“Mio” non è ciò che mi appartiene, ma ciò cui io appartengo”

(attenzione! Leggere solo a mente fresca! Se non volete squagliarvi il cervello!)

 

“Mio” non è ciò che mi appartiene, ma ciò cui io appartengo” leggevo qualche anno fa; e l’altro ieri ho letto: “”mio” non è ciò che mi appartiene, ma ciò di cui possiedo il significato”.

All’inizio non ho capito né la prima affermazione, né, una volta scopertone il significato, il nesso con la seconda affermazione.

 

Comunque faccio un breve ripasso del significato della prima (almeno per quel che ricordo dell’intuizione di circa dieci anni fa) per poi cogliere il nesso con la seconda.

“Mio” non è ciò che mi appartiene, ma ciò cui appartengo”: se infatti pensiamo alle persone e alle cose di cui diciamo “mio”, ci rendiamo immediatamente conto che se mio indica una proprietà personale, si tratta davvero di un possesso passeggero e fallace, perché tutto finisce; oppure sfiorisce mentre ce lo teniamo stretto tra le mani che non riescono a trattenere nemmeno l’acqua…

 

Mentre, se “mio” indica un’appartenenza, un legame, una dipendenza trepidante, un amore, cui non possiamo rinunciare per il nostro stesso equilibrio umano, la prospettiva cambia totalmente.

 

Non si può vivere senza la consapevolezza di appartenere a qualcuno. altrimenti la vita diventa ancora più difficile, come dimostrano i bambini abbandonati fin dalla nascita dai genitori o fatti crescere da genitori… assenti…

 

La seconda affermazione, di cui sopra, ha un nesso con la prima; ma occorre recuperare un passaggio intermedio che provo a dire (almeno per quel che capisco io). E’ vero: abbiamo bisogno di appartenere a qualcosa o a qualcuno per salvaguardare la nostra integrità psichica; ma abbiamo anche bisogno che questo qualcuno non ci inganni, che sia onnipotente, che sia pieno di comprensione e misericordia, che non muoia mai e che possiamo veramente chiamare con orgoglio “Il mio Papà”.

 Un qualcuno così è solo Dio: personalmente non conosco altre persone che abbiano tali caratteristiche… Anche se Dio ha scelto di farsi conoscere e amare attraverso la carne… attraverso delle persone… Ma se è Dio, oltre che eterno è anche origine, consistenza e scopo di tutto, significato di tutto.

 

 E allora, poichè ogni possesso è destinato a passare o a finire (perchè nulla è eterno e incorruttibile), possiamo pronunciare un “mio” definitivo, non fallace o ingannevole e certamente eterno, solo se ci riferiamo al significato di ogni cosa amata, che è “Dio tutto in tutti”.

 

Esistenzialmente ciò è esaltante e pacificante: uno può avere o non avere il mondo intero tra le mani, ma la sua forza è che ne conosce e ne ama il “significato” che nessuno gli può togliere: solo Dio, che comunque non può smettere di essere Dio, anche se qualche volta gioca a nascondino…

