La morte di Giacomo

Dal Paraguay l’amica di un amico scrive:

Cari amici,
Vi scrivo qualche riga prima di finire questa giornata così lunga e piena di avvenimenti.
Questa mattina a messa avevo in mente la nostra Anna XXX, della casa di XXXX, che dopo – credo – soli 3 mesi di malattia “misteriosamente” giunta nella sua vita è morta ieri. Sentendo il Vangelo della Risurrezione, mi son detta “solo la resurrezione di Gesù fa in modo che io possa guardare la morte dell’Anna senza sentirmi tradita”. Ho domandato di capire tutta la profondità di questa “intuizione”
… Non pensavo che il Signore mi mettesse alla prova tanto presto! Aprendo la posta cinque minuti prima di entrare in classe mi è arrivata la frustata della notizia della morte del Giacomo. Non ho avuto neanche il tempo di capire cosa era successo e ho dovuto entrare in classe perché avevamo un esame di italiano e non potevano sostituirmi.
Tutta la giornata è stata un fiorire: di lacrime, lacrime e ancora lacrime, di dolore e di domanda di capire, di non scappare davanti a questo fatto. E un fiorire di consolazione: dai 30 nani di quarta elementare che, capitanati dalla mitica Sol Nuñez al grido di “venite a consolare la prof!” mi si sono stretti alle gambe, mi hanno tirato per i vestiti per sbaciucchiarmi e abbracciarmi con le loro manine tozze. E mentre interrogavo i compagni mi portavano i loro kleenex e disegnavano cuori, animali e valanghe di fiori per me! E poi i colleghi, che “conoscevano” Giacomo per un esempio che Eugenio ha fatto al collegio docenti di inizio anno e ora sanno chi è il ragazzo che il Preside amava così tanto che poteva prenderlo a calci nel sedere!
E di tanti di voi, di cui ho letto mail e messaggi. Giacomo stesso mi ha consolato, con le sue parole, che mai avevo sentito, con la sua bella testimonianza di fede!
Fino alle ore 15 nostre -che per voi erano le 21- e mentre cercavo un angolino a scuola per dire il rosario “insieme” a voi, sono stata raggiunta da due amiche e colleghe che passavano a salutarmi e si sono fermate a pregare con me.
Di TUTTO sono grata, dalla prima all’ultima cosa.
Meno di 24 ore fa, all’assemblea di SDC avevo cantato “mi corazón no está perdido” proprio quella che credo abbiate cantato per il Giacomo. Di niente abbiamo paura, nemmeno della morte, nemmeno di una morte così inaspettata. Non siamo pazzi a dircelo. In queste ore sto mendicando questo per me, e se volete, lo farò volentieri anche per voi.
Vi abbraccio tutti.
M

Un amico di P. Aldo ci scrive dal Paraguay

Con molto tremore - come con tutte le cose preziose – metto in comune con voi, dopo averne chiesto l’autorizzazione all’autore, questa mail in cui un giovane, da poco arrivato dall’Italia in Paraguay da P. Aldo, racconta il suo primo impatto con quell’esperienza terribile e bellissima:

Cari amici,

Vi scrivo due righe per farvi sapere come va qui in Paraguay dopo questi primi giorni che sono stati veramente un pochino pesanti.
Sono arrivato domenica e le mie mansioni sono state subito quelle di stare la mattina alla casa di San Joaquin dove stanno i vecchi abbandonati e il pomerig gio stare coi bambini della casita di Belen.

Scusate se non farò nomi, ma mi hanno pregato di non farlo, io obbedisco.

Per quanto riguarda i vecchi l’inizio è stato subito un po’ pensante perchè per dirla tutta non mi allettava molto l’idea. Alcuni sono immobilizzati a letto e essendo vecchi abbandonati non sono educati a molte cose elementari. Intendo cose basilari come il mangiare con le posate o usare bene il bagno. Siccome sono un po’ di legno e non ho capito subito cosa questo potesse centrare con me ho chiesto a un infermiere che lavora lì perchè lui faceva questo lavoro e nella sua risposta ha detto questa cosa che mi è rimasta impressa: "Lavare e pulire il culo ai vecchi quando si sporcano mi corrisponde." E mentre diceva questa cosa io pensavo: "ma come è possibile che pulire il culo sporco di un vecchio ti possa corrispondere? Secondo me non mi corrisponde manco pulire il mio". Il giorno dopo ho fatto la stessa domanda al supervisore della casa degli anziani e lui mi ha detto: "Qui sono chiamato a rispondere alla realtà. Loro non possono pulirsi da soli, quando si cagano addosso. Questi vecchietti si amano rispondendo alla realtà." Questi due pensieri mi sono rimasti impressi per tutti i gio rni a seguire fino ad oggi, perchè sono due cose proprio misteriose. Non trovate?

Mi sono messo a seguirli e piano piano (non tutto d’un colpo) dopo una settimana mi sono
ritrovato a chiedere sempre ai vecchietti come stanno e dargli una carezza o una piccola pacca sulla spalla, fare bene e con amore i loro letti, pulire, lavare i piatti, stendere i panni, etc etc. Tutto per loro e in tutto questo sto vedendo crescere in me un’affezione nei loro confronti, tanto che mi dispiace vederli ogni tanto giù e mi metto a sedere vicino a loro guardandoli (perchè non riesco a parlare neanche con alcuni) ma dicendoli con gli occhi: "Ti voglio bene! Il tuo destino è grande amico. Che Dio sia con te." e molte altre cose!

Ad oggi, ripensando a quello che mi aveva detto il supervisore della casa, mi sono accorto di amare proprio il dare da mangiare ai vecchi e cambiare i pannolini ai bambini, perchè in questi gesti è evidente che rispondo alla realtà e in nessun modo posso rinchiudere in un mio sch ema quello che ho davanti.

Alla casita invece sono successe molte altre cose. Vi racconto una cosa in particolare che ha cambiato completamente il mio modo di stare qua. Venerdì scorso è stata una giornata turbolenta con un gruppetto di 4 bambini. La "mamma" della casita non c’era e dovevamo badare i bambini io, un altra volontaria e il cuoco (che però non stava con noi a mangiare nel salone), io allora ho detto al cuoco della casita, mentre serviva la cena, di non dare il dolce a quei bambini per tutto quello che avevano fatto come punizione e quelli si sono incacchiati. Alla fine si sono messi fuori dal salone si sono messi tutti insieme a tirarmi delle pietre quando ero rimasto solo. Io allora ho cominciato a dirgli di smetterla, ma molti di questi bambini non sanno cosa vuol dire la parola basta. Ora non gliene faccio una colpa, perchè quasi tutti loro hanno subito le peggiori violenze che anche io faccio fatica ad immaginare, ma in quel momento ero davvero incacchiato. Dopo la trentesima pietra ho gridato: "Alla prossima pietra tutti in castigo." Chiaramente la pietra è arrivata subita e ho preso chi l’aveva tirata e l’ho messo in castigo.
Mentre stavo tornando hanno ripreso a rilanciare le pietre e poi sono scappati tutti. Io in quel momento sono proprio sbroccato e mi sono messo a rincorrerli, in particolare il più grande che me ne aveva fatta di ogni quel giorno. Ora una volta che l’ho acchiappato non potete immaginare che è successo: è impazzito. Cioè si dimenava, cercava di mordermi, mi dava calci e pugni: sembrava un animale. Quando l’ho lasciato, perchè non riuscivo a portarlo, sembrava posseduto. Mi guardava con un sguardo impazzito e così anche un altro bambino: erano fuori di sè. Cioè mi volevano quasi uccidere.

Per farla breve il giorno dopo appena ho visto padre Aldo gli sono corso incontro e gli ho detto che avevo fatto un cavolata, perchè mi ero accorto completamente che la mia reazione non era stata giusta. Questi bambini sono stati educati all’odio, sono stati abbandonati, picchiati e violentati, e un gesto come quello che ho fatto io fa solo rivevere in loro quei traumi passati che devono superare: per questo avevano reagito così. Ma io non potevo saperlo (questo non lo dico per giustificarmi, perchè quello che ho fatto rimane una azione che deploro). 

