Un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore

Certo, mi ha sconcertato il gesto di Benedetto XVI; ma è stato solo la prima reazione emotiva. In fondo è comodo avere un punto di riferimento stabile e quasi la coscienza si addormenta come un bimbo tra le braccia della mamma. Ma la coscienza del Papa di fronte a Dio ha compreso realisticamente che il progetto buono del Padre gli chiedeva di servire la Chiesa, Sposa di Cristo, in un altro modo.

Penso che chi non vive la fede come esperienza di Cristo presente, che interpella dolcemente la tua coscienza attimo per attimo, sia decisamente difficile capire, anche la scelta del silenzio e della clausura nella quale per il momento pare Benedetto si voglia appartare.

Eppure, a me questo gesto è servito per capire che la Chiesa non è del Papa, né dei fedeli o dei Vescovi: la Chiesa è di Dio e solo Lui può decidere come deve essere guidata. E siccome Dio non è un’idea astratta, ma è più concreto della nostra stessa vita, val la pena di fidarsi di Lui che non ci farà mai mancare la sua guida, nonostante la Sede Vacante  per qualche settimana.

Interessante l’intervista al teologo Javier Prades riportata da Tracce:

Afferrato da Cristo

di Davide Perillo

Il Papa ci ha spiegato la fede, da maestro. Ma soprattutto «l’ha fatta accadere». L’umiltà dell’inizio e della fine indicano il vero contenuto di ogni suo passo: «La prima iniziativa è di Dio». Il teologo JAVIER PRADES ci accompagna dentro questi otto anni

L’inizio e la fine. Certo, si specchiano già a prima vista. Difficile non vedere nell’umiltà con cui ha rinunciato al Soglio pontificio lo stesso tratto con cui Benedetto XVI si era presentato al popolo di Dio, il 19 aprile di otto anni fa: «Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Ma ora che il lavoro si conclude, ed è tempo di bilanci, si capisce che c’è qualcosa di più nel legame che unisce quei due gesti. «C’è una testimonianza che abbraccia tutto il resto», dice Javier Prades, 52 anni, teologo e rettore dell’Università San Dámaso di Madrid: «In come il cardinale Ratzinger aveva accettato la carica c’era già, in nuce, il cuore di quello che è venuto dopo: la prima iniziativa è di Dio, non nostra. Benedetto XVI lo ha mostrato a tutti con grande chiarezza. È un uomo libero. E lo si è visto bene, in questi anni».

Quali sono stati i tratti salienti di questo Pontificato?
Subito, addirittura a ridosso dell’elezione, nella messa Pro eligendo Pontifice, Ratzinger aveva già disegnato una comprensione profonda del mistero della vita cristiana e dei bisogni della Chiesa. È quello che ha detto dopo, nella prima omelia da Papa: non ripone la sua speranza nei programmi, ma nella volontà di rispettare l’iniziativa del Mistero. È la consapevolezza che la vera urgenza è alla radice, nel rapporto con il Mistero di Dio, appunto. È un refrain che si è mantenuto nel tempo. Ed è diventato decisivo, anche per la sensibilità con cui ha sviluppato i grandi discorsi del Pontificato. Pensiamo alla lezione tenuta ai Bernardini, con l’insistenza sul quaerere Deum: «I monaci non hanno pensato a creare una cultura cristiana, ma hanno cercato Dio». La conseguenza è stata una novità di vita che ha portato a creare una realtà inaspettata. Ecco, questa preminenza del Mistero è sicuramente uno degli assi portanti. Ma ce ne sono altri.

Quali?
Per esempio, la strenua difesa della ragione umana. Si vede bene nell’intervento a Regensburg, dove emerge quell’affermazione paradigmatica: ciò che va contro la ragione va contro la natura di Dio. Poi, l’attenzione è stata deviata dalle polemiche sull’islam. Ma la rivendicazione dell’ampiezza della ragione è diventata una costante del Pontificato. Basta pensare anche al discorso non pronunciato alla Sapienza, quando gli impedirono di intervenire, o all’immagine del bunker usata davanti al Bundestag tedesco, nel 2011. E più a monte c’è l’affermazione dei tratti essenziali della fede cristiana, della sua specificità: la risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio nella storia è il riconoscimento di un avvenimento. In questo senso, le prime righe della Deus caritas est, la sua prima enciclica, sono decisive.

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». È una formulazione che colpì tutti…
E che porta dritti fino all’Anno della Fede. Perché una grande caratteristica di Benedetto XVI è stata proprio la consapevolezza dell’irriducibilità del fatto cristiano. Anzi, forse il fattore dominante è questo.

In che senso?
Per il Papa è il riconoscimento di Cristo che consente di spiegare gli altri elementi: la sovranità di Dio e la dignità dell’uomo. Questo Papa non arriva a Cristo dopo, come derivazione: è partendo da Lui che coglie questa dimensione incondizionata di Dio, non subordinata a niente, come sorgente della dignità dell’uomo. Dio è sempre prima. Può risultare molto familiare un’espressione di don Giussani: «Qualcosa che viene prima».

