“morendo dentro la Chiesa” si possono cambiare le cose; non al di fuori”

Dalla “Vita di don Giussani” di Savorana, Pag. 528:

(Massimo) Fini obietta a Giussani: in questo modo avallate “tutte le scelleratezze commesse dalla Democrazia Cristiana anche se formalmente la criticate. Lei stesso, don Giussani, in un’intervista di non più di sei mesi fa, dopo aver detto peste e corna della DC, affermò testualmente: “Sia comunque chiaro che io voto e voterò ancora DC”.”È vero, noi critichiamo la DC – risponde – e, ci sia dato atto, anche duramente, durissimamente. Però io non vedo in questo, fra la critica e il voto, proprio nessuna contraddizione. Io credo che il dovere di un cristiano sia quello innanzitutto di collaborare con altri cristiani, prima che con qualsiasi altra forza. Perché con costoro io avrò un punto di vista, antropologico, se si vuole, storico più vicino, “a priori”. Non vedo quindi i motivi dello scandalo.

(…)

Fini gli fa notare che c’è un folto numero di cattolici del dissenso che “dice no a questo tipo di Chiesa”. Giussani parte da una constatazione: “Il cosiddetto ‘dissenso cattolico’ è nato da un rilievo giusto, da un grido contro certe forme dispotiche della Chiesa, da un’opposizione, in sostanza, a una vita non ecclesiale della Chiesa”. Tuttavia per Giussani l’errore sta nel fatto che “per urlare questo grido, il ‘dissenso’ si pone, psicologicamente e metodologicamente fuori dalla Chiesa. E accusa. E, per quanto riguarda il temporale, mutua la sua saggezza da altre ideologie diverse da quella cristiana”. Per Giussani, invece, “ogni dualità è mortale per la fede,. Il grande insegnamento di Cristo in croce è che “morendo dentro la Chiesa” si possono cambiare le cose, non al di fuori”.

 

 

 

Sviluppo verso l’unità

Dalla Lumen Fidel, n.55

Anche da un punto di vista semplicemente antropologico(…) l’unità è superiore al conflitto;  dobbiamo farci carico anche del conflitto, ma il viverlo deve portarci a risolverlo, a superarlo, trasformandolo in un anello di una catena, in uno sviluppo verso l’unità.p

Capisco meglio questa affermazione della Lumen fidei alla luce di quanto accadutomi recentemente.

Per puro caso ho sentito la giovane sindachessa di un centro vicino al mio e, pur sapendo che è di un partito molto diverso da quello che in genere scelgo, mi ha colpito quel che ha detto e come lo ha detto: sembrava una testimonianza semplice e quasi timida di come intende e vive il suo compito istituzionale. Ricordo i concetti, non le parole, però diceva che nei momento difficili come quello lche stiamo vivendo, occorre cercare di collaborare con tutti per il bene del popolo e se, come sindaco, non può risolvere tutti i problemi dei concittadini, può almeno ascoltarli con partecipazione sentita. Ecco – pensavo – è di quel tale partito però ragiona con la testa e con il cuore. Perciò poi le ho voluto fare i complimenti.

Ho voluto dirlo perché, alla luce di quest’esperienza mi sono accorta del fatto che la tensione all’unità e concordia è propria di qualsiasi uomo, qualunque sia la sua scelta ideologica.

“Se togliamo la fede in Dio dalle nostre città…”

“Se togliamo la fede in Dio dalle nostre città, si affievolirà la fiducia tra di noi, ci terremo uniti soltanto per paura, e la stabilità sarebbe minacciata. La lettera agli Ebrei afferma: “Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città” (Eb.11,16) L’espressione “non vergognarsi” è associata a un riconoscimento pubblico. Si vuol dire che Dio confessa pubblicamente, con il suo agire concreto, la sua presenza tra noi, il suo desiderio di render saldi i rapporti tra gli uomini. Saremo forse noi a vergognarsi di chiamare Dio il nostro Dio? Saremo noi a non confessarlo come tale nella nostra vita pubblica, a non proporre la grandezza della vita comune che Egli rende possibile? La fede illumina il vivere sociale; essa possiede una luce creativa per ogni momento nuovo della storia, perché colloca tutti gli eventi in rapporto con l’origine e il destino di tutto nel Padre che ci ama. (Lumen fidei,n.55)

«Meno male. Perché siamo come nel 1946: c’è un Paese da far ripartire».

Leggo solo ora dal web perché Tracce mi arriva sempre in ritardo, ma mi pare interessante, anche se non attualissimo, il giudizio di Vittadini sul nuovo governo che comunica le sue decisioni quando le ha già prese e in modo discreto , come fanno tutto coloro che cercano di lavorare seriamente pur in mezzo alla tempesta di un mare di difficoltà non ignorate:

(…)

l’impressione di Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, è netta: «Meno male. Perché siamo come nel 1946: c’è un Paese da far ripartire».

Che giudizio hai su questa soluzione?
Va incontro all’urgenza più grande che abbiamo: far ripartire il lavoro della politica, cioè il servizio del bene comune. È la risposta alla necessità di ricominciare a mettere mano ai bisogni del Paese. Se la politica ha un suo senso, è a partire da qui. Dal bisogno di dare una guida all’Italia sul piano istituzionale e su quello economico. In un momento come questo, inevitabilmente, la collaborazione iniziata spingerà verso il superamento delle ideologie. 

Appunto, «inevitabilmente»: l’impressione è che ci siamo arrivati per un’emergenza assoluta, perché eravamo a un passo dal baratro…
Io rovescerei la cosa: finalmente si ragiona in termini politici. La politica tiene conto dei cambiamenti. Invece di parlare di emergenze e baratri, metterei in luce proprio questo risultato: una politica in grado di partire dalla realtà, e quindi disponibile a cambiare, è ancora politica. L’uomo intelligente cambia idea. I partiti, stavolta, lo hanno fatto.

E sul metodo con cui ci si è arrivati? Finalmente è ripreso un dialogo che negli ultimi tempi cercavano in pochi, si è tornati a guardare all’altro non come a un nemico da abbattere…
È il cuore della democrazia. Soprattutto in un Paese come l’Italia. Qui le ideologie erano ancora più violente tra il 1946 e il ’48. Ma questo non ci ha impedito di arrivare a fare una Costituzione comune e di avere anni di benessere condiviso nonostante ci fossero i due blocchi. C’è chi questo metodo non lo condivide e pensa che si possa mandare avanti un Paese non riconoscendo all’altro il diritto di esistere. In tutte le democrazie avanzate l’alternativa è considerata fondamentale: democratici e repubblicani negli Usa, laburisti e conservatori in Gran Bretagna, Spd e Cdu in Germania… Tutti questi Paesi hanno un’alternativa politica cui è ampiamente riconosciuto il diritto di esistere e di governare. È un punto decisivo. Fare il contrario non è per il bene comune. Anche perché molte soluzioni, soprattutto in momenti di questo tipo, devono essere condivise. Basta pensare agli Stati Uniti. 

Perché?
Lì in Parlamento gli schieramenti saltano di continuo. Ci sono provvedimenti che sono votati al di là dei partiti di appartenenza. E questo, quando è per un bene condiviso, è solo un fattore positivo. L’ideologizzazione del confronto impedisce un dialogo teso a trovare soluzioni ai problemi reali, mentre tutto quello che va in questa direzione è fondamentale. Il punto di partenza è sempre la realtà, non può essere altro. E la realtà dice che questo è un momento fondativo dell’Italia, non è un momento di normale dialettica. Anche perché è la prima volta dal Dopoguerra che rischiamo davvero di finire in serie B. Non è un problema di egemonia, di chi ha il potere: qui ne va di mezzo la perdita del benessere di tutti. E questo deve interrogare chiunque.[qui il grassetto è mio perché condivido in pieno]

A proposito di «momento fondativo»: ha colpito molti che Napolitano abbia ricordato il suo intervento al Meeting di Rimini, due anni fa. Lo ha citato come un momento in cui richiamava «l’impegno a trasmettere piena coscienza di quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato». Che cosa ne pensi?
È un fatto oggettivo. Napolitano scelse quel luogo per fare un discorso che in qualche modo inaugurasse una nuova fase di collaborazione. In un periodo come il 2011, che era drammatico come questo – perché il nostro debito pubblico stava esplodendo e la nostra credibilità era al minimo, alla faccia di chi dice che lo spread non conta… -, lui ha aperto un percorso. E lo ha fatto lì. Quando lo ricorda nel suo discorso per il nuovo giuramento, lo fa per appellarsi ad una concordia di fondo del popolo italiano. La nostra storia ci dice che chiunque, negli anni, abbia tentato di spaccare questa concordia, ha distrutto l’Italia.

Lui ha rischiato anche in termini di testimonianza personale, accettando il sacrificio di tornare in gioco a 87 anni. Lo ha ricordato anche il Papa, nella telefonata che gli ha fatto: «Lei è un esempio per me, perché con il suo comportamento ha reso vivo il principio fondamentale della convivenza: che l’unità è superiore al conflitto». Che responsabilità indica un fatto del genere per ciascuno di noi?
Due cose. Primo: che ciò a cui siamo chiamati quotidianamente non può essere vissuto in modo corporativo. Deve essere vissuto per il proprio cuore e per il bene comune, che è una cosa diversa dal particulare alla Guicciardini. Secondo: che questo desiderio di vivere in un mondo istituzionalmente pluralista e anche multietnico è una questione fondamentale per lo sviluppo. Chi non ha un’identità, è chiuso. Chi ha un’identità, accetta il pluralismo come elemento essenziale per crescere.

E che ruolo possono avere i cattolici? Qualcuno si è già rimesso col bilancino a pesare la distribuzione dei ministeri…
Il problema dei cattolici non è cercare un’egemonia, come abbiamo già detto tante volte, ma mettersi insieme a chiunque ha buona volontà per costruire il bene comune a partire dall’esperienza che si fa e che può essere una cosa condivisa da altri. Chi fa politica, anche in partiti diversi, si connota per quello che fa lì dentro, non per l’etichetta o la corrente. È un aspetto che fa parte del gioco democratico.

Un giudizio sui ministri?
Io non sono automaticamente a favore di facce nuove. Ma è da apprezzare il tentativo di impostare una fase nuova con gente che non ha vissuto le contrapposizioni precedenti, o le ha vissute solo in parte, e quindi è più capace di questa collaborazione. È una scommessa interessante. Poi, va incontro a un’esigenza evidente di ricambio generazionale. All’estero, un Tony Blair o un José Maria Aznar, finita la loro fase, hanno permesso un ricambio anche se erano ancora in auge e avevano cinquant’anni. Che in Italia non succeda mai è un fattore che aumenta il tasso ideologico del confronto. A me pare indispensabile che emerga una generazione capace di accettare di nuovo, come i costituenti, l’esistenza dell’altro come un fattore fondamentale per la democrazia.

E su Letta?
In questi anni è tra coloro che hanno tenuto di più la barra sulla collaborazione e sulla competenza. Sarà un buon premier.

Quali sono i primi provvedimenti che ti aspetti dal Governo? 
Due cose. Riforme istituzionali, quali quella elettorale, quella sull’assetto del Parlamento, sull’attuazione del federalismo. E la spinta a uno sviluppo economico che parta dalla valorizzazione delle forze che ci sono nel Paese: sono enormi, ma bloccate. Non è che bisogna dar vita allo sviluppo: bisogna aiutare quello che c’è. Che, grazie a Dio, è tanto.

