Non un’eco…

Immaginiamo di essere seduti in questa sala. Qualcuno chiama: Anna Rigotti. Si crea il silenzio, e si ode una voce rispondere: “Sono presente”. Guardiamo intorno, passiamo in rassegna i volti… Dov’è? Non c’è! Per uno strano fenomeno riecheggia la sua risposta: Sono presente, ma Anna Rigotti non c’è. Se qualcosa del genere succedesse sarebbe ben grottesco! “Eterno Dio immutabile, la fonte è in Te dell’essere, nella Tua pace immobile Tu segni ai tempi il volgere”, dice un Inno della liturgia. Ora, se cantassimo queste parole (Eterno Dio immutabile…) e non ci fosse niente? Se udissimo le parole ma non esistesse niente? Sarebbe grottesco come nell’immagine usata. “Eterno Dio immutabile” risuonerebbe come quel “Sono presente” di Anna Rigotti che non c’è: nient’altro che una forma di suono, un’eco di parole. Per la maggior parte della gente Dio vige così, è così. Per la maggior parte della gente (anche per chi va in chiesa) il rapporto con Dio, col divino, vale a dire con ciò che dovrebbe essere percepito come origine e destino di tutto, è così: “sono parole”.
Dio ha sfondato questa separazione, questo vuoto tra Sé e l’esperienza dell’uomo. L’esperienza implica un complesso di fattori misurabile, determinato da tempo e spazio, che viene raccolto dai sensi che è cioè visibile con gli occhi, tangibile con le dita, udibile con le orecchie (che tu ci sia, che tu sia presente mentre parlo, è un’esperienza). Dio, il Mistero che fa tutte le cose, ha sfondato la lontananza, il vuoto che l’uomo inevitabilmente porrebbe tra il tempo e lo spazio, cioè la realtà in quanto sensibile, visibile, tangibile, udibile, e Dio. Il problema è quello di un divino sentito come astratto, di un “quid” che non è nominabile in modo sperimentale perché con la vita non c’entra, non è cioè percepito aver a che fare con niente (eppure, che le cose non si fanno da sé è così vero, che qualsiasi uomo ha il senso di questo destino più grande di lui, per quanto soffocato o alterato nella distrazione normale). Il Mistero ha sfondato l’astrazione e la lontananza in cui sarebbe inevitabilmente tenuto dall’uomo, poiché, non essendo né visibile, né toccabile, né udibile, il pensiero non lo può afferrare come afferra il significato di un viso e l’affezione non vi si può dirigere come si dirige su un viso. La realtà di un viso è misura-bile col tempo e con lo spazio, è visibile, tangibile, udibile: l’intelligenza può perciò rendersene conto, sorprenderne la profondità, e l’affezione muoversi verso di esso. Ciò che non è sensibile (tangibile, visibile, udibile), ciò che non è sperimentabile, non può essere vero oggetto di intelligenza e di affezione: intelligenza e affezione restano a-stratte. Ciò che non è esperienza nel senso detto non può essere contenuto di un pensie-ro e di una affezione reali, ma di un pensiero e di una affezione astratti, che non hanno valore e tenuta, che non hanno cioè nessuna incidenza sul tempo e sullo spazio, su quel che si vede, si tocca e si sente.
Dio, noi lo viviamo così! Ma Dio ha sventrato, ha sfondato la distanza in cui noi lo sentiremmo e lo terremmo. Come Dio ha sfondato questa lontananza? Incarnandosi e uscendo dal seno di una donna come bambino. Il Mistero che fa tutte le cose è stato concepito nel seno di una donna: è nato come un bambino, è cresciuto come un bambino. Mangiava, beveva, parlava. Piuttosto presto ha incominciato a discutere e i dottori della Legge ne restavano meravigliati: Come può questo ragazzo dire e conoscere queste cose?. Poi ha incominciato ad uscir di casa (immaginiamo con che apprensione sua madre seguiva ormai gli avvenimenti); parlava per le strade a tre, quattro, cinque persone oppure a gruppi di trenta o quaranta, secondo i paesi e agiva in modo tale che la gente si stupiva: Ma come fa a fare queste cose? Come fa a parlare così? Nessuno ha mai parlato come quest’uomo! Nessuno ha mai fatto cose simili ! Immaginiamo, quando Lui tornava a casa, come sua madre rimaneva impacciata: ultimamente non poteva saper bene chi era suo figlio. Di Lui sapeva solo, per le parole dell’angelo, che sarebbe stato misterioso. E tuttavia, tra quello che l’angelo le aveva detto e quell’uomo che aveva davanti non c’era per quella donna nessun distacco. Era suo figlio e non era come lei poteva immaginare. Non poteva pensarlo. Anche lei, quando lo sentiva parlare e lo vedeva agire, diceva: “ Come fa a saper queste cose?” Come fa a fare queste cose. Ma non c’era differenza: non c’era un salto, un vuoto, tra quell’uomo in carne ed ossa, suo figlio, che aveva allattato, e il mistero che Lui portava con sé, il mistero che Lui era, il divino che era. Non poteva im-maginarsi come facesse le cose che faceva e come dicesse le cose che diceva, ma non c’era per lei nessun distacco. In verità, essa fu la prima a capire, perché già nelle parole dell’angelo vi era l’anticipo: “Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo”. Dio, l’origine e il desti-no di tutto, ciò di cui tutte le cose, ultimamente, sono fatte (è questa la frase che nes-suno capisce e da cui nessuno resta colpito, mentre è la più inconcepibile, la più tre-menda e più grande, perché ristabilisce la distanza infinita e al tempo stesso afferma la concretezza di questo ultimo), Dio, per aiutare l’uomo, si è reso compagnia all’uomo, è diventato compagnia umana: è entrato nella vita stessa dell’uomo con forma umana. Questo è Gesù Cristo: Dio fatto carne, Dio fatto uomo.
Per farsi riconoscere, Dio è entrato nella vita dell’uomo come uomo, secondo forma umana, così che il pensiero e tutta la sua immaginatività, l’affettività e tutto il suo sognare sono stati come bloccati, calamitati. C’era lì Uno che cacciava i demoni, che guariva i ciechi, che guardava la donna peccatrice in modo tale che essa qualche giorno dopo gli lavò i piedi piangendo che guardava cioè fino a cogliere la radice del cuore dell’uomo. Passando davanti a quell’albero, Gesù alzò lo sguardo verso chi si era arrampicato e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché voglio venire a casa tua”. Zaccheo scese in fretta e Lo accolse con gioia. E a Matteo, che era un gabelliere, uno che riscuoteva i soldi, semplicemente disse: “Vieni con me”. E lui abbandonò tutto e Lo seguì. Questa è la cosa senza paragone più grande, senza la quale l’uomo è fatto fuori e tutto è vuoto: Dio, per aiutare l’uomo, si è reso compagnia umana. Perché se c’è quel vuoto tra tempo e spazio e Dio, tempo e spazio sono destinati a diventar vuoto.
( LUIGI GIUSSANI, E’ se opera, 1993) 
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4 commenti