Quali sono i momenti con cui è emersa con più chiarezza questa centralità? 
Il Pontificato è ricchissimo di questa consapevolezza. Se dovessimo identificare dei documenti, a parte le encicliche, direi che le sue esortazioni Sacramentum caritatis e Verbum Domini, dopo i corrispettivi Sinodi, di fatto sono un canto a Cristo, Verbo incarnato, reso presente agli uomini nell’Eucaristia e nella Parola di Dio. Fino ad arrivare alle catechesi dell’Anno della Fede. Ma questo primato, nei suoi testi, è una costante: riguardo all’interpretazione della Scrittura, alla vita del comune fedele, all’attesa umana o al dinamismo dell’amore, Cristo viene sempre prima. Non dimentichiamo che Ratzinger si è formato alla scuola di Agostino. Ma questa sensibilità si è espressa anche in certi gesti educativi; le Giornate della Gioventù, per esempio. Sono momenti rivolti al mondo intero, in cui il Papa ha orientato lo sguardo di tutti verso l’essenziale: Cristo.

Ecco, a proposito dell’«apertura al mondo intero»: un altro tratto saliente del Pontificato è il dialogo avviato con la modernità anche in forza di questa difesa della ragione. Che caratteristiche ha avuto, secondo lei? 
Il primo dato, non scontato, è proprio questa forte volontà di dialogo. Ratzinger lo dice già nel 2005, quando propone un «sì» alla modernità. È un «sì» critico, in grado di indicare anche le riduzioni della dimensione moderna dell’uomo e della ragione. Ma per Benedetto XVI sia la modernità che la Chiesa si sono evolute, e oggi siamo in grado di approfondire il confronto su certi grandi temi: la libertà religiosa, il rapporto tra Chiesa e Stato, quello tra scienza e fede. E i problemi etici, la dignità dell’uomo… Temi cari al mondo moderno. Lui quel confronto lo ha mantenuto a più livelli: tenendo dialoghi diretti, ma anche impostando i suoi interventi sotto forma di dialogo, facendo eco alle domande dei contemporanei. Mi sembra una caratteristica dell’intelligenza di Ratzinger per la visione della Chiesa in rapporto al mondo di oggi.

Così facendo ha letto in maniera originale anche certe categorie culturali: ha parlato di «ecologia dell’uomo», di «laicità positiva»…
Ecco, questo è un esempio interessante: la laicità positiva. Benedetto XVI in Francia, nel cuore della tradizione che sembrerebbe più ostile al cristianesimo in Europa, rivendica la laicità dello Stato e la giusta separazione tra Stato e Chiesa richiamando, però, una nuova fase in cui si vada oltre lo steccato della contrapposizione. Insomma, apre il dialogo su una delle questioni basilari della civiltà europea. Altro esempio: la scienza. Già da teologo Ratzinger ha avuto la sensibilità di guardare a quel mondo poggiando su una convinzione: il reale è intelligibile. Questo apre a uno sguardo di fiducia sulla scienza e sul lavoro degli scienziati, dà un grande credito al loro contributo di conoscenza della realtà. E permette di affrontare in modo nuovo un altro punto importante nel rapporto con la modernità.

Man mano è diventato sempre più evidente che parte essenziale del magistero di Benedetto XVI era proprio la sua testimonianza personale. In qualche modo ha mostrato anche con la vita la verità di ciò che indicava nell’insegnamento: il momento della rinuncia, in questo senso, è stato imponente, ma ho presente anche occasioni come la Gmg di Madrid, o l’atteggiamento davanti alle vittime della pedofilia… Quanto è stato importante questo aspetto? Quanto il Papa ci ha aiutato a capire che il cristianesimo è anzitutto qualcosa che accade e si conosce per testimonianza?
È decisivo. Nei suoi confronti c’era – e per tanti versi permane – un cliché: «È un Papa teologo, un professore». È vero. È un grandissimo teologo e professore, ma lo è in forza della sua capacità testimoniale. È un testimone di Cristo. Lo è sempre stato. A leggere le sue opere teologiche, a seguire le sue interviste, si scioglie l’immagine del Panzerkardinal (non dimentichiamo cosa sono stati gli insulti contro il Ratzinger cardinale…); ci si è accorti che sia da Papa che prima è stato sempre molto libero. Nel libro su Gesù di Nazaret ci consegna una sua riflessione essenziale, quasi una sorta di testamento dottrinale. E la inizia dicendo che si sottopone alla libera discussione, perché questo libro non è un gesto magisteriale in senso proprio. Ecco, a mio parere in quel gesto forza testimoniale e contenuto coincidono. Il libro comunica in maniera molto forte il fatto che la fede in Cristo è il punto di partenza e di destinazione dell’intera esistenza, e ne presenta le ragioni per una discussione aperta.

È stato veramente un «umile operaio nella vigna del Signore», quindi.
Sì. In Benedetto XVI le parole e i gesti si accompagnano. Anche quando ci sono state fatiche non piccole, o addirittura difficoltà molto gravi, se n’è fatto carico in prima persona: pensiamo ai casi di pedofilia, alle polemiche sui lefebvriani. Ha preso iniziativa scrivendo ai Vescovi, giudicando, riconoscendo gli errori commessi. Se da una parte corregge e giudica, offrendone le ragioni, dall’altra accetta il dialogo e le riflessioni che gli vengono proposte.

In che cosa è cambiata la Chiesa in questi otto anni?
Di sicuro è una Chiesa che è stata aiutata a riconoscere l’essenziale della fede e a comunicarla a tutti.

