La pretesa cristiana

Rilancio molto volentieri la bellissima notizia con le parole del mio amico Berlicche:

Ciò che rimane

by Berlicche

Come forse saprete già, è iniziato il processo di beatificazione di Don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione.
Non dubito affatto che andrà a buon fine. Il “Gius” è uno della dozzina o più di santi che per mia fortuna ho incontrato personalmente. Era evidente cosa lo muoveva.

Proprio all’inizio del suo libro “All’origine della pretesa cristiana” Giussani – sulla scorta di Julien Ries e Rudolph Otto – osserva* come dal sacro, cioè dalla percezione del “totalmente altro”, nasca la scoperta del santo, cioè di come l’adesione a quel sacro faccia apparire tutto il resto senza valore.
Ecco: il santo è chi sa guardare oltre la cortina grigia del reale e ci indica come tutte le cose possano trasformarsi, come tutto possa splendere di luce, soprattutto la nostra vita.
E ce lo indica perché è evidente in lui.

“Evidente”: qui bisogna intendersi. Una caratteristica dei santi è di essere stati spessissimo incompresi e perseguitati, lo accennavo qualche tempo fa. Padre Pio, Josè Maria Escrivà, don Bosco, per citare solo i primi che mi vengono alla mente, sono stati lungamente “trattati male” dai loro superiori. Giussani è stato allontanato da quanto aveva fondato, mandato a studiare all’estero, e non parliamo di quanto accaduto al suo movimento.
Sono giunto alla conclusione che questa sia proprio una caratteristica della santità. Riceve colpi da due parti. Da un lato da chi al sacro si oppone, lo combatte, cioè quel male che è reale e la cui più grande forza è farsi sottovalutare. E dall’altro lato da chi anche in buona fede non riesce a comprendere che il santo è altro da quello che ci si aspetta, ed è proprio per questo che è santo. Il vero male spesso usa l’insopprimibile piccineria umana per cercare di spegnere ciò che è grande, usando le armi dell’abitudine, del conformismo, della gelosia.

Il santo, il vero santo, però rimane fedele. Nella Bibbia c’è la frase “li ha saggiati come oro nel crogiuolo “; e ancora, “Il crogiolo è per l’argento e la fornace per l’oro, ma chi prova i cuori è il Signore”. Chi persevera nonostante le prove alla fine emerge come metallo purissimo, che tutti realmente possono apprezzare. Perde per strada tutte le impurità, perché solo l’essenziale resta.
E mi viene in mente che può valere anche il viceversa: cioè che solo dove c’è la Grazia che costruisce alla fine l’edificio resta in piedi.
Dov’è solo progetto umano, solamente orgoglio, le fondamenta sono deboli e crollano. E niente rimane.

Ciò che rimane è ciò che vale.

*Osserva Julien Ries: «Con la sua celebre analisi delle modalità dell’esperienza religiosa Rudolf Otto, teologo e storico delle religioni, mette in luce le tappe e il contenuto di quest’esperienza: sentimento di creatura in presenza del mysterium tremendum e fascinans espresso dalle parole qadosh, hàgios, sacer. In questo approccio, l’uomo coglie una prima faccia del sacro, il numinoso, l’essenza numinosa, l’anyad eva, il “tutt’altro”. Questa prima scoperta sfocia su una seconda, vale a dire la scoperta del sanctum, il valore numinoso, seconda faccia del sacro, in presenza della quale il profano appare come un non-valore e il peccato come un anti-valore. Qui ha origine
la religione, che è essenzialmente rapporto dell’uomo con il sacro, scoperto come numinoso e come valore numinoso»
(J. Ries, il sacro nella storia religiosa dell’umanità, Jaca Book, Milano 1995, p. 80)
(“All’origine della pretesa cristiana”, Rizzoli, pg 13).

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2 commenti

  1. «…La conversione è passare dal puntare l’occhio su di sé al puntare l’occhio su Cristo…»
    [don Giussani]

    Buona Quaresima, con tutto il cuore (di pizza)!

    Rispondi

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