Perché non muoia l’essenziale, l’ideale e le relazioni che lo fanno essere

L’editoriale di SOL


Cosa c’è in ballo? Ideali e rapporti. Ciò per cui, soltanto, vale la pena dare la vita. «Quello che è stato fatto in Lombardia è frutto della mia famiglia ed è un bene per tutti. E lo difendo». Lettera a Tempi.

Caro direttore,

Nel seguire sulle pagine del suo e di altri giornali la cronaca di quanto sta succedendo in Lombardia, vorrei tentare di focalizzare cosa c’è in ballo, provocato da tanti amici che pongono domande in merito. Per questo motivo, prenda questa mia lettera come quella di un cattolico romagnolo che percepisce che qualcosa di sé (di suo) oggi è in discussione. Sì, perché proprio questo ritengo essere il punto della questione: ciò che si gioca in Lombardia oggi è, in qualche modo, la revisione di un pezzo di storia alla cui origine stanno due aspetti considerati normalmente astratti, e che invece sostanziano la vita quotidiana di tutti gli uomini: l’ideale e le relazioni umane, o meglio, l’inscindibile, materiale, vitale legame che unisce le due cose.

Partiamo dalla prima grande questione “astratta”: l’ideale. Le confesso che quando uso questa parola con amici della mia età, padri di famiglia, vedo calare sui loro occhi una coltre di tristezza, che subito scivola via per non diventare nostalgia, un po’ come si tace di una speranza ineffabile, d’altri tempi, o, molto di più, un po’ come si tace di un’onta. Ecco, una vergogna. Sì, perché ammettere che l’ideale del cristiano nel mondo coincide con il tentativo di “rispondere al bisogno della Chiesa” non è cosa da poco, per noi poco coerenti. Quanti di noi, cattolici, si alzano la mattina con questa preoccupazione? Il bisogno della nostra famiglia Chiesa!

E di cosa ha bisogno la nostra famiglia? Che si testimoni Cristo nella vita comune e soprattutto in quello che nella vita comune è più stimato: il lavoro, «che è la religione di oggi». Sembra che siamo ormai condannati tra la vergogna della nostra incoerenza e il cinismo del mondo, che assorbiamo a pieni polmoni. E così, pur usando le parole giuste, il motivo della nostra azione è altrove.

Qualche tempo fa don Giussani ci ricordava che «la paternità genera l’io; anzi l’autorità genera l’azione dell’io, genera non l’io, ma l’azione dell’io». Mi sono chiesto perché questa correzione in tempo reale, mentre stava parlando: non l’io, ma l’azione dell’io. Perché quello che tu sei lo si vede da ciò che fai. Non da ciò che fai, ma dal motivo per cui lo fai, che gli dà la sua “forma” caratteristica. Lo “informa”.

Veniamo a noi: la Regione Lombardia, è stata “informata” da un ideale che non ha avuto paura di sporcarsi le mani (in tutti i sensi) per dare gambe, parole, risorse, immagini a un ideale di sussidiarietà che è la forma più adeguata attraverso la quale “dimostrare” al mondo la convenienza “sociale” dell’ideale cristiano. Nel fare ciò, tanti hanno usato le parole per perseguire altro. Ma questo non toglie il fatto: vent’anni di costruzione civile, sociale, e perciò politica in nome di un ideale. Per questo, chi se ne approfitta, chi se n’è approfittato, ha commesso un delitto grave: perché così facendo ha contribuito, con il mondo, ad ammazzare l’ideale e a promuovere il cinismo di tutti.

Che un prete parli di Gesù Cristo, tutti lo danno per scontato, ci diceva il Gius: «Ma non è scontato che una giovane laureata in ingegneria che lavora all’Iri, sempre lieta, sempre puntuale al suo lavoro, discutendo della costruzione della strada Livorno-Civitavecchia con i capi dell’azienda, dica che è dedicata al Signore e che vive una vita di verginità. Questa è la testimonianza di cui c’è bisogno oggi».

Nel lavoro. Questo è il compito di ciascuno di noi; in questo consiste l’utilità della nostra vita cristiana nel mondo, la sua pienezza, il suo senso. Prima e dentro il marcio che è in noi.

Ma in questo compito (che è di tutti noi), oggi sembra sorgere un’emergenza, un’impellenza storica, una particolare richiesta a voi, politici, voi che ci guidate e che avete grandi responsabilità rispetto alla modalità con cui l’ideale può dare forma al nostro vivere civile. In questo povero momento storico del nostro paese, sembrerebbe quasi che Dio vi abbia fatto uno strano privilegio: indicare con ancor più radicalità un’alternativa al moralismo, all’immoralità e al cinismo imperanti. Rispondete con coraggio a questo appello, che vi viene dal basso, ma (sembrerebbe) anche dall’Alto. In questo momento di desolante deperimento dell’umano, la cui massima espressione (nei vertici e negli sprofondamenti) è la politica, sembra che abbiate l’occasione di testimoniare quella verginità (quella “tensione” al bene, al giusto, al vero) che ci fa respirare e ci ridà un volto umano. Che occasione unica e irripetibile: mi sembra incomparabile rispetto alle cose che vi tentano. Oggi.

