oltrepassata la porta d’ingresso che si affacciava sulla strada c’era una scala di legno e, sulla destra, negli ultimi anni , ricavandolo da un locale del vicino, era stato costruito un piccolo bagno, essenziale , ma che per me era abbastanza largo rispetto al servizio vecchissimo che era al bordo del ballatoio del primo piano, come in tutte la case antiche della prima metà del secolo scorso in quella zona.

(Ricordo quel ballatoio sul quale nonna e nipotine si sedevano e la paziente nonnina raccontava delle favole meraviglise che purtroppo ho dimenticato. Ricordo solo qualche titolo, come “Sa pru bella ‘e su mundu” oppure “Animaledda de Ortigu”, ma la cosa che mi sembrava fantastica era il tono con cui nonna Ida, definendo qualche cosa di estremamente grande diceva: “Mannu, mannu, mannu” quasi tutto d’un fiato. Ed io mi divertivo ad imitarla!)

Una volta fatta la prima rampa mi trovavo al primo piano e sul ballatoio, al quale si affacciavano una stanza a sinistra che era proprio ben curata: aveva le piastrelle in ceramica decorata e, oltre al letto, un portacatino in ferro battuto al lato di  un comò con specchiera.

Sulla destra c’era una porta che immetteva in una stanza la quale a sua volta permetteva di arrivare ad un’altra stanza. Un po’ come succedeva nelle costruzioni antiche nelle quali si passava tranquillamente da una stanza all’altra, senza problemi di… privacy!

Ma da quel pianerottolo si accedeva all’ultima rampa di scale di legno e sul nuovo pianerottolo in legno di questo secondo piano si poteva notare alla sinistra un locale misterioso e scuro che penso servisse da ripostiglio e da dispensa per l’inverno e, a destra, un locale ampio e spazioso che era la cucina e, dalla cucina, si accedeva ad una stanzetta con un solo letto e qualcos’altro che non ricordo, e – mi dicevano quando ormai il mio nonno era morto – che serviva a lui per dormire. E – particolare inquietante per una bimba di pochi anni – questo uomo pareva che la notte fosse perseguitato dai diavoli che gli buttavano a terra tutto quanto. Chissà! Io in quella stanza ci sono entrata tante volte – di giorno però – ma ho visto sempre tutto in ordine…  anche quando lui era vivo… Comunque in quegli anni era molto intrigante parlare o sentire parlare di fantasmi e la cosa un po’ mi impauriva.

Ma veniamo alla cucina: il pavimento era in terra battuta ( che strano… all’ultimo piano su delle assi di legno avevano messo della terra battuta che la nonna spazzava regolarmente ogni giorno), in un angolo troneggiava un fantastico caminetto e, appena entrati, dovevano esserci i fornelli e una credenzina dove la mia nonna poggiava le leccornie che giornalmente riusciva a trovare, un uovo di giornata, una pesca gigantesca… Ma quel che ricordo di più è che, dopo pranzo, quando si dovevano lavare i piatti, prima si raccoglieva in un recipiente abbastanza capiente “sa sciacquadura” con tutti gli avanzi del pranzo che sarebbe servita per nutrire il grosso maiale legato ad un albero dell’orto e vicino al quale ero costretta  a passare, utilizzando il punto più lontano del viottolo perché temevo che mi avrebbe scambiato per il suo pasto…

Un particolare che ricordo erano le eleganti figure lungo vestite delle donne che con la brocca in testa sostenuta dal cercine,  andavano alla fonte a prender l’acqua. Ed io le invidiavo perché volevo andare anch’io a prendere l’acqua alla fonte. Così mi regalarono una brocchetta tutta per me perché potessi anch’io andare alla fonte. Solo che non riuscii mai a mettermela in testa. Era un’operazione di alto equilibrismo… e presto abbandonai ogni tentativo di cimentarmi!

Ho parlato dell’orto che era davvero il mio paradiso: vi si entrava attraverso un cancelletto di legno che immetteva in una stradetta strettissima  e ripidissima (a mala pena si riusciva a camminarci) e a destra di essa c’erano delle terrazze di poche centinaia di metri coltivate a verdura e proprio all’altezza della seconda terrazza c’era sempre il grosso maiale, destinato a fornire la carne e i prosciutti per la famiglia per l’anno successivo, legato ad un vecchio albero che segnava il confine con l’orto a fianco. Ed io dovevo passarci vicino se volevo giungere al luogo più prezioso, allo scrigno dell’orto! Era la parte inferiore, molto più ampia delle terrazze, e custodiva una sorgente che riempiva d’acqua una vasca di una decina di metri cubi, con delle pietre enormi e lisce sui bordi dove ci si inginocchiava per lavare i panni. Ma l’uso più frequente era senz’altro  la raccolta dell’acqua per innaffiare i vari filari e le varie piante! Ricordo che mio nonno mi portava con sè, si piazzava al centro della vasca su dei massi e da lì raccoglieva le secchiate d’acqua che versava sui canaletti che aveva adibiti ed io dovevo controllare con la zappetta in mano che l’acqua fosse incanalata a dovere e raggiungesse tutte le pianticelle.

Era bello quell’orto!

Ci giocavo con mio cugino e una volta costruimmo una casetta di fango a due piani per il gatto, solo che lui (il gatto) non ci voleva entrare!

Poi nell’orto c’era delle piante di pesche. Quelle benedette pesche che ogni mattina andavo a controllare se fossero finalmente mature… ma alla fine mi spazientivo e le facevo maturare io a furia di tastarle; risultato: le mangiavo acerbe! ma che importava?! avete mai provato a cogliere un frutto direttamente dalla pianta e gustarvelo? è davvero una bella soddisfazione e io ero felice così.

Infine dai bordi di quell’ultima terrazza dell’orto, mi fermavo a contemplare il panorama: vedevo tutto il paese e anche la terrazza del vicino seminario salesiano e talvolta c’erano anche le figurine nere dei seminaristi!

Mi sono dimenticata di parlare delle altre mie grandi amiche! le more! le more selvatiche che punteggiavano di nero i rovi che crescevasno ai bordi delle stradette dell’orto o ai confini con gli altri orti.

Oltre alle pesche io vigilavo anche sulle more… ma per le more era più facile perché ce n’erano tantissime ed io ne facevo delle vere scorpacciate!

E, quanto a panorami, non voglio tralasciare lo splendido panorama che dal ballatoio su cui ci sedevamo ci mostrava in lontananza, proprio di fronte a noi, il mare tra due montagne: era una cosa affascinante perché il mare era altissimo e le montagne diventavano scure nel pomeriggio. Chissà perché diventavano (o ricordo) scure. In realtà quel che più ricordo era il mare azzurrissimo che attirava il mio sguardo di bambina.

E, mentre la mia nonna raccontava sempre le stesse storie che noi nipoti volevano risentire in continuazione, guardavo il mare azzurro.

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