“…l’io si sintetizza di fronte al Tu”

Occorre impegnarsi ad agire secondo l’ipotesi cristiana in tutte le circostanze, così che possa darsi la verifica personale dell’incontro fatto. Quanto più è libera l’esperienza personale tanto più è incisiva, e può quindi diventare una mentalità stabile, vale a dire, operare una efficace trasformazione della ragione e libertà della persona fino all’offerta di sé, in cui tutto l’io si sintetizza di fronte al Tu.

( LUIGI GIUSSANI, 2002)

 

Giussani: “non esistono “bracci politici” fra noi, ma persone educate alla responsabilità in famiglia, sul lavoro e verso gli altri”

Ho ricevuto il testo di un’intervista rilasciata da don Giussani a Panorama nel settembre del 2000 e la metto in comune perché mi pare ancora attuale:

Lei ha appena scritto un saggio su potere e opere. Quale è oggi, o quale dovrebbe essere, il rapporto tra potere e Chiesa, tra affari e fede?
GIUSSANI: Direi che deve essere quello che si stabilisce tra due persone: il dialogo. Ma per dialogare occorre che si persegua sinceramente un unico scopo, senza tacere un aiuto vicendevole: la Chiesa cosciente che attraverso tante situazioni contingenti il Mistero di Cristo vuole qualche cosa, e lo Stato operando con principi d’umanità. A me pare che l’unica condizione perché questo avvenga è che Chiesa e Stato siano guidati da persone che prima dell’attuazione dei loro disegni sentano l’umanità.
E ciò accade?
GIUSSANI: Qui avrei la tentazione di dire, di affermare che è difficile trovare persone autorevoli che misurino i propri progetti a partire da una mortificazione dei loro vantaggi personali, anche di pensiero.
Il cosiddetto “braccio politico” di Cl è passato dalla Dc al Psi e ora a Forza Italia. Non ha mai avuto paura di una strumentalizzazione politica del mix fede-politica?
GIUSSANI: A parte il fatto che non esistono “bracci politici” fra noi, ma persone educate alla responsabilità in famiglia, sul lavoro e verso gli altri (società, Paese, Stato e mondo). Comunque, in tanti anni abbiamo cercato di snellire le cose, mirando al cuore e alla testa dei giovani (e non più giovani) con la nostra proposta umana.
Evidentemente, una strumentalizzazione di una realtà che vive nella società può essere sempre ricercata dall’esterno proprio quanto più si tratti di una realtà viva, bella e utile. Ma un movimento come tale, anche politico, non nasce se non in ciò che lo anima.
Cioè?
GIUSSANI: Per noi il rapporto con la politica nasce da una preoccupazione educativa al destino di ogni persona.
Cl fu tra le prime organizzazioni, nel ’92, a mettere in guardia da Mani pulite, una operazione che fu subito definita una finta rivoluzione, un tradimento del popolo. Sono parole ancora valide?
GIUSSANI: Per rispondere a questa domanda bisogna saper leggere ciò che è accaduto con attenzione, sincerità e con assenza di pregiudizio.
Qui si vede la differenza di concezione dell’uomo tra la Chiesa e l’educazione meramente naturalistica. Se l’uomo è soggetto responsabile delle sue azioni, ogni azione non può dimenticare l’estrema debolezza di ciò che la fa nascere. Nel salmo De profundis si dice: «Signore, se fissi lo sguardo sulle nostre mancanze, chi potrà mai resistere?».
Tangentopoli fu solo una debolezza umana?
GIUSSANI: La debolezza dell’uomo è riconoscibile come cosa che sta al limite estremo del nulla. Questo rende eminentemente vera la scena che, nel momento più acuto del IV atto di Brand, il dramma di Ibsen, il protagonista grida: «Per raggiungere la salvezza non basta tutta la volontà umana?». Chi è quell’uomo che non sente la stolidità di frasi come quelle che s’udirono nel ’92 e ancora dopo gridate (o anche scritte su giornali) di taluni gestori di Mani pulite, che si ritenevano tra le persone più perfette della società? È per questo che allora dicemmo che un’azione che per punire colpevoli distrugge un popolo, come coscienza unitaria e come raggiunto benessere, ha almeno nella sua modalità di attuazione qualcosa di ingiusto. I suggeritori di Mani pulite forse potrebbero appartenere a una società di uomini che pretendono fissare loro il sommo bene per la società, identificato normalmente col favore dato a un assetto sociale in cui il bene salvaguardato si identificasse con quello che vogliono essi stessi.
Il bilancio di quella stagione?
GIUSSANI: Potrei semplificarlo con l’immagine di una crepa apertasi nel fondamento della nostra società, un imbroglio nel cui polverone non si può certo riconoscere il mattino di un giorno più benevolo. Anche se così ci è stato lasciato in eredità il richiamo ad una onestà “sociale”; e per questo c’è un grazie da dire anche alla fatica da loro sostenuta

