“Per questo noi valiamo e questo è il nostro compito nel mondo”

Ora, tutte le azioni esprimono quello che siamo. Perciò, questo è il motivo, il movente, il criterio, e questo è l’annuncio, il messaggio di ogni nostra azione: ciò che lui è per noi, non perché siamo capaci di fare qualche cosa da soli, come diceva san Paolo, non per le opere di giustizia che noi facciamo, ma per la misericordia con cui ci ha trattati. Per questo noi valiamo e questo è il nostro compito nel mondo: siamo stati scelti a portare questa misericordia; non innanzitutto come parola, se non come espressione della coscienza che abbiamo di noi stessi. Testimoniamo questa misericordia nella misura in cui portiamo coscienza che la nostra sostanza è lui (“omnia in ipso constant”, dice san Paolo). Pensiamo al primo capitolo del Vangelo di Giovanni. La sostanza di tutte le cose è Lui; ma noi siamo coloro, tra gli uomini, che sono stati scelti a capire queste cose definitive già da ora, nel tempo; siamo stati fatti parte del suo mistero, perciò questa realtà definitiva delle cose a noi è già nota. Ed è questo il compito: che portiamo questa notizia agli altri: “Andate per tutto il mondo e predicate questo evangelo, questo annuncio a tutte le creature”.

Allora, tutti gli spunti attraverso cui Dio ci sollecita, tutti i rapporti in cui Dio ci impegna, altro non sono che i sentieri di Dio per questo nostro annuncio. È esattamente questo il concetto di “povertà”, che costituisce il sentimento proprio e fondamentale del cristiano.

Là dove la persona è cristiana, cioè vive con la coscienza che la sua consistenza è un Altro (un Altro in essa: “Il mio vivere è Cristo”), con la coscienza che la sua consistenza, la consistenza dell’avvenimento del suo esistere, è l’esistere in essa di un altro, è l’avvenimento di Cristo che le si comunica attraverso il lungo mistero suo nel mondo, attraverso il mistero della Chiesa, corpo mistico di Cristo, il sentimento che domina la vita è la povertà. Là dove una persona vive questa coscienza, vive se stessa con questa autocoscienza – il contenuto della nostra autocoscienza è il suo mistero in noi: “Per me vivere è Cristo”; tanto è vero che il nostro nome più profondo non è il nostro nome e cognome, ma il suo: “cristiano” -, allora il sentimento della vita, il sentimento che determina l’atteggiamento della vita, la moralità (perché “moralità” vuol dire: atteggiamento da cui si genera l’azione, da cui nasce l’azione, che determina l’azione), l’atteggiamento fondamentale è la povertà.

Questa povertà è definita in un modo mirabile ed esistenziale da san Paolo, nella Seconda Lettera ai Corinti, capitoli 5 e 6. “Tutto questo viene da Dio… Vi esortiamo altresì a non ricevere invano la grazia di Dio”. Cos’è questa grazia? È l’avvenimento di Cristo, “egli infatti dice: al momento favorevole ti ho esaudito, nel giorno della salvezza ti ho soccorso; ecco ora è il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza”. Ma c’è un altro pezzo di san Paolo, della Prima Lettera ai Corinti, al capitolo 7, in cui questa povertà è definita in modo ancora più chiaro: “Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero…”. Questo “come se” è veramente la formula della povertà cristiana. Il brano della Seconda Lettera ai Corinti è come il riflesso psicologico del brano della Prima, che descrive invece l’atteggiamento morale. Anzi, esso indica il livello ontologico di cui quello che abbiamo letto prima è il riverbero psicologico. Il primo brano indica la libertà, la sicurezza libera, la gioia, la pace (la vera parola è “pace”, la parola che ha usato Cristo) con cui vive il cristiano. Questo secondo, invece, indica il distacco, la povertà, nella sua origine. Tendendo l’occhio al termine della nostra fede, a Cristo, a Cristo che ritorna, è come se scivolasse via tutto quello che uno fa, perché tutto quello che uno fa è un passo solo verso Cristo che ritorna. Siamo – questa è la povertà dell’uomo cristiano – come tesi fra una grazia che ci origina, nel senso letterale della parola, che ci fa nascere (vedi Nicodemo), che ci dà un essere nuovo, e la manifestazione di questo essere nuovo che già siamo. Questo è la nostra esistenza. Il nostro essere è l’alleanza di Dio con noi, non più nell’ombra che meravigliava in modo così affascinante Abramo, ma nella realtà definitiva di Cristo risorto: “Tutto quello che io sono ve l’ho dato”; nella realtà definitiva di Cristo risorto siamo già figli di Dio: anche se non appare ancora quello che siamo (Gv 1, 12).
“Fratelli, già siamo stati fatti salvi, siamo già salvi nella speranza”. E la speranza è per l’emergere, il manifestarsi di quello che già abbiamo. Per san Giovanni l’attesa del cristiano non è rivolta a beni che verranno, ma al manifestarsi di un bene di cui è già possidente, perché, avendoci dato Cristo suo figlio, che cosa, con Lui, il Padre non ci ha già dato? Per questo il cristiano non è più giudicato da nessuno, non teme il giudizio: “Nessuno più ci può condannare, nessuno più può giudicarci” (Cfr. Rm 8, 31-33).
Dunque, la nostra vita è tesa fra questa grazia che ci dà di essere nuovi, che ci dà un’ontologia nuova (partecipazione a Cristo, a Cristo risorto: siamo con-risorti con lui, come dice san Paolo); fra questa alleanza definitiva, la nuova ed eterna alleanza, e la realtà di questo nuovo essere che ci viene dato dall’alleanza di Cristo, di Dio con noi, attraverso Cristo. Da questo nuovo essere che ci dà l’alleanza, si sprigiona allora un atteggiamento solo, che è quell’attesa che si manifesti quello che siamo. Tutta la nostra esistenza, come tutta la storia, è l’attesa del manifestarsi di quello che già siamo. La storia è l’attesa che si manifesti Cristo risorto, che già è; la definitività già è presente nella terra della storia, e la nostra esistenza è tutta protesa a che si manifesti quello che già siamo.

Allora, tesi fra questi due poli, la nostra vita è veramente povera, perché la sua speranza non è in nulla di quello che fa e il giudizio di valore non è poggiato su nulla di quello che fa: il nostro giudizio di valore, la nostra speranza è poggiata solo su quello che Dio ha fatto in noi, sull’alleanza che ci ha data; la speranza è sul manifestarsi di questa alleanza.

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani nella casa di Noviziato delle Piccole Sorelle dell’Assunzione, divenute nel 1993 Suore di carità dell’Assunzione – Roma, 10 marzo 1970) 
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