«La libertà e l’istante»

L’ho conosciuta nel 1975 quando ero alla ricerca della verità e da allora siamo state amiche per il destino fino al 1994, quando ci ha lasciato per andare in missione in Cile e poi in Perù. Ed oggi vedo la sua intervista su Tracce

Intervista a Giuliana Contini, decano della Facoltà di Educazione dell’Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima

«Sono qui perché me l’hanno chiesto». Dopo aver lasciato le “sue” Dolomiti ed essere stata per undici anni in missione in Cile, nel 2005 è arrivata in Perù. Giuliana Contini insegnava Letteratura e Arte alla Pontificia Università di Santiago: «Credevo che ci sarei rimasta fino alla fine, che mi avrebbero seppellita lì. Invece sei anni fa don Julián Carrón mi ha chiesto la disponibilità a venire qui. Per me è stato un triplo salto mortale».

Perché?
Santiago è una città totalmente europea. E la Pontificia è una “super” Università con un campus in stile americano. Qui è tutto diverso. Anche per il tipo di lavoro per cui sono stata chiamata, come decano. Io non avevo nessuna conoscenza burocratica e amministrativa. Ma ho accettato e mi sono messa “dentro”.

Perché hai accettato?
Perché mi è stato chiesto. Ho sempre pensato che, se Dio chiede, la cosa più normale è dire . Non ho mai avuto il problema delle capacità o di “come andrà a finire”. Se Dio mi chiede e non ho motivo per dire di no, dico . Questo non ha significato che non sia stata dura: tutto è stato molto difficile per me. Innanzitutto, non fare solo il mio lavoro, insegnare, in cui mi sentivo sicura. E poi accettare di educare in un posto dove le condizioni di vita rendono il risultato sempre “sproporzionato”: nel senso che ti sembra che non serva a nulla. Ti sembra.

Come hai affrontato questo cambiamento?
Innanzitutto, ho tenuto presente quello che ho imparato in tanti anni e cioè che le circostanze sono sempre adorabili. A partire da questo, ho scoperto piano piano quello che veniva fuori. Il metodo che ho usato dal primo momento è stato quello di partire da ciò che intuitivamente so essere l’essenziale: l’aspetto educativo. Anche per questo, ho voluto mantenere l’insegnamento. Ora ho tre corsi: Antropologia religiosa, cioè Il senso religioso; un seminario di Letteratura; e un corso sui Grandi dell’Arte. Continuare a insegnare mi permette di conoscere “sul campo” i problemi.

Che cosa vedi accadere qui in Università?
Quello che mi colpisce di più ora è che un gruppetto di professori si sta identificando sempre di più con l’opera, con la missione dell’opera. Sono insegnanti peruviani: è molto importante questo aspetto, perché l’opera non può sostenersi sugli italiani, deve essere una cosa che vogliono loro. Io li provoco sempre: «Volete questo per i vostri giovani e per il vostro Paese, o volete che qualcuno lo faccia?». E vedo che loro si stanno assumendo le responsabilità e capiscono qual è il punto: quanto più le condizioni della vita qui sono difficili, tanto più quello che è esigito è l’essenziale. L’aspetto educativo, appunto.

Ma cosa significa concretamente che è «l’essenziale»?
Che gli studenti di qui vivano in mezzo a tante difficoltà è oggettivo. Ed è lo stesso per i professori: hanno anche altri lavori per sostenersi, hanno moltissime cose da fare, per cui non è scontato che assumano fino in fondo l’impegno che il lavoro qui implica, o che ne capiscano le proporzioni. Perché vuol dire studiare di più, approfondire, colmare le tantissime lacune che hanno. E anche accettare il fatto che noi non riusciamo a pagarli come altre Università per tutte le ore che effettivamente fanno. Ma alcuni si stanno coinvolgendo senza riserve con ciò che vale la pena: lavorare a fondo perché i ragazzi imparino ad amare ciò che gli viene insegnato. È l’immedesimazione con lo scopo di questo luogo: educare uomini liberi.

Vedi questo scopo realizzarsi?
Sì. Perché vedo uscire da qui uomini in cammino, che intuiscono da dove nasce la libertà.

Da dove?
Non è la cultura l’origine della libertà. L’origine è il senso: intuire che c’è un significato di tutto. Solo per questo uno può essere libero. La cultura è uno strumento. Di gente che “sa molte cose” ce n’è tanta, ma quello che devono intuire, percepire, è che c’è un senso di tutto.

Che cosa stai imparando tu?
Sto imparando la pazienza e la gratuità. Il fatto che ciascuno dà secondo l’intensità con cui il suo temperamento vive le cose, poi Dio ne fa quello che vuole. E soprattutto imparo che se segui Cristo con verità, Lui nel tempo ottiene da te anche quello che pensavi di non dargli: è per questo che io mi sento libera in quello che faccio, perché so che se Lo seguo, prima o dopo, Lui otterrà quello che vuole. E se oggi non riesco, dico: «Perdonami se non ce la faccio, rendimi capace». Nel rapporto con i ragazzi e con i prof, la scoperta più grande è che ogni istante è un istante per la libertà, che si riapre. Qualsiasi sia la situazione o l’atteggiamento in cui sono adesso, niente mi impedisce di dire , di aprirmi: è il peso dell’istante. Questo per me è decisivo: permette di riprendere di continuo, se no si rimarrebbe continuamente nell’arrabbiatura, nel pregiudizio. E questa è la libertà che viene dalla fede: niente è compromesso, tutto può rinascere e può riaprirsi.

Che cosa hai guadagnato accettando di venire qui senza calcolo?
Ho guadagnato che Cristo è sempre più evidente: è sempre più evidente che è quello per cui vale la pena tutto. Penso a un biglietto che mi mandò Giussani quando arrivai in Cile, che è sempre più vero. Diceva che avremmo fatto «cose grandi», ci incoraggiava eccetera. Poi finiva così: «Ma in fondo tutto è niente, meno amare Cristo». Ed è la verità. Tanto che quando Cristo è amato, tutto è amabile.

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