Il “piano inclinato” e il cristiano

Dall’Eco di Bonaria:

Il piano inclinato, un nuovo fenomeno che sta investendo le radici stesse della coscienza. In realtà deriva dall’Inglese slippery slope e  si riferisce a quella deriva inevitabile che si produce con i primi cedimenti per esempio nel campo della bioetica dove è stato introdotto come termine per definire il fatto . Si produce cioè è un processo inarrestabile che, per inerzia, arriva quasi inavvertitamente fino alla fine. Lo affermava il Card. Bagnasco in occasione della recente prolusione al Consiglio permanente della CEI, commentando la deriva antropologica che sta invadendo anche le coscienze in questi nostri tempi così confusi e travagliati sotto tutti i punti di vista. Solo nel campo della bioetica si pensi alla facilità con cui si sente parlare di suicidio assistito o eutanasia, di utero in affitto o infanticidio o la realizzazione in laboratorio di embrioni misti umano-animali. Insomma se ne parla tanto e da tanto tempo che ormai quanto prima nemmeno era pensabile diventa quasi normale.

L’aspetto spaventoso della questione è che questa lenta assuefazione delle coscienze, ormai tacitate dai tanti rumori di questo nostra società, sta avvenendo senza che nemmeno noi ce ne rendiamo conto. Mi colpiva una persona, assidua frequentatrice della Chiesa che, davanti a una situazione drammatica per cui la mentalità comune indicava come soluzione unica l’eliminazione fisica con l’eutanasia, non si stupiva più né si ribellava, ma era quasi rassegnata: dopotutto le sembrava ragionevole…

Mi sono allora chiesta che tipo di novità può portare un cristianesimo che si sottomette alla deriva culturale dell’ eutanasia, infanticidio, manipolazione degli embrioni, cioè dell’ intervento diretto scientifico e disumano su ciò che è la vita che noi consideriamo un dono gratuito del buon Dio.

Pensavo che se per esempio la difesa della vita, dono di Dio, è un principio teorico da contrapporre alla deriva culturale di questi anni, non ci sarà assolutamente possibilità di interrompere quello scivolamento verso il basso cui ci stiamo tranquillamente adattando.

Mentre se la difesa della vita nasce da un reale attaccamento ad essa come dono, per lo stupore della sua bellezza custodita dal Creatore che sa rendere dolce anche la croce che ciascuno deve portare per rispondere a Lui che l’ha portato per primo – come ci ha ricordata il recente periodo liturgico che ha condotto alla gloria della Risurrezione Pasquale –; solo in questo caso non avremo timore di difendere quella che è la nostra esperienza della bellezza dell’essere seguaci di Gesù.

Ma occorre che il Cristianesimo sia esperienza di bellezza, di grazia, di gioia  pur nelle contraddizioni più assurde. Esperienza possibile, come i santi e i martiri di sempre ci testimoniano.

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Rileggiamo insieme il testamento spirituale di un martire dei nostri Giorni: 

Il Testamento spirituale di Shahbaz Bhatti
“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.

Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: «No, io voglio servire Gesù da uomo comune».

Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.

Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.

Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.

Voglio dirvi che trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Cristo. Più leggo il Nuovo e il Vecchio Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: «Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi».

I passi che più amo della Bibbia recitano: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro.

Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati.

Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna”.

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