  1. Cara Anna, in questi giorni ( ma veramente lo fai sempre!) hai scritto dei post stupendi, molto profondi, toccanti: la vita che nasce, la vita che muore, la vita che soffre.Tutti possono essere contenuti in un unico significato, che don Giussani ha spiegato molto chiaramente: il mistero di Dio che si fa presente in mezzo a noi. Forse non riusciamo a comprenderlo fin nell’essenza, ma è una realtà veramente tangibile: Dio è con noi, è in noi, nasce, vive, soffre, muore con noi. Ma, proprio perchè è Dio e Signore della vita, illumina la nostra fragile realtà di certezze, di speranze, di amore infiniti. La sua compagnia è segno della vita che non finirà!

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    • Grazie Martina!
      Pensavo che non saremo mai abbastanza grati per le splenduide cose che col tempo ci vien dato di scoprire. è una continua sorpresa che non finirà mai!
      E’ una fortuna incredibile!!!

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  2. Brava, Anna! Già sei espertissima di wordpress. IO molto meno… non sono per esempio ancora riuscito ad evidenziare il blogroll, cioè l’elenco dei blog amici.
    Entrando nel merito del tuo post, ci vedo la proposta comunicativa di un Dio che non vuole essere soltanto una voce, ma una Presenza che sconvolge, nel senso buono, la vita di ciascuno di noi…

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    • Sì, sì. E’ proprio così: è una cosa che ti sconvolge in modo inaspettato ma tanto corrispondente al nostro profondo desiderio di essere amati e di amare. E si impara col tempo, lasciandoci da Lui condurre secondo le modalità che Lui sceglie.

      (Col tempo si impara tutto! anche a capire i marchingegni di wordpress!)

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