Un deserto umano dove il soggetto della pena è l’io

Nel tempo che viviamo siamo giunti come alla sponda sabbiosa di una aridità, di un deserto umano, dove il soggetto della pena è l’io: non la società, ma l’io, perché per la società si ammazzano anche tutti gli ‘io’ possibili e immaginabili. Mentre per noi la società nasce dall’esistenza dell’io.

“Generate e moltiplicatevi”, raccomandò Dio ad Adamo ed Eva: ma la natura del compito di Adamo ed Eva, del loro essere stati creati come personalità singole, è una compagnia tra loro due: l’uomo non può vivere, non può conoscere, alimentare se stesso, se non in compagnia di un altro, nell’incontro con un altro. Siamo, dicevo, come sulla sabbia, sulla sponda sabbiosa di un collasso terribile nella vita sociale. E siccome il potere ha come ideale e scopo quello di regolare la vita di tutti (il governo italiano lo dimostra molto patentemente), questa eliminazione della libertà ha delle conseguenze drammatiche, perché non vogliamo essere tutti schiavi o manovrati secondo l’ordine di un meccanismo centrale.

Come si fa allora a resistere? Come si fa a porre un’alternativa al predominio del potere che vuole prendere una posizione determinante tutti gli aspetti, tutte le espressioni della vita dell’uomo, dettare fin le leggi morali? L’unica risorsa per frenare l’invadenza del potere è in quel vertice del cosmo che è l’io, ed è la libertà».

Un tentativo di risposta da me condivisa è qui

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