«Chi faceva la battaglia sotto Vienna per Sobieskj, dava la propria vita a Sobieskj, anche se l’ha data per la civiltà occidentale o per la Chiesa di Dio»: oggi c’è una nuova Vienna, in cui i nemici sono meno gretti e meno definiti. E oggi (tragedia nella tragedia) non ci sono più generali credibili. Sta a voi, in particolare: è il momento del vostro particolare sacrificio. Strano privilegio. E potremmo seguirvi.

E noi?

Veniamo alla seconda, grande, desolante, vergognosa questione “astratta”: la forma che la testimonianza cristiana deve prendere di fronte al mondo si chiama “unità”. Il mondo fa di tutto, soprattutto oggi, per distruggerla, ovunque si presenti. Quel mondo che, come Cristo ha ricordato prima di morire, è nelle mani del maligno. Il diavolo divide (lo dice il verbo greco da cui deriva), cioè spezza i legami, le unioni. La più grande devastazione (mai vista nella storia prima di questa postmodernità) è la facilità con cui le relazioni si cancellano, anche le più intime, le più fondamentali per la propria identità: padri, madri, mogli, mariti, figli, amici. Tutto si liquefa. Come fossimo cani. Cinismo. E allora è bestiale vedere come si possa giudicare le azioni del figlio, del marito, del padre a prescindere dal fatto che sono figlio, marito, padre. Così come è bestiale vedere il disorientamento di tanti cristiani che, notando l’incoerenza dei propri maestri e delle proprie guide, sono lì lì per mandare all’aria tutto quello che, in nome dell’ideale, essi hanno fatto. Che “abbiamo fatto”.

Il diavolo è forte: non ha paura di te o di me. Ma di noi sì.

Quando permettiamo che le relazioni vengano martoriate da altri interessi è l’inizio della fine. Di questo dobbiamo preoccuparci, soprattutto perché, di fronte ai sacrifici che oggi si prospettano e che ancora facciamo fatica a prevedere nella loro terribile portata umana e sociale, il rischio è quello di un inesorabile ritorno alla barbarie.

Occorre che i cristiani sentano la responsabilità di testimoniare questo nel mondo: e la loro unità è il segno, rivoluzionario e mortificante al tempo stesso, del “comandamento nuovo”: quello che è stato fatto in Lombardia è frutto della mia famiglia, cattolico romagnolo e, proprio per questo, è un bene per tutti. E lo difendo, perché non muoia l’essenziale, l’ideale e le relazioni che lo fanno essere. Per il bene di tutti.

Non possiamo decidere la posizione di battaglia in cui Dio intende posizionarci, ma «quelli che geograficamente (non nello Spirito) sono nelle retrovie, lo sono per sostenere quelli che sono con le armi in pugno».

Pierpaolo BelliniTempi

A
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Quel “perché” senza risposta dell’operaio suicida

Da Il Sussidiario una riflessione di Luca Doninelli:

Verona. Si parla di riforma del lavoro, ma che cos’è il lavoro? Siamo sicuri di intendere tutti la stessa cosa, quando parliamo di lavoro?

Ieri un operaio edile di origine marocchina ha tentato di uccidersi dandosi fuoco, a Verona, davanti al Municipio. Per fortuna è vivo, probabilmente se la caverà, ma è già lunga la lista di chi non è più tra noi.

Cinicamente, i media e i sociologi parlano di “storie della crisi”, o di “effetto-crisi”. Il cinismo non esige la cattiveria: spesso è l’ultimo stadio della bonarietà, dell’atteggiamento comprensivo e pacato di chi vuol “capire”.

Ma qui c’è poco da capire. Siete mai stati a Verona? Una delle città più belle d’Italia, dove si sta bene soprattutto se si hanno i soldi. A Verona i soldi hanno la loro bella importanza. Ai veronesi piace vestirsi bene, passeggiare in via Mazzini e in via Cappello, acquistare le scarpe nel negozio giusto. In molte case veronesi c’è il ritratto di Radetzky: segno che, qui, la Lega ha una storia molto più vecchia di Umberto Bossi.

E l’operaio marocchino che si dà fuoco, che c’entra con tutto questo? C’entra, perché Verona è una città dove si sa che cos’è il lavoro, dove la vita costa cara, e per guadagnarsi le scarpe giuste e il soprabito firmato c’è da galoppare.

E quando un operaio edile, di quelli che se ne vanno in alto sui ponteggi e sui tetti, talvolta senza nemmeno il casco protettivo, non prende lo stipendio da quattro mesi, altro che scarpe: non ha nemmeno da mangiare. E a Verona mangiare costa.

C’è poco da capire. Il lavoro non è innanzitutto una funzione dell’economia. Il lavoro, prima di essere remunerato, deve essere ben fatto. A Verona queste cose te le insegnano. Esiste un’etica del lavoro, qui l’arte di arrangiarsi non è ben vista: lavorare sodo e bene è la prima regola. Rigare dritto la seconda.

Ma poi c’è la terza, fondamentale: la giusta mercede. Per vivere dignitosamente. Perché se non vivi dignitosamente, chi mai può pretendere che tu lavori dignitosamente?


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Carissimo direttore

Carissimo direttore,

                       oggi nel suo discorso a Bologna Giorgio Napolitano, dopo aver evidenziato l’importanza di seguire un criterio di coesione e di solidarietà, ha sostenuto che in questa crisi “dobbiamo evidenziare al massimo gli aspetti qualitativi della condizione umana anche misurando in modo diverso il benessere”. E’ interessante questa sottolineatura degli aspetti qualitativi della condizione umana che emergono dalla crisi, sono quelli che già vediamo in moto dove vi sono uomini e donne che affrontano le difficoltà come occasione per scoprire le energie di cui è fatto l’umano. La crisi è una sfida, è questo che rende interessante il momento in cui siamo camminando a stento ma con la dignità di chi sa che l’umano ha infinite possibilità, basta saperle scoprire. Qui sta la questione seria, nella decisione di scandagliare se stessi per trovare il trampolino di lancio verso una nuova e più interessante avventura. Che una crisi ci permetta di chiederci che cosa rimane stabile mentre tutto precipita, che cosa regge dentro il terremoto di una economia fragile, di che cosa consiste la nostra umanità, è questa la cosa più interessante, la provocazione da cui può venire una reale ripresa.

Gianni Mereghetti

Insegnante

Una Speranza più forte della crisi

Il Presidente della Fraternità: i cristiani hanno ricevuto una grazia che va offerta a tutti gli uomini. «Il Papa, un gigante che testimonia il punto da cui partire per affrontare le sfide che abbiamo davanti» »

(clicca sull’immagine per leggere l’intervista)

Adenauer: “Tu che hai posto un limite all’intelligenza dell’uomo, ponilo anche alla sua idiozia”

Dal sito Lo Straniero:

La causa del possibile crollo e perché può salvarci il Papa…Posted: 27 Nov 2011 01:14 AM PST

Dove sono finiti tutti i mistici dell’euro – economisti, giornalisti, politici, intellettuali – che dieci anni fa imperversavano su tutti i pulpiti per decantare le virtù taumaturgiche della moneta unica e “le magnifiche sorti e progressive” dell’Italia nell’euro?

Sarebbe interessante pure andarsi a rileggere gli scritti dell’attuale premier e dei tecnici che compongono la sua squadra di governo chiamata a evitare il disastro.

Io spero che ce la facciano, ma non ricordo che, a quel tempo, ci abbiano messo in guardia sull’euro. Anzi…

E dov’è finito il centrosinistra dei Ciampi, dei Prodi, dei D’Alema, degli Amato che da anni rivendica come proprio merito storico “l’aver portato l’Italia nell’euro”?

I post-comunisti per far dimenticare di essere stati antieuropei col Pci, quando si doveva essere europeisti, vollero primeggiare nello zelo sulla moneta unica sulla quale invece bisognava essere dubbiosi. Riuscendo così a sbagliare due volte.

D’altra parte la “religione dell’euro” non ammetteva dissidenti. Era un’ortodossia ferrea che rendeva obbligatorio cantare nel coro.

Dogma imposto

L’anticonformismo era considerato boicottaggio. Ricordate come venivano trattati da trogloditi o da reazionari provinciali i pochissimi che avevano l’ardire di esprimere dubbi sull’operazione euro?  

Antonio Martino – per esempio – veniva giudicato un bizzarro mattocchio, un isolato. Il governatore di Bankitalia Antonio Fazio, per i suoi dubbi, era considerato uno che remava contro.

Eppure c’erano fior di paesi europei – come la Gran Bretagna – che nell’euro preferirono non entrare. Quindi i dubbi erano più che fondati. Ma in Italia non avevano neanche diritto di cittadinanza.

Gli italiani non hanno nemmeno potuto esprimersi con un voto. L’euro infatti era un dogma di fede e i dogmi non si discutono.

I cittadini italiani così hanno dovuto subire senza discutere una serie di stangate finalizzate alla moneta unica, un cambio lira/euro penalizzante, un micidiale raddoppio dei prezzi che li ha impoveriti tutti, la fine della crescita dell’economia nazionale (con annessa disoccupazione giovanile), il ribaltamento dall’attivo al passivo della bilancia dei pagamenti e – come premio per questo bagno di sangue – adesso addirittura la prospettiva infernale del fallimento (quando invece era stato promesso il paradiso). 

Complimenti! Chi dobbiamo ringraziare? E’ vero che l’Italia non è stata virtuosa come doveva e questo è grave. Ma ormai è chiaro che il tema non è il crollo dell’Italia, ma quello dell’Europa dell’euro.

Per questo oggi l’operazione moneta unica, la follia costruttivista di imporre dal nulla una moneta inventata ai nostri popoli, è figlia di nessuno.

Di chi la colpa?

Sugli stessi giornali su cui ieri si alzavano inni all’euro, oggi tutti ammettono che è un’assurdità il creare una moneta senza avere dietro uno Stato, senza una banca nazionale, senza un governo federale, con politiche fiscali e monetarie contrapposte e senza nemmeno una lingua comune.

In effetti i popoli europei hanno una sola cosa in comune, il cristianesimo, ma le élite che hanno creato l’euro hanno visto bene di cancellare ogni riferimento ad esso in quel delirio che è la Costituzione europea: la moneta unica doveva soppiantare superbamente anche Dio, la storia e la cultura.

Ma, dicevo, oggi a quanto pare l’euro è figlio di nessuno. Ai pochi audaci che allora chiamavano “neuro” la nuova moneta, prendendosi il disprezzo delle caste dominanti, nessuno riconosce di aver avuto ragione. E nessuno fa autocritica.

Invita a farla, invece, un leale articolo di Guido Tabellini, rettore della Bocconi, che sul Sole 24 ore ha scritto: “Bisogna ammettere che abbiamo sbagliato”. Ma i politici che dicono?

D’altronde occorre riconoscere che i politici italiani sono stati solo – come sempre – truppe di complemento. La vera causa del disastro euro è il secolare e devastante conflitto fra Francia e Germania per l’egemonia sul continente europeo.

Infatti la moneta unica nacque come condizione della Francia di Mitterrand alla Germania di Kohl, per dare l’avallo all’unificazione. Se i tedeschi rinunciavano al marco, i francesi si illudevano di egemonizzare l’area euro.

In realtà i tedeschi posero tali condizioni capestro sulla moneta unica a tutti gli altri paesi che invece di europeizzare la Germania si è germanizzata l’Europa.

Cosicché oggi il leader tedesco Volker Kauder può proclamare: “finalmente l’Europa parla tedesco”. E’ un’esultanza miope, che non vede il baratro in cui l’inflessibilità germanica ci sta portando.

E non si venga a dire – come fa la Merkel – che le virtuose formiche tedesche non vogliono pagare i debiti delle irresponsabili cicale latine.

Perché il rigore del patto di stabilità che i tedeschi pretendono di applicare agli altri (insieme ai francesi) non lo applicano a se stessi: nel 2003 infatti sono stati proprio Germania e Francia a sforare sul disavanzo. Pretendendo che nessuno eccepisse.

Così come la Bundesbank è andata a comprare i bund invenduti alla recente asta, mentre proibisce che la Bce faccia altrettanto. Per gli altri le leggi si applicano, per se stessi si interpretano.

E’ così che l’euro si è risolto in un colossale affare per la Germania e in un disastro per tutti gli altri.

Napoleone e Hitler

Il fatto è che l’operazione euro è nata male. E’ nata infatti come ennesimo braccio di ferro fra Francia e Germania, come una prosecuzione della loro guerra con altri mezzi.

E’ da secoli che i due contendenti si combattono. Si potrebbero trovare le radici più antiche addirittura nella divisione del Sacro Romano Impero, col trattato di Verdun dell’843.

Ma è soprattutto dal XVI secolo che francesi e germanici si contendono l’impero e inseguono lo stesso ambizioso sogno: trasformare l’Europa in un proprio impero.

Nei tempi moderni ci provò Napoleone e poi ci ha riprovato Hitler. L’esito è stato la devastazione dell’Europa in entrambi i casi.

A questo ciclo di guerre durato almeno 400 anni – che chiamerei “le guerre d’irreligione”, perché sono conseguenti alla distruzione della koiné cattolica europea – vollero mettere fine, dopo il 1945, tre statisti, che non a caso erano cattolici praticanti, cioè Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman.

