“La bellezza è la verità che si comunica a noi attraverso un’attrattiva”

“La bellezza è la verità che si comunica a noi attraverso un’attrattiva, nell’anima nostra sorgono profondi discorsi e profonde esperienze di vita e può essere che noi tendiamo a fermarci a questo, a vivere la parola di Dio solo esteticamente.

Invece, seguire la sapienza nuova coincide con una morte, la morte dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, del nostro modo di fare: implica una rottura,  una contrizione della nostra persona, perché “i nostri pensieri non sono i suoi pensieri” (…) .

Obbedire alla Sua volontà è lo strumento col quale Egli ci vuol far aderire totalmente a Lui, secondo la Chiesa, nella circostanza effimera, banale, nella quale ci ha chiamato. Solo attraverso la fede e l’aderire a questo fatto con cui Dio ci porta, riflettendo e amando, aderendo volontariamente ai momenti ordinari di una regola quotidiana, ci rende corpo e sangue della volontà del Padre.

Mai possiamo aderire di più alla misericordia di Dio che nell’ubbidire alle persone, alle pietre dove Dio ci ha collocati”.

(Vita di don Giussani di Savorana,pag.446/447)

«Com’è grande il Signore che mi prende tutto»

Da TRACCE.it

7/05/2013 – Igor, kazako che vive in Italia, torna in patria con tre amici per l’ingresso del nuovo vescovo di Atyrau, don Adelio Dell’Oro. Nel frattempo, gli Esercizi spirituali a Rimini. Ma a tema c’è la stessa cosa: «Chi ci separerà dall’Amore di Cristo?»

  • Don Adelio Dell'Oro. 

Vorrei raccontarvi della mia esperienza che ho vissuto due settimane fa ad Atyrau, Kazakistan. Da qualche anno vivo in Italia e proprio nei giorni degli Esercizi della Fraternità c’era l’ingresso del nuovo vescovo di Atyrau, don Adelio Dell’Oro, che avevo conosciuto a Karaganda nel 1997. L’incontro con lui e altri preti italiani mi ha fatto rinascere. È stato un cambiamento vitale. Quando ho saputo che l’ingresso del mio caro amico sarebbe stato negli stessi giorni degli Esercizi non sapevo cosa fare. Mi ha aiutato una semplice telefonata di un amico, don Giuseppe, che mi ha chiesto se avevo intenzione di partire. Io gli ho detto semplicemente sì. E questo sì l’ho portato fino alla fine. Questa decisione mi ha sfidato tante volte fino alla partenza, ed è maturata con una certezza incredibile. Un esempio. Il mio secondo figlio è andato con mia moglie in ospedale. Con chi sarebbe stata la mia seconda figlia? Alcuni amici mi hanno aiutato, offrendosi di tenerla. Mia moglie è stata grande e decisiva. La vedevo stanca in ospedale, ma sempre con il sorriso. Tutti questi fatti mi hanno “preparato” per una grande e indimenticabile esperienza in Kazakistan. 

La prima cosa che mi ha colpito in quel viaggio è stata la grande amicizia di tre persone: don Eugenio, don Giuseppe e Enrico. Dalla mattina fino alla sera, in aereo o in un bar, per strada o in albergo abbiamo parlato della cosa più essenziale, cioè della vita. La visita di Atyrau è cominciata con la prima cena nell’unica parrocchia della città, che conta mezzo milione di abitanti, con i primi amici arrivati e con qualche vescovo. Il secondo giorno si è aperto con le Lodi e una breve discussione sul tema degli Esercizi di Rimini. Subito ci siamo accorti come durante il viaggio avessimo parlato proprio dello stessa cosa: «Chi ci separerà dall’Amore di Cristo?». Siamo andati in chiesa, dove cinque vescovi hanno celebrato una messa bellissima, in latino. Oltre a loro, una quindicina di preti, mentre sulle panche eravamo solo in cinque. Mi sono venuti i brividi, e ho capito come è grande il Signore che arriva anche nella steppa sperduta del Kazakistan e mi prende tutto. Nel pomeriggio sono arrivati altri amici da tutte le parti del Paese. Si sono alternati incontri bellissimi, stupore e gioia. Alcuni avevano viaggiato trentasei ore in treno per arrivare fin lì. Per poi ripartire dopo sette ore. Altri, invece, sono tornati a sorridere dopo dieci anni di distacco da questa grande amicizia. Dieci anni volati in un attimo: erano felici di ritrovarsi all’origine. O ancora, la storia di una amica che dodici anni fa era partita da sola da Karaganda per lavoro e ha conservato questa amicizia portandola dappertutto, in chiesa, al lavoro invitando altri a vedere cosa c’è di sorprendente e di bello nella vacanzina, agli Esercizi, alla Scuola di Comunità… Tutte storie nate dal sì di un prete, e poi di un altro e di un altro ancora.