Padre Aldo mi ha detto subito che secondo lui era meglio se rimanevo solo coi vecchi e non andavo più alla casita. Ora potete immaginare cosa questo ha voluto significare per me. Ha lacerato ancora di più il mio cuore ferito per quello che avevo fatto il gio rno prima.

Ho vissuto la giornata nel dolore, parlando di quello che avevo fatto con chiunque mi passasse vicino, e la sera stavo tornando a casa e per caso i bambini erano nella pizzeria della parrocchia con la mamma della casa. Lei mi ha visto e chiamato e, anche se ero un po’ intimorito, mi sono fatto avanti. Le sue parole non sono state proprio leggere: “Io ho chiesto al padre Aldo di non farti più venire perchè secondo me questa non è la tua vocazione e non puoi farlo quindi, perchè ti manca la pazienza.” E potete immaginare di nuovo cosa il mio cuore ha provato in quel momento. Coperto dal peso della mia miseria un’altra mazzata lo ha colpito. E allora le ho chiesto: “Quindi secondo te io non posso più tornare? Io devo e voglio imparare. Io voglio venire alla casita” Lei allora ha sorriso e mi ha risposto: “Se è così allora quando ci sono io tu puoi venire. Così farò anche a te da madre.” E io lì non ho potuto fare altro che abbracciarla, perchè quello che stava accadendo in quell’istante non era qualcosa di umano, ma era l’abbraccio di Cristo. L’abbraccio in cui nonostante tutta la mia miseria, la mia pochezza, un uomo si risente amato e per questo vive.

Sono un uomo misero, io sono nulla. Ero venuto qui senza questa coscienza e guardando i bambini inconsciamente pensavo di essere migliore di loro, ma cosa ho io in più di loro? È forse merito mio il fatto che sono nato e cresciuto in una famiglia in cui non mi è mancato mai niente e ho avuto tutto dalla vita? No. È forse mio il merito di avere ricevuto una certa educazione? No. Solo se accetto per primo la mia condizione, se accetto chi veramente sono e ne prendo coscienza, posso guardare questi bambini e vecchietti con lo sguardo giusto.

Solo questo sguardo gratuito ha dato senso alla mia vita, solo il fatto di essere stato soggetto a questo sguardo le ha sempre dato senso. Senza di esso non sono nulla, senza Cristo non sono nulla. Non importa quello che faccio, senza Cristo ogni mio gesto, anche quello più coraggio so o incredibile, non vale una cicca.

Questo fatto seppure doloroso, è stato vitale, perchè da sabato scorso ho cominciato a lavorare in un modo diverso e a guardare le cose e le persone che avevo intorno come un dono, come un regalo che io uomo misero non sono nemmeno degno di guardare.

Cmq non vi preoccupate: è già un paio di gio rni che sono tornato alla casita.

Vi faccio sapere appena ho attimo qualcos’altro!

Scusate se non avete capito nulla, ma ora devo andare a letto che domani la sveglia suona alla e 6:30 come al solito e mi devo svegliare per tempo.

Un abbraccio a tutti

p.s. se pensate che questa mail sia utile a qualcuno o che abbia dimenticato di mandargliela, per favore inoltratela. Scusatemi vi prego, ma non tengo il tempo per ricontrollare a chi la sto mandando. A presto!

P. Aldo: tutto è positivo, tutto è grazia perché “Io sono TU che mi fai”

Cari amici,  

Grande festa ieri, domenica 11 ottobre nella clinica: battesimi, prime confessioni, prime comunioni, cresime e uno matrimonio. A che cosa serve un ospedale se il malato, il personale non incontra Cristo o non nasce in lui il desiderio dell’infinito? 

Ecco: Miriam, una bella ragazza ammalata di AIDS, anni di carcere, droga a 14 anni, mormona di religione è arrivata la settimana scorsa dal "lager" dove era ricoverata in totale solitudine e abbandono. I  primi giorni sono stati durissimi anche perchè adetta ai psicofarmici. La paziente attesa di un miracolo è accaduta grazie all’affetto pieno di tenerezza di tutti noi. Cosi ieri ha abiurato ai mormoni ed è entrata nella chiesa cattolica.

Guillermina, invece ha sposato il compagno in fin di vita, con cui viveva  da anni. Il "si" pronunciato con fatica dal marito e le lacrime di Guillermina al momento di dire "per tutto il tempo della mia vita" ha commosso tutti, perchè quel "si" voleva affermare che l’amore è eterno e non è legato a una funzione come quella di mettere al mondo i figli. Quel si era a Cristo, di cui il marito moribondo era per Guillermina l’evidenza se non fosse cosi cosa avrebbe servito il loro "si"?  È come se volessero dirci che una persona o è possibile amarla per sempre o non la si ama. Per questo è bellissimo quando mi dicono: "Padre vogliamo sposarci per morire in pace". 

Bellissimo perchè significa che solo nel sacramento del matrimonio il rapporto uomo-donna è pieno di pace quella pace che ha permesso a Guillermina di dire questa mattina: "Padre dopo mesi che non dormivamo, questa notte abbiamo dormito e bene. Lui nella camera dell’ospedale ed io appoggiata con la testa al suo fianco".

Dopo la messa la sorpresa. Celeste, la miracolata, con i suoi amici ammalati di leucemia hanno ballato e cantato manifestando tutta la loro gioia di vivere. Nei loro occhi la certezza "Io sono Tu che mi fai". 
  

Era di una evidenza commovente e i loro movimenti nel ballo ci ha fatto godere un pezzo di paradiso. 

Si di paradiso perchè dove la coscienza anche se picolissima, di "io sono Tu che mi fai" il cancro, l’AIDS, la leucemia si trasformano in una possibilità anche di ballare.  

Amici, ma capiamo che tutto è positivo, tutto è grazia, e non c’è niente che ci impedisca di riconoscere i segni della Presenza di Cristo fra noi. E questo amici è ciò che qui apprendo ogni istante per cui anche questa settimana, molto dura per me, in cui nessun slancio emotivo ha fatto capolino fra le nubi nere, è stata un motivo di dire ancora più radicalmente "si" a colui che mi fa in ogni istante e di cui sono proprietà.

Ma questo è sconvolgente, perchè questo è il cammino della fede, questo è fare esperienza. 

Guardate la foto dei fatti accaduti ieri 

Grazie. 

P. Aldo

Una giornata con… Padre Aldo Trento

Da TRACCE di Settembre:

La cittadella della resurrezione

di Roberto Fontolan

L’amicizia con don Giussani gli ha salvato la vita. Da allora si prende cura degli incurabili del Paraguay. Il silenzio all’alba, la casetta degli orfani, la gratitudine dei politici. E la pizzeria. Poi la vita in clinica, a fianco di chi ha i giorni contati. Abbiamo seguito il “prete dei guaranì” nel cuore della sua opera. Dove «riaccade il mistero che permette al mondo di andare avanti»

A San Rafael la vita comincia presto. Ancora nella luce diafana dell’alba si intravedono i passi svelti di chi inizia la giornata nella cappellina del Santissimo. Che in realtà è aperta sempre, giorno e notte. Il guardiano ha l’ordine di aprire il cancello esterno a chiunque voglia pregare. Anche alle tre del mattino. Padre Aldo ama questa stanza, una decina di sedie e un minuscolo altare, per il silenzio. Qui, nel pieno della sua solitudine («padre Alberto se ne era appena andato e io – io! – mi sono trovato parroco») “nominò” il Signore stesso parroco di San Rafael e se medesimo sacrestano; così come nella clinica è Lui il direttore e padre Aldo cappellano.
In certi lunedi, è un’automobile quella che si ferma davanti all’ingresso della parrocchia. Puntuale alle 6.30 il vicepresidente del Paraguay, Federico Franco, recita le Lodi assieme ai padri (oltre ad Aldo, Paolino Buscaroli e Ferdinando Dell’Amore, noto come Daf). Il vicepresidente è un grande amico di San Rafael. Prendendo un veloce caffè, prima di correre al palazzo della vicepresidenza nel centro di Asunción, commenta: «Questa parrocchia è la chiara dimostrazione di come in Paraguay, un Paese povero, si può assistere l’essere umano in un modo eccellente, di prim’ordine, e si può privilegiare la persona in qualsiasi situazione. La clinica come un hotel a cinque stelle, la scuola con docenti preparati. Gli abbandonati, i bambini della strada, gli anziani, i moribondi, gli ammalati che tutti gli ospedali rifiutano qui sono di casa. È il passaggio evangelico: gli ultimi saranno i primi. Gli ultimi tra i paraguayani sono i meglio assistiti a San Rafael, e questo si deve al temperamento, alla forza, all’affetto, al carisma di padre Aldo e di Comunione e Liberazione. Sappiate che oggi in Paraguay molta gente povera sorride e dice grazie per l’aiuto che riceve da voi dall’Italia».