La Chiesa è la salvezza

Da loro nacque il pacifico progetto di unificazione europea, che in nome delle radici cristiane del continente, unico vero cemento dei nostri popoli, pose fine alle guerre imperiali franco-tedesche.

L’operazione euro invece va esattamente nella direzione opposta. Nasce dal rinnegamento di questa identità cristiana dell’Europa e segna la ripresa dell’ostilità fra Francia e Germania.

Sembra addirittura una replica della storia. Infatti la guerra della Francia alla Prussia del 1870, paradossalmente portò all’unione della Germania, così la guerra monetaria della Francia al marco, di venti anni fa, ha portato a un’Europa germanizzata. Complimenti ai galletti di Parigi.

Anche oggi come allora la ripresa della guerra franco-tedesca può portare solo alla catastrofe dell’Europa. A meno di un rinsavimento generale sull’orlo dell’abisso.

Forse l’unica voce che oggi potrebbe energicamente richiamare tutte le élite di governo (a partire da quella tedesca) al senso di responsabilità è quella del Papa, vero custode dello spirito europeo.

La sua intelligenza cristiana della storia ci può salvare perché il papa è un tedesco che ha meditato sulla tragedia in cui la Germania ha trascinato l’Europa nel 1939.

Benedetto XVI sa bene e insegna da anni che a produrre il nazismo non fu l’inflazione della repubblica di Weimar, come pensano la Merkel e la Bundesbank, ma fu una malattia spirituale e culturale che aveva radici più antiche e perverse.

E’ da quelle che occorre guardarsi, non dall’inflazione. Oggi la solidarietà fra tutti i paesi è la salvezza dell’Europa.

Il grande Adenauer diceva: “Signore, tu che hai posto un limite all’intelligenza dell’uomo, ponilo anche alla sua idiozia”. Vale per tutti.

Antonio Socci

Da “Libero”, 27 novembre 2011

La risposta alla crisi è nel desiderio dell’uomo

Da La Stampa la lettera al Direttore di GIORGIO VITTADINI* :

Caro Direttore,
Qual è il contributo che, in questo clima di incertezza e cambiamenti, le religioni possono offrire alla vita della gente? La globalizzazione in cui siamo immersi è solo un problema o ha in sé delle opportunità da individuare e sfruttare? Che tipo di influenza ha questo fenomeno sulle religioni? «Religione in ambito pubblico, secolarismo o laicità?» è il tema dell’incontro che ha avuto come relatore Tony Blair ieri all’Università Cattolica di Milano, nell’ambito del ciclo di seminari su «Fede e globalizzazione. La sfida dell’educazione» promossi in diversi atenei italiani dalla Fondazione per la sussidiarietà e dalla Tony Blair Faith Foundation.

C’è una crisi peggiore di quella dovuta all’instabilità politica, all’impoverimento o all’incertezza del posto di lavoro. È quella per cui ogni «io» si sente fluttuare in balia dei grandi e piccoli mutamenti sociali e globali, senza un punto fermo da cui ripartire.

La chiave per rispondere a queste domande è un’idea di uomo non ridotta: un uomo dotato di desiderio e di razionalità indomabilmente alla ricerca del suo compimento, un uomo per cui la realtà è ultimamente positiva e la difficoltà è un’occasione di cambiamento. E una concezione di religione che, come apertura al Mistero, nella diversità delle culture e dei credi, difende le leggi inscritte nel cuore dell’uomo, fonte, nella vita pubblica, di costruzione di risposte ai bisogni dell’uomo.

C’è un nesso inscindibile tra concezione dell’uomo e intervento sociale, come ha sempre sottolineato Benedetto XVI e tutta la Dottrina sociale della Chiesa.

Sapere che ogni uomo è nesso inscindibile e personale con l’infinito, fatto a immagine di Dio; scoprire nella propria esperienza come il cuore è costituito da esigenze ultime di verità, giustizia, bellezza non relativizzabili; sostenere la ricerca di ciò che nella realtà più corrisponde a queste esigenze elementari: sono gli elementi di un’esperienza in cui fede e ragione sono alleate, non avversarie, nella costante ricerca comune del bene personale e sociale. E sono la radice della laicità di uno Stato, di un’idea moderna di società e di Stato, che sottolinea il valore del principio di sussidiarietà.

Nel panorama della sinistra riformista mondiale, Tony Blair rappresenta un importante punto di svolta avendo cercato nuove strade, più capaci di valorizzare l’iniziativa delle realtà sociali del suo Paese. I risultati sono stati lusinghieri, dimostrando che «lo Stato è migliore quando mette in condizione di fare e quando incoraggia; quando cerca di integrare gli sforzi e la creatività dell’individuo e non di sostituirsi a lui; quando, invece che cercare di controllare la nostra vita, cerca di spalancare le nostre possibilità…».

