«In quell’architettura, ho trovato Cristo»

Tutta la realtà, tutta porta la traccia inconfondibile di Chi l’ha fatta. Così basta un granello di sabbia o lo studio di un santuario per scoprire una realtà sconosciuta e affascinante come testimonia questa lettera a Tracce:

di Pedro Abreu

03/05/2012 – Alex è ateo. E fa la tesi su un santuario a sud di Lisbona, «dove il cielo si incontra con il mare». Dalla discussione con il prof inizia a capire il senso di quel luogo. Ma la scoperta non si ferma lì perché tocca tutta la vita. E la cambia

  • Il santuario di Nossa Senhora do Cabo Espichel.
                                                Il santuario di Nossa Senhora do Cabo Espichel.

Alex è stato battezzato la scorsa vigilia di Pasqua. A novembre gli avevo chiesto di presentare la sua tesi di Master, che io avevo seguito, ai miei allievi di quest’anno (insegno all’Università Tecnica di Lisbona). Alex ha fatto una ricerca su un santuario che si trova a sud di Lisbona. Si chiama Nossa Senhora do Cabo Espichel ed è insediato su un finis-terra, un’imponente scogliera, tra le tante del Portogallo. Questa, però, ha la particolarità di essere orientata verso ovest e di avere un accesso piano, orizzontale. Avviene, per questo, che nel pellegrinaggio a questo santuario abbiamo sempre di fronte la linea dell’orizzonte, dove il cielo si incontra con il mare, e, se andiamo lì verso l’ora del tramonto, ci troviamo anche dinnanzi il sole. Questa situazione crea un’atmosfera percepita da sempre come sacra: ci sono tracce di raduni dal Neolitico e Calcolitico in poi. È comunque un luogo molto particolare, perchè l’esperienza che si fa non dipende dall’andare in alto, verso Dio, come in tanti Sacri Monti, ma dall’andare in avanti: nel prendere in considerazione il proprio destino («cosa sarà di me…?»). Lì, infatti, è difficile scappare ad un confronto con il destino, di cui è simbolo l’orizzonte inaccessibile dove il cielo incontra il mare e dove si nasconde il sole. Lì, la domanda sull’a-venire diventa mordente. Comunque soltanto nel Seicento è stato costruito il santuario che abbiamo oggi e che ha permesso per la prima volta un insediamento stabile. Le occupazioni anteriori erano occasionali. Questa architettura ha permesso di abitare il proprio destino, di non voltare le spalle al rapporto con l’orizzonte: il posto è di fatto molto inospitale.

Mi ricordo quando Alex ed io abbiamo capito questo: eravamo nel mio ufficio e lui parlava di questi insediamenti successivi e sulla qualità sacra del posto. Io insistevo: «Ma qual è il significato, quale è la corrispondenza che stabilisce oggi con te e con gli altri, cosa ti dona?». Dopo un po’ di silenzio e d’impaccio dei due mi è sembrato di aver capito. Sono saltato sulla lavagna, ho disegnato frettolosamente lo schema di don Giussani (dove lui spiega cosa sia l’avvenimento cristiano in rapporto alle altre religioni). E ho detto ad Alex: «Vedi, questo dev’essere per forza un luogo cristiano, perchè è l’evento cristiano che permette di abitare il proprio destino». Mi sono azzittito di colpo ed ho pensato che avevo già detto troppo. Di fatto io non sapevo se lui era credente. Ero anche portato a pensare che non lo fosse: Dio, Cristo, la religione non erano mai stati messi a tema nelle mie lezioni o nelle conversazioni tra noi. Pensavo che quello che avevo detto avrebbe potuto essere interpretato come una grossa pretesa, una pretesa cristiana, perchè, comunque, ero abbastanza sicuro che i miei allievi sapessero che fossi cattolico. Mi sono stupito, quando dopo alcuni secondi di silenzio, Alex mi ha chiesto cosa avrebbe potuto leggere per un approfondimento. Sono soltanto riuscito a rispondergli che, secondo me, i libri che meglio spiegavano il tema erano i libri di Luigi Giussani: il Per-corso.

Dopo un paio di mesi Alex mi ha presentato le 200 pagine della sua tesi, dove lui citava abbondantemente Giussani, anche parti che io non avevo riferito, ma che erano chiaramente pertinenti, per spiegare il senso di quell’architettura. Nonostante ciò, mai in questo periodo c’è stata occasione per parlare della sua vita o della sua fede: i colloqui erano sempre insieme ad altri colleghi, miei tesisti. Quando Alex ha presentato la sua tesi ai miei allievi di questo anno scolastico, ha parlato dell’identità del santuario sostanzialmente negli stessi termini in cui l’ho descritto sopra, anche citando Giussani, in un modo che ha colpito molti. Alla fine uno degli allievi più svegli gli ha chiesto: «Ma come fa lei a sapere che tutto questo che trova in quel luogo ci sia davvero, e non sia una proiezione sua?». Alex ha risposto: «Lo so, perché io ero ateo».

Finita la lezione l’ho portato nel mio ufficio e gli ho chiesto cosa significasse la sua risposta. Alex mi ha spiegato che lui, pur essendo nipote di comunisti, figlio di comunisti, ateo, senza che questo gli creasse alcun problema (fino a poco tempo prima) era arrivato al punto di doversi per forza battezzare. Secondo lui il problema sarebbe cominciato con le mie lezioni, tre anni fa, dove, più che altro io chiedo il senso, l’implicazione umana dell’architettura. È stato però con il lavoro sul Cabo Espichel, su cui lui insisteva da due anni, che la questione era diventata chiara. Aveva già fatto un corso di Introduzione alla religione, al quale era stato indirizzato da alcuni amici suoi la cui testimonianza lo aveva particolarmente colpito. E adesso aveva preso la decisione di farsi battezzare. La sua fidanzata aveva compiuto un percorso simile: aveva lavorato con lui durante il primo anno di ricerca sul Cabo Espichel e, dopo un periodo di lontananza dalla Chiesa, aveva ricevuto la Cresima di recente. Gli ho chiesto se potevo orientarlo nella preparazione al suo Battesimo: ha accettato volentieri. Gli ho presentato un parroco della nostra comunità nella notte di Natale e da lì in poi lui ha seguito riunioni settimanali. Dopo poco mi ha chiesto di essere suo padrino.

Quando don Julián Carrón è stato a Lisbona, per la presentazione del secondo volume del Per-corso (il 17 febbraio scorso), c’erano anche Alex e la fidanzata. Subito dopo, lui mi ha chiesto cosa avrebbe potuto fare in più. L’ho invitato alla Scuola di comunità. È venuto sempre. Mi ha anche chiesto se doveva pagare qualcosa: aveva sentito che in alcune Scuole si doveva pagare un’iscrizione. La settimana scorsa io non sono andato e, appena ci siamo visti, mi ha chiesto il perché. Adesso andrà agli Esercizi della Fraternità.
Altro che una storia di miracolo, questa è stata per me la salda, indimenticabile, verifica che la realtà è positiva: quando un ateo riesce a scoprire Cristo in un’architettura al punto da convertirsi…

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