“Noi siamo terreni, e per credere veramente a qualcosa abbiamo bisogno di toccare, di vedere”

Ho una grande fede in Dio. Vedo Dio in ogni cosa. In ogni cosa che esiste fuori di me, e in ogni cosa che faccio. Tutto, per me, è opera sua. Anche una cintura che mando sul mercato. Anche un bottone. Quando a Madrid vado al museo del Prado, rimango incantato per ore: sto lì, inchiodato, a fissare in estasi le opere d’arte. E intanto penso: “Ecco la prova dell’esistenza di Dio”. Nessun artista può fare la minima cosa senza il suo volere, il suo intervento. Guardo i capolavori dell’arte, e mi ripeto: “Da dove vengono, se non da una mente superiore? Se non da qualcosa di assoluto?”…
Se credo fermamente in Dio, ancora più mi piace credere che Dio si sia fatto uomo e sia venuto fra noi. Noi siamo terreni, e per credere veramente a qualcosa abbiamo bisogno di toccare, di vedere. Altrimenti il contatto col divino rimane affidato esclusivamente alla fantasia, all’immaginazione. Con questo non voglio dire che l’incarnazione di Gesù sia stata necessaria per fornirci delle prove della sua divinità. Non oserei mai pretendere prove da Dio. Piuttosto, credo che Dio abbia voluto farsi uomo per essere il più simile a noi, il più lontano dal suo essere Dio. E questo mi commuove. Mi butta in ginocchio davanti a Lui.
Franco Moschino (in E. Ferri, Quel che resta di Cristo dopo duemila anni)

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