Poter dire “io”

Ciascuno di noi ha una storia unica , personale, dolcissima e triste, che almeno a Colui che  ci ama interessa sommamente.
Noi magari non abbiamo il coraggio di amarci fino al livello che Colui che per primo ci ama, però scoprire questa splendida realtà ci rende baldi e positivi nell'affrontare tutto della vita, anche le sue difficoltà e i suoi dolori perché tutto è affinché  ciascuno possa dire con gratitudine "IO".
Questo pensavo al leggere il contributo inviatomi stamane da un amico. Lo copio:

DON GIUSSANI 
4 aprile 1998

 "Noi accettiamo la vita perché tendiamo alla felicità"

Perché un movimento come il nostro insiste così tanto sull'io, e perché solo adesso questa insistenza? 
Mi fai reagire un po' immediatamente quando mi dici «solo adesso»: perché l'inizio del movimento era dominato dal problema della persona! E la persona è un singolo, la persona è un singolo che dice «io». Soltanto noi abbiamo detto, per tanto tempo – un po' preoccupati di esagerare -, che l'io è l'autocoscienza del cosmo, cioè che tutta la realtà è fatta per l'uomo. Creando il mondo, Dio, nella concezione cristiana, aveva come scopo l'affermazione della persona. Per questo adesso diciamo che il cosmo intero raggiunge al suo acme, alla sua più alta cima, l'autocoscienza; è come una piramide sulla cui cima scoppia l'autocoscienza: la coscienza di sé, nella natura, in tutta la natura del creato, è l'io. Perciò, avrebbe significato il mondo, il cosmo, anche se ci fosse un solo io. L'autocoscienza del cosmo è come la sfida di Dio: «Ho creato perché ci fosse una creatura che prende coscienza del fatto che io sono tutto, faccio tutto, ho fatto tutto». Infatti, la religiosità è il cuore dell'uomo, il cuore dell'io, e si esplicita come desiderio di felicità e come ragione che determina tutte le definizioni che diamo alle parole. Ragione è coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. E la moralità è il nesso tra l'azione, un'azione dell'io, un'azione cosciente, e la totalità del creato, l'ordine. Sono due definizioni fondamentali per la nostra concezione dell'io. 
Comunque, i primi anni, la prima decina d'anni, prima che il '68 portasse una grande sommossa mettendo a tema affannosamente non tanto l'io, quanto la sua azione nella società, la conquista del potere (perché la conquista della scienza era secondaria rispetto a quella del potere così come veniva concepito allora), prima del '68, dicevo, il tema con cui iniziavo sempre gli Esercizi, i Ritiri, era costituito da una frase di Gesù. Dapprima eravamo poche decine, poi, dopo sette anni, abbiamo passato la cifra di cento nella prima «Tre giorni» fatta a Gazzada con monsignor Pignedoli. Dopo, la cosa è un po' esplosa, ma senza che nessuno se ne accorgesse e, in secondo luogo, senza che nessuno lo capisse né se ne rendesse ben conto; in terzo luogo, finalmente prendendo coscienza che le cose avvenivano perché non erano nostre: non eravamo noi capaci di prevedere una simile ricchezza di recupero del valore dell'umano, della persona. 
La frase di Gesù che allora dicevo tantissime volte, come un refrain continuo, dal '68 in poi è un po' diminuita, ma adesso l'abbiamo ripresa, perché l'esito della politica o della «rivoluzione» ha fatto vedere le estreme conseguenze di una mancanza di coscienza, di autocoscienza dell'io. Se l'io è l'autocoscienza del cosmo, il delitto più grande che l'io commette è quello di non conoscere se stesso, mentre invece deve essere cosciente di sé. 
