«E pensare che prima ero “solo” felice…»

 Paola Ronconi per Tracce  in attesa dell’incontro delle famiglie di fine maggio/inizio giugno

17/05/2012 – Vent’anni fa Max, in seguito a un grave incidente, entra in coma. Da quel giorno inizia il travaglio di mamma Lucrezia: visite di amici, viaggi a Lourdes e cure mediche. Poi, una sera, il miracolo inaspettato

  • Max e i suoi genitori insieme a Benedetto XVI.Max e i suoi genitori insieme a Benedetto XVI.

Era in tutto e per tutto una famiglia perfetta: i primi due figli, Barbara e Massimiliano, nati a distanza di un anno subito dopo il matrimonio, e un terzo, Gabriele, quando i primi erano già alle medie.
Il padre, Ernesto, fa il litografo, la madre, Lucrezia, è casalinga per scelta, per aver cura dei figli. Sposati giovanissimi, avevano affrontato molti sacrifici, quello sì. Ma questo aveva permesso ai ragazzi Tresoldi di venir su con pochi grilli per la testa, buoni risultati a scuola e tanti amici all’oratorio.
L’anno che Gabriele riceve la Cresima, Barbara si è appena iscritta all’università, Massimiliano, ottenuto il congedo militare, ha un diploma da fotocompositore e il sogno di aprire uno studio tutto suo. «Non potevo desiderare niente di più», dichiara Lucrezia, nel salotto della sua casa di Carugate, comune dell’hinterland milanese. E l’impressione che si ha stando in casa Tresoldi è ancora quella: una profonda serenità, un amore semplice e tenace alla vita. Nonostante quella tempesta che più di vent’anni fa li ha travolti.

Il 15 agosto 1991, sette del mattino. Un suono forte e cupo sveglia di soprassalto Lucrezia. Fuori dalla finestra, il paese dorme beato. «Sarà stato un sogno», la convince il marito. Ma il batticuore e una strana inquietudine non la lasciano. È ferragosto. I due più grandi sono al mare in Puglia con gli amici. Arriva l’ora di andare a messa alla casa di riposo dove Lucrezia fa volontariato. Il telefono squilla mentre la chiave è già nella toppa della porta. È il Pronto Soccorso di Melegnano. Dicono che Massimiliano ha avuto un incidente gravissimo. «C’è un errore. Mio figlio è in Puglia». E invece… Max aveva deciso di tornare, in macchina da solo. Alle porte di Milano una Porsche lo tampona fino a salirgli sul tetto. L’orologio al polso per il colpo violento si ferma alle sette in punto.
All’ospedale, Max non ha un graffio, ma è come se qualcuno avesse premuto il bottone off di tutte le attività neurocerebrali. Non parla, non si muove, lo sguardo fisso. «È come un tronco colpito da un fulmine», «se conoscete uno psicologo che vi aiuti, chiamatelo», «preparatevi al peggio»: è il turbinio di parole con cui i Tresoldi vengono investiti in quei giorni.

Iniziano mesi di calvario in ospedale. «Non c’è più niente da fare», insistono i dottori. I Tresoldi fanno i loro conti: «Mio marito poteva continuare a lavorare, Barbara poteva continuare a seguire l’università e occuparsi di Gabriele», racconta Lucrezia: «Io sarei stata libera di accudire Max per tutto il giorno». E poi ormai è chiaro che Max, lì, sarebbe morto. «L’abbiamo portato a casa. Cosa avevamo da perdere? L’ho fissato in quegli occhi che sembravano guardare così lontano: “Max, tu non sei una persona malata, purtroppo hai avuto un gravissimo incidente, ma noi sappiamo che ci sei. Ci sarà da lavorare molto, ma se collaboriamo tu ne vieni fuori”».
Fisioterapia, sondini, medicinali, il rischio broncopolmonite; e poi burocrazia, costi altissimi: prendersi cura di Max è vertiginoso, e Lucrezia molte volte sembra incosciente. «Sarò io il tuo medico, gli ho detto. Ma non siamo mai stati soli». Gli amici danno la disponibilità completa. A decine, divisi in turni, invadono casa Tresoldi per qualsiasi necessità. «A tutti dicevamo: Max è uno di noi. Ci vede, ci sente. Raccontategli tutto. Fino a quando non vedo il suo ultimo respiro, lui è vivo».

Anni di fatica immensa, lascia intendere Lucrezia: «Mi concedevo di lasciarmi andare di notte, lavavo il cuscino di lacrime». Nella stanza accanto, Max sta finendo la fisioterapia. Poi viene portato in carrozzella al nostro tavolo. La sua mano è morbida, stringe in modo tenace. Fatica ad alzare la testa, ma si sforza.
«Mio marito e Barbara si preoccupavano molto per me, che io crollassi», continua mamma Lucrezia, accarezzando la testa del figlio. «Pensavano non sarebbero stati in grado di assistere Max come facevo io. Ma io ho detto alla Madonna: “Senti, Max è nato l’8 settembre, il giorno della Natività di Maria. Il 15 agosto, l’Assunzione, è entrato in coma. Non so quali siano i vostri progetti per lui, ma dammi la forza di fare ciò che devo”. Questo è stato il primo miracolo».
Nel 1993 i Tresoldi iniziano i pellegrinaggi a Lourdes. «“Non preoccuparti”, dissi a Max. “Qui c’è Lei che ci protegge”». Anche a Lourdes, però, qualcuno cerca di disilludere Lucrezia: «Vedi, figlia mia, sono anni che vengo qui, ma miracoli non ne ho visti. Accetta quello che hai», le dicono. Se lo schianto del 1991 era stato per lei come il travaglio del parto, «spingere la carrozzella alla grotta era come riportarlo in grembo». Da quell’esperienza escono confortati: «Dissi al resto della famiglia e agli amici: “L’anno prossimo si torna tutti insieme”».

Ma arriva un momento di sfinimento anche per lei: «È il 28 dicembre del 2000. Come tutte le sere, metto a letto Max e preghiamo. “Senti”, gli dico: “Se vuoi pregare, fallo da solo il segno della croce. Io non ce la faccio più”. Ha alzato la mano, si è segnato e poi ha teso le braccia per abbracciarmi». Max era tornato. «Nel 1991, prima dell’incidente, ero felice. Quella sera ho toccato il cielo con un dito». A poco a poco ha fatto capire che ha sempre percepito ciò che accadeva intorno a lui, a cominciare dal cambio lira/euro.
«Oggi comunica con l’alfabeto dei segni imparato da piccolo. Gli chiediamo come si chiama di cognome e lui fa “tre” con le dita e si sfrega i polpastrelli a indicare “soldi”. Poi mi riprende la mano, come a dire: ora però ci sei qui tu».
Dal 2000 la strada è stata ancora lunga. E il lavoro massacrante. Intanto, i dottori si scusano. Chissà, forse avrebbero preso il Nobel, se avessero creduto un po’ a mamma Lucrezia: dopo dieci anni di coma il risveglio è impossibile. Quasi.
La storia della famiglia Tresoldi oggi è un libro scritto da Lucrezia con Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola (E adesso vado al Max, Lucrezia Tresoldi, Ancora). A Lourdes, Max ci è tornato molte altre volte. Il 13 maggio 2011 è stato davanti a Maria. E le ha chiesto di ritornare a parlare e camminare.

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