” Se, abbracciando quella cosa lì, non abbracci tutto il mondo, non è vera preferenza”

È un invito, l’inizio di questa emozione è l’invito a un lavoro, ma non è lavoro: è grazia, pura grazia.Affezione e dimora
Come la presenza dell’essere è pura grazia, è invito che dice: «Vieni con me». Come ha detto Gesù. Pensate al giovane ricco – che si apre la strada tra la gente e sta con la bocca aperta a sentire Gesù – e a Gesù che lo guarda. Allora lui gli dice: «Maestro buono, come devo fare per entrare in quel che tu chiami il Regno dei cieli, nella verità della realtà, nella verità dell’essere?». E Gesù lo fissò e gli disse: «Osserva i comandamenti». «Ma io li ho sempre osservati». E «Gesù, fissatolo, lo amò» – avendolo guardato, lo amò -: «Ti manca una cosa sola: vieni sino in fondo».
È il lavoro, gli ha dato la proposta di un lavoro: che diventasse lavoro la gratuità da cui era stato sommerso. E lui si è lasciato risucchiare dalla folla, col volto triste, perché possedeva, era attaccato a molti beni.
Ma quello era un invito, Gesù lo ha invitato a un lavoro. La verginità, l’obbedienza e la povertà sono gli aspetti fondamentali di questo lavoro, come nella tradizione della Chiesa viene proclamato. Perché la povertà è un lavoro e l’obbedienza è un lavoro:  opera di un Altro.
Che il valore della vita, della mia vita, è la Tua opera, questo è un lavoro. Si chiama lavoro la pertinenza della libertà alla possibilità che l’Essere fa balenare.
(…)
Tutto ciò che accade e che ti porta avanti nel cammino è grazia, tutto.
Dico che il gioco della preferenza è inevitabile; può essere cosciente o no, ma è inevitabile. Ed è autentico quando ti rimanda all’ultimo.
Se ti rimanda all’ultimo termine della realtà, ti rimanda a tutta la realtà, è universale: abbracci tutto il mondo.
Se abbracci quella cosa lì, abbracci tutto il mondo. Se, abbracciando quella cosa lì, non abbracci tutto il mondo, non è vera preferenza. In questo senso, la preferenza è come uno “stimolo” – diciamo così, perché non mi viene un’altra parola -, è lo stimolo più grande alla virtù, altrimenti non è vera preferenza, ma possesso che scardina.
Provate a pensare quante volte il popolo ebraico sbagliava. Se leggete il Deuteronomio, i profeti, i salmi, sono tutti pieni degli errori del popolo, eppure quel popolo è la preferenza di Dio. Perciò, essendo la preferenza di Dio, il mondo è stato salvato da quel popolo: con Cristo, generando Cristo. Il significato del mondo è scaturito da quel popolo
GIUSSANI , AFFEZIONE E DIMORA,  BUR 2001

“Senza croce la preferenza non è verità”

La preferenza è l’esperienza di qualcosa che salva. Quanto più hai l’esperienza di qualcosa che salva, tanto più quello è oggetto di preferenza. «Salvare» nel senso vero e pieno del termine: parlare di felicità, di bellezza, di giustizia, di verità è parlare di salvezza. Perciò la preferenza, invece che omologare tutto, ti fa balzare viva la personalità dell’Essere, che è verità, bellezza, amore, giustizia.

Ma la verifica che è una reale preferenza – cioè che è quello che ho detto: l’identificarsi del destino, l’identità del destino, non una omologazione panteista – è che non puoi non volere che tutti si salvino, cioè che tutti partecipino della verità rivelata da quella preferenza, che tutti entrino in quella preferenza, o che quella preferenza abbracci tutto.

Quella preferenza è il punto in cui insorge il tuo amore a tutto, cioè la scaturigine attraverso cui l’acqua della tua salvezza giunge a tutti, può giungere a tutti. E in questo senso la preferenza, che è il sommo possesso, si «spossessa»,  si sacrifica, diventa sacrificio.

Perciò senza croce la preferenza non è verità, bellezza, felicità, ma la preferenza è l’artiglio che prende, anzi che tenta di prendere

L. Giussani, “L’attrattiva Gesù”, BUR

“Quanto più il tempo passa, tanto più uno sente la fragilità etica, oltre che fisica”

Mi è venuta in mente un’applicazione particolare della preferenza. Il concetto di preferenza si identifica con il concetto di figlio. Il figlio è una preferenza: preferenza è un termine che “riconosce” immediatamente chi è Gesù. Perciò dobbiamo dirci tra noi come il Signore ci costringe a pensare che cosa sia, che cosa abbia fatto per il mondo, che cosa sia per il mondo la sua figura di Padre: attraverso un uomo che andava per le strade, che va per le strade – per le strade il volto di questo Figlio siamo noi -!

