L’arpa eolia

Dal vecchio blog:

Un’arpa eolia dal dolce suono e una bambina: i protagonisti del romanzo  di Chaim Potok “L’arpa di Davita“.
Quel dolce suono fa da sfondo al mondo di una bambina che guarda , ascolta, spesso senza capire tutto qualto accade intorno a sè. Capisce solo l’amore sconfinato del suo papà, giornalista e della mamma, acuta intellettuale comunista nell’America degli anni Trenta.
Le vicende si accavallano, ma lo sguardo e il dolore acuto di Davita ci spalancano il mondo così limpido e semplice, ma capace di sentimenti tanto più forti quanto meno compresi dalla bambina che all’inzio del libro ha appena otto anni.Ma anche gli stati d’animo la forte tempre dei genitori che condividono la passione per Karl Marx affascinati da un ideale in cui credono fermamente, sono fortemente delineati e accompagnano il lettore in una meditazione della comune sorte umana. .
Quegli ideali così tenacemente sostenuti nascono nei protagonisti adulti da un fortissimo senso della giustizia e dell’ingiustizia che si nutre dell’utopia della bontà dell’uomo affrancato dal capitalismo. Ma il romanzo stesso vede infrangersi quegli ideali  prima ancora che la storia del secolo scorso ne dimostrasse l’inganno.

Quello che mi ha colpito però è stato il constatare come l’esigenza di giustizia e di libertà sia un’esigenza che tutti sentiamo, prima ancora delle nostre scelte più o meno ideologiche; che è in nome di questo comune desiderio di giustizia, verità e bontà possiamo dirci fratelli. Perché non credo davvero che uno voglia l’ingiustizia, il male la menzogna con lucidità… a meno che non sia gravemente turbato nella mente o nello spirito.
Penso che ciascuno cerchi nella vita questa giustizia, verità, bellezza, bontà, ma spesso trovi risposte inadeguate e ognuno fa il proprio percorso nella ricerca della verità.

C’è una bellissima lettera che uno dei personaggi scrive ad un altro in seguito alla tragedia di Guernica che ha procurato un dolore inenarrabile a coloro che sono rimasti e la voglio trascrivere perché mi pare descriva questo tormento di ciascuno alla ricerca della verità e della giustizia:

“Ho amato mio fratello. Mi accorgo di non riuscire a credere alla sua morte. Diversamente dai miei genitori, non penso che la politica possa dividere uan famiglia. Tale convinzione si consolida ogni giorno di più in questo tragico e tetro paese. Qui l’odio dell’uomo per l’uomo è sconfinato e insondabile, il massacro supera ogni immaginazione.  Siamo una specie spregevole e maledetta e se non fosse per la grazia di Dio, la vita intera sarebbe travaglio senza speranza. So quanto per te la fede non sia che una chimera, un’illusione gettataci in pasto dagli uomini di potere in modo da renderci la vita sopportabile, sì da consolidare il potere nelle loro mani.
Ma (…) ciò che tu chiami illusione, non è semplicemente il sogno di qualcun altro che tu disapprovi? E cosa dire della rivoluzione dei tuoi lavoratori, della tua società senza classi, del tuo sogno di una rapida fine del conflitto sociale, della penuria economica e della degradazione e miseria dell’individuo? Se la fede in Dio è una mera illusione, allora perché non dovrebbe esserlo altrettanto la fede nell’uomo? (…) Non sono i tuoi sogni un’illusione? Mi sembra che coloro che non badano ai mezzi impiegati per conseguire i loro fini, anzi, coloro che giustificano ogni cosa in nome di uno scopo, abbiano bisogno di illusioni molto più di quegli altri che scorgono nell’umanità la sofferenza, il peccato e la potenza gloriosa della fede in nostro Signore Gesù Cristo.
Perdonami (..) non era mia intenzione opprimerti con un’omelia in questo tempo di afflizione, volevo dirti invece che, pur disprezzando le idee politiche di mio fratello, lo amavo in quanto persona, e ho pregato perché questo amore diventasse la nostra possibilità. Ho pregato affinché con pazienza e compassione riuscissi a riguadagnarlo alla retta via o, quantomeno, imparassi a capire le ragioni della via che aveva scelto, per non dovermi dividere da lui, dal mio unico fratello. “Colui che nella fede è debole, accoglilo”. Non l’ho perso, almeno nella misura in cui le mie preghiere sono state esaudite. Ma quanto sono stata ingenua nel credere nella forza della bontà e della pazienza in tutto il genere umano! Che stupida! I fiumi di sangue che ora imbevono la terra di Spagna costituiscono un testamento per la barbarie senza redenzione del genere umano. “Un tempo per uccidere, e un tempo per sanare; un tempo per distruggere, e un tempo per costruire”. Come amiamo questo nostro tempo d’assassinio! Sembriamo averne bisogno. Non so perché. Mi rendo conto solo ora che accadono delle cose ad alcuni di noi che ci portano a scegliere la strada della nostra vita.”

 

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3 commenti

  1. Ho letto questo romanzo diversi anni fa, insieme a tutto il resto dell’opera di Potok, e concordo con te sulla sua struggente bellezza… mi sa che questa estate rileggo tutto!

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  2. Grazie Anna, una recensione che mi ha colpito… non mancherò di procurarmi questo romanzo che già mi piace per lo stile di narrazione e anche per il tema trattato.
    Serena domenica
    :-)claudine

    Rispondi
  3. Grazie amiche!
    Anch’io l’ho tempo fa e mi era piaciuto moltissimo. Ora mi è venuta voglia di rileggerlo!
    Buona Domenica!

    Rispondi

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