E lo sta facendo? Insomma, quanto ha inciso davvero il magistero di Benedetto XVI sulla Chiesa e sul mondo?
Ha inciso profondamente, a mio parere, anche se c’è ancora molto da assimilare nella vita della Chiesa. Questo Papa si è esposto, sia ad intra che ad extra. Dovunque si è messo davanti a tutti, ha ottenuto di fatto l’allargamento della ragione: chi ascoltava e si paragonava, scopriva domande e poteva accogliere le evidenze della ragione e la certezza della fede. C’è ancora una lunga strada per far passare nel tessuto ecclesiale questo atteggiamento. Così come c’è tanto da fare per approfondire altri punti decisivi della sua riflessione. Pensiamo alla sua preoccupazione sulla vera interpretazione del Concilio Vaticano II, un aspetto magari meno immediato per la gente comune, ma che per la vita della Chiesa è di grande trascendenza. Il Papa lega l’interpretazione a questa intelligenza profonda della tradizione cristiana, che è sempre in grado di riformarsi nella continuità del soggetto-Chiesa. Anche su questo dovremo riflettere molto.

E fuori dalla Chiesa? 
Per fare soltanto un caso, nel volume Dio salvi la ragione (Cantagalli; ndr) si vede come il Papa di fatto, grazie al suo discorso di Regensburg, ottiene da André Glucksmann, da Joseph Weiler, da Gustavo Bueno, da alcuni grandi nomi della scena occidentale una risposta che riapre delle posizioni. Incide, insomma. Ma è un piccolo esempio di una dinamica che si è vista spesso, in questi anni. Pensiamo alla visita in Inghilterra. In una società che poteva avere tutti i pregiudizi possibili verso il Papa di Roma, lui riesce a generare un atteggiamento che David Cameron, il premier, ha sintetizzato bene: «Ha sfidato l’intero Paese a sedersi e pensare». E potremmo dire qualcosa di simile anche per le visite in Francia, all’Onu, nella Repubblica ceca… O per l’impatto delle Gmg.

Lei c’era a Madrid…
Sì, e anche lì ho visto superare uno stereotipo: «È un Papa anziano, che non sa incontrare i giovani». Invece si è visto un Pontefice che ha fatto dei gesti essenziali, centrati tutti sui misteri nucleari della fede: l’Eucaristia, la Croce, l’annuncio di Gesù a tutti, la carità. E che, così facendo, non solo ha trascinato una folla come non si era mai vista a Madrid, ma ha ottenuto dai ragazzi una serietà e una profondità che a volte neanche loro riconoscono a se stessi.

Quanto è rimasto di quell’incontro dopo?
Ho visto persone che hanno riscoperto la fede o hanno scoperto la vocazione. O rapporti con autorità civili e realtà sociali che si sono aperti grazie a quei giorni e lo sono rimasti. Dopo lo tsunami della folla, ovviamente, tutto rifluisce un po’. Ma ci sono molte persone a tutti i livelli per cui quella Gmg è stata un punto di svolta.

C’è un elemento potente di quei giorni, che ritroviamo in altri momenti o nelle stesse catechesi di quest’Anno della Fede: Benedetto XVI valorizza molto l’aspetto affettivo, il desiderio, ma lo fa sottolineandone sempre il legame intrinseco con la ragione, l’unità dell’io. Quanto è stata importante questa «ricentratura»? E come aiuta a sottrarre la fede al terreno del sentimentalismo? 
È vero, il papa Ratzinger valorizza molto anche questo aspetto. Nelle encicliche, per esempio, affezione e desiderio sono un fattore portante: ragione e libertà sono tenuti come un valore, come un bene. Già nella Deus caritas est Benedetto XVI fa un percorso che parte dalla dinamica dell’eros, e quindi del desiderio affettivo, senza contrapporlo all’agape, alla carità. Sono testi di una ricchezza eccezionale. Ma anche nel messaggio indirizzato al Meeting 2012 c’è una valorizzazione della dinamica del desiderio proprio perché intimamente legato alle domande ultime della ragione. Per questo non è un impeto sentimentale: ha a che fare con la piena intelligenza del reale, e non solo con l’inclinazione o la pulsione.

Accanto al richiamo ad «uscire dal bunker» e «allargare la ragione» c’è stata pure un’insistenza continua sulla «gioia e la bellezza» dell’essere cristiani. Una «convenienza umana» totale, insomma. Anche qui, che novità ha portato il suo magistero? 
Ci sarebbe molto da dire. Penso agli incontri con gli artisti. O alle sue parole alla Scala. Ma teniamo solo un esempio che ho visto da vicino: la sua interpretazione della Sagrada Família, a Barcellona. In quell’occasione il Papa ha fatto una catechesi sulla bellezza che indica ancora una volta una sensibilità imprescindibile per il cristianesimo in Europa: nel cammino dell’uomo, Dio emerge come la fonte di questa bellezza, così come lo è del bene e della verità. Il fascino che genera un’attrattiva resta il fattore iniziale della comunicazione della fede.

E il rapporto con Cl? Joseph Ratzinger era molto amico di don Giussani, e si sa. Ma il modo in cui il suo magistero ci sta aiutando ad approfondire anche il carisma di Giussani è addirittura commovente…
Chi è educato da don Giussani trova una sintonia, un’affinità con questo Papa che glielo rende molto familiare. Grazie al carisma risulta possibile condividere e amare le sue proposte secondo una sintonia di cui lo stesso Ratzinger parlò nell’omelia del funerale di don Giussani e di cui ha riparlato proprio poche settimane fa, nell’udienza alla Fraternità San Carlo Borromeo. Questa familiarità è una grazia nella grazia. Non si può che riconoscerla con gratitudine e stupore.