«La spina dentro di me». Padre Aldo: «Per tanto tempo all’alba ho fatto almeno un’ora di silenzio. Volevo entrare nella giornata preparato agli attacchi di tutto ciò che mi vuole staccare da Lui. Le preoccupazioni e il calcolo sulle cose, sui progetti, i soldi, le persone. Insomma ogni giornata presenta occasioni per dire sì o per dire no. Io mi preparavo, lavoravo per il mio sì. Oggi devo fare più in fretta perché devo assolutamente dedicare mezz’ora alla ginnastica, magari una corsetta, a causa della mia salute; così uso questo tempo per recitare il Rosario, non posso iniziare la giornata senza contemplare quel vangelo dei poveri che è il Rosario. Non ho mai perso la certezza di Cristo. Tuttavia, dentro di me sento ancora una spina che ogni giorno mi accompagna, come scrive San Paolo, e se non avessi la preghiera e la forza dell’Altissimo non riuscirei ad andare avanti neanche un secondo».
Tra poco apre i battenti la scuola, che conta 250 bambini. Il secondo appuntamento nella giornata di padre Aldo è quello alla casetta di Betlemme, prima delle 8. Vestiti di blu, i bambini aspettano impettiti e allegri. La casita è nata per ospitare due orfani di una mamma morta nella clinica. Ora i bambini sono una ventina, affidati dal Tribunale, e curati da Cristina, che nella clinica ha perso due figlie per una malattia congenita gravissima. «Mi chiedeva perché, mi supplicava di darle una risposta – ricorda Aldo -, ho potuto dire solo che dovevamo stare insieme davanti a quei fatti: le sue figlie andate in cielo, degli orfani che restavano con noi sulla terra. Cristina, le ho detto, continua a essere madre».
Le preghiere e le voci dei bambini salgono dal cortile della parrocchia verso le stanze asettiche della clinica per malati terminali dedicata a San Riccardo Pampuri. È il cuore profondo e discreto di tutta la vita parrocchiale, è il termine di paragone per i sacerdoti, i volontari, i giovani, i fedeli, i catechisti. Dice l’infermiera Beatriz Gomez: «Se uno non ha Cristo nel suo cuore, è difficile che possa affrontare una realtà che molte volte è dura. Fa male vedere un bambino agonizzante o una persona come Marciana, che ha 21 anni e se ne sta andando (nel frattempo è morta; ndr). Come infermiera mi sento felice. Faccio il mio lavoro senza che nessuno mi obblighi, voglio che il mio paziente sia pulito, che stia bene, che sia in ordine, che sorrida. Ecco tutto».

Ogni capello è contato. Aggiunge il primario: «Per tanti medici avere un paziente malato terminale è un fallimento. Io non mi propongo di guarire le persone, so che questo non è possibile. Allora il mio obiettivo è che quella persona stia bene, che i sintomi siano controllati, che non abbia dolore, nausea, vomito. Questo posso farlo e mi dà felicità, gioia. La fede mi sostiene tanto. È importante anche quando parlo ai malati; la fede aiuta a vivere bene questi momenti di sofferenza, incertezza, paura di fronte alla morte».
Anche per Aldo la clinica è il centro di tutto: «Vedo nei malati non solo la condizione dell’uomo in sé, ma la bellezza della misericordia di Dio fatta carne in Cristo, misericordia che salva l’uomo e che mostra che tutto è positivo. Mi impressiona il modo stesso con cui Dio salva coloro a cui non importa nulla di Dio. Quando vedo i miei bambini incoscienti, ridotti allo stato vegetativo, capisco che loro sono il riaccadere del crocefisso e del calvario, e di quel mistero di morte e resurrezione che permette al mondo di andare avanti. La clinica mi prende tanto tempo e tanto cuore. Spesso ci sono riunioni, con i medici o le infermiere, o i volontari o il personale amministrativo. Oggi ad esempio c’è il comitato tecnico: settimana dopo settimana passiamo in rassegna ogni ammalato, per monitorarne i progressi e le difficoltà, nell’aspetto fisico e umano. Poi il direttivo della clinica nuova e la commissione edilizia per la costruzione in corso. L’anno prossimo dovremmo inaugurarla. L’edificio è quasi alla fine. Guarda la facciata, imita quella della Riduzione di Trinidad, ricordi? Gli angeli musicanti scolpiti sui muri della grande chiesa, la pietra rossa, bellissima, stagliata contro il cielo azzurro. Come sai, ho imparato moltissimo dai gesuiti e dalla loro politica culturale tutta orientata alla bellezza».
Nella vita dei padri il pomeriggio è dedicato «all’incontro con Cristo e alla nostra compagnia», dice padre Paolino: «Dall’una alle quattro e mezza e tutto il lunedì. So che dal punto di vista dell’efficienza sembriamo più passivi che attivi, ma ne abbiamo bisogno, un bisogno profondissimo». Aldo aggiunge: «Ho sperimentato il buio, la tristezza, il dolore e l’angoscia. Certe volte anche una mosca mi fa male. Se non fosse per la certezza di essere amato da Cristo e posseduto da Dio, e di avere accanto la compagnia di Paolino e Daf, sentirei proprio di non farcela. Tutti gli istanti devo dire a Dio “sei Tu che mi fai, anche i capelli del mio capo sono contati”, altrimenti farei fatica a resistere e ad affrontare tutto. È il dramma, dentro e fuori di noi: da un lato assisti alla nascita di realtà positive; dall’altra, ti rendi conto che il positivo nasce lottando con la fatica, l’incomprensione e a volte anche con il pregiudizio».
Un caffé o un cappuccino al Caffè letterario Van Gogh introduce il pomeriggio. Il locale è in una baita dolomitica di grandi tronchi. Adornata di libri e cd, è il punto di riferimento per tanti dibattiti e appuntamenti culturali. E anche della piccola redazione dell’Observador, il settimanale curato qui a San Rafael e allegato al quotidiano nazionale La Ultima Hora: un giornale battagliero e pedagogico, noto in tutto il Paraguay per l’originalità delle sue posizioni. Natalia, Guillermo, padre Paolino ne costituiscono il nucleo ideativo. La vita della parrocchia, e spessissimo della clinica con tutta l’esperienza del dolore che viene raccontata e approfondita, si trasfonde negli eventi nazionali e internazionali, nella realtà della Chiesa, nei grandi interventi del Papa. Nell’ultimo anno molti articoli sono stati dedicati a Marcos e Cleuza Zerbini. «Ci siamo conosciuti nel novembre del 2008 – racconta Aldo sfogliando la raccolta – e da allora siamo inseparabili, anche se viviamo lontano. Ci uniscono due cose: l’amore per la realtà e per l’uomo che nasce dalla passione per Cristo, e l’amicizia e la volontà di prendere sul serio tutto ciò che Carrón ci dice attraverso un lavoro personale e un lavoro tra di noi. Ci ha colpito la sua affermazione: manca l’umano. Credo che la debolezza del cristianesimo sia fotografata da questa frase. Si guarda a Cristo prescindendo dall’uomo. Questo lo vedo in America Latina, dove è dominante il moralismo, e anche in Europa. Ma ciò che ha caratterizzato il cristianesimo sin dall’inizio è la passione per l’uomo. Ed è ciò che motiva il rapporto tra me, Marcos, Cleuza e gli altri: la passione che abbiamo per l’uomo, nel nostro caso l’uomo povero e sofferente, ci porta a desiderare che Cristo sia tutto».
Da tempo la parrocchia è diventata un viavai di visitatori da ogni parte. Apprendisti nella clinica, politici nazionali, universitari. Il desiderio è conoscere e vivere l’esperienza della parrocchia, a volte per lenire un certo dolore, un certo malessere. Qui incontri sempre qualcuno che ti vuol bene, non sei mai lasciato solo. Da quando è intervenuto al Meeting dell’anno scorso, padre Aldo ha ricevuto più di seimila email. «Rispondo come posso, una quindicina al giorno. Tutti chiedono un aiuto. Penso che vedano in me una persona che ha sofferto, che non ha negato la sofferenza, che non l’ha chiusa in sé o se ne è vergognato. Qual è il senso della vita, come posso dire che una crisi è una cosa buona, che la depressione è una grazia, perché c’è tanto dolore, come è possibile vivere la fedeltà e come perdonare il male dell’altro… Sono i temi del cuore, i temi dell’uomo. Nonostante tutti i preti e gli esperti che ci sono in giro, mi rendo conto che l’uomo di oggi è veramente solo nel suo problema esistenziale, e che proclamarsi cristiano non basta a risolverlo. Io ho avuto la grazia di vedere come don Giussani viveva intensamente e stupendamente ogni avvenimento della vita. È stato il mio sostegno».