Dopo la cerimonia dell’ingresso, c’è stato il momento dei canti. Ho visto un popolo vero e felice con i suoi vescovi che cantavano e suonavano la chitarra. Don Adelio è stato contento di questa festa ed era curioso di ciò che lo avrebbe aspettato il giorno dopo, quando sarebbe ripresa la vita quotidiana. Questa è la grandezza della fede. «Chi ci separerà dall’Amore di Cristo?».
Voglio raccontare questa esperienza a tutti e voglio dire che questa festa della fede va vissuta nel quotidiano e dappertutto.
 Sono stati questi per me gli Esercizi spirituali. Ora, tornato a casa, sto con i figli e, come mi ha detto il mio amico Enrico, faccio il tifo perché mia moglie incontri Gesù.
Auguro a tutti di cercare questa bellezza nei volti incontrati. Dovunque.
Igor, Kazakistan

Il Cristianesimo: un evento che fa vivere e fa godere di ogni cosa in modo inimmaginabile

Ecco il contributo della mia carissima amica, Mara:
“10 agosto festa di San Lorenzo.
C’è un raduno insolito all’hospice Madonna di Fatima (anzi ,a dir la verità è già da un po’ di tempo che succedono cose insolite lì…..)
Ma cosa sta accadendo quella sera?
Qualche giorno prima, con un gruppo di amici ci diamo appuntamento al parco e, seduti sull’erba, leggiamo un pezzo degli esercizi e poi l’articolo di tracce “Tiberiade, Irlanda”.
Restiamo senza parole, affascinati di fronte a tanta bellezza.
Subito dopo, ecco la prima “mossa” del cuore ( è proprio vero che il cristianesimo si contagia per invidia). Uno di noi dice “tra qualche giorno è la festa di San Lorenzo, facciamo una cosa bella insieme, incontriamoci a veder le stelle, troviamo un posto vicino al mare e invitiamo tutte le persone che vogliamo.”
Qualcuno propone di andare all’Hospice Madonna di Fatima, dove un gruppo di noi, da quasi un anno, va a fare la caritativa con i malati terminali e dove altre volte ci siamo incontrati a far festa e grigliate con i malati accolti nella struttura, che di volta in volta possono partecipare, con i loro familiari e tanti altri amici; ha un bel giardino e si trova a due passi dal mare.
Il giorno dopo ci ritroviamo in spiaggia a immaginare la serata. La sera di San Lorenzo, dalle 19.00 il giardino dell’hospice incomincia a riempirsi di persone: arrivano amici della fraternità, amici degli amici mai visti prima, bimbi di pochi mesi nei passeggini e bambini un po’ più grandi, adolescenti, universitari e anche nonni. E’ uno spettacolo di colori e di vita. Alcuni di noi fanno il giro nelle stanze degli ammalati, invitando quelli che possono a scendere in giardino, e a quelli che non riescono a muoversi diciamo che quello che facciamo è anche per loro e lo potranno sentire se lasceranno aperte le loro finestre, proprio come quello che diceva nell’articolo John Waters e che ci aveva colpito “…è vero siamo chiusi dentro quattro mura, e dobbiamo innanzitutto rendercene conto, ma noi possiamo aprire le finestre e fuori ci sono le stelle “. Tiziana, 44 anni compiuti pochi giorni prima, ci guarda con i suoi occhioni e radiosa ci dice “ciao” mentre una lacrima le scende di lato sulla guancia. Lei non riesce più a parlare, è stato un dono quel “ciao”, il suo modo di ringraziarci e intanto il marito spalanca la finestra; Tiziana morirà