La politica ha avuto il coraggio di cambiare… ma noi?

Ho trovato davvero interessante l’articolo di Luca Doninelli per il Sussidiario, La politica cambia, e noi? perché pone una domanda fondamentale.

In modo assolutamente non scontato è nato un governo fatto… col bilancino; per poter accontentare le varie esigenze dei partiti che lo sostenevano. Ma già nascono i distinguo di chi vuole perennemente essere in campagna elettorale infischiandosene del disagio sociale che può arrivare alla terribile decisione di usare una pistola contro un 0bbiettivo simbolico, ma in carne e ossa.

E quel che mi addolora è assistere ai soliti giochini dell’informazione che, anche se parla di riconciliazione nazionale, non rinuncia al vizietto tutto italiano del sospetto, della pretesa, della rivalsa, ecc.

Ma come si fa a favorire un governo che pare voglia mettercela tutta per affrontare la tragica situazione italiana se abbiamo la pretesa che sia solo il Governo e non anche i parlamentari, i mass media e gli italiani tutti ad avere uno spirito di riconciliazione e di collaborazione?

E che ce ne facciamo di un Papa come Papa Francesco che ha il plauso di tanti se non mettiamo in pratica tutti i suggerimenti semplici e affascinanti che aiuterebbero tutti a stare meglio?

“Si può scommettere sui cattolici?”

Mi pare interessante l’articolo che oggi A. Socci propone perché mi pare fare un po’ di chiarezza sul compito dei cristiani in politica:

 

Qual è stato (ed è ancora) il compito principale dei cristiani nell’organizzazione politica del mondo? La domanda non è accademica e c’entra addirittura con la nascita del nuovo governo italiano e col ruolo che in esso hanno i cattolici.

La risposta – che forse sorprenderà – è questa: la desacralizzazione del mondo. La sua laicizzazione.

Questa missione è stata iniziata dal popolo d’Israele. C’è un bellissimo saggio di Joseph Ratzinger sulla “Genesi” che sottolinea l’aspetto rivoluzionario del racconto della creazione.

Il cardinale spiega che narrare il sole, la luna e il mondo naturale come creature di un Dio totalmente trascendente, significava desacralizzare il cosmo che invece tutte le religioni sacralizzavano.

Se il sole è semplicemente un astro misuratore del tempo, l’universo è una creazione razionale che l’uomo può conoscere, usare e dominare.

Quindi  – come Ratzinger spiegò poi in un memorabile discorso a Parigi – la prima conseguenza della rivelazione biblica è la liberazione dalle superstizioni.

Anche da quelle politiche. La desacralizzazione del mondo compiuta dai cristiani infatti ha riguardato pure il potere che – dice Ratzinger – tutte le religioni pagane sacralizzavano.

Infatti il cristianesimo entra nel mondo romano – che era tollerante verso tutti i culti – essendo denunciato e perseguitato curiosamente come “ateismo”.

Perché?

I cristiani erano leali alle autorità e allo stato, ma si rifiutavano di omaggiare l’imperatore come dio. Infatti Gesù stesso aveva posto i diritti di Dio come limite invalicabile per i diritti di Cesare (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”).

Così ha creato lo spazio della libera coscienza individuale (e quanti martiri!), ha portato alla demolizione di assolutismi e teocrazie e in seguito alla svolta costantiniana, che è anzitutto la desacralizzazione dello Stato e l’inizio della vera laicità e della libertà di coscienza.

Poi nel corso dei secoli lo stesso Impero cristiano è stato più volte tentato di riproporsi come assoluto (e di prevaricare la Chiesa stessa), così come il ceto ecclesiastico medesimo è stato tentato dalla teocrazia, ponendosi come potere mondano sacralizzato.

Ma il dramma dell’irriducibile alterità cristiana (“il mio Regno non è di questo mondo”) si è sempre riproposto e ha prevalso, purificando anche la Chiesa. Specie attraverso il formidabile irrompere dei santi.