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4 commenti

  1. Mi sembra molto valida e profonda come sempre la tua riflessione. Ma vorrei aggiungere alcune cose, secondo il mio pensiero.
    Tu dici:
    “…abbiamo bisogno di appartenere a qualcosa o a qualcuno per salvaguardare la nostra integrità psichica…”
    Credo si possa andare oltre, senza questa appartenenza la vita non ha senso ed è senza dignità. E’ un bisogno, un diritto, un obbligo irrinunciabile per tutti.
    Poi dici:
    “…ma abbiamo anche bisogno che questo qualcuno non ci inganni, che sia onnipotente, che sia pieno di comprensione e misericordia, che non muoia mai e che possiamo veramente chiamare con orgoglio “Il mio Papà”. Un qualcuno così è solo Dio…”
    Al tempo…d’accordo, ma ognuno deve vivere secondo la propria vocazione e ha il compito di vivere ora questa vita terrena. Molti possono aver bisogno di un passaggio intermedio, che il più delle volte trovano nel matrimonio. Pensa al vero matrimonio. Ognuno dei due sposi non appartiene più a sè e non possiede un coniuge, ma appartiene all’altro e attraverso questa appartenenza possiede il significato dell’Amore (di Dio). Il vero matrimonio porta a Dio con più certezza del celibato, se non hai una sicura vocazione escatologica. E chi è sposato deve fidarsi del proprio coniuge, come della porta verso Dio.
    Sì, è vero anche tu dici:
    “E allora, poichè ogni possesso è destinato a passare o a finire (perchè nulla è eterno e incorruttibile), possiamo pronunciare un “mio” definitivo, non fallace o ingannevole e certamente eterno, solo se ci riferiamo al significato di ogni cosa amata, che è “Dio tutto in tutti”.
    Però il coniuge va veramente visto come un tramite verso Dio, il proprio ponte privilegiato verso la Vita Eterna.
    Esistenzialmente ciò è esaltante e pacificante: uno può avere o non avere il mondo intero tra le mani, ma la sua forza è che ne conosce e ne ama il “significato” che nessuno gli può togliere: solo Dio, che comunque non può smettere di essere Dio, anche se qualche volta gioca a nascondino…
    Ma…insomma…parola di single senza vocazione escatologica…eh eh eh…non mi sento nè molto esaltato, nè molto pacificato…se finisse il gioco a nascondino magari sarebbe meglio. Io credo che ci sia stata donata questa vita terrena perchè è un passaggio necessario alla nostra natura umana fare esperienza della felicità terrena, con le cose di questo mondo. Resta un mistero perchè a molti questa esperienza sia negata e restino solo queste visioni giuste, ma che tutto sommato suonano un po’ come un premio di consolazione.
    Non so se son riuscito a rendere le idee che mi passavano per la testa. Hai ragione, ma fatto a gente come me questo discorso non quadra al 100%. Fammi sapere. Magari provo a rispiegare cosa volevo dire. Un abbraccio forte forte.

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  2. Un aneddoto: ero sposata da pochi anni ed avevo da poco incontrato una comunità cristiana che mi aveva reso entusiasta della Chiesa.
    Mi arrovellavo e mi chiedevo che cosa unisse così indissolubilmente me a mio marito.
    Un giorno ebbi l’illuminazione che comunicai con entusiasmo al prete che era venuto a pranzo a casa: quello che mi univa a mio marito non era solo l’attrazione e l’affetto reciproco, ma un terzo che poteva sembrare incomodo, ma era Colui che garantiva l’indissolubilità del legame: Gesù Cristo.

    Per dire che non vi è contrapposizione tra sposati e non sposati: l’origine, la consistenza, il fine, il significato di ogni vita appartiene a Lui e noi possiamo di Lui dire “mio Dio” perchè è a Lui che apparteniamo, più che a noi stessi .
    Poi la condizione che ci dà da vivere è diversa per ciascuno, ma solo Lui è in grado di renderla degna di essere vissuta.

    Per questo vale la pena di appartenergli.

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  3. non so bene il significato di “single senza vocazione escatologica” qualcuno me lo spiega?

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  4. Poi risponderò anche ad Anna V ora vado un po’ di fretta 😛 In pratica il single senza vocazione escatologica sarebbe colui che è single non per scelta, ma per le circostanze della vita, e non si sente però chiamato a una vita di consacrazione a Cristo (prete, frate, suora), che anticipa la vita “successiva”. Fare certi discorsi a persone come me è difficile, suonano sempre un po’ stonati, perchè già in questa vita hai bisogno di appartenere a Dio e possedere il significato del Suo Amore e io conosco solo due vie per arrivarci veramente: il matrimonio o la consacrazione, che però non deve mai essere un ripego a un matrimonio mancato. Ciao. A dopo o a domani.

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