L’incidente di Matteo e i «sedici mesi più belli della mia vita»

 Da Tracce una lettera:

23/01/2012 – Un’auto che piomba su un bar. L’inizio del calvario di un giovane neo-maturato. Fino alla sua morte. Fatti che, riguardati oggi, hanno il sapore della Grazia…

La copertina de <br>''Il senso religioso''.

Carissimo Julián,
finalmente mi sono deciso a raccontarti una storia grande che sta capitando a me e ad altri amici. È impressionante la coincidenza del lavoro che stiamo facendo su Il senso religioso come verifica della fede.
Nell’estate 2010, mentre Matteo stava festeggiando con la fidanzata il diploma di maturità seduto al tavolino della terrazza di un bar, un’auto – guidata spericolatamente da un suo coetaneo – precipitando da un tornante 60 metri più in alto, gli è piombata addosso investendolo. Miracolosamente le decine di persone coinvolte sono rimaste quasi illese, tranne Matteo che dopo diversi mesi trascorsi tra la vita e la morte è tornato a casa dall’ospedale in stato semi-vegetativo.
I genitori di Matteo hanno chiesto aiuto ad una amica della comunità di Cl che avevano conosciuto alcuni anni prima, avendo bene in mente che questa strana combriccola di persone fossero unite in una comunione più grande della somma di tutti i singoli.
È così iniziata la caritativa da Matteo, che ha coinvolto una ventina di amici che hanno deciso di offrire un po’ del loro tempo per far compagnia a Matteo e alla sua famiglia. La cosa che ha sorpreso tutti è stata l’importanza di questa caritativa per la vita personale di ciascuno. Importanza data dalla tangibile testimonianza di fede manifestata da questa famiglia.
La diciottenne Dori, fidanzata di Matteo, lo ha accompagnato ogni giorno, facendosi cento chilometri di viaggio, per aiutarlo nella fisioterapia e per sollecitarlo continuamente ad esprimersi e a cercare di comunicare. In tutti questi mesi Matteo ha avuto diverse gravi crisi, ma le ha superate tutte brillantemente. È stato incredibile constatarne i continui miglioramenti che nessun medico aveva nemmeno lontanamente potuto immaginare. Come dice Saverio, il papà di Matteo: «Anche se lei non lo riconosce ancora pienamente, l’amore tenace di cui è stata capace questa ragazzina non può che essere stato possibile grazie all’amore di Dio».
Ogni sabato che sono andato da Matteo, ho sperimentato attraverso suo padre e sua madre come un “pregiudizio positivo” sul fatto che siamo amati e fatti per un bene. Il papà ha sempre ripetuto che pur dentro un grande dolore, la realtà rimaneva positiva per il semplice fatto che suo figlio c’era, era lì, respirava, mangiava, dormiva. E Matteo rispondeva a questo bene, aveva imparato a dire “sì” o “no” strizzando gli occhi. È stato incredibile constatare di persona che razza di terapia sia l’amore di chi sostiene con te il tuo desiderio. Quando nella Scuola di comunità abbiamo riletto la questione della recondita partenza ho subito pensato alla posizione di Saverio, alla sua povertà di spirito, alla sua moralità che ha affascinato tutti noi. Alla fine di ogni turno di caritativa Saverio ci chiedeva: «Ragazzi, ma com’è che ogni volta anziché essere io che ringrazio voi per il vostro aiuto siete voi che ringraziate me?».
Dopo un po’ di mesi, Cettina, la mamma di Matteo, ci ha chiesto se era possibile iniziare a fare insieme a loro Scuola di comunità, l’abbiamo invitata alla Giornata di inizio d’anno.
Da lì in poi l’amicizia si è fatta più stringente, ci siamo ritrovati a mangiare insieme e a raccontarci ognuno le cose che aveva più a cuore. Alcuni amici hanno aiutato Saverio a costruire una grotta di mattoni per poter ospitare l’enorme statua della Madonna di Lourdes dopo un improvvisato pellegrinaggio d’agosto. Finita la grotta hanno pure abbattuto uno dei pochi alberi del giardino, affinché Matteo, sdraiato nel letto, potesse vedere la statua attraverso la finestra.
Intanto a novembre Matteo è stato finalmente accolto in un importante centro di riabilitazione fisioterapica per pazienti nel suo stato. Dopo una settimana di ricovero, Matteo ha contratto una banalissima infezione e il suo fisico non ha retto, il 21 novembre Matteo è stato accolto in cielo. È stato incredibile pensare all’assurda dinamica dell’incidente di 16 mesi prima e poi all’altrettanto assurda dinamica di come Matteo ci ha lasciati, un’infezione… È stato evidente come il Signore abbia proprio deciso di prenderlo definitivamente con sé. Qualcuno di noi ha detto: «Con la stessa grande fede dei suoi genitori anche noi pensavamo che Matteo potesse uscire dal quel centro quasi camminando… E invece il Signore gli ha voluto ancora più bene, perché lo ha fatto volare!».
Durante il Rosario recitato insieme la sera della morte del figlio, Saverio ci ha confessato che sorprendentemente questi ultimi 16 mesi successivi all’incidente sono stati i più belli della sua vita. Lo diceva senza censurare nulla del dolore e della fatica, diceva che il Signore aveva concesso a suo figlio altri 16 mesi perché lui, suo padre, potesse riconoscere che la vita ci è donata per un compimento positivo, ci ha detto di poter affermare questo per i moltissimi segni che gli sono accaduti.
E ringraziava il Signore di tutti questi segni, perché è proprio vero che senza rapporto col Mistero tutti noi saremmo sempre dominati dalle circostanze.
Ora i genitori di Matteo vengono con noi al collegamento della Scuola di comunità, stiamo camminando insieme per imparare a rallegrarci sempre più non per il fatto che «siamo in grado di convertire i diavoli», ma perché anche noi come Matteo e come i Santi Innocenti, in modo sempre misterioso, siamo stati presi, preferiti e scelti per la salvezza nostra e del mondo.
Francesco