Stupisce anche come persino nel gesto della rinuncia ci sia qualcosa che ci fa capire meglio alcuni punti su cui abbiamo lavorato molto negli ultimi tempi: il richiamo che «a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato», come diceva don Giussani; la supremazia della testimonianza e non del potere; il fatto che le circostanze sono «un fattore decisivo e non secondario» nella vocazione personale… Sono cose che abbiamo visto incarnate in maniera potentissima e al massimo livello nel Papa. 
Anche con la rinuncia, a mio parere, Benedetto XVI ha fatto un gesto di amore a Cristo e di fiducia in Dio in atto. Dio è reale, è tanto reale che può guidare la Chiesa con l’assistenza dello Spirito. È vero, ci fa vedere bene che «a nulla fuorché a Gesù» vale la pena di attaccarsi. E per via della sua testimonianza siamo costretti a prendere posizione in modo tale che possa crescere la nostra fede. Non ci ha soltanto spiegato la fede: l’ha fatta accadere. E poi l’ha anche spiegata, egregiamente.

Considerazioni preelettorali

Tra qualche giorno inizierà la fase calda , bollente, delle campagne preelettorali e giunge utile l’omelia del Card. Bagnasco della festa di ieri  ( Bagnasco: “Sui valori non si può mercanteggiare”) che ci ripropone la dottrina sociale della Chiesa sempre attuale nel ridire ai cristiani che intendono essere tali, i criteri per affrontare qualsiasi situazione, anche difficile, dal punto di vista politico.

Credo che il punto importante sia seguire davvero gesù Cristo attraverso il Magistero della Chiesa e poi uno, a partire dalle sue capacità  di comprensione della realtà, esprime un suo giudizio senza la pretesa di avere la verità in tasca. Anche perché una decisone occorre pur prenderla se non vogliamo essere degli ignavi che si spaventano quando qualunque decisione può apparire inutile (anche non decidere è una decisione…. molto pericolosa). Ecco perché mi piace l’analisi accurata che ci fornisce Stranocristiano e che qui ripropongo:

politica: UdC fa le svendite; documento PdL; obiezione di coscienza

Politica 1: grandi manovre per vecchie alleanze.

Pierfurby Casini dice di voler mettere insieme politici “seri e nuovi”, e quindi “stringe l’asse con Fini” (ed io devo essermi persa qualcosa, in mezzo) e Pisanu (anche qui, il nuovo che avanza), per fare di nuovo il Terzo Polo, che però essendo miseramente fallito alle ultime amministrative, deve essere chiamato in modo diverso.

L’obiettivo è sempre quello: Pierfurby vuole diventare almeno Presidente del Senato (con un occhio speranzoso pure al Quirinale) e per questo alle prossime elezioni vuole salire sul carro del vincitore, cioè il Pd. Quindi ha già detto che farà alleanze indipendentemente dai temi etici (famiglia, vita, libertà di educazione? e chissene), e anzi è pronto a riconoscere le unioni omosessuali, proprio come i compagni del Pd, che ne fanno un punto programmatico. Se poi il Pd si allea con Vendola (e quindi, teoricamente, anche loro ci si alleano), è un dettaglio che non li interessa: sono questioni interne al Pd. Grande svendita all’outlet dell’UdC, insomma. Con i cattolici dell’UdC pronti a fare le foglie di fico per l’intera operazione, sullo stile della DC nell’operazione 194.

E per coprire meglio la faccenda, e avere più potere contrattuale, Pierfurby riprova con il “polo centrista” cercando di imbarcare qualche ministro del governo Monti, Passera in testa, (assurto a rappresentante dei cattolici, che ancora non si capisce dove abbia dimostrato cotanta cattolicità, a parte i pellegrinaggi strombazzati sulla tomba di San Francesco, come fece pure Arafat), e poi Riccardi, chiaramente, e l’ineffabile Balduzzi (quello che deve ancora firmare le linee guida della legge 40), il tutto con quelli del Forum di Todi (Todi2 la vendetta), quelli che in dieci pagine di manifesto hanno dedicato ben due righe e mezzo ai valori non negoziabili.  Li aspettiamo tutti al varco.

Intanto in Sicilia l’Udc già ha deciso di appoggiare per le regionali il candidato del Pd (prove generali dell’alleanza nazionale con il Pd, tradizionalmente la Sicilia è il banco di prova).

Nel mentre il Card. Bagnasco dice che “sui valori non si può mercanteggiare”, e che “ i valori non sono tutti uguali ma esiste una interna gerarchia e connessione; che l’etica della vita e della famiglia non sono la conseguenza ma il fondamento della giustizia e della solidarieta’ sociale”.

Politica 2: intanto che l’UdC fa le svendite, ansiosa di approvare le unioni omosessuali pur di fare l’alleanza con il Pd, il PdL ha diffuso un documento “Diritti della famiglia e diritti dei componenti della coppia di fatto”, sottoscritto da 173 parlamentari, prima firma Eugenia Roccella, ecco qua.

Politica 3: oggi mio editoriale su Avvenire, ancora su obiezione di coscienza. Alcuni chiarimenti.

Chi non conosce la storia è destinato a ripeterne gli errori..

