Quel che è in gioco è il nostro io…

Ricevo, ringrazio chi me l’ha donata e metto in comune:

“Siamo chiamati a vivere la nostra vita e la nostra fede in un contesto epocale, in cui quello che è in gioco è l’io, la persona: non un aspetto della vita, non un aspetto dell’io, ma la mia, la tua persona, l’io. E per questo non è un’esagerazione dire che la lotta è contro il “nulla” nel senso reale del termine, cioè contro lo sfascio del nostro io, la perdita dell’io. Un io che è così “piccolo”, come lo descrive Leopardi: «Quando egli [l’uomo], considerando la pluralità dei mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo che è minima parte di uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, in questa considerazione stupisce per la sua piccolezza e, profondamente sentendola e intensamente riguardandola, si confonde quasi col nulla». Questo siamo noi: qualcosa che «si confonde quasi col nulla». E quanto più profondamente uno sente e guarda questo, tanto più, davanti a questa piccolezza, a questo “quasi nulla”, se uno ha anche una minima consapevolezza di ciò, quando recita i salmi (“Cos’è l’uomo perché te ne ricordi?”), non può non commuoversi. 

Ma se noi siamo questo “quasi nulla”, se siamo peccatori, bisognosi, allora si capisce bene qual è il dramma del nostro io. Non si tratta di mettere a posto una piccola parte di noi, di cambiare qualcosa nella stanzetta della nostra vita; non è una questione di decorazione: quello che è in gioco è il nostro io stesso. Perché noi siamo “gente non a posto”, raggiunta dall’Essere. Gente non a posto: siamo uomini come tutti, poveretti come tutti, peccatori come tutti! Perciò, come responsabili, non siamo qui per imparare un po’ meglio un discorso, ma perché siamo bisognosi, “gente non a posto”: abbiamo bisogno prima di tutto per noi.
Don Giussani diceva: «I cristiani (…) si illudono di essere buoni perché hanno capito una volta e fanno riferimento come se si salvassero con il discorso e la coerenza. Preferisco molti che cristiani non sono, perché sono consapevoli del male e della loro incapacità di seguire il bene che pure presentono. Per questo prediligo certi temperamenti che si agitano nel mondo e aspettano una pace che non viene, piuttosto che quei cattolici che si costruiscono un sistema per riposare nella loro supposta fede e supposta carità. In loro Cristo viene mummificato, e in più credono di conoscerlo». Meglio peccatori! Come dice Gesù: «Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi!”. Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e di altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?”. Gesù rispose: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi”».

Solo chi ha la consapevolezza di essere “non a posto”, peccatore, bisognoso, come Matteo, capisce cosa vuol dire che uno fissi lo sguardo su di lui e gli dica: «Seguimi!». Potete immaginare la commozione di Matteo, che il Caravaggio ha colto e posto per sempre davanti ai nostri occhi («Io?! Proprio io?!», sembra rispondere Matteo con il gesto della mano a Gesù che lo chiama). Mai Matteo aveva avuto una consapevolezza così forte del proprio io, del proprio niente, del proprio essere peccatore, come davanti a quell’uomo. Questa è la commozione dell’io davanti all’Essere (altro che emozione sentimentale!), è la vibrazione dell’io, così piccolo, così “quasi nulla”, così bisognoso, nell’incontro con l’Essere. Tutte le altre commozioni sono immagine, ombra, dell’unica vera commozione, quella che l’uomo ha davanti all’Essere, nell’incontro con la presenza tenera e piena di misericordia di Gesù. È l’unica vera commozione, l’unica che corrisponde al bisogno umano, che resta per sempre, qualsiasi cosa accada. 
«È una semplicità del cuore quella che mi faceva sentire e riconoscere – ha testimoniato don Giussani davanti a tutta la Chiesa – come eccezionale Cristo».5 Occorre questa semplicità di fronte all’eccezionalità di Cristo, all’incontro con questa presenza tenera e misericordiosa. Anche Matteo poteva dire, per usare l’espressione di don Giussani, di essere stato invitato dal principe: perché non era stato lui a invitarlo. Il banchetto di Matteo era la celebrazione della commozione davanti all’Essere – mentre gli altri mormoravano: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?» -.

Quello che è accaduto a Matteo accade oggi. Mi diceva uno di voi che da quando è stato invitato a La Thuile, a questo incontro, dopo un anno difficile, aveva percepito questo gesto come l’invito del principe. Ma in quanti abbiamo avuto la percezione di essere qui “invitati dal principe”? Forse, oggi, dopo questo gesto insieme, tutti lo diremmo. Noi, come Matteo, siamo stati invitati dal principe, abbiamo incominciato a intravedere cosa vuol dire la vibrazione dell’Essere. 
Che cosa infatti abbiamo visto, sperimentato, in questi giorni? Che l’Essere, attraverso una forma, la forma di questa realtà in cui siamo stati coinvolti, ci ha raggiunti uno a uno. Nella partecipazione a questo gesto, a questo “vortice di carità”, che ha una forma precisa, concreta, storica, fatta di volti, di canti, di testimonianze, tutti noi abbiamo visto accadere, davanti ai nostri occhi, l’esaltazione del nostro io. Perché attraverso questa forma, attraverso questo gesto, chi ci ha raggiunto è l’Essere.
Anche noi dobbiamo fare – come il cieco nato – il percorso della fede. Se non facciamo tutto il percorso della ragione, della libertà e dell’affezione fino al riconoscimento di Colui che è all’origine di ciò che ci è accaduto – l’Essere -, rimaniamo all’apparenza, in una emozione sentimentale, non viviamo cioè fino in fondo quello che è accaduto. «Come appare chiaro nel Vangelo di Giovanni – dice don Giussani -, Gesù non concepiva l’attrattiva sua sugli altri come un riferimento ultimo a sé, ma al Padre: a sé, perché Lui potesse condurre al Padre, come conoscenza e come obbedienza».