Aldo Trento e i piccoli santi di novembre

Oggi desideravo leggere qualcosa che conforti in mezzo al chiasso dei mille problemi quotidiani della nostra povera Italia e del nostro travagliato mondo. Perciò sono andata nel sito di padre Aldo Trento e mi sono soffermata su quelle foto di corpicini sfatti dalla malattia e poi ho voluto leggere la sua lettera mensile che viene regolarmente pubblicata in un sito amico.

Lo so… ci sarebbe tanto da dire e da commentare, ma preferisco solo contemplare la bellezza di un’esperienza che se non fosse cristiana sarebbe pura follia.

Eccola:

Cari amici,
questa sera prima di iniziare le S.d.c. (scuola di comunità)* ho sentito un bisogno tremendo di far cantare “Povera voce di un uomo che non c’è…”**
 Però arrivati alla fine “la nostra voce deve gridare, deve cantare perché la vita c’è e tutta la vita chiede l’eternità”, mi ha preso un nodo alla gola. Perché pochi attimi prima avevo celebrato la S. Messa nella clinica, nella camera dove giacciono: Andres, un ragazzo di 22 anni che pesa 15 kg, con il corpo tutto arrotolato come un gomitolo. Non c’è una posizione che gli vedo bene perché non ha una parte del corpo normale.
Ermanno lo storpio, spero che molti se lo ricordino altrimenti leggete la sua vita sul libro dei “Santi” di Martinalde, era un “capolavoro” rispetto ad Andres; e Celeste, la bimba distrutta dalla leucemia e incamminata verso la morte. Una leucemia di cui, a motivo della povertà, i suoi genitori non hanno mai avuto consapevolezza. Incomincio la Messa, arrivo alla prima lettura e come un tuono Celeste apre la bocca gridando dal dolore. Urla terribili, soffocanti. Il mio cuore, tutti i giorni fa i conti con queste grida, sembrava non farcela. Mentre l’infermiera legge la prima lettura, mi siedo a fianco di Celeste, le stringo le mani, le braccia, ma le sue grida sono più forti del mio povero cuore di padre. Non ascolto quanto l’infermiera legge, ascolto solo quel grido divino di un nuovo Gesù che stà morendo sulla croce. Mi passano per la mente le parole del Giuss nella S.d.c. dove parla dell’obbedienza, del seguire, del contenuto del seguire, della ragionevolezza del seguire. Quelle parole in particolare dove commenta il cap. VI di Giovanni e la relazione di Gesù con il padre, dal Getzemani alla croce. Parole che mi aiutano a vivere con grande ragionevolezza quelle grida, perché certo che quelle grida come quelle di Gesù sono per la salvezza mia, tua, del mondo. Se non avessi la S.d.c. (se molti non sono di C.L. dei moltissimi a cui scrivo quando mi rispondono mi chiedano cos’è che volentieri spiegherò loro di che si tratta) non potrei avere le ragioni per affrontare questi drammi che da quattro anni vivo giorno e notte. Terminata la lettura sì o sì dovetti alzarmi per leggere il vangelo… ma non riuscivo. Non riuscivo a parlare, né le parole di Dio. Volevo stare li inchiodato al suo fianco, baciarla, accarezzarla… però la Messa doveva continuare. Al momento dell’offertorio con il pane e il vino ho offerto Celeste al Padre per tutti noi. Ma il dramma era appena iniziato perché arrivato alla consacrazione mentre pronunciavo le parole di Gesù sul pane e sul vino, e dopo mentre alzavo il calice dicendo “ Fate questo in memori di me” Celeste è scoppiata in un grido fortissimo lacerante che ha pervaso tutta la clinica. Il medico di turno, le infermiere sono corse, l’ennesima dose di morfina… ma le urla continuavano. Ecco mi sentivo come la Madonna ai piedi della croce con Gesù che come dice l’evangelo: ”emesso un forte grido, spirò”. Quel “grido” di Gesù lo vedevo in quel calice che alzavo e in quell’urlo pieno di dolore di Celeste. In quel momento era un’unica scena, quella del Calvario, quella di Celeste, quella della Messa. “povera voce… ma ora deve gridare, deve cantare perché la vita c’è”. Lascio a voi immaginare cosa è stato per me, per tutta quella S.d.c. non era la lettura di un libro, era l’Accaduto alcuni minuti prima a parlare, a spiegare. Ora sempre per me è così la S.d.c. e per questo non posso stare senza di essa… non ce la farei a sopportare questa croce, queste grida, questo tormento con le migliaia di perché, di domande. Oh Dio se tutti vivessero così la S.d.c., tutto sarebbe diverso perché uno comunicherebbe solo ciò che è vero per se e quindi vero per tutti e per di più sperimenteremmo come la S.d.c. sia la carne della nostra umanità.“la nostra voce canta con un perché”. Le urla di Celeste erano davvero la verità di questo perché. Il suo grido è per la mia e tua salvezza. E questo è il centuplo perché il centuplo è l’uomo che grida, che riconosce, cosciente o no, il Mistero. Dico cosciente o no perché anche i miei piccoli figli ammalati per il mondo non hanno coscienza ma appartenendo al corpo mistico di Dio, Cristo, eccome che ce l’hanno! Un altro fatto accadutomi. Ieri sera, oggi è il 30 ottobre, come ogni notte vado alla clinica per il bacio della buona notte. Prima verso le 20.30 vado a mettere a letto i miei 14 bambini della casetta di Betlemme N°2, la casetta più numerosa con 4 bebè. Ogni sera è uno spettacolo: “ papà, papà, diciamo le preghiere e come angioletti si mettono in ginocchio sul pavimento e, dopo un bacino, tutti a letto. Tornando alla clinica, dopo aver salutato i bambini, rimango a fianco di Victor, Aldo e Cristina. Victor è come sempre in preda alla febbre alta… ma non geme nonostante le grandi piaghe da decubito dietro la testa e la parte sopra piena di acqua tenuta ferma dalla pelle che sostituisce il cranio che non c’è. Poi vedo il volto di Cristina che soffre. E’ piccola, di appena un anno e mezzo, sorda e quasi cieca. Eppure con i suoi occhi neri e bellissimi segue i miei movimenti. Quasi non mi vede, ma il contatto fisico certamente lo avverte. A motivo delle convulsioni capita che si morda la lingua lasciando trasparire un poco di sangue sulle labbra che bisogna pulire continuamente. Li guardo tutti e tre lì soli e penso ai loro coetanei che alla stessa ora dormono tra le carezze e le tenerezze dei genitori. Loro invece hanno solo me e le infermiere che cercano di fare del loro meglio. Li riempio di baci e di carezze finche non si addormentano. Adesso dormono tutti e tre, li guardo e continuo a pregare. Mi sembra di essere in paradiso con gli angioletti. Penso a Gesù quando dice: ”lasciate che i bambini vengano a me perché di essi è il regno dei cieli”. Sto per andarmene e si avvicina la moglie di un ammalato grave di AIDS: “Padre, le chiedo il permesso di poter andare al mercato generale a sfogliare mais. Ogni borsa di 50 kg sfogliate mi rende 2000 guarani (1 euro=5800guarani) e in una notte riesco a sfogliarne anche 15 sacche. Padre, mi dia il permesso perché oggi è venuto uno dei miei quattro figli dicendomi che non mangiano da 2 giorni”. La guardo e il mio cuore scoppia vedendo le sue lacrime. Tiro fuori il portafoglio ma lei: ”no padre, quello che mi da è già troppo, io voglio lavorare e guadagnarmeli”. Prego per lei e l’ho assunta oggi come lavandaia. Era raggiante per la gioia. Giussani nella S.d.c. nel capitolo della obbedienza dove augura Buon Natale parla del centuplo come del vero esito. Ritrovarmi ogni giorno commosso è proprio l’esito, il centuplo. Per cui incominciare alle 4.45 e terminare alle 23.30 non è un peso, è un centuplo, un uso nuovo e pieno del tempo sempre più per me l’alba dell’eternità. Sono andato a dormire con il cuore pieno di pace. Anche se con il cuore rotto dalle urla di Celeste, dalla solitudine dei miei tanti bambini, di cui sono papà, a cui vorrei dedicare più tempo, dal dolore di Victor,Cristina e Aldo che con Celeste sono il cuore del mio ospedale, dove anche oggi è morto un uomo. La morte… ma che bella! Perché mi aiuta a capire che il dolore è una condizione momentanea di oggi. Lei infatti mi porterà definitivamente
dal mio Gesù. Pregate per i miei moribondi. Preghiamo per i miei santi e per i miei morti visto che è già Novembre e la Chiesa ci ricorda insieme con i 4 novissimi (morte, giudizio,inferno,paradiso) che la scena di questo mondo è destinata a sparire per lasciare il posto a ciò che è eterno. Grazie per le vostre preghiere.

