"La salvezza arriva come un bel giorno"

"La grandezza, diceva Albert Camus, arriva come un bel giorno; un giorno che sembrava uguale a C'è un Camus "steraniero" e rimossotutti gli altri. Non dipende da noi. A noi tocca non essere distratti nella rincorsa affannosa di un diverso che ha solo la faccia esteriore del nuovo. A noi tocca avere gli occhi sufficientemente aperti per accorgersene":  dice Pigi Colognesi  in una sua riflessione sull’anno appena iniziato e sul desiderio di novità.

Sono andata a cercare la frase di Albert Camus e l’ho ritrovata: «Non è attraverso degli scrupoli che l’uomo diventerà grande; la grandezza viene per grazia di Dio, come un bel giorno» ed è una frase che descrive la dinamica della vera grandezza.

La vera grandezza, quella che vince la dimenticanza dei secoli, non è mai esito del nostro impegno per un progetto più o meno buono; ma è sempre qualcosa che ci viene donato, di inatteso e sorprendente perché di gran lungo superiore ai nostri progetti, proprio come per Camus che cinquanta anni fa, il 4 gennaio, moriva in seguito ad un incidente, come ci riferisce "Il Giornale":

Il destino si prese gioco di Albert Camus il 4 gennaio di cinquant’anni fa. Doveva rientrare dalla Provenza a Parigi, aveva il biglietto del treno, ma l’editore Michel Gallimard lo convinse a partire con lui in auto. Morirono in un incidente stradale. Trovarono Camus privo di vita ma con il volto sereno e stupito; aveva in tasca il biglietto ferroviario della salvezza mancata. Portava con sé pure il manoscritto de Il primo uomo, che segnava il ritorno al padre e alla terra d’origine.
Camus non aveva ancora compiuto 47 anni, ma aveva già ricevuto il premio Nobel, era un personaggio di culto. Scrittore di grido, intellettuale di denuncia, filosofo esistenzialista, secondo la moda del tempo, star del teatro e dei giornali. E fratello maggiore dei ribelli, forse precursore del ’68. Eppure la fama di Camus soffre di emiplegia: si ricorda soltanto il suo lato corretto e scontato, la critica al nazismo e alla pena di morte, la resistenza, il libertarismo laico e insofferente, la fama di intellettuale gauchiste, la sua origine umile di immigrato algerino. Meno si ricorda la sua rottura con il Partito Comunista, in cui militò brevemente, la polemica con Sartre, cattivo maestro, e la sua spiccata solitudine rispetto agli intellettuali organici e ai profeti delle masse, lui accusato da loro di essere «moralista disimpegnato»; il suo senso religioso e nietzscheano, l’assurdo come chiave della vita e la diffidenza per la ragione storica e progressiva; il suo amore per la cultura e la luce mediterranea, la predilezione per la bellezza e per la filosofia neoplatonica.
Sappiamo cosa resta di Camus narratore: opere come Lo straniero e La peste, e non solo. Ma sul piano delle idee e dei saggi, prima che per una teoria, un’opera, o il rigore di una filosofia, Camus merita di essere ricordato soprattutto per tre cose. In primo luogo Camus ha capito che la filosofia come sistema e come carriera accademica, come scienza astratta e come linguaggio astruso, era ormai finita. Certo, restano nel Novecento grandi filosofi, come Heidegger e Wittgenstein, Croce e Gentile, Bergson e Ortega, e altri. Ma dopo Nietzsche, Marx e Dostoevskij, la filosofia è morta. Il nichilismo non annuncia solo la morte di Dio, ma attesta anche la morte della filosofia, il suo disfarsi. La tecnica ne ha preso il posto da quando l’agire domina sul pensare. Alla filosofia è possibile vivere solo uscendo dalla teoria e dall’accademia ed entrando nella vita, fin dentro la sua condizione assurda. Farsi esistenza e racconto, pensare ad altezza d’uomo, incontrando l’universalità nell’esperienza personale.
Camus ha cercato di rianimare il pensiero con l’arte, ha cercato il punto di fusione tra filosofia e letteratura, e lo ha trovato nella vita alla luce del sole. Qui s’incontra il secondo grande motivo di fascino dell’opera di Camus. Il suo pensiero si radica nel paesaggio, nel sole, nel mare, nei colori del Mediterraneo. Pensiero meridiano chiamò Camus la sua geofilosofia; «il Mediterraneo dove l’intelligenza è sorella della luce cruda». Una filosofia profondamente meridionale, greca e latina, animata dal genius loci. Nella sua visione del mondo affiora il lucore dell’infanzia algerina e poi della Provenza, descritti nei suoi magnifici saggi solari dedicati all’estate e al ritorno. Una passione speciale nutre Camus per l’Italia, vista come sintesi tra la sua terra nativa, l’Algeria («la dolcezza di Algeri è piuttosto italiana») e la sua terra d’elezione, la Provenza. L’Italia, scrive ne Il rovescio e il diritto, è la «terra fatta secondo la mia anima».
 (continua qui)

Leggi il bellissimo articolo di Luca Doninelli QUI

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1 Commento

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