“La lotta tra la luce della grazia e l’oscurità della pesantezza”

Da “Il Sussidiario un contributo di riflessione di  Claudio Risé  sulla lettera di J.Carròn a Repubblica:
LETTERA CARRON/ Risé: la lotta tra la luce della grazia e l’oscurità della pesantezza

 Don Julian Carron, con la sua lettera a Repubblica, ha ripetuto, e quindi proposto a chi la leggeva, il gesto  introduttivo alla meditazione cristiana e  al Mistero della Messa:  Signore pietà.

Atto sorprendente in un’epoca e un costume in cui l’esibizione di forza e irreprensibilità ( come di tutto ciò che cattura lo sguardo altrui: bellezza, sfrenatezza, successo), è esercizio e quasi dovere quotidiano, all’interno di quel culto dell’immagine ansiosamente praticato dai più (e, per quel che ho capito, presente anche tra le accuse mosse nella campagna politica contro il Presidente della Lombardia, Roberto Formigoni e Comunione e Liberazione).

Kyrie eleison è però anche gesto e espressione indispensabile, fondativa dell’esperienza cristiana, personale (per quanto misera, come la mia) e collettiva. La Passione, la caduta, l’umiliazione e la vergogna è passaggio non evitabile perché ci sia Resurrezione e Pasqua. Mi viene in mente l’urgenza della “pulizia dalla sporcizia” in cui si trovava la Chiesa che Joseph Ratzinger chiese di condividere con lui a chi lo seguiva nella via Crucis del suo primo venerdì santo da Papa.

Non c’è dinamica, né movimento spirituale (ma neppure cognitivo o psicologico), senza questa alternanza tra l’inorgoglirsi della conquista e lo svelamento della propria inconsistenza. Senza di essa ogni sviluppo si ferma; subentra invece l’arresto, la stasi, il gonfiarsi di potenza vanesia, portatrice di guai per tutti.

La lotta tra la luce della grazia e l’oscurità della pesantezza, che segna l’esperienza cristiana dalle origini ad oggi, non può che essere oggetto costante di meditazione e di supplica, soprattutto  per chi sente il dovere di impegnarsi per gli altri esseri viventi, nel mondo. Riferirsi a Cristo, in modo sempre parziale e imperfetto, significa essere ben consapevoli che, subito dopo il Battesimo, appena avvicinatisi alla comprensione del suo significato, ci sarà da andare nel deserto e confrontarsi con le sue tentazioni di Satana: la smisuratezza e la fantasia di onnipotenza. Che vengono declinate in modo diverso in ogni tempo e in ogni persona, ma non risparmiano nessuno.    PAG. SUCC. >

 

vai allo speciale Lettera di Julián Carrón a Repubblica

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