Gesù diceva: «Ma che importa se prendete tutto il mondo e perdete voi stessi?». Anzi, Lui dice letteralmente: «Che importa all'uomo se prende tutto il mondo e perde se stesso? O che darà l'uomo in cambio di sé?». Sono cose che si richiamano l'un l'altra, perché se l'io è la coscienza del cosmo, di tutto, il rapporto col Creatore, con l'Infinito, con ciò che non è misurabile, origine e destino di tutto, è nell'io che si gioca, nella presa di coscienza che l'io ha di sé. Questo spiega perché il nostro dire, il contenuto della nostra conversazione, è sempre centrato sull'umanità, sul valore umano delle cose; e il valore umano non è dell'«umanità», ma del singolo, della persona. 
Così, tutto il discorso che ho incominciato al Liceo Berchet di Milano, subito il primo anno, ha dato origine a Il senso religioso, poi al secondo volume, All'origine della pretesa cristiana, e dopo ai testi sulla vita della Chiesa, sul valore della Chiesa. Ma il leit motiv o il destino comune di tutto questo sviluppo è stato la persona: per capire la persona e quel che debba fare la persona, chi è l'uomo e cosa deve fare l'uomo per essere se stesso, per essere coerente. 
Era così denso il punto di partenza che, in quarant'anni, si è sviluppato, dando tutte le implicazioni secondo una ricchezza che nessuno vagliava, era capace di vagliare e di osservare. Talmente non siamo stati guardati e presi sul serio, che l'avvenimento di New York di quest'anno, all'Onu, quando hanno presentato Il senso religioso al mondo culturale americano, ci ha lasciati come smagati, è stato uno stupore, e non solo mio, ma anche di molti di noi. 
Nel tempo che viviamo siamo giunti come alla sponda sabbiosa di una aridità, di un deserto umano, dove il soggetto della pena è l'io: non la società, ma l'io, perché per la società si ammazzano anche tutti gli "io" possibili e immaginabili. Mentre per noi la società nasce dall'esistenza dell'io. «Generate e moltiplicatevi», raccomandò Dio ad Adamo ed Eva: ma la natura del compito di Adamo ed Eva, del loro essere stati creati come personalità singole, è una compagnia tra loro due: l'uomo non può vivere, non può conoscere, alimentare se stesso, se non in compagnia di un altro, nell'incontro con un altro. 
Siamo, dicevo, come sulla sabbia, sulla sponda sabbiosa di un collasso terribile nella vita sociale. E siccome il potere ha come ideale e scopo quello di regolare la vita di tutti (il governo italiano lo dimostra molto patentemente), questa eliminazione della libertà ha delle conseguenze drammatiche, perché non vogliamo essere tutti schiavi o manovrati secondo l'ordine di un meccanismo centrale. 
Come si fa allora a resistere? Come si fa a porre un'alternativa al predominio del potere che vuole prendere una posizione determinante tutti gli aspetti, tutte le espressioni della vita dell'uomo, dettare fin le leggi morali? La «legge morale» è un valore sostenuto dal governo; tra i valori, tra tutti quelli che l'uomo può sentire come valori, quelli determinati dal governo sono imposti come gli unici giusti: è immorale chi non rispetta la legge del governo, data dal governo. Questo è anche vero, quando non si identifichi nel rapporto col governo, col potere politico, la natura dell'agire umano, perciò l'origine della legge. Ma come si è visto in tanti magistrati in questi anni, l'origine della morale è identificata con lo Stato, è il potere dello Stato. Ho detto che per una certa flessione questo sarebbe giusto, è giusto, è giustificabile o – come dire? – fondabile, ma soltanto se si trascende il limite dell'origine, perché altrimenti l'io non riesce più, nello spazio che Dio gli dà, che il Creatore gli dà, a vivere se stesso, ad essere libero. 