Noi siamo un po’ costretti dalle preferenze di Dio, siamo costretti a dare quel che non daremmo e a chiedere di aspettare quello che gli altri ci danno contrariamente al primitivo volere.

Oggi sono voluto venire per incontrarvi di persona, perché è una cosa enorme quella che Dio ci sta facendo, è un documento grande di quello che il Signore Gesù è per tutti gli uomini che nascono e che son nati e che nasceranno.

Una delle cose cui il Signore ci ha più “allenati” è il senso del proprio nulla, dell’impossibilità che la propria realtà di uomo ha di sostenere quello che il Signore ha fatto del suo disegno. Il disegno del mondo dipende da un nome: Gesù di Nazareth. E il disegno del mondo è qualcosa che incomincia la mattina quando uno apre gli occhi e termina a stento la sera quando uno li chiude. Quanto più il tempo passa, tanto più uno sente la fragilità etica, oltre che fisica, fisica ed etica: allora, vedendo le persone che il Signore si degna fargli vedere, capisce – e prima di tutto sente la gratitudine – perché il Signore gli dà questi genitori, gli dà questi compagni di cammino. E poi, il Signore attraverso queste persone rende possibile, mi fa guardare come possibile anche – diciamo la parola – la santità! La santità è il termine con cui si designa il contenuto del grande dono che è l’Angelo che va dalla Madonna, a parlare con la Madonna. Man mano che passano i giorni ha acquistato consistenza, che è un’evidenza, il fatto che uno era un “povero Cristo”: «Sono un povero Cristo io, però ci sei tu Cristo!», nella sorpresa che certe cose dette non esisterebbero se Dio non fosse, se non diventassero, se non fossero la più grande testimonianza al fatto che Dio è «Padre nostro che sei nei cieli…».

 

don LUIGI GIUSSANI, marzo 2004

La preferenza che ci salva dal nichilismo

«Non rallegratevi perché i demòni vi obbediscono, ma perché i vostri nomi sono scritti nel Cielo. Non rallegratevi del successo perché non vi basta, è poco per l’animo vostro, rallegratevi perché siete stati scelti da Me»  (http://www.clonline.org/articoli/ita/JC_SdC_141211.pdf)
 

