Cosa comporta l’autocoscienza…

Da Tracce un contributo di Andrea Costanzi

14/05/2012 – Il 2 maggio Julián Carrón si è confrontato con il mondo sanitario sulla sintesi dell’assemblea dei responsabili di Cl di Pacengo. Interventi, pazienti e domande. E la sfida quotidiana si riapre: «Questo è il tempo della persona»

Due maggio, autocoscienza dell’io, il punto della riscossa, nel contesto del nostro lavoro di sanitari: all’incontro con Julián Carrón a partire dalla sintesi dell’assemblea responsabili di Cl di Pacengo, vado con l’animo diviso, tra la gioia e il dolore che gli avvenimenti che mi accadono portano quotidianamente. La riuscita di alcuni interventi chirurgici importanti e la malattia che ha colpito un’infermiera con cui ho lavorato l’ultimo turno festivo: da una lieve zoppia alla diagnosi di sclerosi multipla. Le dico che adesso deve combattere e lei mi chiede: «Per che cosa?». Un collega di Niguarda, a cui mi sono affidato più volte per i miei famigliari, è appena stato colpito da un’emorragia cerebrale e versa in coma nella rianimazione del suo ospedale. Ho appena dimesso una arzilla ottuagenaria operata per un tumore addominale che mi chiede: «Dottore, adesso sono guarita definitivamente, vero?».

Arrivo al Sacro Cuore pieno di domande. Perché la mia autocoscienza non è in grado di stare di fronte a questi avvenimenti testimoniando una novità invece di vendere risposte preconfezionate?
Tanto per cominciare, cerco di far ordine rileggendo i miei fitti appunti digitali. Carrón chiarisce che don Giussani, quando parla di autocoscienza dell’io, sta ponendo un problema a ciascuno di noi, qualunque sia la professione che svolgiamo, quindi anche a noi “sanitari” che viviamo una circostanza particolare. Ma non ci saranno risposte tecniche, soluzioni ai drammi che la vita in ospedale mi pone davanti agli occhi ogni giorno. Le parole del Gius sono riprese per rispondere al contesto sociale, culturale in cui ciascuno di noi vive adesso. «Nessuno di noi avrebbe detto: “In questa situazione la questione è la persona”», dice Carrón: «E per questo ci corregge».

Il primo intervento è di Titta, medico che da 15 anni lavora come responsabile di una unità dove si curano gli stati vegetativi persistenti. Una condizione che non si può guarire, ma neanche migliorare. Qui, sottolinea, di autocoscienza apparentemente non ce n’è proprio. Ha 24 malati in queste condizioni da curare, tra loro la moglie di un nostro collega e amico. Si domanda quale sia il senso di queste vite. Perché vivere in stato vegetativo 15 o 20 anni? Ma il senso della loro vita – abbozza una risposta – è lo stesso della mia vita. «È per questo che chiama lì te», risponde Carrón: «Perché possa vedere all’opera Lui e possa rispondere alle domande che la realtà del malato così com’è ti pone». Come diceva don Giussani agli infermieri a Varese nel 1985: quello che è in gioco è l’unità della nostra persona. Non si può distinguere tra professionista e uomo. Il professionista vive dentro un uomo. Se uno non affronta la domanda di senso del suo lavoro, nel tempo viene meno la presenza dell’io in quello che fa.

Fin qui penso di esserci. Chi non si porrebbe delle domande quando, come mi è capitato, si trova a curare un paziente giovane, con moglie e figli piccoli, colpito da un tumore avanzato? In un altro ospedale è stato giudicato inoperabile. Io ho avuto il privilegio di indirizzarlo verso il chirurgo migliore per lui, di partecipare all’intervento, di seguirlo passo passo nelle cure e di guadagnare la sua stima e amicizia. Carrón sembra sottolineare l’importanza di questo coinvolgimento totalizzante, perché a tutti piacerebbe, in caso di malattia, trovare un medico che abbia preso sul serio la propria umanità e che sia in grado di guardarti “così”. Ma, come ricordava don Giussani, è molto facile che nella professione di medico, molto più che nelle altre, si annidi una divisione tra fede e realtà professionale, una frattura tra sapere e credere. Ma senza ricomporre questa divisione non si può stare da uomini di fronte alla cose che capitano.

