Nostalgie sessantottine?

Un articolo della mia amica Maria Acqua Simi per Il giornale del Popolo

I No TAV e quelle proteste che ricordano tanto il '68

Linea Torino-Lione
 
I No TAV e quelle proteste che ricordano tanto il ’68 – Ma il progetto in Val di Susa è buono e necessario

Val di Susa, Italia, 1870. La gente è in festa per l’inaugurazione del Traforo ferroviario del Frejus, che per la prima volta permette di collegare la ferrovia Torino-Bardonecchia con la Francia. Ci sono le autorità, i bambini tenuti per mano dalle mamme. I padri, non tutti perché molti sono al lavoro, indossano il cappello buono. Quello della domenica. È un evento: la ferrovia valsusina assume una rilevanza internazionale, collegando la Pianura Padana con l’Europa occidentale.
Un secolo dopo, lo scenario è ben diverso. Un migliaio di manifestanti, con il volto coperto e le spranghe negli zaini, bloccano i lavori per la TAV, la linea ad alta velocità che collegherà Torino e Lione e che andrà a sostituire l’attuale linea, obsoleta e non ammodernabile.

Chi sono gli anti TAV
Siamo sempre in Val di Susa. Uno di loro, Luca Abbà, sale su un traliccio. Urla contro i poliziotti che cercano di arginare le proteste, incita gli attivisti «a resistere». Innalza il pugno chiuso: «Mi appendo ai fili della corrente», minaccia. Ma cade, viene fulminato dai cavi e finisce in ospedale. È uno dei tanti che animano gli scontri. Come quel ragazzo di 28 anni ripreso da “Corriere.tv” mentre insulta un carabiniere faccia a faccia: «Pecorella, vuoi sparare? Vuoi ammazzarmi? Fallo». Il carabiniere non risponde. Rimane impassibile di fronte agli insulti che sono come sputi. Trenta tra i suoi colleghi sono stati feriti, questa settimana, lo sa. Ma rimane al suo posto. I No TAV non sono semplici cittadini della valle arrabbiati per i lavori, la confusione e il trambusto che i cantieri di questa nuova tratta ferroviaria potrebbero portare.
Come nel Sessantotto
Tra loro c’è di tutto: no global, anarco insurrezionalsiti, antagonisti e singoli ribelli. Alla mente tornano le manifestazioni del Sessantotto, dopo l’autunno caldo. Ieri Giampaolo Pansa ricordava sulle colonne del quotidiano “Libero”: «Quando si muovono masse imponenti di giovani – come fu nel Sessantotto, quando dalla moltitudine dei movimenti emerse un grumo di violenza armata: le Brigate Rosse – prima o poi viene a galla una minoranza pronta a tutto. Dapprima ad azioni dimostrative, poi alle rapine e ai sequestri lampo, infine agli omicidi. Il fanatismo degli anti TAV produrrà gli stessi effetti? Mi auguro di no».
Un primo modo di mettere ordine nella confusione creata dalle proteste degli attivisti è analizzare “contro” cosa manifestano. Perché quel che manca, in queste giornate di fortissima tensione, è l’informazione.

Cosa viene contestato
Uno dei punti più contestati è “lo scempio ambientale” che i lavori porterebbero. Mario Virano, Commissario Straordinario per il coordinamento delle attività finalizzate agli approfondimenti di carattere ambientale, sanitario ed economico relativi all’asse ferroviario della Torino-Lione, spiega con dati tecnici in cosa consiste la TAV. «È un tunnel di base, identico a quello che è in corso di ultimazione al San Gottardo», dice. «Un tunnel lungo 57 chilometri, di cui 45 sono in territorio francese e solo 12 in territorio italiano». Virano spiega in un’intervista che gli unici due Comuni italiani toccati dai lavori, Chiomonte e Susa, sono favorevoli. «Quelli che si oppongono non sono interessati da nessun lavoro». E sugli slogan degli anti TAV “contro l’inquinamento acustico e non”, risponde: «È un’osservazione priva di fondamento perché i treni passeranno in galleria. Anzi, in due gallerie separate, una diretta verso la Francia e una verso l’Italia. Quanto alla tossicità, il passaggio dei camion, attualmente, è molto più dannoso dell’alta velocità».
Ma i manifestanti se ne infischiano: gridano, incitandosi a vicenda, che gli scavi porterebbero alla luce quantitativi di uranio sepolti in profondità e che questo farebbe ammalare migliaia di persone e poco importa che sia già stata istituita una Commissione che vigila sull’inquinamento, anche quello nucleare, in via cautelare. Il popolo dei No TAV non vuole sentire ragioni e, senza ragioni, ha pestato singoli giornalisti e troupe televisive che si erano recate sul posto per documentare gli scontri. Non contento di aver bloccato l’autostrada A32, due giorni fa ha presidiato le piazze di Torino, Milano, Firenze e Roma con episodi di violenza diffusi.
La questione delle questioni contro cui si batte? Ovviamente economica. I No TAV non ritengono che l’opera sia conveniente. La giudicano «dispendiosa», «uno spreco di risorse» e documentano il tutto con studi su costi delle infrastrutture, traffico delle merci e via dicendo, garantendo che la povertà aumenterà. Insomma, l’investimento non s’ha da fare. Eppure, spiega ancora Virano, ci sono anche contributi europei in gioco. Che, se continuano le barricate, rischiano di sfumare. «La Svizzera, con soldi propri e senza contributo europeo né condivisione con altri Paesi, ha deciso di realizzare due gallerie: il Lötschberg e il San Gottardo, quando aveva complessivamente – fra strada e ferrovia – 20 milioni di tonnellate di flusso annuale. In Italia ne contiamo 40 milioni, stabili da anni».
Quello della TAV risulta un investimento sensato, dunque, e supportato dagli aiuti UE. Ne è convinta la maggioranza della popolazione della Val di Susa. Costretta però a lasciare terreno e spazio a una minoranza di violenti che, da una parte all’altra del Paese, protesta ideologicamente. Solo per il gusto di andare “contro”. Senza ragioni.

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