La sfida di ’O sole mio. La sera a cena è molto facile incontrare i sacerdoti di San Rafael alla pizzeria ’O sole mio, creata nella parrocchia per dare lavoro a dei giovani e produrre qualche utile. Ci vanno con i bambini orfani o con i malati della clinica che ce la fanno (oltre che naturalmente con visitatori e parrocchiani). Una festa per tutti loro, una sfida per tutti gli altri clienti.
E il futuro della parrocchia? «Quest’opera dipende interamente da Dio che l’ha voluta e continua a mantenerla in vita. Se Lui ne vede l’utilità la porterà avanti, la gente capace di farlo c’è. Persone in grado di mendicare realmente Cristo e di consegnarsi virtuosamente a Lui. Certo, se qui non ci sarà una persona innamorata di Cristo, Lui non scenderà di persona dal Paradiso per portare avanti la parrocchia. Noi padri ben sappiamo che quest’opera è nata dalla fede, quindi è solo la mancanza di fede che può distruggerla». Aldo chiude in fretta il discorso, ora arriva per lui il momento più bello della giornata: correre alla casita per dare la buonanotte ai bambini.

… mentre il dolore si fa adorazione…

Cari amici,

Come vorrei che ci lasciassimo provocare da quanto Carrón ci dice parlando dell’urgenza di percorrere il cammino, senza lasciare buchi per la strada, della conoscenza, per arrivare direttamente davanti al Mistero per poter dirgli TU. Mai come in questo sabato sento vere queste parole: dire TU al Mistero. Senza questa esperienza oggi non avrei retto alla  dolorosissima agonia e morte della mia figlia piú grande della “casita de Belén”: Rosita, ve la ricordate quando vi ho mandato la foto il giorno della sua cresima? Adesso sono qui al suo fianco mentre, guardando quel TU in cui lei vive, vi scrivo per raccontarvi la sua bellezza.  Le sue guance che tanto e tanto ho baciato e accarezzato sono ancora tiepide mentre il freddo della morte avanza inesorabilmente. Le sue unghie con lo smalto bianco, lunghe ed affusolati danno alle sue bianche e tenerissime mani un tocco di quella femminilitá che ti rimanda all’Infinito. Cosi la sua bellísima faccia circonscritta dentro una folta chioma di capelli nerissimi. Ripenso al filmato visto a La Thuile e poi a S. Paolo. Ripenso e rivedo Giussani leggere quella bellissima poesía di Leopardi: “Sopra il ritratto di una bella donna”.

É proprio la descrizione della mia Rosetta. Ha appena 18 anni. Come in una rapidissima sequenzza vedo passare davanti a me quell’ora in cui Giussani ci racconta “Cara Beltá”. Ho pianto tanto, fina dalle prime ore del mattino, quando con il S. Sacramento fra le mani sono arrivato al suo letto. Che strazio (solo chi é padre puo capirmi e vive della paternitá che solo la verginitá ti dona) nel vederla con gli occhi semi chiusi, rivolti leggermente all’indietro, e lottando contro la morte. I suoi respiri affanosi sempre piú distanziati nel tempo, come per descrivermi la grande ultima bataglia fra l’anima che vuole ritornare a quel “TU che mi fai”e il corpo che non cede, non vuole lasciarla partire. Un lotta che vedo tutti i giorni nei miei figli che partono (quasi 700 in 5 anni) e che per me ogni volta é un martirio che mi tocca perfino fisicamente. La sua fronte tutta piena di sudore, come le mani. É duro morire, é la fatica piú dura della vita. Sono stato al suo fianco tutto il tempo possibile.

Non potevo non vivere con lei, accarezzandola e e baciandola, questo momento drammatico in cui Rosetta giá tutta consegnata al Mistero, stava per raggiungerlo. Quando alle 12:30 sono ritornato da lei con il Santissimo Sacramento, mi sono inginocchiato e  ho messo l’ostensorio al suo fianco. Eravamo noi tre, o meglio era “Io sono Tu che mi fai”. Era quel TU che ci prendeva tutti. Che esperienza di appartentenza, di paternitá, di figliolanza ho provato! Ripensavo alla parolle del Giuss, dette da Carrón che l’aveva salutata alcuni giorni fa: “l’uomo non dipende dai suoi antecedenti… neanche dal cancro e dai terribili dolori… l’uomo é relazione diretta con l’Infinito”.

Giá alcune ore prima di questa scena Eucaristica mi era stata data un’altra prova di questa veritá, quando la polizia mi aveva portato un “barbone” incontrato sballato nella strada. Era irriconoscibile come uomo: barba lunga, incolta, zeppo dei suoi escrementi. Accolto come Gesú, l’amico Carlo lo metteva sotto la doccia, gli taglia la barba ed i Capelli. Sorpresa: quando lo  vedo sul letto non lo riconoscevo piú. É un altro, sempre quello di prima, ma è un’altro. Gli chiedo l’etá: 57 anni. Non ci posso credere. Sembrava come averne 80 appena arrivato. Che cosa ha fatto la differenza? Prima non aveva conoscenza di essere “Tu che mi fai”, adesso SI’ e questo cambia, ricostruisce l’io, rinasce l ‘uomo. Come? Mediante un abbraccio… é ancora quell’abbraccio del Giuss che raggiunge ogni giorno quelli che per il mondo sono solo degli “sporchi barboni”. Mi viene in mente l’epitaffio che c’é sulla tomba di Santa Rita da Cascia: “l’amicizia é una virtú ma l’essere abbracciati é la felicitá”. Ora anche questo uomo, da una vita nella strada, é felice.

Come la mia Rosetta, che mai ha perso il suo sorriso né quando le amputaronno la gamba destra, né quando tutta metastasi perse l’udito e il suo ginicchio diventò come un enorme pallone. In questo momento sono venuti a salutarla dandole un bacino i suoi fratellini della Casita di Belem. Un incontro incredibile… e che fatica dire loro una parola, mentre mi guardavano sbigottiti con gli occhi spalancati, come chiedendomi: perché?. “Rosetta é in paradiso, guardate il suo sorriso”. É ció che sono riuscito dire loro. Ma sono bastate queste parole perché si rendessero conto che quel TU ci ha reso una sola cosa per sempre e che Rosetta é viva. Sì, quel TU che ha strappato anche loro della violenza di ogni tipo, rendendoli felici.

In questo momento, é morta un’altra mamma.

Pregate per me e per i miei figli e non dimenticate mai quel percorso della conoscenza necessaria, sì, oh sì! per essere abbracciati e abbracciare tutti.

Ripenso e prego per Caterina per che guarisca, la figlia di Antonio Socci, per il figlio di Achilli e di tanti altri, che sono in paradiso con la mia Rosetta. “Io sono TU che mi fai”. Solo cosi anche in questo momento  il mio cuore riposa sicuro, mentre il dolore si fa adorazione.

