“Tutti vivono senza lo stupore di questo primo incontro, come se fosse una cosa ovvia…”

L’equivoco tra fede e senso religioso 

Io vorrei fare una domanda sul rapporto tra la fede e il senso religioso. Quando ti viene chiesto: «Invece la sua proposta pedagogica fa leva sul senso religioso dell’uomo, è così?», tu rispondi: «Il cuore della nostra proposta è piuttosto l’annuncio di un avvenimento accaduto, che sorprende gli uomini allo stesso modo in cui, duemila anni fa, l’annuncio degli angeli a Betlemme sorprese dei poveri pastori. Un avvenimento che accade, prima di ogni considerazione sull’uomo religioso o non religioso»1. E più avanti, alla domanda su quale sia «l’itinerario educativo proposto a chi incontra il suo movimento», rispondi: «Innanzitutto – ridiciamolo – la grazia di un incontro […]. In secondo luogo la suscitazione dell’esperienza dell’identità, della corrispondenza fra il contenuto di questo incontro e il senso religioso»2. Io volevo chiedere se il senso religioso è potenziato dall’incontro. Noi, però, abbiamo sempre detto che ciò che ti difende dal potere è nel senso religioso e che dobbiamo salvare il senso religioso.
Tu confondi due problemi. 
Innanzitutto, hai centrato il punto più importante dell’intervista, perché tutta la dialettica drammatica che si svolge a livello di senso religioso, o di esperienza religiosa, nel mondo moderno poggia proprio su questo fatto: essendo ogni uomo governato dal cuore, cioè dal senso religioso, si potranno avere tanti svolgimenti, tante intuizioni e tante costruzioni, e sono tutte buone – come dice il secondo volume della scuola di comunità3 –, perché il senso religioso è il valore dell’uomo. Il senso religioso c’è in tutti gli uomini, però ogni uomo, ogni tipo umano, sviluppa la coscienza di questo sentimento religioso secondo un suo temperamento, secondo una sua storia, secondo un suo carattere, secondo certe vicende cui è soggetto. Si possono costruire tante fiabe sul sentimento religioso, però nessuna differenza toglie il valore che ultimamente c’è in tutte queste fiabe, che è proprio quello del senso religioso. In tutte queste fiabe è affermato il valore del sentimento religioso.
L’ecumenismo come è inteso adesso poggia tutto su quest’osservazione, anche nella traduzione pseudocattolica che ha dominato tanti teologi del Concilio Vaticano II e soprattutto la teologia dopo il Concilio. Nella “versione cattolica” questo – come dire? – pantheon di fiabe costruite sul sentimento religioso – vi ricordate la pianura con tutti quelli che fanno il ponte4? –, questo pantheon di costruzioni fatte sul sentimento religioso a un certo punto ha implicato anche l’avvenimento di Cristo o, meglio, lo svelarsi di Cristo. Si è interpretato così addirittura «Cristo, centro del cosmo e della storia»: Cristo, se è centro del cosmo e della storia, è dentro tutto, e allora, si è detto, tutto è bene, tutto è buono, perché c’è dentro Cristo dappertutto e tutte le posizioni che l’uomo assume sono buone, perché c’è dentro Cristo dappertutto. Confermando così, con questa interpretazione falsa, il bailamme di tutte le fiabe antecedenti: questa è la posizione caratteristica che ha proposto, con una interpretazione equivoca, generatrice di tutti gli equivoci del post Concilio, Karl Rahner. Il cardinal König, che sembra recentemente aver cambiato idea5, ha introdotto il Concilio Vaticano II con il discorso “cristocentrico”, vale a dire Cristo centro del cosmo e della storia, ma “fallacemente” centro: centro nel senso di identificazione del contenuto del senso religioso con il Dio fatto carne. Una identificazione per cui il Dio fatto carne, se si identifica col senso religioso, è dentro in tutti gli uomini e in tutte le loro espressioni.
La domanda era: «Lei fonda la sua educazione sul sentimento religioso?». Se fondassi la mia educazione sul sentimento religioso, potrei avere qualsiasi sviluppo della mia fiaba educativa, potrei dare qualsiasi forma, e tutto sarebbe cristiano. Qualsiasi forma, anche la più contraddittoria, sarebbe cristiana, perché tutte le espressioni del senso religioso sono buone, meglio, sono cristiane: tutte le religioni sono cristiane!
Non si capisce troppo, eh? 

Sì, si capisce.
No, io non ho capito tanto bene.