con affetto, P. Aldo Trento

________
*La Scuola di Comunità è la catechesi settimanale degli aderenti  al Movimento Comunione e Liberazione

** Si tratta di uno dei primi canti di CL :

Povera voce di un uomo che non c’è
la nostra voce se non ha più perchè.

Deve cantare, deve implorare
finché il respiro della vita non abbia fine.

Poi deve cantare perché la vita c’è:
tutta la vita chiede l’eternità.

Non può morire, non può finire
la nostra voce che la vita chiede all’Amore.

Non è povera voce di un uomo che non c’è:
la nostra voce canta con un perché.

Qui la versione in Youtube

La preghiera il fiato che l'ha tenuta in vita lungo sei anni di prigionia

Ancora su Ingrid Betancourt un articolo di Davide Rondoni per Avvenire:

In sei anni di prigionia, strappata ai figli, e sen­za sapere se il giorno che viveva poteva esser l’ultimo, lei avrebbe potuto trovare mille motivi per bestemmiare Dio. Per rinnegarlo.

Per pensa­re che la vita, come dice un personaggio di Shake­speare, sembra una commedia realizzata da un ubriaco. Invece no. Invece le prime parole in con­ferenza stampa sono state: chiedo di ringraziare Dio e la Vergine… Come se mentre i potenti e le polizie di tutto il mondo si affaccendavano per raggiungerla, Dio e la Vergine fossero stati sem­pre lì con lei. La corona del rosario, fatta con una corda, è stato il suo legame con la vita. Con il sen­so della vita. E dunque il legame che l’ha strap­pata alla disperazione e alla follia.