Anche la storia del nostro Paese offre in proposito la testimonianza di persone che, ispirandosi a ideali diversi, cristiano, socialista e liberale, hanno convissuto e accettato la loro diversità mettendola al servizio del bene comune.

Da qui deriva il ruolo eminentemente educativo delle comunità, delle formazioni sociali e delle Chiese, in cui l’autocoscienza delle persone viene educata, insieme all’esempio dell’amore per il prossimo. È un messaggio importante e decisivo per credenti e non credenti, soprattutto in questo momento in cui la crisi sta mettendo alla prova tutto il mondo occidentale. La crisi odierna, che è innanzitutto una crisi di ideali, va affrontata a livello di concezione dell’uomo e non con semplici trasformazioni gattopardesche del potere economico o politico.
 

*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

Davanti alla crisi, meglio chiarirsi le idee…

Da Stranocristiano:

la crisi infuria lo spread avanza…..

 Chi è Mario Monti, il salvatore della patria, colui in cui tutto il mondo pone speranze, chioma bianca e sguardo severo, presidente del consiglio in pectore dell’attuale vero leader del PCI – momentaneamente Presidente della Repubblica – compagno Giorgio Napolitano? E’ SuperMario,  oddiocheemozione, questo nel brevissimo video qua di seguito, che da Gad Lerner spiegava amabilmente “Oggi stiamo assistendo al grande successo dell’euro. E qual è la manifestazione più completa del grande successo dell’euro? LA GRECIA!”
Vedere per credere. Eccolo qua (grazie Patrizio!). Io speriamo che me la cavo.

2.  Come già detto, questa del governo cosiddetto tecnico – non è vero, i governi tecnici non esistono, sono tutti politici – o di larghe intese (ma l’avete visti Alfano e la Bindi ieri sera a Porta a Porta, come litigavano? E se quelle erano larghe intese, quelle strette come sono?) è la strada maestra per la totale irrilevanza dei cattolici. Per sempre, perché una volta persa, la rilevanza – o guadagnata, l’irrilevanza, fa lo stesso – è ben difficile recuperarla.

3. La crisi infuria, lo spread avanza, sul ponte sventola bandiera bianca. Stasera Napolitano e Obama – il rosso e il nero – si sono parlati, complimentandosi a vicenda per aver quasi fatto fuori il puzzone (cioè Berlusconi). Come con la Libia (e speriamo le analogie finiscano qua, con la telefonata). E domani il corrierone ci spiegherà, ditino sussiegoso alzato, toni serissimi, voce cavernosa, sguardo cattivo, che solo questa è la via di uscita, e guai a chi non obbedisce. Dotti medici e sapienti dalle colonne del Corriere del Potere ci spiegheranno che adesso basta solamente tagliare i costi della politica, e poi siamo a posto: ridurremo i parlamentari a quindici in tutto, otto di maggioranza e sette di minoranza, rigorosamente volontari, di qualche ente no-profit, in nome della sussidiarietà. Tanto ci pensano loro, quelli del corrierone, a fare il resto. E chi non ci sta, tutti in castigo a Todi, a porte chiuse, in ginocchio sui ceci, a sentire Bonanni e Natale Forlani.

4.  E adesso che mi sono sfogata, vi dico: io vorrei andare a votare. Onestamente, mi pare la cosa più giusta. E se proprio proprio mi dite che non c’è tempo, che, appunto, la crisi infuria e lo spread avanza, almeno che al governo cosiddetto tecnico, o meglio, al governo Napolitano, si dia, da parte del PdL, non più di un appoggio esterno. E’ la cosa più sensata. Il governo di Mario Monti, quello che laprovadelsuccessodelleuroèlagrecia, per favore, teniamolo a distanza, sosteniamolo dall’esterno, da fuori della porta. Almeno.

5.  Pierfurby Casini a Otto e mezzo ha detto “Io sarò il primo sostenitore” di un governo Monti ma “lo farò stando in parlamento. Non sono disponibile ad altri ruoli o a impegni di governo”. E’ vero, lo sappiamo: vuole tenersi le mani libere perché vuole fare il prossimo Presidente della Repubblica.