Comunque, adesso, lo sviluppo del movimento, la dinamica del movimento è giunta ad un punto da cui si capisce – si capisce che è così e lo si capisce in modo evidente e ovvio – che l'unica risorsa per frenare l'invadenza del potere è in quel vertice del cosmo che è l'io, ed è la libertà (comunque si intenda; ma noi abbiamo sempre cercato di descrivere e definire indicando anche l'origine delle nostre riflessioni, che è l'esperienza: tutte le parole che l'uomo usa, noi diciamo, nascono dall'esperienza, attingono all'esperienza, perché l'esperienza è l'emergere della realtà). 
L'unica risorsa che ci resta è una ripresa potente del senso cristiano dell'io. Dico del senso «cristiano» non per un preconcetto, ma perché è solo, di fatto, il discorso di Cristo, l'atteggiamento di Cristo, la concezione di Cristo, la concezione che Cristo ha della persona umana, dell'io, è solo questo che spiega tutti i fattori che noi sentiamo irruenti dentro di noi, emergere in noi, per cui, anche in una difesa ad oltranza del potere, nessun potere potrà, potrebbe schiacciare l'io come tale, impedire all'io di essere io.
Perciò, non è una emergenza strana l'impostazione che abbiamo dato l'anno scorso, nella Lezione di La Thuile, al valore dell'io, perché riprendendo il valore dell'io si hanno in atto tutti i fattori dell'umano. Dall'io poi nasce una società, una compagnia, come dicevamo prima di Adamo ed Eva. Ed è a una compagnia che il Creatore affida poi i compiti per cui l'ha creata: realizzare una conoscenza di sé, che sviluppi un autodominio. Senza io non si potrebbero neanche usare queste parole. 
L'insistenza sul valore dell'io si è sviluppata dunque dall'inizio, così come le circostanze lo chiedevano – perché è sempre stata una nostra preoccupazione rispondere ai problemi partendo dalle circostanze in cui si vive; e adesso rispetto ai passi primitivi siamo molto più avveduti e scaltriti, perché le domande, le richieste che la realtà ci fa sono modulate molto più consapevolmente, si sono rivelate di più nella loro capacità e nella loro forza in questi anni. 
La sottolineatura del valore dell'io è stata non solo la ragione di un approfondimento, di uno sviluppo della religiosità come categoria fondamentale dell'io, ma anche l'origine affascinante del rapporto con tutti i livelli della conoscenza, l'origine del leggere l'esperienza umana com'è negli uomini più geniali, più dotati di questa sensibilità, perciò i poeti e tutta l'espressività dell'uomo. Così capite perché io sono partito da Leopardi: era l'autore, l'espressione che io avevo studiato di più (avevo imparato a memoria quasi tutte le sue poesie), in cui ho afferrato la questione fondamentale. 
Stamattina una mia amica, che è una brava insegnante, come le antiche insegnanti che hanno creato il movimento, mi ha segnalato questa frase che Giacomo Leopardi scrisse a un amico francese in una lettera del 1823: «Se la felicità non esiste, cos'è dunque la vita? ». Noi accettiamo la vita perché tendiamo alla felicità. È bellissima questa espressione di Leopardi: è come una sintesi espressiva di tutto il nostro pensiero contenuto in Cara beltà o in Le mie letture. Che poi ha determinato una sensibilità maggiore anche verso la musica. Perché il primo anno al Berchet, oltre a citare Leopardi, portavo in classe i dischi di Beethoven (la Settima, il Concerto per violino e orchestra, ecc.), di Chopin… li facevo ascoltare e li spiegavo. 

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