Per questo, la signora che si è trovata al centro di un intrigo internazionale ha detto per prima quel­la cosa in conferenza stampa. Come se dicesse: buongiorno. Come se dicesse una cosa normale. Lei che ha vissuto sei anni del tutto anormali, ec­cezionali. Che deve aver avuto tutti i pensieri pos­sibili a un essere umano. E gli sbalzi tra conforto e sconforto. Ha detto di ringraziare Dio e la Ver­gine come se parlasse dell’aria che ha respirato. La preghiera detta tutti i giorni, all’alba da sola, o alla stessa ora in cui sapeva che la diceva sua ma­dre, è stata il fiato che l’ha tenuta in vita. Perché la preghiera di lei somiglia alla preghiera che da secoli dicono gli uomini e le donne semplici. La preghiera che è come un respiro. Che è il gesto di non lasciarsi andare. Di dire a Qualcun altro dammi la forza. È il gesto delle persone realiste. Cioè di quelle che nessuno ha davvero tutta in­tera la forza per reggere la vita, che si svolga per sei anni di rapimento nel bosco, o per sessant’anni di vita in città, che sia per sei anni di privazione e pericolo, o per trent’anni di fatica e di lavoro. Lei è stata realista, ha pregato. È realista, è normale. Ma è anche un fatto eccezionale, quasi come il fat­to che sia stata liberata. Sì, il fatto che pregasse tut­ti i giorni, che non disperasse, insomma che do­po sei anni abbia il nome di Dio e di Maria sulle labbra, è un fatto eccezionale quasi quanto il fat­to che l’abbiano liberata. Sarebbe stato eccezio­nale anche se non la liberavano. Sarebbe stato il segno che lei era già in fondo libera. Perché chi l’ha rapita non ha potuto esercitare la più dura for­ma di potere sull’altro uomo, quella di farlo di­sperare. Chi l’ha rapita non ha potuto imprigio­narla del tutto. Non ha potuto rubarle l’anima e il pensiero. Non ha potuto convincerla nemme­no che la sua vita fosse solo nelle mani di chi l’a­veva in ostaggio. Lei sapeva che era anche in al­tre mani. In questo aveva già sconfitto i suoi ra­pitori. Il rosario all’alba, e quello di mezzogiorno, detto in comunione con la madre, era già la scon­fitta dei suoi rapitori. Era il segno che lei era ed è di un Altro. Sconfitta della disperazione e scon­fitta dei rapitori. Così quando in conferenza stampa ha innanzi­tutto usato quelle parole di ringraziamento a Dio e alla Vergine, Madame Betancourt ha mostrato ai potenti e ai rapitori in che mani è il mondo. E in che mani lei si era messa. Ha detto una cosa eccezionale, e però realista. Normale come dire: buongiorno. Ed eccezionale come dire: sono li­bera. La preghiera è il respiro degli uomini libe­ri. Non degli uomini e delle donne a cui va tutto diritto, o a cui manca qualche rotella. E’ il respi­ro normale di quella cosa eccezionale che si chia­ma libertà. Madame lo ha mostrato. I suoi lunghi sei anni non sono stati solo un pozzo oscuro, in cui è inimmaginabile come si potesse sentire. So­no stati anche il luogo dove non era mai sola. Al­la faccia dei suoi rapitori, e di chi crede – con tan­te forme di rapimento, di separazione, di na­scondimento – di possedere l’uomo, o di farci sen­tire da soli e disperati. Da una donna che hanno tenuta prigioniera ci arriva una piccola grande lezione di libertà. E un invito a cercare il respiro che lega alla vita e a Dio, più delle mille chiacchiere che ci lasciano più so­li e più schiavi.

Leggi anche: «La morte è il più fedele compagno di un ostaggio. Noi vivevamo con la morte… e la tentazione ci accompagnava sempre».

La bellezza è forse questo cambiamento dello sguardo, non so…

La testimonianza di Michela che ha incominciato la chemio in una lettera a TRACCE

La cosa (…) mi provoca tutte le volte che rileggo le parole del Papa e di Carrón è l’insistenza sulla parola “bellezza”, bellezza del cristianesimo e quindi dell’esperienza umana. Penso a me e mi chiedo cosa c’è di bello adesso che devo stare di fronte alla chemio e agli acciacchi che ne conseguono. Adesso non posso più abbozzare che le cose vanno più o meno bene, adesso il desiderio della bellezza che don Gius ha avuto così presente nella sua esistenza viene fuori anche nella mia e quello che ci siamo sempre detti sulla felicità, sul cuore e sull’amicizia deve diventare carne. Da una parte, c’è questa domanda e, dall’altra, ci sono i fatti. Ecco quello che accade, fatto di nomi e cognomi: prima di tutto c’è Giusto, che ogni mattina mi abbraccia, poi ci sono i miei genitori che mi aiutano, ci sono la Giaci e la Barbara che mi mandano i messaggi proprio quando sto cominciando la chemio, c’è don Peppe che viene a trovarmi… e quanto altro! Tutti fatti per niente scontati! Quando sono sola e penso: «Perché proprio a me?», mi viene da pensare a tutto quello che succede e a come ci starebbe Carrón o Giussani di fronte al linfoma e questo pensiero mi fa guardare le cose volendo bene a quello che accade, di riflesso per come io sono voluta bene. C’è la convinzione che la Bellezza ci sia quando le cose vanno bene, ma allora io? Ercole mi ha detto di domandare che Cristo sia presente adesso, di poterlo riconoscere come punto di fuga della giornata. La bellezza è forse questo cambiamento dello sguardo, non so… So che fare i conti con la mia fragilità fa dilatare quel desiderio della bellezza così citato a Roma, ma se non ci fosse un luogo a cui affidare questa domanda, sarebbe disperante… invece sta diventando conversione.