Così recita un proverbio ormai dimenticato. Perché la storia è anche memoria di quel che siamo stati e quel che possiamo essere.
Per questo mi ha colpito il post di qualche giorno fa del mio amico diavolaccio, Berlicche, che rilancio molto volentieri nell’intento di recuperare un pezzo di verità storica e di attualità:

150: Far cassa

Pubblicato da

La situazione finanziaria dello Stato è spaventosa. Il deficit è un abisso incolmabile. Il popolo è esasperato dalle nuove tasse, la crisi economica fa il gioco delle opposizioni. La folla assalta l’abitazione del Presidente del Consiglio. Colpiti sono soprattutto i poveri. Cosa fare allora?
Semplice: abolire gli ordini religiosi, incamerarne le proprietà, tassare il resto dei beni ecclesiastici e smettere di pagare le congrue al clero.

Come forse avrete capito non siamo ai giorni nostri: è il 1853, in quello che è ancora il Regno sabaudo.
Non è un caso che il Piemonte sia in fortissimo deficit. Più di metà del suo bilancio va a coprire le spese di un esercito enorme e sproporzionato. I debiti contratti e che contrarrà per l’avventura della Crimea strozzeranno gli italiani per molti decenni a venire.
Per coprire almeno in parte l’immenso buco il Presidente del Consiglio – Cavour, sì, proprio lui – decide di rivalersi appunto sulla Chiesa.
La famiglia del conte deve in gran parte la sua prosperità proprio dall’avere acquistato a prezzo stracciato le proprietà ecclesiastiche che Napoleone a suo tempo aveva requisito e svenduto per far cassa. Il colpo si può ripetere con quanto ancora rimane: cancellando quella congrua che lo stato si era accollato per sfamare il clero a cui erano stati sottratti i beni dai francesi e sopprimendo le congregazioni incamerandone i beni.

Parte la campagna di stampa; vengono fatte, con gran risonanza, “petizioni pubbliche”; il Governo, prima ancora di esaminare il caso, dà già per cancellate le congrue dal bilancio. L’opinione pubblica viene convinta che sia doveroso, legittimo, atto dovuto espropriare una Chiesa “troppo ricca” di quanto possiede.

Boncompagni, il guardasigilli che ha già sforbiciato in precedenza le congrue, così giustifica il suo operato: “La Chiesa è un grande istituto di beneficienza (…) concetto che meglio corrisponde all’idea del suo fondatore.” La Chiesa “ha sui beni stabili quei diritti che lo Stato trova conveniente concederle“, e quando lo Stato decidesse di assumere su di sé il provvedere ai poveri…i beni ecclesiastici non dovrebbero forse passare anch’essi al Governo?
In Commissione si delibera che una comunità religiosa è un ente morale che non esiste in natura e quindi non si può arrogare la pretesa di possedere dei diritti naturali. Se non esiste in natura, allora è lo Stato che gli permette di esistere: “Lo Stato crea, lo Stato può distruggere quello che ha creato”. Peccato che lo Stato, storicamente, sia l’ultimo arrivato che scambia per concessioni sue le creazioni del popolo cristiano. Che lo scopo sia appunto quello di schiacciare la Chiesa rendendole molto più difficile proseguire la sua opera, più che di fare cassa, risulta evidente quando viene rifiutata la proposta dei vescovi di provvedere loro stessi alla congrua.

E’ interessante leggere quello che dice Solaro della Margherita sugli analoghi provvedimenti fatti in passato dai governi che Cavour plaude come “illuminati”: “Il ministro (…) doveva dirci che i tesori immensi da Arrigo VIII derubati in una somma uguale a 46 milioni di nostre lire di rendita furono dissipati in pochi anni, e sul finir del suo regno l’erario era nella più estrema penuria. Doveva dirci che sotto il regno di Elisabetta undici leggi dovè promulgare il parlamento per sollevare le migliaia di poveri, resi miseri dello spoglio dei beni della Chiesa. Doveva dirci che la Francia ebbe in mercede la dilapidazione delle finanze, la guerra civile, l’universale miseria; avremmo allora meglio apprezzati i rari benefizi che questa legge prepara al paese.

Parole profetiche: la soppressione degli ordini religiosi nel 1855 e la susseguente tassazione dei beni ecclesiastici contribuiranno a creare quella situazione di arretratezza ed estrema povertà che causerà l’emigrazione di tanti nostri concittadini negli anni seguenti.

Una cosa del genere non potrebbe accadere ai giorni nostri. Ormai è chiaro a tutti il principio che il non profit debba essere aiutato e non ostacolato perchè fornisce un servizio inestimabile alla società, servizio che sarebbe ben più costoso e inefficace se fosse fornito direttamente dal governo. Il principio di sussidiarietà: non è lo Stato a provvedere a tutto, ma lo Stato stesso sostiene discretamente coloro che fanno senza sostituirsi ad essi.
Con bene chiari i disastri dello statalismo nessuno sarebbe tanto folle da…non è vero?

 

“L’unica insidia di cui la Chiesa può e deve aver timore è il peccato dei suoi membri”.