poche settimane dopo. Pian piano arrivano quindi anche i malati, con le loro carrozzelle, qualcuno in pigiama, qualcuno ben vestito, qualcuno con l’asticella della flebo, con i loro familiari e amici e alcuni operatori dell’hospice. Alle 20 siamo tutti seduti in cerchio sotto un grande gazebo, al centro uno stereo e un universitario, Andrea , uno dei nostri che studia a Bologna, che inizia a parlare e ci introduce all’ascolto della nona sinfonia di Beethoven. Io vado da una parte all’altra, un po’ preoccupata che non sia troppo lungo e pesante per gli ammalati, ma anche per le persone nuove o per i ragazzi più piccoli, preoccupazione fatta fuori subito dal fatto che lui, per circa un’ora ,ci trascina e ci coinvolge in una esperienza di bellezza, citando Dante e guidandoci all’ascolto dei brani che aveva scelto . E mentre ascoltavamo l’ultimo brano , “l’inno alla gioia”, ho avuto come un sussulto al cuore : ma come è possibile, l’inno alla gioia in questo luogo? Cosa sta accadendo? E guardando stupita i volti tutti tesi e attenti, degli ammalati martoriati nel corpo che avevo di fronte, dei familiari che condividono la loro sofferenza, ma guardando anche i volti dei ragazzi delle medie che una di noi aveva voluto invitare, o dei bambini miracolosamente in silenzio e quelli di tutti noi, piena di stupore, mi dicevo “è il Signore” . Stava accadendo qualcosa, che ci portava Oltre quello che avevamo pensato, organizzato, immaginato. Accadeva qualcosa che aveva i tratti eccezionali della Sua Presenza. In quel luogo di sofferenza, dove tutti, commossi, ascoltavamo “l’inno alla gioia” Lui accadeva ancora una volta, a guarire le infermità di tutti noi, a mostrarci che in qualsiasi circostanza siamo ( le più diverse, in quella compagnia che avevo di fronte), quello di cui abbiamo bisogno e che fa ardere e attrae il nostro cuore , è che Qualcuno accada e ridesti in noi quel desiderio di bellezza, quella promessa di felicità che ci costituisce e ci riempie di gratitudine. Che spettacolo davanti agli angeli e a noi stessi quando alla fine dell’incontro uno degli ammalati si è alzato e pian piano,con la sua asticella della flebo, si è diretto verso Andrea per ringraziarlo. E dopo….. grande pizzata tutti insieme. Al termine della serata ci siamo diretti verso il mare a guardare le stelle, dove un altro universitario Marcello, appassionato di Astronomia, ci ha aiutato a conoscere un po’ di più il firmamento e lì davanti al mare e a un cielo stellato incantevole, abbiamo letto il brano del Don Gius “Il Ponte sul mare della via lattea” e abbiamo cantato insieme i canti struggenti imparati nella nostra storia ….. Andando via, quasi tutti in silenzio, come a voler prolungare quell’intensità vissuta, un amico di Torino si avvicina e ci dice ” non ho parole per ringraziarvi, devo raccontare a tutti i miei amici quello che ho visto oggi”.
E mi sono tornate in mente le parole di Carron citate in quell’articolo sull’Irlanda “ Ognuno di voi si è mosso e commosso. Questo è il cristianesimo: un evento che fa vivere e fa godere di ogni cosa in modo inimmaginabile…..” .

“Dentro le brutture del mondo è la bellezza di Cristo che la Chiesa porta ed è questa la sfida ancor più incalzante di oggi”