Michela

La pretesa di Cristo – una lettera a TRACCE

(…) Da quando è arrivato il volantino delle elezioni c’è un punto che mi provoca moltissimo: «Se in primo piano è veramente la fede, se ci aspettiamo veramente tutto dal fatto di Cristo, oppure se dal fatto di Cristo ci aspettiamo quello che decidiamo di aspettarci». La domanda, che si è approfondita leggendo “Pagina uno” di Tracce di marzo e che si è imposta prepotentemente è stata: come fanno questi a dire che dal fatto di Cristo viene tutto? Perché dire che ci aspettiamo tutto dal fatto di Cristo significa dire che Cristo c’entra con tutto, con le scelte del lavoro, con il modo con cui sto con il mio fidanzato e col modo con cui penso al mio futuro, fino alle elezioni! Cioè, come dicevamo anche al gruppetto di Scuola di comunità, il criterio per guardare la politica non è politico, il criterio per guardare il matrimonio non è il matrimonio, il criterio per guardare il lavoro non è il lavoro, ma è altro, un Altro! Pensandoci bene, mi veniva da dire che questa è una cosa da pazzi, e questo mi ha fatto capire che in effetti io penso che Cristo non c’entri niente con le mie decisioni. Però quando mi trovo davanti a una situazione ingarbugliata o una scelta vertiginosa (sul lavoro, sulla vocazione…) annaspo, arranco, non so da cosa partire e che criterio usare, non ho un punto fermo che mi permette di stare salda a terra. In questi momenti mai mi è venuto in mente seriamente che ci potesse entrare Cristo, al massimo era un pensiero pio, ovvero: speriamo che mi dia una mano! Invece tu dici che il fatto di Cristo è un fattore della realtà, come i soldi, la famiglia, il lavoro, le vacanze, la maggiore o minore convenienza di una cosa, la maggiore o minore soddisfazione sul lavoro… un fattore della realtà! Prendere coscienza della pretesa che Cristo ha portato nel mondo, è stato per me una novità grandissima, e mi ha fatto chiedere: ma chi è quest’uomo che ha una pretesa così grande sulla mia vita? La novità vera di questa presa di coscienza è stata che la mia reazione non è stata scocciata o infastidita, perché alla fin fine non posso più pensare che ci siano degli spazi solo miei, dove “comando io” e decido io! Questa volta, anche aiutata dalle testimonianze grandi che ho visto in questo periodo (la vicenda di Cleuza e del movimento dei Senza Terra, fino alla grande testimonianza di mia zia di fronte alla malattia del marito), avere una chiarezza sul fatto di Cristo è diventato desiderabile. Desidero attaccarmi sempre di più a Lui, perché ho visto con i miei occhi che quando non parto da lì, mi smarrisco, o comunque quello che mi accade, per quanto bello ed entusiasmante, in fondo in fondo rimane povero! All’assemblea di Scuola di comunità ho capito anche che accorgermi di una sproporzione tra la mia vita quotidiana e questa prospettiva nuova e desiderare di capire sempre di più, di attaccarmi al fatto affascinante che mi è accaduto, è l’approfondirsi della fede di fronte a una bellezza vista. Come dire: ma guarda che cosa grande, la vorrei anch’io, ma cos’è veramente? E così la conosci sempre di più, come succede quando hai una passione e la scopri ogni giorno di più. Insomma, il mio limite, l’accorgermi di una mancanza nella mia vita e contemporaneamente veder accadere degli avvenimenti grandi, tutto questo mi porta a chiedere sempre di più: «Chi è costui?» e allo stesso tempo a dire: «Se vado via di qui, dove vado?». Per questo sono contenta: è un’avventura che si apre!

M. Cristina, Macerata

La Chiesa non è né di destra né di sinistra

Un’intervista a Maurizio Lupi tratta dal suo sito:

Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera e cattolico doc, la religione usa la politica e persegue il potere?
"Lo scopo della Chiesa non è il raggiungomento del potere, ma come direbbe Don Giussani , educare l’uomo al senso religioso".

Nessuna contaminazione pericolosa?
"D’Alema e Latorre fanno un grave errore di prospettiva. Parlano del rischio che corre la Chiesa quando abbandona la sfera privata. ma l’esperienza cristiana è il fatto pubblico per eccellenza perchè è la risposta alla domanda di senso e di verità dell’uomo. Una risposta che è innanzitutto testimonianza e presenza nella vita di ogni giorno"
.
Il Papa interviene spesso su temi sensibili per la politica italiana. E’ la religione che usa la politica?
"Semmai è il contrario. E qui sbagliano tutti: centrodestra e centrosinistra. Ha ragione Latorre: non si deve tirare il Papa per la giacca in funzione del proprio disegno politico. Quando il Santo Padre parla di pace e di fame nel mondo il centrosinistra dice viva il Papa. Quando parla dei valori della famiglia è il centrodestra a spellarsi le mani. E’ sbagliato. Chi fa politica dovrebbe vedere il richiamo della Chiesa come uno stimolo e una ricchezza per la propria azione pubblica".

C’è il rischio del patto demoniaco avocato da D’Alema?
"No, semmai è demoniaca la concezione che abbiamo della politica e del potere tesa unicamente ad affermare la propria egemonia e non a servire il bene comune".