 “L’unica insidia di cui la Chiesa può e deve aver timore è il peccato dei suoi membri”.
A tutto l’altro c’è sempre rimedio, perché l’uomo è capace di ragionare e di scoprire in sé risorse insospettate davanti alle difficoltà, di qualunque natura esse siano.
Quanto alla Chiesa l’unico vero grande problema è quello che così chiaramente e con semplicità ha sottolineato Benedetto XVI e Antonio Socci nel suo articolo del 10 dicembre su “Libero” ci aiuta a riflettere sulle recenti polemiche:

DIFENDESSERO LA FEDE IN GESU’ CRISTO (E I DOGMI) CON LA STESSA TENACIA CON CUI SI BATTONO PER ICI E OTTO PER MILLE… 

 La campagna sull’ “Ici della Chiesa” è stata lanciata dai radicali per anticlericalismo, ma gli ecclesiastici hanno dato una risposta così disastrosa che alla fine la Chiesa – oltre a doversi piegare sull’Ici – ne ha ricavato pure un grande danno di immagine e di credibilità.
 Parlavo di faziosità radicale. Scrive Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, che la scorsa estate i radicali presentarono un emendamento alla manovra-bis che voleva colpire esclusivamente “gli enti religiosi cattolici”.  
 In modo da negare “soltanto ad essi i benefici stabiliti dalla legge” per le opere “senza fini di lucro. Neanche citati tutti gli altri soggetti (altre religioni, associazioni laiche, patronati, realtà politiche e sindacali)”.(Continua a leggere sul link indicato dal titolo)
 
Prezioso ancora il contributo dell’editorialie di Cultura cattolica:

Vincere la partita
Mi sono spesso posto questa domanda: «Come fare per far sì che le proprie ragioni siano ascoltate, più che i pregiudizi?», e, mentre riflettevo, mi è capitato di leggere su Internet questo articolo che, mi sono detto, fa al caso mio.
«Quanto conta per vincere una partita, uscendo vittoriosi da un match che ci dava scontatamente perdenti? Un esempio ci viene dalla nazionale femminile di calcio giapponese che ieri ha stracciato gli Stati Uniti, dati per favoriti, aggiudicandosi il titolo mondiale. Sian Beilock, docente di psicologia alla University of Chicago, ci illustra, andando oltre ovviamente le dinamiche di gioco, cos’altro può aver influito sul successo della squadra nipponica.
La capacità ed il modo di resistere alla pressione, la tenacia, la voglia di vincere per il loro Paese per riscattare la positività e la vita dopo i tragici eventi che hanno colpito il Giappone lo scorso 11 marzo: il violento terremoto, il conseguente devastante tsunami, la crisi nucleare di Fukushima.
Probabilmente, spiega la Beilock, in quel momento le giocatrici non stavano pensando a se stesse come a delle perdenti, perché era così che le si dipingeva prima del match: per gli Stati Uniti sarebbe stato semplicissimo battere il Giappone, secondo le previsioni. Piuttosto, prosegue la psicologa, pensavano di rappresentare una nazione, di essere lì per guadagnare al loro Paese una vittoria, in un momento difficile, in cui c’era assoluto bisogno di tornare a vincere, realizzando l’impossibile, sconfiggendo qualcosa di più grande: un avversario molto forte dato per favorito. [http://www.iovalgo.com/come-vincere-motivazione-9045.html]».
In questi giorni la vicenda dell’ICI della Chiesa pare avere scatenato una di quelle grosse battaglie mediatiche che rischiano di diventare mentalità comune (come le ricchezze del Vaticano o la pedofilia dei preti…). A questo siamo purtroppo abituati da tempo, soprattutto noi che abbiamo frequenti contatti con i giovani in età scolare. È uno dei tanti réfrain che risuonano negli ambienti laicisti.
E chissà perché, di fronte alle tante affermazioni degli uomini di Chiesa, per quanto in certi campi rispettati ed ascoltati, qui sembra che essi siano come bambini colti in fallo con le mani nella marmellata, le cui giustificazioni non fanno altro che confermare la loro colpevolezza.
Allora ripenso a quanto accaduto a proposito della sentenza che ha dato ragione al Vescovo di Grosseto contro il ricorso dell’UAAR, costituendo un punto giuridico di non ritorno, un riferimento per una «laicità positiva» che riconosca a tutti i soggetti – e quindi anche alla Chiesa – il diritto di parola negli ambienti educativi. La ragione mi pare questa: non abbiamo giocato, col sito CulturaCattolica.it, di rimessa, ma abbiamo saputo, in tempo, comunicare le nostre ragioni prima di ogni possibile intervento riduttivo e/o falsificante (dei vari Repubblica o Corriere della Sera).
Ci chiediamo allora: «Ma se questo metodo è fecondo, perché la Chiesa, i suoi rappresentanti, chi in essa svolge compiti di comunicazione, non agiscono in modo da creare la mentalità, non subendo il ricatto del mondo, ma ponendo con chiarezza le questioni?». Il Papa ci insegna (e lo abbiamo visto in moltissime occasioni, ancorché spinto dalla improvvida azione dei suoi collaboratori [il caso Williamson docet]) che la via migliore è la verità, senza trucchi o furbizie di sorta.
Chissà se riusciremo ad imparare la lezione?
Le calciatrici giapponesi sapevano che dovevano vincere per riscattare il loro paese dalla umiliazione subita con la tragedia dell’11 marzo. Ma noi – cristiani che hanno a cuore la bellezza della verità e l’esperienza gratificante della Chiesa – non abbiamo forse ragioni in più per «realizzare l’impossibile» di una comunicazione che sappia dire a tutti le ragioni di una presenza?
A proposito degli Indignados nostrani a Roma, abbiamo visto con sorpresa e dolore che il 90% dei giovani frequentano l’ora di religione cattolica (e questo sembra non incidere molto sulla loro mentalità), vediamo tante persone che ancora chiedono i sacramenti, al catechismo partecipa la stragrande maggioranza dei giovani (e spesso incontriamo i loro genitori): forse il caso di imparare la lezione dello staretz Giovanni (del Racconto dell’Anticristo di Soloviev) secondo cui: «Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità». O di prendere sul serio la recente parola del Papa, secondo cui «l’unica insidia di cui la Chiesa può e deve aver timore è il peccato dei suoi membri», primo tra i quali la perdita della fede e la consapevolezza della presenza di Cristo. O, come ancora ricordava ai membri del Pontificio Consiglio dei Laici: «A volte ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell’economia risultasse più incisiva, e forse non ci si è altrettanto preoccupati della solidità della loro fede, quasi fosse un dato acquisito una volta per tutte. In realtà i cristiani non abitano un pianeta lontano, immune dalle «malattie» del mondo, ma condividono i turbamenti, il disorientamento e le difficoltà del loro tempo. Perciò non meno urgente è riproporre la questione di Dio anche nello stesso tessuto ecclesiale.»