Perciò, prima della vocazione di Matteo, dopo la guarigione del paralitico, il Vangelo dice: «Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio. Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose”». Ma l’origine di queste cose prodigiose è Dio, è il Padre. Perché pensano a Dio, se hanno solamente visto uno guarito, e guarito da un uomo? Perché non potevano stare fino in fondo davanti all’accaduto senza pensare a Dio!
Se noi ci arrestiamo all’apparenza, perdiamo il meglio: il meglio è che attraverso questa forma, questo nostro essere insieme, qui, è l’Essere che ci raggiunge. Perché domani non saremo qui, dopodomani dovremo andare a lavorare, domani l’altro magari non avremo lavoro o saremo ammalati: ma c’è, ciò che è all’origine di quello che abbiamo vissuto, c’è; domani c’è, dopodomani c’è, senza lavoro c’è, con la malattia c’è, quando arriva la morte c’è!
Partecipando a questo gesto, abbiamo incominciato a capire, a intravedere il contenuto della lettera che don Giussani ci ha scritto, perché abbiamo fatto ancora una volta esperienza dell’Essere-Carità, l’esperienza originale dell’Essere che, attraverso una forma, ci “attacca”, desta una attrattiva in modo che tutti noi rimaniamo attaccati. 
Non generiamo noi l’unità con l’Essere, è Lui che la genera: è la Sua presenza, attraverso una forma, che genera in noi questa unità. «Uno non si salva – diceva ancora don Giussani nell’intervista a Libero – da solo, per i propositi che fa, perché è un Altro che salva lui e il mondo, attraverso una cosa nuova fatta nascere nella storia. L’Essere! Tutto fiorisce dal flusso dell’Essere! (…) Senza Cristo uno si sente disperso in se stesso, inedito, incapace di focalizzare la realtà, incapace anche solo di scorgere con nitore qualsiasi bellezza durevole».

Possiamo intravedere cos’è accaduto alla Madonna, perché anche noi, come lei, siamo commossi. Questo è il metodo con cui Dio ci salva, come è successo per prima alla Madonna: “commossa dall’Infinito”. Abbiamo bisogno di persone, di amici “commossi”, che ci strappino dal nulla. Per questo il nostro rapporto è vocazionale: noi siamo amici per questo. 
« Come si fa – dice don Giussani – a comunicare agli altri? Con discorsi? È impossibile! Si può soltanto contagiare per la “malattia grave” dell’esperienza che si fa in noi [è il “contagio” di questa malattia, di questa commozione]! (…) E tu sei in funzione del tutto [possiamo collaborare al bene di tutti, al bene del mondo] attraverso il contagio di quello che vivi tu, dell’emozione che vivi tu, dell’esperienza che vivi tu, del sentimento di te che vivi tu [altro che discorso corretto e pulito!]. Uno serve agli altri nella misura del sentimento che ha di se stesso», altrimenti non si comunica.

Più recentemente, agli Esercizi del Gruppo Adulto, don Giussani è intervenuto per rispondere a una domanda: «Tu ci hai detto che non c’è vibrazione di fronte all’Essere, come possiamo aiutarci?». E lui: «Comunicandoci, solo comunicandoci. E il comunicarsi non è soltanto la lingua, come strumento di parola, ma è innanzitutto lo strumento di una presenza che si comunica a te», di questa emozione che vivi tu, di questo sentimento che vivi tu. Non c’è un altro modo di comunicarsi, di comunicare la verità, se non la testimonianza, perché l’avvenimento cristiano è un avvenimento fatto di parole e di fatti insieme.
Allora il vero amico, l’unico che mi strappa dal nulla, è il testimone: testimone è colui che mi fa diventare familiare l’Essere, che mi fa partecipare a questa Presenza, alla commozione di questa Presenza, all’avvenimento di questa Presenza nella storia.
La testimonianza più grande dell’Essere, di Cristo, è l’unità tra di noi. Il riverbero più grande della presenza di Cristo è questa unità: niente è più impossibile all’uomo di questa unità. È di essa che dobbiamo essere figli, è a essa che dobbiamo obbedire. Occorre seguire questa unità, come ci insegna don Giussani fin dall’inizio: «Io appartenevo, non a loro, ma all’unità con loro», con quei tre dell’inizio. «Io sono figlio tuo» ha detto ieri a uno di noi. «Io sono figlio di questa unità, che il Padre genera davanti a noi». La sequela a don Giussani è qualcosa che fa un Altro: lui è generatore, è padre, perché generato permanentemente da un Altro, perché segue quello che genera un Altro, il Padre. 
Possiamo essere tutti bravissimi, ma da soli ci perdiamo. Fuori da una comunione siamo “fatti fuori” in un minuto. Perciò la questione è l’attaccamento alla carne di una unità, l’obbedienza alla carne di una unità, altrimenti è il trionfo della propria interpretazione.

La consistenza della nostra vita non è nella nostra forza. Smettiamola di dire che non abbiamo la forza, perché la forza è la semplicità! Come il cieco nato: aveva più forza, più intelligenza dei farisei che tentavano di metterlo in difficoltà, perché ha avuto la semplicità di aderire a ciò che gli era successo, alla presenza di chi gli aveva ridato la vista. Questa è la nostra forza: accettare la mano di un altro, aderire alla mano che un altro ci dà per salvare la nostra vita. “

( JULIAN CARRON, LA THUILE AGOSTO 2003)
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