P. Aldo

… Qui è il trionfo della vita…

Cari amici

Guardate che bello! Non siamo su una rampa che porta a un ristorante , ma alla mia clinica per ammalati terminali dove Miriam, la farmacista della clinica ha deciso sposarsi. Qui sono morti i suoi genitori e lei ha voluto che l’accompagnassi all’altare come papà e poi celebrare il matrimonio . Tutti gli ammalati terminali, che avevano un poco di energia hanno assistito seduti sulle sedie a rotelle. Nella stanza a fianco cèra Lorenzo, appena morto. 

In un’altra la piccola Lucia, la bimba senza occhi e naso che fino a sabato sera lottava con la morte. Ha 2 mesi. Nelle altre stanze gli ammalati in coma o molto gravi e i miei bambini Victor (quello senza cranio) Aldo, il mio figlio adottivo con la testa sempre più per la prima volta prende paura, per me invece è solo una grande ostia bianca che adoro, come ogni ammalato 3 volte al giorno. 

Poi c’era il personale medico, paramedico, etc. vestiti a festa. Infine alcuni dei miei bambini della casita di Betlemme, dove ieri è arrivata la figlia di Fabiana di due anni che abbiamo recuperato a 400 km di qui… anche lei con l’aids. Ma bella come il sole. Tristemente non ha riconosciuto la mamma Fabiana, che lascio a voi immaginare el dolore. Fabiana 19 anni, oltre all’aids, le hanno trovato anche un cancro nella testa. È sofferente non sta più in piedi, il suo volto quasi sfigurato. Eppure che testimonianza ha dato a Carron e tutti noi lunedi scorso!

Segue commovendoci per la letizia, nel dolore più atroce, che ci trasmette una letizia che permette non solo agli ammalati celebrare il matrimonio prima di morire ma anche ai sani. "Miriam perchè hai scelto di sposarti qui, fra ammalati terminali ed oggi anche un morto?". Le ho chiesto: "perchè qui sono felice, perchè qui è il trionfo della vita, qui c’e Gesù, ci siete voi i miei amici, qui sono di cielo". Dopo queste parole che potevo dire?

"Vedete quanto qui accadde fuori neanche lo possono immaginare… che una coppia selga di celebrare il giorno più bello della sua vita cosciente, il matrimonio in un ospedale per ammalati terminali è la vittoria della risurrezione di Cristo, è il mondo nuovo evidente, è il "Tu che mi fai" istante per istante che cambia, rende viva, vibrante capisce e se raccontate ciò che oggi avete visto vi prendono per matti. Ma questo è il cristianesimo, questa è la vittoria di Cristo, è la sconfitta della morte, è il significato salvifico del dolore. Provocato no importa da quale malattia".

E mentre dicevo queste cose arriva Rosetta, la beli diciassettenne, metastasi generale, una gamba amputata, l’altra con un ginocchio come un pallone per il cancro e sorda, mi vede, mi sorride. Alzo il pollice destro, come quando voglio sapere come sta, e lei mi risponde sorridendo allo stesso modo. Terminata la cerimonia, tutti alla festa nella sala dell’ospedale, ed io vado a recitare il breviario nella cella mortuaria dove c’è Lorenzo, ormai freddo che mi aspetta. Gli do un bacio, la fronte è proprio fredda, ha gli occhi ancora un po’ aperti, con amore gli premo le palpebre e si chiudono al mondo per sempre, ma ora contemplano quel mio "Tu che mi fai".

Sto solo con lui, anche perché non ha nessuno. Noi siamo la sua famiglia. Provo una grande pace, una letizia, come sempre quando sto solo con un cadavere. Ma non è il cadavere a darmi la pace ma la certezza di quanto diciamo in modo distratto nel "Credo": "Credo la risurrezione della carne, la vita eterna, amen". In fondo la clinica è nata perchè ho preso sul serio anche questo dogma della nostra fede.. ed è quello più dimenticato da tutti, anche dai preti.

Ciao,
P. Aldo

 

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Aldo Trento: La vittoria di Cristo nella carne putrefatta di Pablito

Padre Aldo torna in Paraguay dopo il Meeting

Cari amici, 

Eccomi di ritorno. La sorpresa commuovente e’ che ad aspettarmi c’erano i miei figli della Casetta di Betlemme, fatti entrare grazie al vicepresidente nella sala vip, situata dentro all’aereoporto, prima della polizia di frontiera, dove nessuno entra senza un permesso speciale. Pensate cosa ha voluto dire per me scendere dall’aereo e vedere i miei figli, tutti bene vestiti ad accogliermi. E poi la piccina, la piu’ piccola di due anni, Rosetta, con le braccia aperte camminare verso di me e saltarmi tra le braccia. Alla partenza per l’Italia non camminava ancora. Tutti assime sul furgone felici, con la Rosetta in braccio, siamo arrivati a casa dove mi aspettavano i bebe’. Sono bellissimi. Un pomeriggio di festa.

Ma poi da due ore gli ammalati mi stavano aspettando nella clínica, tutti in circolo. La Hermania Sonia con l’arpa e loro con tutto il personale a cantarmi la canzone che piu’ mi piace e che da 20 anni e’ come se l’ascoltassi per la prima volta “Quando ero pequeño”. Infine l’incontro con Cinzia, una bella donna giovane che non voleva morire prima che arrivassi. L’ho abbracciata, tenendo la sua testa fra le mie braccia. Due ore dopo moriva, con un sorriso pieno di paradiso. Ieri l’ho passato incontrando il mio popolo di ammalati, moribondi, anziani e bambini, e abbracciandoli uno per uno e inginocchiandomi davanti ai moribondi, vedendo in loro Gesu’ morente. Guardando ognuno, vedevo la contemporaneita’ di Cristo, in loro cambiati, cambiati perche’ stanno davanti al dolore con gli occhi fissi nel Mistero.

Poi nella notte la polizia mi ha portato una bambina, abbandonata e violentata. A guardare un uomo tremava, per cui aveva terrore anche di me. Pero’, sono convinto che il “Io sono Tu che mi fai” dentro alcuni giorni le permettera’ di venire in braccio. 

Grazie per quanto avete fatto per me nel mio soggiorno in Italia.

Prego per tutti 

Padre Aldo



Viaggio a Roma con padre Aldo per guida

Federico Franco, vicepresidente del Paraguay, è stato in visita in Italia. Da Roma a Riva del Garda con una guida speciale: un caro amico che vive nel suo Paese, padre Aldo Trento (leggi tutto qui)

Ed ecco cosa ci scrive Padre Aldo:

Asunción, 31 marzo

 

Cari amici, volevo ringraziare il Signore e la Madonna con voi, di ritorno dal viaggio in Italia.

Un pellegrinaggio autentico come quelli medioevali.

Il motivo di questa gioiosa fatica é stato fondamentalmente determinata dal desiderio che il caro amico, l´attuale vicepresidente della Repubblica, Dottor Federico Franco, conoscese il cuore di Comunione e Liberazione.

E cosí é accaduto. Dapprima l´incontro con il Santo Padre che ci ha accolto con una felicitá che mi ha comosso. Ho potuto brevemente dirle chi sono e ció che il buon Dio fa mediante questo povero uomo. Non dimenticheró mai il suo sguardo, il suo sorriso, le sue espressioni piene di affetto. Dare la vita per questo uomo é il primo sentimento che mi ha preso.

Come continuitá di questo incontro é stato il ricevimento a Milano da parte di Julian Carron.

Ci tenevo tantissimo che il Vicepresidente vedesse Giussani, conoscese direttamente colui a cui Don Giussani, come 2000 anni fa, Gesú con Pietro, ha conferito la responsabilitá di guidare un popolo nato dal suo carisma. Non so come ringraziare Carron per l´ora e piú di tempo che ci ha donato, dialogando con semplicitá come Gesú faceva con gli umili di cuore con il Dottor Franco, peraltro curioso di tutto e pieno di domande. Anche questo momento come quello con il Papa ha suscitato lo stesso sentimento in me. “Signore ti offro la mia vita e quella dei miei ammalati per questo uomo grande perché umile, cióe perché si vede che vive toccato dal Mistero, si vede la sua familiaritá con Cristo”

E la chiarezza con cui ci parla, la tenerezza del suo sguardo, e l´umanitá con cui ci abbraccia ne sono l´evidenza. Ci ha impressionato la sua libertá, cioé l´uomo che come Abramo sta davanti al Mistero. Dare la vita per lui per il Santo Padre sono le ragioni della mia vita e il mio grazie, perché senza questi due uomini la nostra vita si ridurebbe uguale a quella dei famosi “reduci” o ex combattenti, che, magari continuano a trovarse come gli alpini, vivendo di ricordi e di fiaschi di vino.