Talora la Provvidenza – che sa scrivere diritto su righe storte – ha “usato” anche i nemici della Chiesa, scismi o persecuzioni per purificare la Chiesa stessa riportandola alla sua vera natura (essa è “primizia”, anticipo profetico, felice e inerme del Regno “che non è di questo mondo”).

Con la fine della cristianità e l’inizio della modernità gli stati sono tornati all’assolutismo e – nel corso dei secoli XIX e XX la pretesa messianica ha connotato le ideologie totalitarie e i regimi sanguinari che hanno partorito.

Ancora una volta la Chiesa si è trovata – quasi da sola – a combattere contro tutte questi fenomeni che erano una forma di risacralizzazione pagana del potere.

Il paradosso – spiegato di nuovo da Ratzinger in “Chiesa ecumenismo e politica” – è che lo spazio della laicità, cioè di uno Stato e di un potere che non pretendono di rappresentare tutta la speranza umana, ma riconoscono il limite rappresentato dalla coscienza e da Dio, è sempre stato prodotto dalla presenza della Chiesa.

Cosicché più si ha a cuore la laicità della politica e dello Stato, più servirebbe un rapporto intimo e vitale col cristianesimo. E’ paradossale, ma vero.

Infatti il voler recidere totalmente quel legame porta a un laicismo che a sua volta diventa ideologia, “dittatura del relativismo” e tradisce le sue premesse umanistiche.

La deformazione mitologica e sacrale della politica assume forme sempre nuove. Per esempio negli ultimi trent’anni, nel mondo, i contrapposti fondamentalismi religiosi (ma anche laici).

Infine nella vita del nostro Paese è andata in scena una guerra civile permanente che – pur senza le antiche ideologie – ha visto perdurare (su entrambi i fronti) vecchie mentalità: la demonizzazione dell’avversario, la necessità del Nemico apocalittico in politica, la politica come scontro fra Bene assoluto e Male assoluto, la radicale impossibilità del dialogo, dell’accordo, del compromesso come contaminazione demoniaca, l’antipolitica (che è una delle forme della politica) come necessità di sradicamento totale del passato, di disinfestazione, di decontaminazione da un virus.

Chi ha letto Eric Voegelin sa decifrare la natura antica di queste mitologie.

Ebbene, provvidenzialmente nelle ultime settimane qualcosa è accaduto. Sembra affacciarsi una pacificazione storica e non è un caso che a guidare questa “laicizzazione” della politica siano tre giovani politici cattolici (Letta, Alfano e Mauro).

Anche nel dopoguerra era stata una classe dirigente cattolica a salvarci dalle pericolose forme mitologiche della politica.

Ma la domanda è: basta un governo per realizzare una svolta simile? Nella nostra società e nelle élite corrono da anni fiumi di veleno. Gli odiatori, i fanatici e gli apocalittici sono tanti e su ogni fronte.

Chi può pacificare e sminare questa terra?

Proprio i cattolici – facendo tesoro del magistero di Ratzinger e dell’evangelica predicazione di papa Francesco – potrebbero e dovrebbero far dilagare nella società l’antivirus che neutralizza l’odio: il riconoscimento dell’altro, il dialogo, il desiderio di pacificazione, di costruzione comune, con la gradualità e il realismo.

Si può scommettere sui cattolici?

 

“la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale”

“Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità”.

(…)

“Non è morale il moralismo dell’avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”. (J. Ratzinger)

 

Copio questi passaggi dall’articolo di Socci perché confermano quel che ho sempre pensato: che occorre essere realisti, cioè usare la ragione e non l’irrazionalità per affrontare la realtà e i fatti così come sono e non ignorandoli. Se si parte dall’irrazionalità delle ideologie si arriva ai totalitarismi di vario genere

«Senza una reale esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti, non è possibile ripartire»

Da Tracce riprendo questo realistico contributo che aiuta a comprendere l’attuale situazione politica:

Anche in politica l’altro è un bene

di Julián Carrón

10/04/2013 – «Senza una reale esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti, non è possibile ripartire». La lettera di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL a Repubblica (10 aprile 2013)

  • Julián Carrón.Julián Carrón.

