«Sto disegnando un ritratto di Dio».

Da Tracce:

Fare il ritratto a Dio

di Alessandro D’Avenia

02/03/2012 – Occorreva che Dio si facesse carne perché imparassimo a credere alle cose della carne. Si è fatto uomo perché imparassimo a credere nell’uomo. Lo scrittore Alessandro D’Avenia si confronta con il percorso della Scuola di comunità

In una classe elementare c’è una bambina di sei anni che non presta mai attenzione, tranne che quando si disegna. Quando viene il momento di disegnare la bimba è capace di acciambellarsi sul foglio lasciando tutto il resto del mondo fuori. La maestra le chiede cosa stia disegnando e la bambina senza guardarla, ma continuando a disegnare le risponde: «Sto disegnando un ritratto di Dio». La maestra, stupita commenta: «Ma nessuno sa a cosa somigli Dio». La bambina risponde: «Lo saprà fra un minuto».

Questa storia mi sembra rappresenti magnificamente l’introduzione al percorso sul senso religioso. Questa bambina cerca Dio e lo fa attraverso il suo talento: il disegno. Il resto non le interessa. E lei sa che può riuscire a ritrarre Dio, a dispetto della diffidenza della maestra. Il senso religioso di quella bambina è vivo e autentico. Lei crede, perché crede nel disegnare e nel disegnare pone le domande ultime di ogni cuore umano.

«Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?» (Gv 3.12). Non c’è frase del vangelo che forse io ami di più di questa. Non c’è frase del vangelo che spieghi meglio di ogni altra cosa sia il senso religioso. Come dice la stessa parola si tratta di un vero e proprio senso, come i cinque sensi, ma con il pregio di riunificare in uno spazio unico: sensi, cuore, mente. Gesù si lamenta con i suoi interlocutori della loro incapacità di credere alle cose della terra, prima ancora di quelle del cielo, e della impossibilità di spiegare quelle del cielo senza aver prima creduto a quelle della terra. Come si può far crescere la vita dello spirito se prima non si abbraccia con fede assoluta la terra? In fondo Cristo stesso è questa risposta. Si fa carne perché impariamo a credere alla carne. Si fa uomo perché impariamo a credere nell’uomo.

Spesso i miei alunni si stupiscono quando parlo della fede in termini di conoscenza di un amico, di un amore profondo per una persona. Se non si ha “il senso” della relazione con Dio la fede è ridotta a morale, condotta, prassi. In fondo è impossibile credere perché non si vede, non si tocca, non si annusa Dio. Hanno ragione. Ma il loro punto di vista è ristretto. Non hanno ancora scoperto che per credere in Dio bisogna prima credere alle cose della terra. Se non credi nei tuoi talenti, nella tua capacità di ragionare, di amare, se non ti appassioni a qualcuno e a qualcosa, come puoi mai accedere alle domande ultime che poi aprono la strada alla vita dello spirito.

Spesso viviamo la fede come una serie di pratiche che ci consentono di essere buoni. Invece la vita dello spirito è molto più reale della rivista che avete in mano. È la presenza della vita della Trinità in noi e di noi dentro quella vita. Senza questa realtà non avreste in mano quella rivista, perché non ci sareste. Tutto questo è così vero e radicale che non lo vediamo. Come l’aria che respiriamo: diamo per scontato che ci sia, ma senza non potremmo vivere. È proprio quando le cose diventano ovvie che abbiamo smesso di porci domande su di esse.

La vita dello spirito ha le sue leggi come quella del corpo. Ha bisogno di essere nutrita e accudita. Ma questo per noi fatti di corpo, di un corpo spiritualizzato, o di uno spirito nella carne, è possibile solo attraverso il corpo e la carne. Per questo abbiamo bisogno di credere alle cose della terra, perché sono l’unica via di accesso al senso religioso.

“Senso” in italiano vuol dire non solo “apparato sensoriale”, ma anche “direzione” e “significato”. Chi non crede nelle cose della terra, non arriverà mai a cogliere il significato delle cose della terra, né tanto meno a cogliere la direzione da dare ad esse e alla propria vita immersa in esse.

«Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita in senso non ce l’ha». Così cantava Vasco qualche anno fa. Trovare il senso alla vita è usare i sensi per credere alla vita, solo così le cose della vita, il suo essere così attaccata a me da darla per scontata, si aprirà al significato che essa ha e mi catapulterà nella domanda di ogni pastore errante su questa terra: ed io che sono? Solo i sensi aperti al dialogo con la Luna, il suo credere alla Luna e ai suoi movimenti regolari, lo costringono alla domanda sul senso delle cose. Ecco che il senso religioso, una specie di orecchio, naso, occhio, pelle, lingua interiori coglieranno la risposta di una creazione che è dono, di una carne che è tempio della Trinità, la risposta capace di dare una direzione, un senso, a quella vita.

La vita ha senso proprio perché non glielo diamo noi, ma perché emerge da sé stessa, dal dna che la Trinità ha impresso nelle cose. Ogni cosa, ogni persona dice: io sono dono per te. Ogni cosa ogni persona dice: io voglio essere amata. Ma riusciremo a non sospettare delle cose, delle persone, della realtà, di noi stessi? Riusciremo a credere nelle cose della terra? Solo questa fede a tutti accessibile ci porterà a credere nelle cose del cielo.

Per questo Giussani può dire nell’introduzione del volume secondo del PerCorso: «Tutti gli impeti con cui l’uomo è spinto dalla sua natura, tutti i passi del moto umano – moto cosciente e libero –, tutti questi passi, cui lo slancio originale induce l’uomo, sono determinati, resi possibili e realizzati in forza di quell’impulso globale e totalizzante che è il senso religioso…» e la vita umana «risulta perciò progetto sviluppato da quell’impeto globale, del senso religioso».

Noi siamo chiamati alle domande ultime come quella bambina e troveremo risposta attraverso il nostro disegnare, attraverso quello che siamo e amiamo. Attraverso le cose della terra crederemo e faremo il ritratto a Dio. E scopriremo che era un autoritratto.

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