Ripensando alla resurrezione: “bisogna rimanere attaccati ai dati”

Da Tempi.it un articolo pubblicato la prima volta il 10 aprile del 1996

Ripensando alla Resurrezione

Con questo titolo e servizio di copertina l’autorevole magazine americano Newsweek interviene sul contenuto essenziale della fede cristiana. Ecco, in esclusiva per Tempi, la replica di uno degli studiosi spagnoli le cui ricerche hanno recentemente riaperto il dibattito sulla storicità dei Vangeli.

Julian Carron*

Nell’insieme il servizio di Newsweek non mi sembra male. È un semplice resoconto delle opinioni conosciute. C’è solo un’osservazione da fare: rimane nell’aria l’opposizione tra fede e storia. La storia non può chiarire nulla, dicono i nostri amici giornalisti. Alla fine è solo la fede che decide sulla base delle scritture. Ciò sembra ribadire il luogo comune secondo cui la ragione è disarmata davanti alla proposizioni della fede. Da questo punto di vista l’articolo ricorda il servizio di copertina di Time dello scorso Natale in cui si discuteva sulla storicità del Nuovo e dell’Antico Testamento. La ragione è sospesa, la fede non ha nulla a che vedere con essa. Di qui un implicito rinvio della fede alla sfera dell’irragionevolezza.

Cosa si può suggerire ai nostri amici della stampa? Che il punto di partenza per ogni indagine che voglia essere tale è la realtà; bisogna rimanere attaccati ai dati. Pensiamo e ripensiamo pure quanto vogliamo, ma facciamolo a partire dal dato storico. E vero: la fede non è il risultato di una ricerca storica. Ma una vera ricerca storica elimina gli ostacoli accumulati da un certa ricerca fatta a partire da una idea di storia e di ragione illuministica.

Qual è dunque il dato storica sotto osservazione? L’annuncia della fede della resurrezione di Gesù nel secolo primo della nostra era. Questa è un punto inconfutabile. Ora, questa annuncia pone un problema alla storia: come è sorta questa fede? Per rispondere in moda adeguato a questo interrogativo siamo costretti a prendere in considerazione il contesto storico in cui questa fede è nata. Ma se per gli ebrei l’affermazione della divinità e della resurrezione di Cristo è una blasfemia, per i greci è ripugnante, questo significa che quella fede non può essere stata un’invenzione. Eppure la testimonianza della resurrezione di Gesù viene propria da lì, all’interna del giudaismo. Non abbiamo testimonianze di quando è nato Gesù. I vangeli non descrivono il fatto, lo affermano. Ugualmente per la resurrezione, noi sappiamo della resurrezione attraverso la testimonianza degli apostoli a cui Gesù è apparso. Queste apparizioni non possono essere state inventate per la stessa ragione detta precedentemente. Come poteva nascere una fede così e la testimonianza della resurrezione in un gruppo di giudei, se proprio i giudei non potevano neanche ammettere una resurrezione nel mezzo della storia? La resurrezione per gli ebrei avviene infatti alla fine della storia. Come è possibile che giudei del secolo primo possano avere affermato e annunciato a tutto il mondo la fede e la resurrezione?

Questo è il problema a cui la ragione, prima ancora della fede, è chiamata a rispondere. Anche perché andando avanti nei secoli, lontano dal dissolversi, il problema si ingigantisce. Infatti, come ha scritto il filosofo marxista Ernst Bloch citato da Newsweek, «non fu la moralità cristiana che conquistò il paganesimo romano, ma l’annuncia della resurrezione di Gesù». Se conquistò l’impero romano è perché era un fatto che si dimostra attraverso i fatti.
* docente di sacra scrittura presso il Centro studi teologici san Damaso di Madrid e, nella stessa capitale spagnola, direttore dell’Istituto di filologia classica ed orientale San Giustino.

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