Misericordia, giustizia che ricrea

Misericordia, giustizia che ricrea
Non è così l’annuncio cristiano: infatti l’annuncio cristiano non è soltanto Cristo, Dio che arriva per te perché sei colpevole e peccatore, ma è Dio che muore e risorge e pone nella carne e nelle ossa dell’umanità la possibilità di appartenere a questa Resurrezione. La Resurrezione di Cristo costituisce l’inizio di un mondo nuovo, costituisce l’origine di una possibilità di ripresa non per l’uomo nell’aldilà, ma per l’uomo nell’aldiqua. Cristo risorto è più potente del peccato e della morte, insieme a Cristo noi possiamo -questa è la parola – cambiare. Siamo come ammalati da lungo tempo che non sono capaci di stare in piedi, ma che, con le braccia sulle spalle di un infermiere o di un familiare, possono incominciare a fare ancora dei primi passi.
Solo nella compagnia di quest’Uomo, che è Dio, l’uomo può cambiare e per questo la virtù propria, la caratteristica propria del cuore del cristiano è la speranza. La speranza non come è normalmente nella vita del mondo, che per affermarsi ha bisogno di mettere la censura, cioè di dimenticare, ma quella che nasce dalla considerazione chiara della propria miseria, del proprio peccato. San Giovanni ai primi cristiani dice, nella sua Prima Lettera, che noi abbiamo creduto all’Amore13. Il riconoscere la Presenza di questo Dio diventato uno fra noi, di Te, o Cristo, questo mi riconforta e mi fa riprendere: mille volte sbaglio, mille volte io sono certo di Te, o Cristo, mille volte Tu mi ridai il coraggio di riprendermi. Quante volte dovremo perdonare? Sempre! Perdonare non vuol dire: “Mettiamoci una pietra sopra”. Perdonare vuol dire far rivivere, far rinascere. La parola vera che il Papa usa per l’Anno Santo, la parola grande, la parola con cui Dio ha definitivamente definito se stesso (non il Dio del pensiero, non il Dio dei morti, ma il Dio dei vivi, il Dio vero, quello che è entrato nella storia) è la parola Misericordia.
Una ragazza, una volta, mi ha telefonato dalla casa di cura in cui era stata ricoverata e mi ha detto: “Sa, don Giussani, ho capito che cos’è la misericordia”. Io ho chiesto, un po’ stranito: “Cos’è?”. “È la Giustizia che ricrea” e poi ha attaccato. Raramente i miei maestri mi hanno detto una verità così. “Giustizia che ricrea”, perché non oscura ciò che sono, ma mi dà la forza di una Presenza, per cui mi ricostituisce mille volte al giorno. L’uomo non è più definito dal suo errore, ma è definito da questa Presenza, riconosce questa Presenza come tutto di sé. Questo si chiama “amore”, perché l’amore è affermare un Altro. Perciò l’uomo non è più definito dal suo errore, ma è definito dall’amore, vale a dire dal riconoscere Te, o Cristo.
Una volta hanno trovato san Francesco d’Assisi nel sottobosco della Verna con la faccia per terra che ripeteva continuamente: “Chi sono io, chi sei Tu?”. È questo l’annuncio dell’Anno Santo: una rinnovata speranza.

( DON GIUSSANI, 1983)

«Preservaci dal fuoco dell’inferno e porta in cielo tutte le nostre anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia». In questa giaculatoria, in questa frase finale di ogni pezzo, decina del Rosario si compie tutta la realtà cristiana.
«Preservaci dal fuoco dell’inferno e porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia». Ma chi sono le anime che sono più bisognose della sua misericordia? Quelle che sono più lontane da Cristo, quelle che sono più penosamente e sempre presenti al male. La linea dei salmi che gridano angoscia e aiuto è proprio quella di chi ha sbagliato, di chi non ama e non teme Dio, lontano, non ama Dio, non ha amato Dio, non ha temuto Dio.
Misericordia è la parola più grande che si possa dire e mentre dico il Rosario, questa parola – misericordia – mi è sempre accanto, sempre mi spiega tutto quello che avviene.
Io non volevo dire queste cose, ma solo: «Ciao, saluti, arrivederci!». E, invece, quando Cristo ha preso un po’ la nostra coscienza e la nostra mente, c’è sempre tutto da ridire, c’è sempre tutto da riscoprire. Volevo semplicemente raccomandarvi di usare una giaculatoria che in questi mesi mi ha fatto del bene.
Vi saluto tutti, auguri a tutti che le giornate siano piene di piaceri giusti, di azioni giuste, non pesanti. Scusatemi se ho fatto perdere tanti minuti ancora, dopo che tutto era finito. La giaculatoria che mi ha fatto meglio in questi mesi ve la dico subito con chiarezza: Veni Sancte Spiritus. Veni per Mariam. Vieni Santo Spirito, perché è lo Spirito che tiene in vita, dà vita alle cose. Le cose, nel pensiero e nei fatti, sono organizzate e accomunate nella parola Maria. La parola Maria rappresenta tutto questo. Vi auguro di dire sempre con sincerità: «Vieni Santo Spirito», perché lo spirito del mondo non può far chiedere questo. Veni Sancte Spiritus. Veni per Mariam. Vi dico: «Ciao» con questo ricordo che mi preme. Ciao! Non sono nelle migliori mie condizioni vocali, però spero che ritornino.