Salendo di metáfora: la nostra vita si ridurebbe a sostenerci prima di cadere nella tomba. Da questi due momenti che hanno comosso il vicepresidente sono partiti tutti gli altri incontri con la vita di C.L: dalla scuola di comunitá con Maurizio Lupi, dei parlamentari in Roma, l´incontro con Fini e Lupi al parlamento, con Alemano, con il Centro Internazionale con Roberto  Fontolán e amici, con Mons. Camisasca, un incontro bello e significativo che ha permesso di andare al cuore della Fraternitá San Carlo e rendersi conto del perché noi tre preti siamo quello che siamo. I due giorni a Riva del Garda dove é rimasto stupito da come C. L educa anche quanti sono impegnati in politica.

“Mai mi sarei immaginato che nella pagana Europa ci fossero politici che vivono con una consapevolezza grande la propia fede, senza vergogna e vivendo ogni gesto nella certezza che Egli é qui”  

Insomma é tornato in Paraguay, con la decisione che anche qui riaccadda lo stesso avvenimento, giá presente nella nostra compagnia di San Rafael. “Adesso comprendo perché voi siete cosí, perché la parrocchia é cosí ed é per me un modello di come vivere anche a livello di governo”

I giorni in piú che sono rimasto in Europa sono stati una gioia sia perché in compagnia dei miei cari amici Marcos, Cleusa e Julian de la Morena siamo stati a Barcellona, Monserrat, Santiago di Compostela, Burgos e l´incontro a Madrid. A Barcellona l´incontro con la comunitá e Sotoo, lo scultore della Sagrada Famiglia é stato un bagno di scuola di comunitá.

L´incontro nella basílica Santa Maria del Mare, una chiesa gotica bellísima ci ha permesso di spiegare mediante l´esperienza del seguire Carrón come anche la crisi attuale é una grazia, come ci ha ricordato il vangelo della quinta domenica di quaresima quando Gesú dice a Marta che “la malattia del fratello Lazzaro é perché sia riconosciuta la gloria di Dio”. Come dire, e la Scuola di comunitá ce lo ricorda chiaramente che la speranza e la gloria di Dio, da cui nace la sicurezza nel cammino. Allora il problema é solo uno ed é la domanda che Gesú pone a Marta: “credi tu questo?”. E da notare che aveva davanti il corpo giá puzzolente del fratello

E lei “Si, Signore io credo”. Ecco la crisi é perché finalmente l´uomo riconosca che é relazione con il Mistero, non é il padrone del mondo, é creatura. Il problema é “credi tu questo?”. Credi, crediamo che mai come questo momento storico é una occasione bella per aprire nuove porte, vedere nuovi o rizzonti, incontrare quei segni inconfondibili della Sua Presenza?

Pensando alla mia vita e a quello di Marcos e Cleuza con entusiasmo ogni giorno diciamo: “Si Gesú io credo”. Una settimana con questi amici, riprendendo sempre quanto Carron ci dice, ha permesso di scoprire anche il modo con cui Giussani ci educava al bello, al valore di ogni gesto, del dettaglio, della comozzione di fronte alla realtá.

I due grandi incontri di Carate e Lecco sono stati un aiuto per me e per tutti a chiederci come stiamo davanti alla realtá, al Mistero, al fatto se seguiamo con affetto Carron perché quelle febbre di vita di cui parlava Giussani ci prenda e ci consumi. Ringrazio comosso queste due grandi comunitá per avermi testimoniato una freschezza di vita e il desiderio di seguire colui che ci permette di dire: Giussani é vivo, é presente, attua. Come pure il gruppo del CLU del Canton Ticino o di Varese, gli amici di Carron, che sono venuti di proposito a trovarmi nella casa del Dottor Sega.

Mi é sembrato di rivedere gli Zerbini quando ogni mese e mezzo, spinti solo dall´amicizia vengono a trovarmi. E poi i tanti dialoghi con altre persone, con quanti come Scoppa ci ha portato con Cleusa e Marco, Julian de la Morena a Roma ed a Assisi, venendo apposto da Roma a Milano per trasportarci. Insomma é stato propio bello vedere una nuova primavera nel movimento. “Un movimento nel movimento” direbbe Giussani. E questo grazie a quanti con allegria vogliamo seguire a Julian che con chiarezza in ogni momento ci conduce al cuore dell´io”. Mi diceva una ragazza del Gruppo adulto: “seguendo Carron sono tornata a rifiorire dopo anni di invecchiamento”

Il suo richiamo alla concretezza dell´io, del cuore come criterio infallibile e oggettivo, all´io come relazione con il Mistero, alla realtá come l´unico luogo dell´io, alla familiaritá con Cristo, etc. é davvero l´aspetto piú reale, piú concreto della vita. E´di questo e solo di questa concretezza di cui abbiamo bisogno. Al contrario quello che noi chiamiamo “concretezza” e il massimo dell´astrazione, del pregiudizio.

Il problema, la crisi, verginitá si o no, matrimonio si o no, etc…tutto ció che viviamo solo in questa concretezza a cui ci riconduce Carron incontrano la chiarezza del cammino.

Abbiamo bisogno di lui perché lui ci dice: ecco il problema é il io, é l’io tuo cuore, é la realtá, é il tuo rapporto con il Mistero, é la tua familiaritá con Cristo e poi ci dice: “guarda lí, guarda lá, non vedi i segni inconfondibili della Sua Presenza che ti ricordano la possibilitá del cristianismo anche per te”

Un abbraccio a tutti e grazie di cuore. 

P. Aldo 

«Dicono che sono folle perché curo gli incurabili, ma vorrei che la piantassero di parlare a priori…”

Da Tempi questa intervista a Padre Aldo Trento:

Questo prete ci darà un sacco di guai. Prossimo è il tempo in cui le sue lettere, le toccanti e terribili lettere in cui descrive le sofferenze dei suoi moribondi e l’amore che lo sospinge continuamente ai loro capezzali, là nell’ospedale della missione di San Rafael in Paraguay, verranno agitate nei talk-show per accusare i cattolici di sadismo e forse scrutate negli uffici dei magistrati come notizie di reato per chiudere i lazzaretti in cui i cristiani si compiacciono di assistere l’agonia di «esseri mostruosi e deformi», come li ha definiti Giorgio Bocca sull’Espresso. E il suo clamoroso gesto di protesta contro il capo dello Stato che si è rifiutato di firmare il decreto legge che avrebbe salvato la vita di Eluana Englaro (la restituzione della decorazione della Stella della solidarietà di cui era stato insignito) ci sarà rinfacciato come la prova della slealtà dei cristiani verso le istituzioni. Guai a chi, quel giorno, lo rinnegherà. Perché sarà la stessa cosa che rinnegare Cristo e se stessi. Padre Aldo Trento, 62 anni, quarant’anni di sacerdozio di cui venti di naufragio della vocazione e della salute sprofondate nel nero gorgo della depressione, è infatti un santo “per filiazione”. Figlio di don Luigi Giussani e figlio del popolo di don Giussani, cioè Comunione e Liberazione. Non è il santo che appare dal nulla come una folgore nella notte; è carne della carne di don Giussani e dei figli di don Giussani (primo fra tutti il sacerdote forlivese don Alberto Bertaccini), lentamente generato nella fatica e nell’umiltà davanti alla sofferenza incomprensibile della depressione. Don Aldo esercita il diritto e compie il dovere di scandalizzare mostrando ed esaltando il contenuto provvidenziale della sofferenza dei piccoli e degli innocenti, perché ha vissuto nella propria carne patimento analogo e ne ha infine abbracciato la verità per la Grazia della compagnia di chi gli è stato vicino sempre, fedelmente. La sua voce rauca e nebbiosa, così simile a quella del più famoso prete di Brianza da far trasalire, trasmette verità che non lasciano scampo, perché coincidono con la drammaticità di una vita vissuta.