Partire dall’incontro, non dal senso religioso 

La domanda che mi si fa nell’intervista è: «Lei parte dal senso religioso per la sua educazione?». Io ho detto: «No». Perché no? (E sì che noi, nel primo volume6, partiamo dal senso religioso. Anzi, se abbiamo avuto una caratteristica è quella di essere entrati nella cultura contemporanea – e anche cristiana, e anche cattolica – col discorso sul senso religioso. Dopo dirò in che senso lei ha sovrapposto due problemi).
Non parto dal senso religioso perché, se partissi dal senso religioso, dovrei ammettere che le costruzioni che sul senso religioso si facessero sarebbero tutte buone, tutte vere. Se poi entra nel mondo, in qualche modo, la notizia, vera o fiabesca, che Dio si è fatto carne – è nato, è diventato un bambino, è diventato un uomo dal seno di una donna ed è il centro del cosmo e della storia, è dentro perciò in tutti i cuori degli uomini –, allora questo Cristo coincide col senso religioso: questo senso religioso, questo senso religioso generale, che è dentro in tutti gli uomini, coincide con Gesù Cristo, si chiama Gesù Cristo. E allora, tutto ciò che si costruisse prendendo lo spunto da Cristo – tutto lo gnosticismo, il cosiddetto gnosticismo, è fondato su qui, no? – sarebbe una cosa vera, buona, giusta, perché il senso religioso è sempre buono, è originale per la natura dell’uomo. Il senso religioso è sempre buono e tutto ciò che vi si costruisce sopra è tutto buono; diverso, ma buono. Se questo senso religioso è Cristo, qualsiasi espressione che l’uomo dia al suo sentimento religioso è cristiana. È l’eliminazione vera e propria di Cristo come fatto storico, irripetibile e ineguagliabile, senza precedenti, senza possibilità di antefatti, non conseguenza di fattori precedenti, come dice il testo di «In cammino»7.

Cristo come fatto storico… 

Invece, noi costruiamo la nostra educazione esattamente su questo: dicendo che il senso religioso sarebbe fragile – e non si vede neanche, ed è tutto oscuro, è tutto annebbiato, ed è un gran pasticcio: viene fuori unbailamme di costruzioni, si esprime in un polverone –, se Dio, il Mistero, non fosse diventato un uomo e in quella grande piazza del mondo8 non avesse gridato: «Io sono la strada al destino, perché io sono il destino», se questo uomo non fosse venuto e non avesse preteso di identificare se stesso – questo uomo che mangiava, beveva, dormiva, vegliava, ed è stato ucciso ed è risorto – con il divino, col destino dell’uomo, col vero oggetto del senso religioso.

…rivela e chiarisce il senso religioso 

L’oggetto del senso religioso ultimamente è il Mistero insondabile; perciò, che l’uomo ci pensi in modo tale da avere mille pensieri su questo è comprensibile. Ma la verità è una, soltanto che è inarrivabile dall’uomo. Allora il Mistero è diventato un fatto umano, è diventato un uomo, un uomo che si muoveva con le gambe, che mangiava con la bocca, che piangeva con gli occhi, che è morto: questo è il vero oggetto del senso religioso. Allora, scoprendo questo fatto di Cristo mi si rivela, mi si chiarisce in modo grandioso anche il senso religioso.
Perché il libro sul senso religioso lo abbiamo fatto noi e non lo ha potuto fare un protestante o un buddista? Perché? Perché noi abbiamo incontrato Gesù e, guardando Lui e sentendo Lui, abbiamo capito che cosa stava dentro di noi: «Chi conosce Te, conosce sé», diceva sant’Agostino9.
Prima risposta. Manca la seconda. Tu mi dici: «Perché parti negando il senso religioso come prima cosa, mentre tutta la nostra educazione è avvenuta sul senso religioso?». Perché per conoscere il senso religioso e per sviluppare il senso religioso abbiamo dovuto incontrare qualcheduno: senza questo maestro non ci saremmo capiti. Perciò posso dire a Cristo: «Tu sei proprio me». «Tu sei me» glielo posso dire proprio perché, sentendo Lui, ho capito me stesso. Mentre, chi cerca di capire se stesso riflettendo su di sé, si disperde in miriadi di sentieri, in miriadi di idee, in miriadi di immagini.

Mentre a chi dice: «Ma, allora, Cristo è tutto in tutti», la risposta è quella che dai a pagina 4110, quando dici che il potere del Risorto si manifesta secondo i disegni del Padre e noi per adesso siamo chiamati a prevedere quel momento nella domanda «Vieni, Signore Gesù». 
«Cristo tutto in tutti»11 è una formula per indicare la varietà dei modi con cui il mistero del Padre fa venire l’uomo a conoscenza di chi è Cristo. Tanti Lo conosceranno alla fine, dovranno aspettare fino alla fine. E non è detto che siano di più quelli che Lo conoscono oggi di quelli che Lo conoscevano ieri. Ricordatevi di come Solov’ëv descrive la fine del mondo: l’Anticristo sta per ammazzare gli ultimi cristiani, ma Cristo scappa davanti e lo vince12. Proprio quel punto lì è la differenza tra noi e tutta la teologia che domina oggi.
Insomma, Zaccheo poteva essere un ateo accanito, cinico. Era salito a vederlo sulla pianta per curiosità. Quando si è sentito dire: «Zaccheo»13, si è sentito chiamare «Zaccheo» in modo tale che è “crollato”. Allora ha incominciato a capire chi era lui stesso, capisci? È un incontro.
Del resto, l’incontro cristiano porta a galla quella che dovrebbe essere la prima verità sul mondo. Il primo incontro, per sé, dovrebbe essere il mondo: se tu nascessi con la coscienza dei vent’anni, lo stupore di questa realtà è l’incontro con l’essere. Annamaria, hai letto il paragone14? Immaginati di uscire dal seno di tua madre con la coscienza che hai a vent’anni: appena apri gli occhi, sei stupefatta da quello che si chiama essere, la realtà. Questo è un incontro, il primo incontro. Tutti vivono senza lo stupore di questo primo incontro, come se fosse una cosa ovvia; e perciò godono di meno anche della natura, godono di meno del tempo e dello spazio, godono di meno della realtà.

Da L’autocoscienza del cosmo – BUR 2000

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