Brand

Una recensione fatta per culturacattolica.it e non so se sia riuscita già a trasportarla  in questo nuovo blog:

Qual è il senso della vita? 

E di conseguenza come va affrontata? Queste le domanda che sorgono alla lettura sgomenta del dramma di Ibsen, Brand.

Il protagonista è un pastore protestante che ha fatto dell’ideale etico, della perfezione morale, lo scopo della sua vita e ad essi sacrifica non solo la sua esistenza, ma anche quella della giovane e ardente sposa e del figlio.

Tutte le scene del dramma contengono un dialogo serrato tra Brand, inflessibile nel suo proposito, e i vari interlocutori che si susseguono; e viene spontaneo chiedersi chi ha ragione. Ma non si riesce a capire quale sia la posizione giusta, se si resta all’interno di una dialettica che vede contrapposti da un lato il trionfo del dovere etico di Brand e dall’altro le umanissime obiezioni di chi vuole confrontarsi con lui, mosso da una sincera affezione o dall’interesse politico.

Perché la verità, la verità della vita, non è qualcosa di astratto di cui si possa discutere anche a livelli molto elevati; la verità della vita deve nascere da una esperienza vissuta e aprire ad un’esperienza integralmente umana, un’esperienza cioè che tenga conto di tutti i fattori della nostra fragile umanità, segnata dalla catastrofe originaria che la Chiesa chiama peccato originale.

L’ideale etico di Brand, altissimo ma non percorribile nemmeno da lui, non affonda le sue radici in un’esperienza umana, ma in una sua idea di perfezione che censura, in nome del dovere e della forza di volontà, l’inevitabile limite delle persone che gli stanno intorno e per amore di questa sua idea di perfezione non esita a sacrificare l’amore filiale per la madre, l’amore tenero per la moglie e per il figlio.

Anche lui però davanti ai dolori più grandi vacilla, e si chiede se non abbia sbagliato tutto; ma la solitudine, – la terribile solitudine che lo spinge a vivere in un luogo lontano ed impervio, tra nevi e ghiacciai nel nord presso un piccolo e isolato paese – lo respinge verso il suo progetto disumano di perfezione.

Il problema è in fondo quello insito nella concezione protestante del Cristianesimo che abbandona la Verità alla interpretazione del singolo.

Mentre è solo l’appartenenza ad un popolo reale, con tutti i suoi limiti, ma con la sua concretezza, che ci rende capaci, in un confronto leale, di pervenire alla Verità della nostra vita; come nell’esperienza del Cattolicesimo in cui i credenti, legati dal vincolo dell’appartenenza al Corpo Mistico di Cristo, sanno di poter collaborare e sostenersi nel cammino. Perché l’uomo non è fatto per vivere da solo, nella ricerca di una perfezione teorizzata dalla sua intelligenza.

Che non ne sia in grado lo dimostra tutto l’angosciante dramma di Ibsen in cui il protagonista non può che concludere la sua vicenda con l’unico gesto veramente umano: il grido della preghiera:

Rispondimi, o Dio, nell’ora in cui la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza?”

Gesù Cristo ha detto: “Senza di me non potete fare niente”, quindi tutta la volontà esplicata da un uomo non sostenuto da Lui è incapace di perseguire anche una sola parte di salvezza: perché la salvezza o è o non è: Cristo non è venuto per salvarci a metà… Brand intuisce questa verità solo nel momento supremo; e gli è servita tutta la vita, sua e delle persone amate o vicine a lui, perché lo comprendesse.

Comunque sul suo grido disperato, una voce, dominando la scena, dice Dio è carità”, quasi a voler riaffermare che la misericordia di Dio vuole salvare anche l’anima tormentata del pastore Brand.

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