6. Una delle proposte in circolazione pare sia che SuperMario decida da solo la squadra di governo, senza trattarla con i partiti. Quindi, riassumendo: uno che neanche si è presentato alle elezioni, mai votato da nessuno, scelto dal segretario del Pci – momentaneamente presidente della Repubblica – compagno Napolitano (dimenticavo: però piace tanto a Obama)  dovrebbe autonomamente decidere qualche decina di ministri, così, come pare a lui, (ma al corrierone controlleranno i pedigree), e poi essere votato a larga maggioranza in parlamento e governare per un anno e mezzo l’Italia, mettendo finalmente una bella patrimoniale sulle case di tutti noi, falciando il numero dei parlamentari, il tutto con l’indubbio merito di avere dichiarato pubblicamente che prova del successo dell’euro è la Grecia. E noi dovremmo pure sentirci sollevati, perché questa sarebbe la democrazia.

7. Si tratta delle tecnocrazie internazionali e poteri forti, impressionante: ma pensate veramente che spread e mercati che vanno su e giù seguano solamente le ferree leggi dell’economia? Non vi viene il sospetto che invece siano guidati e ben orientati da chi ha il potere di farlo? E se si dice “poteri forti economici e massonici” si dice, appunto di poteri che sono veramente forti, e, diciamolo, mettono anche un po’ paura perché di democratico hanno ben poco?

Incontro pubblico ad Assago: “La crisi, sfida per un cambiamento”

Da Il sussidiario:

ASSAGO/ 1. Violante: ecco la leva della rinascita
venerdì 4 novembre 2011
Il commento di Luciano Violante    al documento di Cl

In relazione alla crisi che sta vivendo l'Italia e il resto del mondo, Comunione e Liberazione ha  recentemente pubblicato un documento dal titolo, «La crisi, sfida per un cambiamento».
A partire da questo contributo questa sera, venerdì 4 novembre 2011, alle ore 21 presso il Mediolanum Forum Assago (Milano) si terrà un incontro pubblico. Parteciperanno al dibattito: Luigi Campiglio, Professore ordinario di Politica economica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Julián Carrón, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione e Giulio Sapelli, Professore ordinario di Storia economica presso l’Università degli Studi di Milano.

IlSussidiario.net, dopo gli interventi di Pietro Barcellona, Giulio Sapelli e Paolo Franchi pubblica oggi il contributo di Luciano Violante. 

Caro direttore,

le difficoltà nelle quali l'Italia si dibatte sono dovute, oltre che alla crisi economica, alla crisi morale delle sue classi dirigenti. Perciò leggo il documento di CL come un contributo vitale per identificare la condizione spirituale della nazione italiana e per indicare la leva della rinascita.

Il valore cristiano fondamentale è la verità. Da noi per troppo tempo non si è vista la verità e non si è detta la verità.

Il debito pubblico negli ultimi trent'anni è stato per l'Italia quello che le colonie sono state per la Gran Bretagna. Una cassaforte alla quale si poteva attingere senza limiti e che costituiva il fondamento di un benessere che non guardava al futuro. Il "debitismo" italiano, politica della distribuzione di risorse facendo debiti che sarebbero stati pagati da persone diverse da quelle che avevano goduto i benefici, si conclude, a differenza del colonialismo britannico, senza metodo e senza prudenza.

Ora la rinascita ha bisogno di fiducia. E la fiducia può nascere solo dalla verità. L'Italia non è fatta di cortigiani e ballerine.
C'è una grande Italia del rispetto, fatta, come scrive il documento, da quei milioni di persone che insegnano, studiano, guidano camion, battono lamiere, tirano su la serranda del negozio al mattino e la tirano giù la sera, educano bambini, progettano opere, costruiscono strade e case, accettano la sfida di costruire una famiglia.  
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  Approfondisci

DOCUMENTO CL/ La crisi, sfida per un cambiamento
DOCUMENTO CL/ Sapelli: perché continuiamo a sperare nel cambiamento?
DOCUMENTO CL/ Barcellona: solo un'amicizia ci salva dalla "società contabile"
DOCUMENTO CL/ Franchi: chi riuscirà a colmare il vuoto della politica?

vai al dossier La crisi, sfida per un cambiamento 

Nessun idolo ci salverà

  A trovare quello che non va sono capaci tutti. La vera critica è nella intelligenza di individuare quello che va e di perseguirlo. Nella nostra vita, nella società, nei partiti, nelle aziende, nel lavoro, ci sono molte cose che vanno e spesso senza merito nostro. C’è qualcosa più grande di noi. Per questo abbiamo speranza.