Il Papa gioisce per il nuovo clima politico italiano. E’ un’ingerenza nella vita politica di uno Stato laico?
"Non vedo nessuna ingerenza. Anzi. Vedo un arricchimento soprattutto per noi che abbiamo responsabilità politiche. Ci serve a verificare e a confronatre le nostre azioni".

di M.Giannattasio

Ma cos'è la povertà cristiana?

   Sollecitata da degli amici ho deciso di sottoporre alla vostra attenzione un brano in cui si parla della povertà evangelica e so che vi stupirete perchè è strettamente connessa con la libertà e la letizia. Ma leggete:

 

La povertà (…) su cosa fonda il suo valore?

Sulla certezza che è Dio che compie: Cristo compie il desiderio che ti fa nascere: “Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà  a compimento domani nel giorno di Cristo” (Fil 1,6)

Il fondamento della povertà sta nella certezza che Dio compie quello che ti fa desiderare.
Se Dio, Dio presente, cristo – perché è in Cristo che Dio opera -, se Cristo to dà la certezza di compiere ciò che ti fa desiderare, allora tu sei liberissimo dalle cose; nasce l’immagine della libertà, innanzitutto come libertà dalle cose. Non sei schiavo di niente, non sei incatenato a niente, non dipendi da niente: sei libero. (…) non sei schiavo di quello che usi, perché sei schiavo solo di Colui che ti dà la certezza della tua felicità.

La povertà si rivela come povertà dalle cose in quanto è Dio che compie i desideri, non la certa cosa cui tu miri.

 

(…)
Dalla libertà dalle cose, che la povertà porta con sé, nasce un sentimento che nessun altro ha se non chi è povero, cioè chi non fissa in determinate cose da lui scelte la speranza della sua vita.

(…)

Da questa libertà dalle cose, che nasce dalla certezza che Dio compie tutto Lui, scaturisce un’altra caratteristica dell’animo povero che è la letizia, di cui la figura di San Francesco è come l’emblema nella storia del Cristianesimo, che ritrova però nel vangelo la magna Charta, il suo statuto: “beati i poveri di Spirito”, beati.

Vi ricordate di quello che dice Mauriac nella Vita di Gesù (…); vi ricordate la pagina sulle beatitudini, dove gesù su in alto alla collina dice “Beati.. beati..” e intanto tutta la gente arriva e gli ultimi che arrivano sono gli sciancati, i down, i vecchi, e siccome arrivano da ultimi stanno in fondo e tendono l’orecchio perchè non sentono bene: L’unica parolea che sentono è una parola che Cristo ripete ogni tanto con un’arsi della voce, alzando la voce: “Beati…”  e sentono “Beati… Beati… beati..” E questo li tende ancora di più, li fa tendere con tutta l’anima, ma non sentono il resto.


Da “Si può vivere così?” di Luigi Giussani (pag.258, ss)

Quando la Spagna «rossa» perseguitò i cristiani

Trovo ne IlMascellaro questa interessante segnalazione:

Quando la Spagna «rossa» perseguitò i cristiani

Nota per il lettore
Successivamente all’articolo di seguito pubblicato, e precisamente in data 28 ottobre 2007, il Santo Padre Benedetto XVI ha beatificato altri 498 martiri spagnoli, vittime della feroce persecuzione anticattolica esplosa in quel Paese negli anni Trenta per mano dei rivoluzionari repubblicani, comunisti, socialisti, anarchici. In pochi anni furono uccisi, alcuni tra efferate sevizie, 13 vescovi, 4184 sacerdoti e seminaristi, 2365 religiosi, 283 suore e un numero incalcolabile di semplici cristiani. La loro unica colpa era quella di rimanere fedeli al Vangelo ed alla Chiesa.

"Mai nella storia d’Europa e forse in quella del mondo -ha scritto Hugh Thomas - si era visto un odio così accanito per la religione e per i suoi uomini".

