Partirono per chiedere conto a Dio di tutto

Propongo una pagina struggente tratta da un  racconto di Lagherkvist che ho letto nel ’92 e da poco ho riletto.

Siamo nel regno dei morti. Tutti sono seduti e immobili e a turno ognuno ricorda nel silenzio più o meno interessato degli altri, qualche episodio della sua vita terrena. E’ così da secoli, da millenni. E vediamo i vari tipi di uomini che parlano della propria avventura umana con voce quasi atona. Ma il loro stare immobili nell’oscurità in attesa che l’eternità trascorra, se in un primo momento incuriosisce, poi diventa quasi insopportabile per il lettore. Fino a che:

Ma ecco in mezzo a loro si alzò un uomo.
Per tutta l’eternità anteriore non era mai accaduto che qualcuno si alzasse,
che qualcun si modificasse, diventasse diverso. Lo guardavano meravigliati. Il viso era acceso di passione, come bruciato dal fuoco, gli occhi fiammeggiavano nell’oscurità. E l’uomo non parlò come gli altri, parlò con violenza; le parole si susseguirono impetuose:

“Che cos’è l averità? Diteci, che cos’è la verità?
questa vita che noi viviamo, è soltanto confusione, soltanto ricchezza illimitata. E’ troppo. E’ un troppo, che noi non possiamo capire: riusciamo soltanto a vedere  la piccola parte nostra che è minuscola. D’altro canto ciò che è grande è troppo grande. Lottiamo e lottiamo, ognuno per conto suo, cerchiamo e cerchiamo, ma ognuno non trova che se stesso. Sediamo solitari in uno spazio senza fine, e la nostra solitudine chiama nel buio. Non possiamo essere salvati, siamo troppi. E non troviamo una strada che tutti si possa seguire.
La vita è dunque sempre uno solo di noi? Non è mai noi tutti, non è mai qualcosa di così certo da permetterci di appoggiare la testa ad essa ed essere felici? Non è mai unica e identica? Non è mai semplice come una vecchia madre che ogni giorno dice le stesse parole al suo bimbo, sentendo di volta in volta sempre più forte il suo amore? Non è mai una casa, dove noi tutti ci si possa riunire formando un’unica famiglia? E’ forse così grande che noi mai riusciremo a concepirla? Mai, in tutta l’eternità! Soltanto meditare, meditare ognuno a suo modo, vedere che tutto è inghiottito da un buio dove non intravediamo niente.
Io non posso sopportare che la vita sia così grande! io non posso sopportare che sia sterminata. Non posso sopportare la mia solitudine in uno spazio che non ha fine.
Voglio cercare dio, ciò che è sempre vero.
Andiamo in cerca di dio, chiediamogli conto del fatto che la vita è così disorientante. Raduniamoci tutti, e partiamo: cerchiamo dio, per ottenere finalmente una certezza”

Lo ascoltavano intenti. Aveva parlato in modo da affascinarli. Aveva toccato in loro qualcosa che ognuno sapeva di possedere, nascosto al fondo dell’essere, e che doleva a un contatto.
Prima non avevano sentito in modo così profondo l’infelicità della vita, alcuni non l’avevano sentita affatto. Ora finalmente si destavano alla coscienza di tutto. Ora tutti capivano quale disperato groviglio fosse la vita, e come essa fosse così immensa da non concedere pace ad alcuno, non al più felice, non al più ricco: la vita per l’uomo era senza basi, senza un terreno saldo, senza verità. Ora capivano come fosse avvilente vivere come vivevano, senza sapere, senza realmente credere. Capivano a quale disperata solitudine fosse condannato ognuno, in mezzo all’impenetrabile oscurità. E capivano che a ciò bisognava metter fine, che dovevano partire in cerca di qualcosa d’altro, di qualcosa che valesse per tutti (…)

Senonché alcuni pensavano: esiste dunque realmente un dio? Uno disse: “Se anche esiste un dio, io ho la sensazione che non ne esiste uno per me”. Un altro dichiarò: “Anch’io ho la sensazione che per me non esista alcun dio”. Colui che aveva parlato con fervore rispose: “Un unico uomo non può desiderare di avere un dio; ma per noi milioni bisogna che un dio esista”. A queste parole tutti credettero e si alzarono per seguirlo, per chiedere a dio conto della vita incomprensibile.
(…)
Sentivano che, in tutta la confusione e la molteplicità della vita, qualcosa li teneva finalmente uniti:la loro infelicità, la loro abissale miseria. Sentivano la profondità della loro disperazione, e sentivano che essa li univa, e se ne inebriavano. La percepivano come una forza possente, la forza dell’essere umano, che erompeva dalla loro anima in tumulto, e questa sensazione li inebriava. I felici si domandavano come avesere potuto essere felici. Gli infelici rimpiangevano di non esser stati ancora più infelici.

Guidati dall’oratore appassionato, partirono per chiedere a dio conto di tutto.

 P. Lagerkvist; Il sorriso eterno, Iperborea. (Pagg.65   e ss.)

Annunci
Articolo precedente
Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: