Pavel A. Florenskij scrive alla Moglie dalla Solovki

L’Io e gli «altri»

 

Mi hanno colpito queste righe di Pavel Florenshij tratte da una lettera che il grande pensatore russo indirizzava alla moglie, dalla prigionia delle Solovki nel dicembre 1936 …

Cara Annulja,
(…) tu scrivi: «Quanto è strano, e direi penoso, vedere come i nostri sentimenti vengono vissuti dagli altri e doversene stare in disparte». Questo pensiero è giusto se si riferisce ad «altri». Ma per la coscienza umana suprema gli «altri» (cioè qualcuno che sta fuori di me, che mi si oppone) non esistono proprio, perché l’Io si estende a tutto l’essere e trova se stesso in ciascuno. (…)
I figli, anche volendo, non potrei percepirli dall’esterno. Ecco perché, quando mi chiedono «ha molti figli?», oppure «quanti figli ha?», non so cosa rispondere: infatti, «molti» e «quanti» si riferiscono a ciò che è omogeneo, ad unità che stanno una fuori dall’altra e all’esterno di colui che conta. Mentre i figli li percepisco a tal punto dal didentro, ognuno come qualitativamente diverso dall’altro, che non posso contarli e non posso dire se siano pochi o tanti. Quanto e molto sorgono là dove le unità sono sostituibili (in questo sta la loro omogeneità). Invece ognuno dei figli è insostituibile e unico, e perciò essi non sono né tanti né pochi, non si possono contare. (…)
 

(Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi, pp.350-351)  

grazie a www.piccpen.wordpress.com

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