Il 26 giugno scorso Benedetto XVI ha autorizzato la promulgazione dei decreti con cui si riconosce il martirio di 148 religiose e religiosi e di una laica, assassinati in Spagna tra il 1936 e il 1937 per mano dei comunisti-repubblicani al potere. Con questo atto la Chiesa ha inteso rendere l’ennesimo, doveroso tributo a chi ha testimoniato la fede cristiana subendo persecuzioni ed atrocità infinite, ancorché sconosciute ai più. L’opinione pubblica prevalente, infatti, sembra vieppiù ignorare quelle vicende, perché delle guerra civile spagnola si è sempre offerta (a partire dai testi scolastici) una visione unidirezionale di derivazione marxista, che addossava tutte le nefandezze alle falangi franchiste, fatalmente assolvendo da ogni colpa la fazione sinistrorsa. Fazione che invece si macchiò di una tra le più sanguinose persecuzioni attuate contro i cattolici nell’intera storia dell’umanità. Tale persecuzione non trae origine dalla guerra civile, ma dalla ideologia marxista importata dall’Unione Sovietica. Ne è prova il fatto che ancor prima dell’inizio della guerra civile i rossi avevano già scatenato la lotta contro la Chiesa, facendo centinaia di martiri nelle zone di loro occupazione. Nel 1931, a Madrid, ad esempio, le 80 suore del convento della Visitazione erano state trucidate da una pattuglia delle Unità rivoluzionarie e il convento dato alle fiamme. Appresa questa notizia, il massone Manuel Azana, allora ministro repubblicano della guerra, aveva così commentato: «Bueno! Tutti i conventi e i religiosi della Spagna non valgono la vita di un solo repubblicano!». Quando si scatena la guerra civile, affluiscono dall’estero vari contingenti armati, a partire dalle Brigate social-comuniste internazionali, tra le quali quella italiana capeggiata da Pietro Nenni. Nel diario di Nenni, riportato da Vittorio Messori su Avvenire del 9 marzo 2001, è scritto quanto segue: «Mi rammarico di non essere riuscito a sfondare le difese di Saragozza per poter fare pulizia del clero di quella città ed incendiare la grande Basilica della Madonna del Pilar». Ed è così che, poco alla volta, prende corpo la grande mattanza dei cattolici spagnoli. Nella lettera pastorale collettiva dei vescovi spagnoli del 1° luglio 1937 (ancora nel pieno della persecuzione) si leggono queste parole: «Non crediamo che nella storia del cristianesimo e nello spazio di poche settimane si sia dato un simile scatenarsi dell’odio contro Gesù Cristo e la sua sacra religione». Tanto grande è stata la sacrilega strage cui soggiacque la Spagna, che il Delegato dei Rossi spagnoli inviato al Congresso dei «Senza Dio», a Mosca, potè dire: «La Spagna ha superato di molto l’opera dei Soviet, poichè la Chiesa in Spagna è stata completamente annientata». La persecuzione spagnola mietè quasi 7.000 martiri, molti dei quali vennero atrocemente torturati. Secondo recenti studi del vescovo di Merida-Badajoz, Antonio Montero, tra il luglio 1936 e l’aprile 1939, subirono il martirio 6.832 persone di cui 4.184 appartenenti al clero diocesano, 12 vescovi, 1 amministratore apostolico, 2.365 religiosi e 238 tra suore e seminaristi. Di questi 6.832 martiri, 238 sono stati beatificati. Le efferatezze dei «Rossi» spagnoli raggiunsero livelli raccapriccianti: si torturarono religiosi e laici, si demolirono chiese, si profanarono le tombe e i cimiteri, si fece scempio dei cadaveri dei Santi. Don Massimo Astrua, nel suo fondamentale libro Perseguiteranno anche voi – I martiri cristiani del 20° secolo (Mimep Docete) , riporta la seguente testimonianza degli anziani contadini di Villacarrillo, in Andalusia: «Vennero i rossi e, lasciando le macchine sulla strada, salirono in paese a piedi. Qui presero con la forza i sacerdoti e alcuni uomini che avevano tentato di opporsi al loro arresto e li condussero giù, nel prato che dalla strada si distende verso il Guadilimar. Estrassero quindi dalle macchine alcune bottiglie di benzina e ne infilarono il collo in bocca ai malcapitati, per costringerli a ingoiarne qualche sorso. Le vittime si contorcevano in terra dal dolore. Allora alcuni miliziani portarono dei giornali a cui avevano appiccato il fuoco e li avvicinarono alla bocca dei martiri che subito esplosero come bombe». Dei 6832 martiri spagnoli si ricordano in particolare le figure di Monsignor Florentino Asensio Barroso e quella del sacerdote Manuel Albert Gines . Monsignor Barroso era vescovo di Barbastro, una piccola cittadina dei Pirenei centrali; predicò nella sua cattedrale fino alla domenica 19 luglio 1936: il giorno dopo fu arrestato. La sera prima aveva detto ai suoi fedeli: «Bisogna essere pronti a tutto, anche al martirio». Dei suoi 139 preti diocesani, 113 furono martirizzati insieme a 5 seminaristi e alla totalità delle 3 Comunità religiose presenti in Diocesi. Quasi tutte le sue chiese vennero incendiate, saccheggiate o distrutte. Monsignor Barroso fu torturato, orrendamente mutilato e poi, legato con un filo di ferro, fu costretto a camminare fino al luogo della fucilazione, mentre i suoi torturatori lo schernivano. Morì perdonando i suoi persecutori. Manuel Gines fu arrestato insieme a 42 contadini, uomini e donne, nei dintorni di Calanda, paesino conosciuto per il miracolo, avvenuto quattro secoli prima, della Vergine del Pilar. Tra percosse ed insulti, furono tutti allineati lungo il muro del cimitero e subito fucilati perchè «rei confessi di essere cattolici praticanti».

Vincenzo Merlo
(Tratto da "Ragionpolitica")

Un post del mio amico Berlic

   Vorrei tanto che i lettori di questo blog non si perdessero lo splendido post di Berlic di  oggi. Ve lo propongo e vi prego, se volete commentare, di farlo nel suo blog. Ecco il post:

Con l’aiuto di Dio

E’ fantastico, straordinario, entusiasmante il discorso che Benedetto XVI ha fatto davanti all’Assemblea dell’ONU lo scorso 18 Aprile. Sono parole che viaggiano mille miglia sopra le grettezze delle circostanze ma che permettono di giudicarle con viso sereno e animo retto.
Cercherò di ricapitolarne i punti salienti, sebbene sia tutto di tale intensità e profondità e bellezza da renderlo difficile.