Caro Direttore, cercando di vivere la Pasqua nel contesto degli ultimi eventi accaduti nella Chiesa – dalla rinuncia di Benedetto XVI all’irruzione di papa Francesco -, non ho potuto evitare di pensare alla drammatica situazione in cui versa l’Italia per la difficoltà di uscire dalla paralisi che si è venuta a creare.

Si è scritto molto su questo da parte di persone ben più autorevoli di me per le loro competenze in politica. Non ho alcuna soluzione strategica da suggerire. Mi permetto solo di offrire qualche pensiero, nel tentativo di collaborare al bene di una nazione alla quale mi sento ormai legato per tanti motivi.

Mi pare che la situazione di stallo sia il risultato di una percezione dell’avversario politico come un nemico, la cui influenza deve essere neutralizzata o perlomeno ridotta al minimo. Abbiamo nella storia europea del secolo scorso documentazione sufficiente di analoghi tentativi da parte delle differenti ideologie di eliminarsi a vicenda, che hanno portato alle immani sofferenze di intere popolazioni.

Ma l’esito di questi sforzi ha portato a una costatazione palese: è impossibile ridurre a zero l’altro. È stata questa evidenza, insieme al desiderio di pace che nessuno può cancellare dal cuore di ogni uomo, che ha suggerito i primi passi di quel miracolo che si chiama Europa unita. Che cosa permise ai padri dell’Europa di trovare la disponibilità a parlarsi, a costruire qualcosa insieme, perfino dopo la seconda guerra mondiale?La consapevolezza della impossibilità di eliminare l’avversario li rese meno presuntuosi, meno impermeabili al dialogo, coscienti del proprio bisogno; si cominciò a dare spazio alla possibilità di percepire l’altro, nella sua diversità, come una risorsa, un bene.

Ora, dico pensando al presente, se non trova posto in noi l’esperienza elementare che l’altro è un bene, non un ostacolo, per la pienezza del nostro io, nella politica come nei rapporti umani e sociali, sarà difficile uscire dalla situazione in cui ci troviamo.

Riconoscere l’altro è la vera vittoria per ciascuno e per tutti. I primi ad essere chiamati a percorrere questa strada, come è accaduto nel passato, sono proprio i politici cattolici, qualunque sia il partito in cui militano. Ma anche essi, purtroppo, tante volte appaiono più definiti dagli schieramenti partitici che dall’autocoscienza della loro esperienza ecclesiale e dal desiderio del bene comune. Eppure, proprio la loro esperienza di essere «membri gli uni degli altri» (san Paolo) consentirebbe uno sguardo sull’altro come parte della definizione di sé e quindi come un bene.

In tanti questi giorni hanno guardato la Chiesa e si sono sorpresi di come si sia resa disponibile a cambiare per rispondere meglio alle sfide del presente. In primo luogo, abbiamo visto un Papa che, al culmine del suo potere, ha compiuto un gesto assolutamente inedito di libertà - che ha stupito tutti – affinché un altro con più energie potesse guidare la Chiesa. Poi siamo stati testimoni dell’arrivo di Papa Francesco, che dal primo istante ci ha sorpreso con gesti di una semplicità disarmante, capaci di raggiungere il cuore di chiunque.

Negli ultimi anni la Chiesa è stata colpita da non poche vicende, a cominciare dallo scandalo della pedofilia; sembrava allo sbando, eppure anche nell’affrontare queste difficoltà è apparsa la sua diversità affascinante.