Che cosa abbiamo di più caro?

Stima e fiducia nella scuola che educa

Da Il Giornale

Istruzione, Bagnasco: "Fiducia in tutta la scuola Merito degli insegnanti" 

"La chiesa, come sempre, ha molta stima e fiducia nella scuola perché è un luogo privilegiato dell’educazione, tanto più che siamo nell’ambito del decennio sulla sfida educativa, che la Cei ha scelto. Quindi ci sta a cuore l’educazione integrale anche attraverso la scuola e in qualunque sede, statale o non statale, l’importante è che ci sia questa istruzione ma anche questa formazione della persona che è scopo della scuola a tutti i livelli". Sono le parole dell'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, a margine dell’incontro "La formazione della coscienza nel Beato John Henry Newman". Bagnasco ha poi continuato: "Ci sono tantissimi insegnanti e operatori che sappiamo che si dedicano al proprio lavoro con grande generosità, impegno e competenza, sia nella scuola statale che non statale. Quindi il merito va a loro". "Tutti quanti – ha aggiunto – ci auguriamo che anche la libertà di scelta dei genitori nell’educazione dei figli possa essere concretizzata sempre più e meglio ma questo riguarda un altro aspetto della scuola non statale". "In generale – ha concluso – sicuramente tutti auspichiamo che la scuola, a tutti i livelli e in tutte le sedi, possa veramente rispondere ai desideri dei genitori per i loro figli" [il grassetto è mio]

” Per l’Italia è l’ora di saggezza e virtù”

Questo è il titolo della prolusione di ieri del Card. Bagnasco che potete leggere qui.
Non mi sembra il caso di aggiungere granché, però mi piace sottolineare che la Chiesa e quindi i Vescovi non possono fare altro che ribadire ciò che è bene oggettivamente e pertanto non può essere invocato per giustificare una concezione politica o un'altra.

Basterebbe anche soltanto il titolo per capire che la prolusione indica una strada per tutti e che nessuno può sentirsi puro e incorrotto. Ma leggetela, se volete, senza fermarvi alla prima frase davanti alla quale vi sembra di poter dire "Avevo ragione io!"

Io mi sento di ringraziare la Chiesa, Corpo misterioso di Cristo, che non fa mai mancare la sua guida ferma e sicura anche nei momenti più difficili.

Borghesi: solo la Chiesa può “difendere” l’Italia dal Risorgimento

Da Il Sussidiario una riflessione di Massimo Borghesi 

Che la Chiesa abbia promosso a Roma un Convegno sull’unità d’Italia è certo un fatto significativo e, indubbiamente, inusuale. Lo scopo infatti, rispetto al passato, non è certo quello di legittimarsi, di fronte allo Stato, come parte integrante del corpo nazionale. Non ne ha bisogno. Si tratta di altro. In un momento in cui Un disperato qualunquismo, per dirla con Galli della Loggia (Corriere della Sera del 30 dicembre), è il chiaro sintomo di una disaffezione dalla politica, dal Paese, dalle istituzioni pubbliche, avvertite ad una distanza siderale rispetto alla realtà, la Chiesa “sente” questo scollamento, questo processo di disaggregazione, di disunione, di paura, di mancanza di speranza.

Senza scomodare la “società liquida” di Bauman è evidente a tutti che lo spirito di solidarietà, di condivisione di un comune destino, si è fatto tenue. Né la retorica nazionale, invocata da taluni per i 150 anni dell’Unità, può avere un qualche peso al fine di una possibile inversione di rotta. In Italia l’idea di nazione, nella sua forma risorgimentale, è morta nel 1943, con la caduta del Regime prima e la fuga del re poi. Per questo il patriottismo risorgimentale invocato da Carlo Azeglio Ciampi, come ha dichiarato lo storico dell’Università di Pisa Alberto Maria Banti nel suo Nel nome dell’Italia appena edito da Laterza, è fuori tempo massimo.

Non è più il tempo dei miti. Come la storiografia ha appurato da tempo, il fascismo non si è solo “appropriato” del Risorgimento, dell’idea di nazione, della rivoluzione mazziniana, ecc. Ne è stato anche la continuazione. Il processo di nazionalizzazione delle masse, iniziato dal Risorgimento e proseguito dallo Stato liberale, è continuato nell’educazione nazionale del fascismo. Per questo la celebrazione “mitica” del Risorgimento, con le sue classiche icone Cavour-Mazzini-Garibaldi-Vittorio Emanuele II, che hanno riempito di lapidi e monumenti le piazze e le vie d’Italia, non è più possibile. È l’epos che è venuto meno.
 