Da Il sussidiario:

Non ci salverà la politica e nemmeno l’economia. Non solo perché le scelte politiche ed  economiche sono in gran parte responsabili della grave crisi che stiamo vivendo, ma soprattutto perché politica ed economia sono strumenti, importanti, ma sempre strumenti, la cui efficacia dipende da chi li usa. Li usa l’uomo, ovvero quell’unico fattore, che può lavorare per la trasformazione positiva della realtà. Ma dell’uomo non ci si preoccupa.
Ha detto il Papa al Bundestag: “Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”.
L’errore dell’uomo è quando si considera superficialmente onnipotente. Oppure, che è il caso più frequente, pur considerandosi limitato, si affida a un suo prodotto, la scienza – della politica e dell’economia in questo caso – per affrontare problemi che egli non riesce a risolvere. Si affida, come dice la Bibbia, a un idolo e la sua impotenza diventa ancora maggiore. Deve invece affidarsi a ciò da cui dipende e, se non lo conosce, cercarlo, entusiasmarsi per esso.
Non si può essere diversi da quello che si è, nemmeno impegnandosi. Possiamo costatare che gli sforzi strategici e “riorganizzativi” lasciano il tempo che trovano. Bisogna rendersi conto di quello che si è. Non che non si debba pensare o tentare, ma partendo dal proprio posto, dalle ragioni della propria storia e del proprio presente. Costruire in nome di quello che si è e si crede, senza ipocrite indignazioni nè violenze, consapevoli che in quello che viviamo ci sono i nostri limiti, ma soprattutto quel che ci è stato dato, come bene personale e collettivo.
 

La crisi: un’analisi che tien conto dei vari fattori in gioco

La crisi è un dato
Che lo si voglia o no, la crisi esiste. E sta cambiando le condizioni di vita di milioni di persone, in molti Paesi, di sicuro in Italia: aumentano i poveri, sempre più aziende chiudono, si rischia di essere tagliati fuori dallo sviluppo mondiale, declassati a Paese di serie B.
La crisi sta provocando reazioni diverse, spesso determinate dal prevalere di due tendenze contrapposte:
• subirla, pensando di esorcizzarla e di superarla addossando le colpe su qualcuno (che sicuramente esiste e ha più responsabilità di altri). Ma così facendo, non si produce alcun cambiamento, se non quello di aumentare il lamento che può finire nella disperazione.
• ignorarla, dopo averla provocata, continuando a comportarsi come se nulla fosse e soprattutto senza mettersi minimamente in discussione. 

La realtà è positiva perché mette in moto la persona
È irrazionale pensare che basti essere contro qualcuno per sconfiggere la crisi, peggio ancora è negarne l’esistenza. È il contrario di quella tradizione ebraico-cristiana per la quale la realtà è percepita come ultimamente positiva, anche quando mostra un volto negativo e contraddittorio.
La realtà, infatti, ci rimette continuamente in moto, provocandoci a prendere posizione di fronte a ciò che accade.
Questa consapevolezza ha costruito la storia millenaria dell’Occidente. E a dispetto di ogni dualismo o manicheismo − per cui il male è sempre da una parte e il bene sempre dall’altra −, ha permesso di costruire il futuro proprio accettando le sfide della realtà, rispondendo ad esse con intelligenza, creatività e capacità di sacrificio.
 
Come ha detto Benedetto XVI, «un progresso addizionabile è possibile solo in campo materiale.
Nell’ambito invece della consapevolezza etica e della decisione morale non c’è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. Non sono mai semplicemente già prese per noi da altri – in tal caso, infatti, non saremmo più liberi. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio» (Spe salvi, 24).
È questa la ragione per cui ancora il Papa, pur riconoscendo il disagio e il disorientamento che spingono ciascuno a muoversi in maniera solitaria e a compiere scelte di vita sempre più fragili, non ha potuto evitare di lanciare un appello: «Cari giovani, non abbiate paura di affrontare queste sfide! Non perdete mai la speranza» (Ancona, 11 settembre 2011).
È un invito a guardare la crisi come opportunità: essa, infatti, costringe a rendersi conto del valore
di cose a cui non si pensa finché non vengono meno: per esempio, la famiglia, l’educazione, il lavoro.
Del resto, di crisi l’Italia ne ha attraversate tante anche negli ultimi 150 anni, senza reagire con una
difesa aprioristica del passato e nemmeno con chiusure preconcette, ma mettendo in gioco una capacità di un cambiamento che ha posto le premesse per un continuo inizio − tanto nuovo quanto
imprevedibile − della convivenza sociale.
Allora la domanda da porsi riguarda il contenuto del cambiamento, che è frutto di una libertà in azione.
In primo luogo, occorre essere leali e ammettere che le ideologie non pagano più, che lo statalismo
fa sprofondare nei debiti e che la finanza non salva l’uomo e aumenta solo la folla degli indignados,
segno di una esigenza tanto positiva (che, cioè, i desideri e i bisogni concreti delle persone non siano continuamente estromessi dal dibattito pubblico) quanto scomposta.
In secondo luogo, bisogna riconoscere che nella situazione attuale sono reperibili le tracce di un
cambiamento positivo. 

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