La virtù dell’amicizia

Il 22 febbraio 2006 mi trovavo in ospedale con la gamba in trazione per una brutta frattura  e sapevo che avrei dovuto aspettare un’altra settimana in quella posizione tremendamente scomoda. Ma i medici mi dissero che mi avrebbero messo il gesso in anticipo, il giorno stesso. Telefonai subito alla mia amica T. che mi ricordò che quello era il primo anniversario della morte di don Giussani. Allora capii…. capii che – non perché io l’avessi invocato o perchè me ne fossi ricordata -, lui aveva voluto ricordarmi che mi proteggeva e che cercava di alleviare  le conseguenze di quello svenimento per me misterioso del 2 febbraio (altra data importante).

Si avvicina il settimo anniversario di quella morte e il don Gius, come lo chiamano gli amici, è più vivo che mai in coloro che desiderano seguire il percorso di fede che porta a Cristo e alla sua Chiesa e voglio ricordarlo con un piccolo dossier e un articolo proposto da Tempi che da oggi sarà nelle edicole: 

Don Giussani e l’accento umano di Cristo

In queste pagine don Francesco Ventorino presenta il suo libro Luigi Giussani, la testimonianza di un rapporto di amicizia vissuto per quarantacinque anni con il fondatore di Comunione e Liberazione, scomparso il 22 febbraio del 2005. Ventorino, già ordinario di Storia e Filosofia nei licei, è docente emerito di Ontologia e di Etica presso lo Studio teologico San Paolo di Catania. Intorno
a lui, proprio a Catania, è nata la comunità siciliana di Cl, una delle prime realtà del movimento fuori Milano.

Questo libro, Luigi Giussani. La virtù dell’amicizia, che ha voluto essere come un rendimento di grazie a don Giussani, è la testimonianza di un amico, è il racconto di una storia, è la riflessione embrionale su una metodologia apologetica del cristianesimo, fondata su una concezione unitaria dell’uomo, dove fede e ragione sono amiche, anzi la prima è il compimento gratuito della dinamica dell’altra, dove soprannaturale e naturale si uniscono nell’unica destinazione dell’uomo storico, che è la visione di Dio. Ma soprattutto sulla convinzione che il cristianesimo non ha bisogno di altre ragioni o argomenti, per giustificare l’adesione ragionevole e libera dell’uomo, che se stesso. Infatti è nell’incontro cristiano che si palesa in modo immediato la sua corrispondenza a tutte le esigenze umane e si impone per la sua bellezza, cioè per lo splendore della sua verità. È per questo che – secondo don Giussani – all’origine della fede non ci sta un ragionamento, ma la grazia dell’avvenimento di un incontro.

Nel 2001, cioè pochi anni prima della sua morte, don Giussani avrebbe sintetizzato così il suo pensiero circa l’inizio della fede: «Non è il ragionamento astratto che fa crescere, che allarga la mente, ma il trovare nell’umanità un momento di verità raggiunta e detta. È la grande inversione di metodo che segna il passaggio dal senso religioso alla fede: non è più un ricercare pieno di incognite, ma la sorpresa di un fatto accaduto nella storia» (prefazione a All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, p. VI). Ecco perché il carisma di don Giussani è ultimamente irriducibile a qualsiasi concettualizzazione metodologica o teologica, perché esso consisteva nell’offrire nella sua umanità «un momento di verità raggiunta e detta», cioè nel rendere presente ed evidente nella propria umanità tutta la bellezza e la convenienza dell’essere cristiani. 

Nel mio libro si narra la storia di un rapporto con lui nel quale fin dal primo momento c’è stata da un canto da parte mia la tentazione di “oggettivare” il suo metodo per gestirmelo poi “in proprio” e nello stesso tempo l’evidenza che questo metodo io l’avrei imparato soltanto dentro una sequela perenne nei confronti della sua persona. «Non un criterio da apprendere – avrei detto in seguito, riscuotendo tutta la sua approvazione – ma uno sguardo che non si finisce mai di imparare». È per questo che il mio rapporto con don Giussani è stato sempre caratterizzato da una drammatica tensione, di “resistenza e resa” che si sono alternate fino alla fine, fino alla resa finale.

Da questa “natura personale” del metodo cristiano, che lui era e che lui proponeva, deriva che esso non può essere tramandato se non attraverso la testimonianza di coloro che hanno vissuto con lui e che in qualche modo da questa familiarità sono stati segnati e recano nella loro carne i segni di una figliolanza che consiste nel portare in se stessi la stessa forza persuasiva del cristianesimo che era propria della sua umanità.

Il carisma – ripeteva spesso don Giussani – costituisce il nostro volto, il volto cristiano di ciascuno di noi, l’accento umano che ha preso il cristianesimo in ciascuno di noi e che in qualche modo costituisce la nostra personalità. Al carisma si possono applicare per analogia le parole di Hans Hermann Groër, che don Giussani ha fatto proprie: «Non esiste il cristianesimo, esistono solo persone che hanno incontrato Cristo» (L’attrattiva Gesù, Rizzoli, p. 8).

In questo senso il carisma è una “storia”, fatta da uomini che hanno affrontato la vita sociale ed ecclesiale con un gusto, un accento cristiano, che li ha resi originali protagonisti del loro tempo. La memoria di questa storia – lungi dall’essere un rifugio nostalgico nel passato – è condizione essenziale perché essa si ripeta originalmente nel presente e la fedeltà al carisma non si riduca, a lungo andare, ad un noioso citazionismo dei testi di Giussani o a una stucchevole analisi introspettiva, che ci si ostina a chiamare “esperienza”.

C’è un’ultima osservazione da fare. Concepito così il carisma ecclesiale, esso risiede in pienezza soltanto nel suo principio o nel suo fondatore. In tutti gli altri si riverbera secondo un’analogia che è misura di maggiore o minore partecipazione, come nelle diverse sfaccettature di un prisma. Esso pertanto si ritrova nella sua compiutezza soltanto in una comunione. Don Giussani diceva che lui aveva fatto il movimento con tutti quelli che Dio gli aveva fatto incontrare, nessuno escluso, anche se avvertiva che qualcuno di essi gli era stato messo come un bastone fra le ruote. Ma, riaffermava con convinzione, un movimento che escludesse uno solo di questi non sarebbe intero e perciò vero. Quante volte ho lottato con lui perché prudentemente ne escludesse qualcuno. Non c’è stato nulla da fare!

Non c’è comunione cristiana senza autorità, pertanto non ci sarà unità del movimento se non attorno a colui che di volta in volta sarà chiamato a succedere a don Giussani alla sua guida. Oggi costui, eletto secondo lo Statuto voluto dalla Chiesa, è don Julián Carrón. Ma la fraternità con le sue esigenze comunionali – come diceva don Giussani – deve essere la forma di ogni responsabilità all’interno del movimento, la «vera cellula creativa di tutto il movimento, a tutti i suoi livelli». Solo in questa unità di autorità e comunionalità sarà custodita la verità del carisma e sarà esaltata la forma che esso ha preso in ciascuno di noi e della quale ciascuno è personalmente responsabile.

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