In che modo la vita della Chiesa può contribuire a misurarsi con l’attuale situazione italiana? Non credo intervenendo nell’agone politico come una delle tante parti e delle tante opinioni in competizione. Il contributo della Chiesa è molto più radicale. Se la consistenza di coloro che servono questa grande opera che è la politica è riposta solo nella politica, non c’è molto da sperare. In mancanza di un altro punto d’appoggio, si afferreranno per forza alla politica e al potere personale e, nel caso specifico, punteranno sullo scontro come unica possibilità di sopravvivenza. Ma la politica non basta a se stessa. Mai come in questo momento risulta così evidente.

Nella sua povertà di realtà piena di limiti, la Chiesa continua a offrire agli uomini, proprio in questi giorni, l’unico vero contributo, quello per cui essa esiste – e Papa Francesco lo ricorda di continuo -: l’annuncio e l’esperienza di Cristo risorto. È Lui l’unico in grado di rispondere esaurientemente alle attese del cuore dell’uomo, fino al punto di rendere un Papa libero di rinunciare per il bene del suo popolo.

Senza una reale esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti, non è possibile ripartire. Questa è la testimonianza che tutti i cristiani, a cominciare da chi è più impegnato in politica, sono chiamati a dare, insieme a ogni uomo di buona volontà, come contributo per sbloccare la situazione: affermare il valore dell’altro e il bene comune al di sopra di qualsiasi interesse partitico.

(La Repubblica, 10 aprile 2013)

 

Caro Beppe Grillo, impara dai benedettini…

Sono esseri umani e ci vogliono ben altri ingredienti per fondare una vita nuova…

Dice Brandirali in un articolo su “I Sussidiario” ricordando le sue esperienze di gioventù carica di desiderio di cambiamento.

“Se vogliamo cambiare il  mondo dobbiamo innanzitutto cambiare noi stessi” dice ancora.

Ma per poter cambiare basta il desiderio a vincere le inevitabili sconfitte?

Il ’68 è un periodo esaltante che ha visto il suo fallimento nello sfacelo cui oggi assistiamo [sinceramente sono orgogliosa del fatto che posso ribadire questa mia  considerazione di ieri]

Allora occorre avere un progetto più chiaro che possa essere realizzato non solo con  le proteste più o meno urlate; perché le proteste senza un progetto serio,  fondato su un ideale solido e collaudato, sono destinate a fallire.

Il desiderio buono, se non sostenuto da un ideale vero, è destinato allo sfacelo.

Ho letto con interesse un articolo segnalatomi da un amico su Grillo e il Movimento cinque stelle e, poiché mi chiedeva cosa ne pensassi gli ho risposto:,

 Finalmente riesco a leggere l’articolo!
Eppure Il mio amico Giorgio sta lavorando da anni in quell’ambiente così malsano, ma si è mantenuto fedele a ciò che è sempre stato vero e, se hai visto il suo contributo che ho segnalato anche nel blog, avrai capito che non scherza e vuole andare avanti. Stasera alle 16 ha ripreso a fare SdC  con gli amici, come faceva prima del mese di campagna elettorale e ha ripreso solo il venerdì con il silenzio prima della domenica delle elezioni.
Io credo che Giorgio stia da anni costruendo qualcosa di simile a quel che facevano i Benedettini, naturalmente all’interno del suo ambito. E la cosa incredibile è che è rimasto amico di tutti! anche degli avversari politici! Non parla mai male di nessuno ed è sempre propositivo e se vedi il suo sito (Al centro la persona) ti rendi conto di come ha operato e vuole continuare ad operare.
Il disagio dei grillini si dissolverà quando capiranno che finiscono come i sessantottini [che ritengo in gran parte responsabili dell'attuale sfaceloanche se non sono i soli] … Inutile esplicitare un disagio giustificato e limitarsi a ululare: occorre rimboccarsi le maniche e ricostruire con un progetto che può nascere solo da una comunità cristiana che vive come dice il  primo punto della nota sulle elezioni di CL
 Allora accadrà ciò che  Benedetto XVI presagiva nel 1969 (poveri noi!):
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