Inizio a far confusione. Cerco di stare davanti alla malattia dell’altro con tutto me stesso, dove mi potrei perdere? Riprende Carrón: davanti a drammi di lunga durata, non vi basta la ferita aperta dal dolore per tenere aperto il cuore. Il problema non è che si diventa meno medici, ma che se non si affronta queste domande si diventa più cinici. Ma se non si vince questo cinismo, il lavoro diventa la nostra tomba. E una disgrazia per tutti quelli che lavorano sotto di noi.

Interviene Pasquale, direttore di un grande ospedale milanese, testimonia due posizioni diffuse sul lavoro: una è il lamento per la crisi oppure per i rapporti difficili che ci impediscono di cogliere ciò che già c’è, l’altra è quella di sentirsi a posto come gli apostoli che tornano da Gesù soddisfatti. Mi ritrovo molto nella seconda, il fatto di lamentarmi raramente è ulteriore motivo di soddisfazione. Posizioni deboli: perché continuiamo a pensare che il problema sia fuori di noi e non si tratti della nostra autocoscienza? Carrón riparte sempre dal punto centrale: «Per la mancanza di autocoscienza». Che cos’è l’autocoscienza per don Giussani? «Una percezione chiara e amorosa si sé, carica della consapevolezza del proprio destino, e dunque capace di affezione vera a sé».

Penso alla grazia di lavorare con chi questo sguardo te lo offre e lo cerca da te. Basta un rapporto così in ospedale che ogni istante può essere una ripartenza, ogni criticità, sia clinica che organizzativa, occasione per un giudizio.
Penso all’equivoco cui può condurre un lavoro come il mio di chirurgo. La bellezza della tecnica e l’infatuazione per la tecnologia possono prendere il sopravvento ed essere la fonte di soddisfazione. Quando tutto va bene si cammina a un metro da terra. Ma quando non va bene? «La questione è se abbiamo un affetto che ci soddisfa così tanto che ci sostiene: è questa la verifica della fede», continua Carrón. Il problema è guardarsi con quella tenerezza infinita con la quale Gesù ci ha guardato. Lui conosce il nostro dramma. Ci guarda e ridesta di nuovo tutto il nostro umano. È in gioco la natura vera della fede. Perché quando le cose vanno bene è facile usare la parola “Gesù”. Ma quando la vita urge: la crisi, la difficoltà, il dramma di essere in continuazione davanti alla malattia, allora la sola parola non basta più. È a quel punto che si inizia a capire la portata dell’esperienza che ha fatto don Giussani: affrontare la vita con la certezza che esiste un bene. L’alternativa è quella di essere considerati buoni professionisti, brave persone, ma niente di più. Per Carrón è questa la sfida: se veramente, come dice Eliot, la vita la perdiamo vivendo o se vivendo la guadagniamo.

Al termine dell’incontro, si torna alla questione capitale: «Che cosa affermiamo quando diciamo “uomo”, “persona”, “io”?». Tanti di noi e tanti colleghi – spiega Carrón – pensano già di sapere cos’è l’uomo, tanti pensavano di conoscere già Cristo e non li interessava più. «Cosa ha riaperto la partita in noi? Trovare uno che ha fatto di tutto per porci davanti, per provocarci, per affascinarci a qualcosa che potesse riaprire la partita». E noi? Pensiamo che la ripetizione della dottrina giusta basti per trasmettere il cristianesimo?». Qui si gioca la persona: non il tecnico, non il conoscitore del discorso perfetto. Occorre creatività e immaginazione, altrimenti riduciamo il cristianesimo. Non basta ripetere le parole. Don Giussani ha proposto qualcosa di conveniente e, domanda Carrón, possiamo trasmettere agli altri la convenienza umana? «Perché se non usiamo lo stesso metodo che è servito a noi… e per questo non bastava un ripetitore di Giussani… un Giussani ripetitore del dogma, occorreva un’autocoscienza, occorreva una persona, occorreva un testimone. Lo stesso che occorre adesso. Per questo, questo è il tempo della persona».
Esco circondato dalla folla oceanica di colleghi e penso alla persona nuova che ogni tanto fa capolino nel mio io, poi si assopisce. Nonostante l’ora tarda adesso è più desta che mai.

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