Padre Aldo, nel contesto della vicenda che ha portato alla soppressione di Eluana Englaro lei ha compiuto un gesto di protesta clamoroso: ha restituito l’onorificenza di cui era stato insignito dal capo dello Stato. Perché lo ha fatto?
Perché l’uomo è un mistero, è relazione con l’Infinito. Io non posso pensare neanche per un istante che un presidente della Repubblica non rispetti la storia in cui questa coscienza dell’uomo come “io sono Tu che mi fai” ha creato il tessuto culturale e la civiltà non solo di un popolo, ma di un intero continente. Il gesto che ho fatto è stato come dire: «Caro presidente, guardi che lei non è il padrone della vita di nessuno. Anche lei in questo momento è fatto da un Altro, e mi duole che lei non possa capire questo». Anche perché io penso che col passare degli anni, avvicinandosi al giorno della propria morte, l’uomo se usa correttamente la ragione dovrebbe avere più acuto il senso dell’aldilà, il senso dei Novissimi, il senso del giudizio di Dio. E come può un uomo essere tanto arrogante da impedire che una persona umana, autenticamente umana, possa continuare vivere? Il secondo motivo della mia reazione è che mi sono sentito toccato nel cuore. Di Eluana si diceva che era allo stato vegetativo. Ma in fondo anch’io mi sono trovato allo stato vegetativo spiritualmente e moralmente per anni. Se è vero che la vita è vita quando ha un significato, io ho avuto momenti della vita in cui avevo perso il significato e avrei desiderato morire. Però ho incontrato un uomo, Giussani, che dallo stato vegetativo mi ha fatto rivivere, scoprire la bellezza della vita, il significato della vita. Facendomi anche capire che il significato non coincide con la funzione biologica, ma con il fatto che io possa essere cosciente di essere creatura divina. E se succedesse che io fossi incosciente, tuttavia farei ancora parte del Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Il terzo motivo è che nella mia clinica non ho un caso Eluana, ma tanti. Eppure quando mi inginocchio davanti a queste piccole Eluana, penso all’Amore del Padre verso di me, che potendo offrirsi Lui come vittima d’Amore, ha preferito come segno di Amore ancora più grande di offrire suo Figlio sulla croce per me. Un giorno mentre dicevo Messa nella stanzetta di questi bambini malati ho letto il passo della Lettera agli ebrei dove si dice che Dio castiga quelli che ama. Non capivo. Ma ho guardato il crocefisso e ho guardato Victor, uno dei piccoli malati. E in quel momento ho capito che Victor è un privilegiato. Perché se Gesù è stato castigato per amore nei miei confronti, allora Victor è Gesù che sta soffrendo per me e per tutti, perché possa salvarmi io e salvarsi il mondo intero. Ma l’uomo di oggi non vuole sentire questo, ha eliminato Eluana perché vuole eliminare il crocefisso. C’è questa tendenza a eliminare il crocefisso dai luoghi pubblici perché si vuole eliminare tutto quello che ci ricorda il dolore. Ma il dolore è l’inevitabile condizione per la bellezza, perché uno possa incontrare il Mistero. Se io non avessi conosciuto la depressione per anni, se non avessi conosciuto in me l’odio alla vita, però sotto il manto di Giussani e della Madonna, credo che Dio non avrebbe potuto fare di me uno strumento di amore e di tenerezza verso tutti i rifiuti umani che riempiono la città di Asunción e dintorni, che porto con me come figli e fratelli, come altri Cristi.

Oggi la battaglia culturale è proprio su questo: ci sono intellettuali, come Lidia Ravera, che accusano le persone come lei di sadismo, dicendo che chi cura i malati incurabili lo fa per sfruttare le loro sofferenze, per sentirsi buono attraverso di loro. Oggi il giudizio morale va ribaltandosi: chi vuole curare i malati è crudele, perché vuole mantenerli nella sofferenza, chi li sopprime invece è veramente compassionevole.
Il problema è tutto nella risposta a una domanda: chi è l’uomo? Se l’uomo, come dice Sartre, è “una passione inutile”, un essere per la morte, allora non ho niente da obiettare. Però ci sono in noi delle cose inesplicabili come l’esigenza di amore, di infinito, di eternità, di bellezza. Questa nostalgia dell’eterno suggerisce che l’uomo è il frutto più bello del Mistero. Per cui, se Dio esiste, tutto ha un significato. In secondo luogo, questi signori non hanno conosciuto quello che ho conosciuto io, o che ha conosciuto Pavese, o che ha conosciuto Leopardi, o che hanno conosciuto tante persone: il “male del vivere”. Chi ha conosciuto il male del vivere ma ha avuto la Grazia, a differenza di Pavese, di incontrare un uomo come Giussani che lo ha amato, capisce bene che il sadismo è il loro, non il mio. Io sono uno che è resuscitato, che con molta facilità se non avesse avuto l’incontro con Giussani si sarebbe volentieri autoeliminato. Credo che quello che umilmente faccio io oggi sia l’espressione di un amore. Perché solo Dio sa quanto soffro, quanto soffro in questo dolore. Però non mi importa se non mi caspiscono. Forse grazie al mio dolore e al dolore dei miei figli anche per loro ci sarà, nell’ultimo istante della vita, un barlume minimo di lucidità per il quale si renderanno conto di ciò che ora, ubriachi di orgoglio come il demonio, disprezzano.

In questo momento storico drammatico è però successo anche un fatto inaspettato: mentre non pochi cristiani mostrano cedevolezza alla mentalità comune sui temi bioetici – l’ultimo caso è appunto quello dell’eutanasia a Eluana Englaro – ci sono stati degli atei e degli agnostici che mostrano sensibilità per la sacralità della vita. Il caso più clamoroso è quello del medico e cantante Enzo Jannacci, che si dichiara ateo, e che ha evocato «una carezza del Nazareno» per Eluana.
Ci sono uomini autentici che hanno una coscienza limpida di cos’è la ragione. Perché se la ragione è la capacità di guardare la realtà secondo la totalità dei fattori, allora capisco perché Jannacci ha detto quelle cose. Mentre tanti cattolici, proprio perché non fanno un uso corretto della ragione, non hanno neanche la coscienza della fede. La ragione ti apre la totalità dell’altro, te lo fa vedere come il riflesso del Mistero, qualcosa che sfugge alla tua portata. Jannacci mi ha commosso perché, come Leopardi, non è realmente un ateo. È più autenticamente religioso di migliaia di cattolici e anche di preti come quelli di Udine, favorevoli all’eutanasia su Eluana.

Il cristiano è chiamato alla testimonianza. Come deve essere la sua testimonianza nell’ambito politico, in questo momento storico drammatico? Che responsabilità deve esercitare?
È necessario prendere sul serio il magistero di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II, cioè prendere sul serio il cuore del cristianesimo, che è l’amore alla persona nella sua totalità. Dio vuole che la politica torni realmente ad essere per l’uomo, per la sua integralità. Ciò sarà possibile solamente se recupereremo un concetto chiaro di ragione. La sfida è lì: dobbiamo decidere chi è l’uomo. Se l’uomo è un numero che è uscito alla roulette, come dice Monod, allora è possibile tutto. Ma se l’uomo è relazione con il Mistero, le cose stanno diversamente. La politica deve decidere: o seguire quello che dice Monod, o decidere per quello che è l’uomo secondo la ragione: “Io sono Tu che mi fai”. La politica deve recuperare questa prospettiva del Mistero, altrimenti tutto diventa assurdo.

Lei ha fatto l’esperienza di quel che dice san Paolo: «Quando sono debole, è allora che sono forte per Cristo». Oggi la Chiesa è debole davanti alle potenze del mondo. Come può trasformare questa debolezza in forza?
A me impressiona quello che diceva Giussani: noi cristiani, e soprattutto molti pastori, vescovi, preti, religiosi, abbiamo vergogna di Cristo. Questo credo sia il delitto più grande. Se il mondo è quello che è, è perché noi, come dice Eliot, abbiamo abbandonato l’uomo. In America latina è evidente, anche nel mio paese: disobbedendo alle direttive del Santo Padre, un vescovo si è presentato alle elezioni e si è tirato dietro il 90 per cento del mondo cattolico. Invece dobbiamo recuperare la fedeltà effettiva e affettiva al Papa, superando quel complesso antiromano che da più di un secolo ci portiamo dietro. Quanto più saremo uniti al Papa, quanto più lo ameremo e lo seguiremo, tanto più il continente definito “il continente della speranza” da Giovanni Paolo II tornerà a rifiorire, mentre oggi è percorso da un asse del male che va da Raúl Castro a Chávez, a Rafael Correa, a Evo Morales e Lula.