Nel recente film di Martone Noi credevamo la visione è quella di un Risorgimento senza eroi, cupo, dominato dal fanatismo ideologico di Mazzini pronto a mandare a morte innumerevoli giovani vite. Non è propriamente il quadro auspicato dagli organizzatori dei 150 anni. Si tratta di un revisionismo nuovo, diverso da quello degli anni ’70, nutrito allora dall’idea del Risorgimento “tradito”, dalla mitologia della Resistenza come nuovo Risorgimento. Quello odierno è un revisionismo che nasce dal disincanto, dalla consapevolezza che gli ideali che hanno creato l’Unità sono gli stessi che hanno procurato al Paese la repressione sanguinosa dei moti del Sud, due guerre mondiali, il fascismo. Ideali che trovano espressione nell’inno nazionale, nutrito di aspirazioni guerriere e di odio verso il nemico. (Continua QUI)

Non è Ratzinger l’obiettivo. Non è insofferenza per il Pontefice tedesco

Condivido in pieno questo articolo di Bruno Mastroianni per Tempi:

Non è Ratzinger l’obiettivo. Non è insofferenza per il Pontefice tedesco, non è una questione di interpretazioni del Concilio Vaticano II e nemmeno una faccenda di pedofili e palazzinari. La vera causa delle continue discussioni sulla Chiesa è la Chiesa stessa. A certi orecchi suona insopportabile questa voce che continua a mettere il mondo di fronte alla realtà delle cose reali, a interpellare l’uomo su ciò che veramente conta, su ciò che c’è dietro (o meglio sopra) la sua vita sulla terra. E suona ancora più insopportabile che a portare avanti questa Chiesa siano uomini come gli altri. Non dei supermoralisti impeccabili, non dei geni che non sbagliano un colpo, ma una compagine di persone in cui c’è di tutto: dal peccatore al santo d’altare, dal tiepido all’ingenuo, fino ad arrivare a qualche farabutto. Eppure la Chiesa dura da duemila anni conservando intatta la sua missione, più di quanto sia mai riuscita a fare qualsiasi altra istituzione. Questo non fa che aggravare l’insofferenza: è la prova provata, presente davanti agli occhi di tutti, che il suo destino è nelle mani di qualcun Altro. Papa Ratzinger in questo scenario ha un’unica grande colpa: sta riportando l’attenzione sulla dimensione soprannaturale, mettendo da parte gli inutili fronzoli istituzionali e di palazzo, per ricollocare al primo posto la questione della fede. I dissidi sono un segnale inequivocabile: tante attenzioni attorno alla Chiesa non ci sarebbero se non fosse per l’aratro di Benedetto XVI che, smuovendo la terra, sta lasciando il segno.

Una riforma che mi piace…

La riforma di Benedetto
di Massimo Camisasca

Benedetto XVI rimarrà certamente nella storia come un papa riformatore. La riforma della Chiesa è sempre stata una delle sue attenzioni, anche quando era Cardinale. Non a caso, quando parlò al Meeting di Rimini circa 20 anni fa, intitolò il suo intervento: “La Chiesa deve essere sempre riformata”. 

Questo suo intento riformatore è apparso più chiaramente e in modo insistito durante l’ultimo anno, dopo il ritorno del tema preti-pedofilia all’attenzione mondiale. Ma non può essere assolutamente ridotto ad esso. 

Innanzitutto, il campo della riforma è per papa Ratzinger la liturgia (e di conseguenza la comprensione del Vaticano II). È nella celebrazione liturgica che appare più chiaramente la “mondanizzazione” della Chiesa, la sua assunzione di categorie sociologiche o politiche. 

Da lì dunque deve partire il rinnovamento, che è un processo sia in avanti verso la liberazione da schemi mondani del passato recente, sia all’indietro verso una riscoperta di quel Principio che è il cuore della vita della Chiesa. 

Poi la riforma deve scendere a colpire l’avarizia, la lussuria, la superbia. La ricerca del denaro, del piacere, del potere come fonti della ragione per vivere. La gioia e la realizzazione umana stanno altrove, nell’obbedienza, nella povertà e nella verginità. 

Superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c’hanno i cuori accesi, aveva scritto Dante. A lui, a san Francesco, a san Bonaventura, a papa Celestino visitato domenica, ma anche a Tommaso Moro, a Newman e a Rosmini può essere accostato il progetto riformatore del Papa. 

Sembra che tutto riguardi e vada a colpire solo la Chiesa. Tutto il male, tutte le colpe sono dunque raccolte solo nella sposa di Cristo? Ratzinger deve far pensare a Lutero o comunque a uno spirito che vuole sferzare i cardinali, dimenticando quanto di male c’è al di fuori della Chiesa?

 continua qui

 

Cosa succede in Belgio e negli USA?

In Belgio perquisiscono le tombe dei vescovi, negli Stati Uniti chiamano alla sbarra il papa. Si profila una svolta nella cultura giuridica e nella pratica dei tribunali.
L'analisi del professor Pietro De Marco

 

Leggi il servizio qui

Leggi anche:

Ecco perché il Belgio massone fa guerra alla Chiesa

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 57 follower