“Allora non c’è più niente di futile”

La presenza è proprio una dimensione umana nuova dentro l’ambiente, dentro il mondo nella sua concretezza. Insisto sulla parola ambiente, che molti nel movimento non comprendono e non considerano. La maturità ha, infatti, come condizione oggettiva l’impatto con l’ambiente, altrimenti si potrà avere gente adulta per età, ma gravemente ottusa o come mutilata, come è stato per molti il modo di vivere il cristianesimo in questi ultimi tempi. Questa dimensione nuova ha una punta, un lievito di baldanza: «La giustizia è la fede», «Questa è la vittoria che vince il mondo, la fede» o, come diceva san Paolo: «Sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni». Il sintomo più bello e grande è l’accendersi della persona di fronte al particolare, alla banalità dell’istante.
Allora non c’è più niente di futile.
Altro che dire: «Se avessi, se non avessi queste cose o queste persone»: saresti tale e quale, perché il problema è un altro. È vivere la fede in una Presenza.
Dobbiamo ricordarci che il movimento è la realtà, l’insieme di queste presenze, non è un lungo elenco di nominativi degli appartenenti alle varie comunità o di iniziative che queste fanno (così la vita si inaridisce); il movimento è l’insieme di queste capacità di presenza e l’unità ne è il risultato. Ma troppo spesso noi contattiamo la gente nei nostri ambienti, ma non la contagiamo, non facciamo passare una vita.

Che desiderio abbiamo di diventare questa presenza?
Certe discussioni su diversità nelle comunità (Cle, Clu, Cll, insediamenti) o sulla propria comunità stessa sono discorsi associativi.
La comunità – e l’unità del movimento – è una determinata condizione umana attaccata dall’esperienza della fede.

C’è un solo mezzo perché si possa essere educati a questa presenza, per essere sostenuti nella fede fino al punto in cui essa finalmente ci fa diventare presenza e testimonianza, non agitati o agitatori in una associazione, ma presenza attraverso cui Cristo dimostra la sua e cambia la nostra, secondo una modalità di cui l’uomo è incapace (perché la struttura di tale presenza è l’unità riconosciuta tra di noi). Questo modo con cui possiamo imparare la presenza è la sequela. Non la impari tu, da solo, ma seguendo e imitando la comunità in cammino.
È stato così con Cristo, perché gli apostoli l’hanno imparato seguendolo; così la fede è arrivata fino a noi attraverso la tradizione, che è la sequela di alcuni che hanno seguito i primi e così via lungo i secoli.

La guida è colui che esprime lo scopo a cui il popolo tende e a cui deve essere educato. Il mezzo con cui la guida si fa sentire è uno solo: la sua vissuta tensione allo scopo. Solo se uno vive la tensione allo scopo a cui guida, a cui vuole guidare gli altri, è serietà seguirlo, altrimenti si può anche andare con l’uno e con l’altro, ma è puro personalismo. Non c’entra affatto la persona, c’entra l’esperienza di Dio che faccio seguendo la sua esperienza. La sequela non è sottoporre domande o chiedere permessi, ma è imparare a vivere assimilando una esperienza più matura, cioè i motivi e i modi di una sensibilità nel vivere.

Dunque l’obbedienza riguarda il cambiamento di sé, mentre noi obbediamo molto di più a una organizzazione; ma l’obbedienza all’organizzazione, se non nasce da questa imitazione che cambia il mio cuore, distrugge la creatività.

Perciò la sequela è un ascolto denso di vita (e noi non sappiamo ascoltare, sentiamo le parole come ripetizioni), immedesimazione con l’esperienza che la parola vuole esprimere.
La conseguenza della vera sequela è che la persona impara sempre più a far da sé, a giudicare, a essere affezionata, a condividere, ad annunciare da sé: non individualisticamente, perché se uno vive la coscienza della propria appartenenza a Cristo, diventa capace di portare la comunione in se stesso. Inoltre la vera sequela rende capaci di intervenire nella vita della comunità non per contestazioni, ma per suggerimenti, per osservazione critica, per inventività. Perciò innanzitutto chi guida una comunità o una diaconia deve interessarsi a questo richiamo e valorizzarlo.

Questa sequela fa capire che io non seguo delle persone o una comunità perché sono quelle persone o quella comunità, ma per l’esperienza di fede cui io desidero sempre più partecipare e immedesimarmi, e che nella sua modalità storica, attraverso incontri che ci hanno chiamati e sollecitati, chiamiamo movimento.

Il movimento è questa esperienza di fede, perciò il movimento è il luogo adeguato della sequela; certo, è attraverso la tale o le tali persone che l’educazione avviene, ma non sono esse il luogo educativo: esso sta nell’oggettività del movimento. Allora c’è un test molto semplice per capire se una persona merita la sequela: se veramente lui segue, se lui per primo vive la sequela al movimento.

Così come il movimento non diventa luogo educativo, se esso stesso non vive la sequela della Chiesa.
Ciò a cui tutti vogliamo mirare è la crescita della nostra persona e il Signore ce ne ha indicato il termine nel capitolo 15 di Giovanni: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena», poiché la gioia è il segno dell’umano vero.

Crescere nella fede vuol dire crescere nella possibilità della gioia, liberamente, dentro qualsiasi condizionamento, e crescere nella possibilità della gioia vuol dire realizzare la verità della nostra persona. Ricordiamoci che il Signore ha identificato il suo programma, lo scopo per cui si muoveva e faceva tutto con la parola “beati”, cioè gioiosi.
«Siate pieni di gioia, ve lo ripeto, siate pieni di gioia»: questo può essere un criterio per l’esame di coscienza tutte le sere.

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di adulti Milano, 1977

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