( LUIGI GIUSSANI, 25 agosto 2001)

Il delitto che sottrae a Dio ciò che gli è dovuto

Allora, siccome è nel tempo che la libertà nostra e la nostra fragilità vengono, rispettivamente, affermata e salvata – affermata la prima e salvata la seconda -, il nostro concetto, il modo con cui noi sperimentiamo la libertà e il modo con cui noi percepiamo la nostra fragilità è qualcosa in sé perennemente insicuro, rimane insicuro. Ma è perché guardiamo la libertà e la fragilità nostra, è perché mettiamo davanti agli occhi la libertà e la fragilità nostra come se fossero cose nostre, e non guardiamo invece la libertà e la fragilità dal punto di vista di Dio. È Dio, è il mistero di Dio, è Dio che ci si è donato, è la misericordia, è l’alleanza, il primo oggetto. Fuori da questo oggetto, tutto il resto si sfasa, non è più giusto.
La sicurezza, perciò, e la eliminazione dell’inquietitudine, la garanzia, come abbiamo detto in principio, la sicurezza nella fede, il cuore garantito, è la presenza dell’alleanza. Questo è il primo oggetto, è l’oggetto proprio della nostra coscienza, dentro il quale tutto si vede. Allora si capisce benissimo che l’esistenza e la storia, qualunque vicenda abbiano, sono nella certezza e nella pace. Questo è il dono di Cristo, la pace, se guardiamo tutte le cose in Cristo. Il problema perciò non è la nostra libertà o la nostra fragilità – «Chissà se aderirò o no?» -, il problema è che aumenti in noi la memoria di Cristo, e basta.
Comunque, ho detto queste due cose perché veramente la nostra preghiera manca – prima osservazione – di questa sicurezza, proprio perché non è vera domanda, non è domandare Dio, non è affermare che Dio è tutto, ma è un domandare Dio che serva la preoccupazione che abbiamo di noi stessi, e allora è finita. In secondo luogo, la preghiera è staccata dal lavoro che facciamo. E questo è un sintomo brutto e per la preghiera e per il lavoro. La nostra preghiera non è un atteggiamento che tende a investire il lavoro che facciamo. «Signore non sono degno» deve essere la coscienza con cui uno va a lavorare all’ospedale o va a lavorare nella redazione culturale o deve lavorare in casa o deve lavorare all’università, eccetera. Questo manca completamente alla nostra preghiera. Essa è tutt’al più aggiunta dall’esterno. Anche il concetto di offerta rimane come sulla soglia: «Ti offro questa azione», ma poi l’azione non ha niente a che vedere con quell’offerta. Allora, incominciamo a capire bene il valore del tempo: il tempo è quello che fa penetrare, per osmosi, lentamente, questa offerta dentro l’anima, come anima dell’azione, che investe lentamente anche il corpo dell’azione, diventa un atteggiamento e uno stato d’animo dentro l’azione, per cui lentamente e veramente l’azione resta riplasmata.
Anche noi, insomma, paghiamo il pedaggio ai “cristiani per il socialismo”, per i quali da una parte sta la preghiera e dall’altra parte sta quel che facciamo. Se teoricamente noi non siamo così, se come desiderio non siamo così, praticamente però lo siamo; e questo è il delitto, che sottrae a Dio ciò che gli è dovuto. È quello di cui parlava la preghiera che abbiamo letto poco fa: «Guarda [benigno] a noi che riconosciamo la nostra miseria [questa è la nostra miseria] e, poiché ci opprime il peso [rimorso] delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia». Ma cosa vuol dire che «la misericordia ci sollevi»? Vuol dire che Dio, avendo misericordia di noi (la sua misericordia «vale più della vita»13, abbiamo detto nel salmo questa mattina), lentamente matura la nostra coscienza, matura tutte le nostre azioni come preghiera. Ma questo è il tempo, questa è l’esistenza, questa è la storia. Perché il significato della storia e del tempo è la misericordia, come ha detto san Pietro, è quella misericordia che afferma, nella nostra miseria, la verità.
Del resto, proprio il Salmo 62, che abbiamo letto stamattina e che dobbiamo personalmente rileggere, dice tutto questo, comunica questa esperienza di sicurezza totale, che non ha nulla di presuntuoso e che è perfettamente rispettosa di tutta la libertà di questo mondo, ma di una libertà vista nella realtà dell’alleanza, non vista astrattamente, filosoficamente o naturalisticamente, perché allora non c’è più da stare quieti da un’ora con l’altra. È Dio che è fedele a se stesso, non noi fedeli a Dio. Ma questo deve diventare principio del nostro sentimento e deve diventare principio del nostro agire: questa è la conversione. Ed è questo ciò a cui la Quaresima richiama, come nessun altro tempo, è questo che la Quaresima deve operare in noi («segno sacramentale della conversione»). «Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne [è il simbolo dell’inquietitudine dell’uomo, perché ha mangiato troppo o perché ha avuto una delusione amorosa o perché ha fatto bancarotta fraudolenta], a te che sei stato il mio aiuto [memoria], esulto di gioia all’ombra delle tue ali»14. Queste cose, quando le leggiamo, ci commuovono, ma non diventano criterio del nostro pregare, perciò non diventano criterio del nostro vivere, e il “come” dell’attesa va a finire in una confusione.

( LUIGI GIUSSANI, 16 febbraio 1975)

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