Il Pontefice ha esordito ricordando che i popoli attendono che l’ONU sia una famiglia armoniosa di Nazioni, una casa comune.
Gli Stati hanno dato vita ad obiettivi universali che, pur non essendo la totalità del bene comune, ne fanno parte. Per venire incontro alle giuste aspirazioni dei popoli ci si impone delle regole vincolanti.
Per la Santa Sede ciò è buono quando è ispirato e governato dal principio di sussidiarietà – cioè aiutare e sostenere quanto è giusto senza imporlo dall’alto – ma non può essere subordinato all’interesse o al veto di pochi. Occorre che "tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino una prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e nella promozione della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta."
Ma attenzione: "è necessario riconoscere il superiore ruolo che giocano le regole e le strutture intrinsecamente ordinate a promuovere il bene comune, e pertanto a difendere la libertà umana. Tali regole non limitano la libertà; al contrario, la promuovono, quando proibiscono comportamenti e atti che operano contro il bene comune, ne ostacolano l’effettivo esercizio e perciò compromettono la dignità di ogni persona umana. Nel nome della libertà deve esserci una correlazione fra diritti e doveri, con cui ogni persona è chiamata ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, fatte in conseguenza dell’entrata in rapporto con gli altri."

Tanto per nominare una di queste strutture: la famiglia.
Da notare come il Papa ritorni sul concetto di dovere e sul bene comune. Senza questi ogni consesso di nazioni diventa un arraffa, mangia e imponi al servizio dei più forti. E questo è evidente nell’uso della scienza, quando questa pretende di "violare l’ordine della creazione". Ma "Questo non richiede mai una scelta da farsi tra scienza ed etica: piuttosto si tratta di adottare un metodo scientifico che sia veramente rispettoso degli imperativi etici."

Poi richiama il principio della responsabilità di proteggere. Ovvero, "se gli Stati non sono in grado di garantire protezione (…), la comunità internazionale deve intervenire"; "è l’indifferenza o la mancanza di intervento che recano danno reale."
Insomma, grande potere esige grande responsabilità.  Particolarmente interessante il passo seguente:

Il principio della “responsabilità di proteggere” era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati: nel tempo in cui il concetto di Stati nazionali sovrani si stava sviluppando, il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli. Ora, come allora, tale principio deve invocare l’idea della persona quale immagine del Creatore, il desiderio di una assoluta ed essenziale libertà. La fondazione delle Nazioni Unite, come sappiamo, coincise con il profondo sdegno sperimentato dall’umanità quando fu abbandonato il riferimento al significato della trascendenza e della ragione naturale, e conseguentemente furono gravemente violate la libertà e la dignità dell’uomo. Quando ciò accade, sono minacciati i fondamenti oggettivi dei valori che ispirano e governano l’ordine internazionale e sono minati alla base quei principi cogenti ed inviolabili formulati e consolidati dalle Nazioni Unite. Quando si è di fronte a nuove ed insistenti sfide, è un errore ritornare indietro ad un approccio pragmatico, limitato a determinare “un terreno comune”, minimale nei contenuti e debole nei suoi effetti.

Benedetto pone come fondamento delle Nazioni Unite la legge naturale e la persona quale immagine di Dio, e dice che i guai cominciano quando si sceglie di ignorare questo. E’ un richiamo fortissimo e devastante contro la concezione puramente materiale dell’essere umano e del cosmo, che evidenzia essere inefficace e inconcludente. E lo ribadisce ancora:

"È evidente, tuttavia, che i diritti riconosciuti e delineati nella Dichiarazione si applicano ad ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia. Tali diritti sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da questo contesto significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il significato e l’interpretazione dei diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino religiosi differenti. Non si deve tuttavia permettere che tale ampia varietà di punti di vista oscuri il fatto che non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti."

Ma chi ha il coraggio, Papa a parte, di dire queste cose? Di difendere così la persona, cioè me, cioè te?

Qual’è però il rischio? Che qualcuno stacchi i diritti umani dalla loro fonte, così  da strumentalizzarli:

Tuttavia il bene comune che i diritti umani aiutano a raggiungere non si può realizzare semplicemente con l’applicazione di procedure corrette e neppure mediante un semplice equilibrio fra diritti contrastanti. (…) Oggi però occorre raddoppiare gli sforzi di fronte alle pressioni per reinterpretare i fondamenti della Dichiarazione e di comprometterne l’intima unità, così da facilitare un allontanamento dalla protezione della dignità umana per soddisfare semplici interessi, spesso interessi particolari. (…)

L’esperienza ci insegna che spesso la legalità prevale sulla giustizia quando l’insistenza sui diritti umani li fa apparire come l’esclusivo risultato di provvedimenti legislativi o di decisioni normative prese dalle varie agenzie di coloro che sono al potere. Quando vengono presentati semplicemente in termini di legalità, i diritti rischiano di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo. Al contrario, la Dichiarazione Universale ha rafforzato la convinzione che il rispetto dei diritti umani è radicato principalmente nella giustizia che non cambia, sulla quale si basa anche la forza vincolante delle proclamazioni internazionali.

Coloro che ad esempio negano la trascendenza, o il valore della religione, vanno in questo senso:

Il rifiuto di riconoscere il contributo alla società che è radicato nella dimensione religiosa e nella ricerca dell’Assoluto – per sua stessa natura, espressione della comunione fra persone – privilegerebbe indubbiamente un approccio individualistico e frammenterebbe l’unità della persona.

Come dice il Papa nell’Enciclica Spe salvi, “la sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è compito di ogni generazione”.
E’ per dire queste cose il Papa è stato all’ONU; per ribadire, come il suo grido conclusivo, "Pace e prosperità con l’aiuto di Dio!"

La «libertas Ecclesiae», vero confine al totalitarismo moderno

   Un altro approfondimento sulla Libertas Ecclesiae in un articolo di Mons. Luigi Negri, Vescovo di San marino Montefeltro:

La «libertas Ecclesiae», vero confine al totalitarismo moderno

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