Oggi la parola d’ordine della nostra cultura è “autodeterminazione”. Tutto va bene purché sia risultato di autodeterminazione. Va bene curare i malati inguaribili ma va bene anche sopprimerli; va bene abortire così come va bene tenere il bambino: basta che siano decisioni autodeterminate. In questo caso cade l’accusa di sadismo contro chi accudisce i sofferenti, ma a prezzo di un relativismo morale assoluto. Anche alcuni teologi e cristiani impegnati vedono nell’autodeterminazione una delle caratteristiche salienti dell’identità cristiana. Cosa ne pensa?
L’esistenza stessa documenta la menzogna, la diabolicità di questa posizione. Quando chiedo a un bambino in braccio ai suoi genitori “come ti chiami?”, lui guarda suo padre e sua madre come a dirmi: «Padre Aldo, hai sbagliato domanda, la tua domanda avrebbe dovuto essere: “Di chi sei?”». In ogni istante, io dipendo da qualche cosa: anche dagli elementi chimici, dagli elementi cosmici, da tutto. Ma ancora di più dipendo dal mio cuore, che mi porta inesorabilmente a cercare, a mendicare l’infinito. Poi io parto dalla mia esperienza di vita: se non avessi avuto la Grazia di qualcuno che mi ha aiutato a prendere coscienza di questa dipendenza ontologica, non sarei qui a parlare con lei. Perché l’autodeterminazione, nel caso della mia malattia, mi avrebbe spinto a farla finita con la vita. E tutto sarebbe finito. Invece è sorto un popolo che oggi gode di questa gioiosa dipendenza dal Mistero che io ho vissuto grazie a Giussani, che mi ha permesso di ritrovare il senso della vita e di farlo riscoprire a centinaia, a migliaia di persone. Quindi la posizione anarchica potrà anche appassionare, ma uno deve spiegarmi: prima non c’ero, adesso ci sono. Quindi Qualcuno mi ha creato. E poi, perché tutti cerchiamo un gesto d’amore? «Una carezza del Nazareno»: che cosa voleva dire Jannacci con questa frase, se non che l’uomo è dipendenza, proprio perché ha bisogno di una carezza? Aver bisogno di una carezza è già un desiderio, un grido di dipendenza. È dire “io sono Tu che mi fai”. Io sfido tutte queste persone a dirmi se c’è un momento della loro giornata in cui possono prescindere da una dipendenza, non importa da che cosa. Anche un ateo nel profondo di sé, arrivando alla sera e guardandosi allo specchio, capisce che da solo non può niente, che da solo si autoeliminerebbe, ma il cuore gli dice: “No, guarda che tu sei fatto da un Altro”, ed è da qui che origina la tristezza che in fondo tutta questa gente ha dentro. Io non ho mai incontrato nessuno, in quarant’anni che son prete, che non mi abbia mai chiesto: «Padre, mi benedica». Io ho assistito morire i fondatori di Ordine Nuovo rifugiati in Paraguay, Graziani e Massagrande. Più atei di loro non c’era nessuno. Eppure sul letto di morte questa dipendenza, questa affermazione del Mistero, l’ho ritrovata sulle loro labbra: mi hanno chiesto di confessarsi. Quando nella vita urge il momento decisivo, l’orgoglio si dilegua.

Recentemente è morto il figlio di 6 anni del capo dell’opposizione parlamentare in Inghilterra, David Cameron. Era nato con una grave disabilità. Il padre ha detto: «Quando è nato questo bambino, noi abbiamo pensato: “Avrà bisogno di tutte le nostre cure, dovremo fare tanto per lui”. Adesso che è morto, mi sono accorto che è lui che ha fatto tantissimo per noi. Chi ha ricevuto di più dal rapporto siamo stati noi». Che ne pensa?
È la stessa cosa che mi dicono le cento persone che lavorano nella nostra clinica. Credete che vengano a lavorare solo per lo stipendio? No. Mi dicono: «Padre, non possiamo più lasciare questo luogo, perché siamo noi che tutti i giorni torniamo a casa arricchiti, più umani». Cambia il rapporto fra marito e moglie: c’è gente che riscopre il valore della famiglia e chiede il matrimonio, ci sono madri che riscoprono l’amore per i figli, depressi che vengono anche dall’Italia e tornano a casa con un ritrovato gusto di vivere, imprenditori falliti che scendono da me e tornano in patria recuperati. Tutti mi dicono: «Padre, ma siamo noi i beneficiati di questo ospedale, non gli ammalati. Sono gli ammalati che assistono noi. Ci comunicano la bellezza della vita, il senso del dolore come cammino redentivo». Capisco benissimo quello che ha detto David Cameron. E vorrei che tutti venissero a vedere la Grazia che ha ricevuto quest’uomo che sono io: centinaia di figli deformi, bambini malati di Aids, che mi fanno riscoprire ogni giorno di più uomo. Io non mi sarei curato della mia depressione, non la affronterei se non vedessi tutti i giorni, più volte al giorno, quei malati terminali, quei bambini che mi guardano con gli occhi e mi dicono senza parlare “ma tu mi vuoi bene!” e “padre Aldo, noi soffriamo per te, perché tu possa andare avanti e aiutare gli altri”. Per queste mie parole sul Manifesto del 17 dicembre hanno scritto: “Le follie del prete del Paraguay”. Io vorrei che questa gente imparasse a parlare partendo da un’esperienza, non da un a priori. Perché a priori si possono dire un sacco di sciocchezze. Ma è la vita che parla, come dice quel bellissimo blues. Quello dove Richard diceva alla nonna: «Ma Dio non esiste», e la nonna rispondeva «È la realtà che dice che Dio esiste». 
 

Alicia, malata di AIDS, finalmente tornata a casa

Ho avuto qualche incertezza prima di decidere di pubblicare questa mail di P. Aldo – anche se ho il suo ok – perchè temo che qualcuno possa fraintendere, visto che la vita vissuta con verginità è qualcosa di difficile comprensione con i tempi che  corrono.

Ma poi ho visto la foto e ho capito che la foto spiegava tutto perciò… guardate la foto e poi leggete la mail!

Carissimi amici,

Guardate che bella Alicia, una delle mie figlie piú care, ammalata di AIDS, finalmente ritornata a casa. Si perché piú volte, una volta recuperata, se ne tornava nella strada a fare la vita di sempre e contangiando centinaia di poveri essere umani. Ha tre bimbi, di cui una vive con me insieme ad altri bambini miei. Ha 21 anni. E´bella questa mia figlia. Sta malíssimo, l´AIDS la sta divorando.

L´ho abbracciata come solo un uomo puó abbracciare una donna, come solo la verginitá permette, perché solo la verginitá fa rifiorire un albero secco. Ha chiesto: “papá voglio confessarmi”. “Figlia, mi basta questa domanda e già ti assolvo”. Un minuto e poi la festa. Ma capite quando Gesú dice: “Le prostitute vi precederanno nel Regno dei Cieli”. La guardo, sta molto male. Mi avvicino, vuole sentirsi abbracciata, accarezzata. Un oggetto da sempre per divertire gli assettati di sesso, adesso é lei, una donna, che bello!

Una donna. La guardo mentre mi stringe le mani e penso a Gesú quella volta dell´adultera: “donna!…”

La chiama “donna”. Che bello! La parola “donna” per me, come la usa Gesú, descrive tutta la sua grandezza.

Ebbene adesso é qui con un unico desiderio: vivere la dignitá incontrata. Per lei é fiorita la speranza che come ci ricorda la Scuola di Comunità è la Gloria di Dio, e la certezza che Cristo ha già vinto.

Per questo Alicia è sicura e non teme il futuro perchè sa che questo abbraccio che non l`ha mai mollata è definitivo.

Con affetto

P. Aldo  

Nota: Una delle sue bambine vive con me nella Casetta di Betlemme

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