La modalità è quella che don Giussani ci ha sempre insegnato, ed è rivoluzionaria, tant’è vero che tentiamo di difenderci da essa. Si chiama “preferenza”. Il concetto di preferenza è una delle cose più belle che abbiamo mai sentito: il Signore, per attrarre il nostro cuore, che ha sempre un po’ la tentazione dell’autonomia, che ha sempre il desiderio di affermarsi un po’ pazzamente contro se stesso, come cerca di salvarci? Non soltanto con dei comandamenti, non soltanto con una legge esterna, ma destando davanti a noi una preferenza; e una preferenza non può essere qualcosa di astratto, ma deve essere qualcosa di sensibile, di concreto, a cui uno si sente veramente attaccato. Prima di rendersi conto, uno è attaccato a; poi si rende conto che è attaccato a; e così il Signore ci afferra dall’interno di una esperienza umana. E perciò occorre una realtà fisica, concreta; don Giussani usa il termine udibile, fotografabile, perché se non fosse così, noi, che siamo fatti di carne e ossa, di corpo e anima, non saremmo mai travolti, presi con tutto il nostro io. Se è una cosa astratta, noi decidiamo cosa seguire e cosa no, ma se c’è una preferenza, è tutto il mio io che è trascinato, coinvolto in quel desiderio di partecipare; e così, attraverso questa preferenza, il Signore ci fa attaccare, ci incolla. E quando uno è incollato a qualcosa d’altro, non può essere nichilista, perché questa è la vittoria proprio del nichilismo, proprio sul nichilismo: che uno è attratto da qualcosa che è interessante per la propria vita, che costantemente ridesta l’interesse per la propria vita e proprio nel fatto che ridesta l’interesse per la propria vita dimostra la sua verità, la sua diversità rispetto a tutto il resto, che prima o poi decade. Perché questa è la differenza; l’unica cosa importante è verificare se c’è qualcosa che è interessante e resta interessante nel tempo e nell’eternità, perché di cose che in un certo momento ci interessano, ce ne sono troppe, ma cose che restano interessanti per il tempo, nel tempo, queste non sono tante, anzi, ce n’è soltanto una. E ciascuno può fare esperienza di questo. Perché, amici, se non c’è qualcosa che resti interessante per il tempo, per la vita, per l’eternità, possiamo andare “tranquillamente” a casa, non c’è niente da fare, anche con tutta la nostra volontà, anche con tutto il nostro impegno etico, anche con tutto il nostro moralismo, non ce la faremmo mai, perché non ci sarà mai qualcosa che ci interesserà per sempre, e perciò, prima o poi, vincerà il moralismo. Per questo il problema di oggi non è diventare più moralisti, ma qual è la vera natura del cristianesimo, che cosa ha fatto Gesù, che cosa ha introdotto Gesù come novità della vita. Perciò non bastava che Gesù ci facesse arrivare un elenco di comandamenti, di valori morali così come adesso non basta un elenco di valori morali, riducendo il cristianesimo a un’etica, perché questa non è in grado di interessare tutta la vita; e infatti, ridotto a un’etica, il cristianesimo non ci interessa più. Guardate che nella nostra società il nichilismo vince, non nelle società non cristiane, ma proprio in quelle cristiane, proprio per questa riduzione etica del cristianesimo. Fin dall’inizio i primi che L’hanno incontrato, Giovanni e Andrea, e quelli che rimangono attaccati a questo metodo, solo essi hanno vinto il nichilismo, e solo così si può vincere il nichilismo. Invece quando il cristianesimo si riduce, viene ridotto a un’etica, inesorabilmente finisce per non interessare più. Lo vediamo oggi come neanche il desiderio di vivere certi valori riesce a fermare il nichilismo: è micidiale, ma è proprio così. E questo è un problema che non riguarda solo i cristiani, ma riguarda tutti quanti hanno a cuore la propria umanità; perciò il problema è antropologico, non etico; il problema è che cosa risponde a questo desiderio di pienezza, di bellezza, di giustizia che abbiamo dentro, che cosa può restare interessante per tutta la vita. Senza questo, prima o poi, il nichilismo vincerà. In questi giorni un gruppetto di universitari di Milano mi ha raccontato di avere incontrato una ragazza protestante che pensava di essere più attaccata al Mistero di loro, ma poi ha detto loro: «Stando con voi mi rendo conto – diceva a un gruppo di ragazzi cattolici, del movimento! – adesso, mi rendo più conto proprio stando con voi come il Mistero diventa veramente familiare». Questa ragazza aveva sentito parlare del Mistero, forse dava tempo al Mistero, dedicava qualche aspetto della vita al sacro, ma non riusciva a fare sì che il Mistero le diventasse familiare. Invece è stando in una realtà sensibile che costantemente ci apre all’Infinito, ci apre all’Infinito in continuazione, che il Mistero diventa familiare. Perché noi, oggi, quando troviamo cristiani con quella diversità unica che noi abbiamo incontrato in don Giussani o in Giovanni Paolo II, amici, quello di cui noi facciamo esperienza si chiama Gesù. Perché noi, come ho detto in altre occasioni, sappiamo che Gesù continua a essere presente, non soltanto perché rimane, permane la Sua causa, non solo perché permane la Sua parola, non soltanto perché permane la Sua etica; noi sappiamo che permane Gesù, perché noi siamo stati guardati con una modalità che è entrata nella storia e che è possibile soltanto per Gesù. Noi sappiamo che Lui continua a essere tra di noi, non perché facciamo uno sforzo di immaginazione, non perché vogliamo convincerci di questo; non dobbiamo fare nessuno sforzo. Siamo noi i primi a stupirci di come siamo stati guardati, perché è una forma, è uno sguardo che dà forma allo sguardo, è lo sguardo di Gesù che ha dato e che dà forma allo sguardo con cui noi siamo stati guardati. Noi non siamo soltanto dei disgraziati, come a volte capita a tanti cristiani di pensare, perché non abbiamo avuto la fortuna di incontrare, come Giovanni e Andrea, Gesù; no, noi non siamo sfortunati: noi abbiamo incontrato Gesù, come Giovanni e Andrea, con una modalità diversa, attraverso una carne diversa, ma l’esperienza che abbiamo fatto attraverso questa carne diversa è la stessa di Giovanni e Andrea. Altrimenti, guardate ognuno di voi, nessuno di noi sarebbe qui questa sera. È stato proprio Lui che ci ha affascinato e continua ad affascinarci attraverso questa preferenza unica con cui ci abbraccia. (J. Carron) 

 

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