Carissimo Scalfari,

prima di scrivere l’editoriale con cui oggi si aprono le pagine di Repubblica avrebbe dovuto ascoltare quanto ha detto ieri il Papa, avrebbe dovuto piegarsi al suo dolore e sentire la forza della sua certezza. L’analisi che ci propone oggi degli ultimi pontificati da Pio XII a Benedetto XVI è un tentativo di interpretare la vita della Chiesa con logiche di potere puramente politico, come se la questione seria della Chiesa fosse di sopravvivere al mondo e non di portare dentro la storia ciò per cui Gesù l’ha posta e la sostiene, la proposta ad ogni uomo della via per trovare se stesso. Non che come lei sostiene la Chiesa non soffra delle ferite a lei inferte da un potere sempre più subdolo e incombente, ma le energie di cui vive la Chiesa le sono date dalla presenza di Gesù, la sua affezione sempre appassionata e viva, capace di mantenere salda la sua dimora, e mentre tutto cospira per farla precipitare è più certo il suo procedere dentro la storia. E’ grande il dolore del Papa di fronte al male che entra dentro le mura della casa del Signore, ancor più certo il suo cammino, perchè come ha detto ieri il Papa sa che sulla vita della Chiesa è Gesù a vigilare, a renderla più certa di ciò che porta. Lei è questo che nelle sue analisi non prende in considerazione, del resto in questi difficili momenti la Chiesa è chiamata a verificare proprio questo, se la sua presenza nella storia si riduce a logiche di puro potere e allora siamo vicini alla fine oppure se ciò che fa vivere la Chiesa è Colui che le ha dato inizio e che oggi è in grado di darle un nuovo inizio. Nel dolore e nella certezza di Benedetto XVI c’è già questo nuovo inizio, è ciò di cui vive la Chiesa, è la presenza che sa portare il male per il bene di cui consiste. Vi è una domanda che emerge dentro la scena del mondo, oggi portata a travolgere tutto con lo scandalo di chi tradisce, è la domanda sulla consistenza della vita, è la domanda che si legge tra le pagine del Vangelo, “che serve all’uomo conquistare il mondo intero, se alla fine perde se stesso?”: è questa la domanda che urge all’oggi, non le sue analisi, ma come poter ritrovare se stessi! E la Chiesa porta questo dentro la storia la tenerezza per l’umano, la possibilità che Gesù apre ad ogni tornante del tempo di scoprire il punto che dà forza all’io. Oggi è questo che la Chiesa ha da scoprire, dentro la bufera in cui sta passando e diversamente da quanto le pensa ha un Papa che sa sorreggerla dentro questa dura sfida, un Papa che sa di che tenerezza è investita la vita dell’uomo, una tenerezza di cui viene vitalizzata ogni fibra d’umano. E’ per questo che al posto della sua pessima conclusione – “Il pontificato lezioso andrà avanti finché potrà, poi non ci sarà il diluvio ma una pioggia da palude piena di rane, zanzare e qualche anitra selvatica. Quanto di peggio per tutti. ” – c’è invece un’altra cosa da dire, che la Chiesa sa già trarre dalla presenza di Chi la fa vivere il meglio che deve ancora venire, quella tenerezza per l’uomo che Cristo ha portato nel mondo e ha consegnato alla sua dimora perchè diventi sempre più appassionante e travolgente. Dentro le brutture del mondo è la bellezza di Cristo che la Chiesa porta ed è questa la sfida ancor più incalzante di oggi!

Gianni Mereghetti

Abbiategrasso

La commozione davanti alla bellezza

Da Palazzo apostolico:

Inside the Vatican (senza fiato)

Gli studenti della Villanova University della Pennsylvania (Stati Uniti) ci hanno lavorato per due anni.

Hanno raccolto foto e provato più volte con delle simulazioni.

Hanno usato una telecamera motorizzata all'avanguardia, con una risoluzione tridimensionale di alto livello.

Alla fine hanno messo il loro lavoro a disposizione di tutti, su internet.

Per la prima volta anche dall'altro capo del globo chiunque può entrare qui:

Cappella Sistina

Basilica di San Pietro

Basilica di San Paolo fuori le Mura

Basilica di San Giovanni in Laterano

E' un lavoro egregio. Che merita di essere visitato.

Ne ha parlato tra gli altri anche Zenit qui.

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 27 luglio 2010

di Paolo Rodari

La bellezza salva il mondo?

La politica è quasi del tutto degradata a beghe personali; o almeno sono i litigi tra politici che hanno maggiore risonanza rispetto alla positività delle persone che costruiscono nel loro piccolo un mondo migliore, nelle scuole, nell'imprenditoria, nei luoghi in cui più che a protestare si pensa a costruire qualcosa per sè e per i propri figli, senza individuare il capro espiatorio di turno che sia l'alibi per il proprio disimpegno colpevole.
In mezzo allo squallore di certa informazione mi giunge una riflessione di Davide Rondoni per IlClanDestino.Zoom che restituisce un po' di trespiro ricordandoci che la bellezza non muore:

L'altro giorno a santa Maria del Popolo a Roma hanno esposto i quadri di un pittore contemporaneo, Giovanni Manfredini. Calchi di corpo in grandi quadri, chiodi nel bianco accecante, tenebra e fuoco. Giovani Manfredini, Estasi, 2009Lo stesso era accaduto lo scorso anno con un quadro di Luca Pignatelli in santa Maria delle Grazie a Milano. Arte contemporanea nei luoghi dove sono capolavori di Caravaggio, Leonardo.
Segno che l'arte in Italia lavora, procede, e trova casa nei luoghi, le Chiese, che hanno sempre valorizzato la bellezza. Segno che sotto l'apparenza di un Paese che sembra avvolgersi sempre più nelle spire di un dissidio continuo, estenuante, in una lotta di potere senza fine, ci sono questi gesti di arte che il "potere dei senza potere" che continuano a lavorare, a fare l'Italia.
La politica sta allontanando da sé ogni segno di bellezza, ma la bellezza si fa ugualmente bene pubblico, valore politico, segno di più autentici profondi e umani dissidi rispetto alla continua canea delle lotte di potere. A noi interessa questo livello in cui si fa l'Italia. Alla politica è giusto guardare e impegnarsi perché fa parte della vita. E non avere giudizio in politica significa non avere una parte di vita. Ma che l'Italia sia più presente e viva e futura in certi gesti piuttosto che in altri, in certe penombre piuttosto che in certe sguaiate rèclames, questo lasciatecelo pensare.
dr

Un regalo agli amici

Ancora da AmicusPlato un video bellissimo che ridona respiro all’anima: 

Una questione di coraggio e dignità…

E’ arrivato il momento di gridare che la vita cristiana è decisamente più interessante e coraggiosa rispetto alle varie proposte di morte che fioccano da tutte le parti. Da questo punto di vista mi pare utile proporre quanto accade nella Clinica di P. Aldo Trento in Paraguay, che è un luogo di dolore, ma anche di grande speranza e gioia. Nessuno potrebbe immaginare che i corpi doloranti e pieni di piaghe purulente possano essere abbracciati e accolti così come ci viene testimoniato nella mail arrivata ieri.

E viene da chiedersi: ci vuole più coraggio ad ammazzare queste persone sofferenti o ad abbraccarle nel loro dolore?

E chi ha questo coraggio?
E chi è più dignitoso?
Chi scappa inorridito o chi si rimbocca le maniche a affronta la realtà com’è?

Ecco la mail:

 

 

 

Scuola di comunitá delle cucinere, lavandaie e limpiatrici della clinica (Scuola di comunità delle cuoche e delle donne delle pulizie della Clinica).

 

 

Ogni settimana anche il gatto, se ci fosse, sentirebbe l´esiguenza di partecipare alla catechesi. Il punto di partenza é sempre la realtá.

E per loro la realtá é davvero il corpo di Cristo come scrive San Paolo ai Colossesi.

Ascoltate cosa hanno detto alcune di loro:

 

1 – Modesta: alla brasiliana venuta ad aiutare in clinica durante le vancaze di Carnevale in compagnia di altri amici di C.L. e del Gruppo Adulto, che le chiedeve: “ma come fai da sola in cucina a preparare bene e puntualmente il pranzo alle 12 per tutti malati?" lei rispondeva: “io so che preparo il pranzo per Gesú”

 

2 – Sempre Modesta: “Padre, l´altro giorno sono andata a dare da mangiare al paziente Angelo, quello che ha un grosso cancro (1kg circa) sulla guancia che gli ha preso anche la bocca, per cui bisogna andare adagio a imboccarlo. Ad un certo punto della sua bocca é sgorgato un fiotto di sangue che é andato aumentando.

Ho preso paura e sono corsa via, ma mentre scappavo lungo il corridoio al fondo del quale c´e il Santísimo Sacramento esposto, ho alzato lo sguardo… i miei occhi hanno incrociato l´ostia Bianca e ….sono tornata indietro da Angelo dove giá c´era la infermiera.

Gesú mi ha indicato la realtá che mi chiamava”

 

3 – Perla, una delle donne pulizie: “Padre stavo pulendo la stanza dov´é ricoverato Do Reinaldo, un uomo ancora giovane con un grosso cancro anche lui sulla faccia. Peserá 1kg questo cancro. L’ infermiera gli stava togliendo le decine di vermi, molti dei quali erano caduti nel pavimento e raggiunto la camera a fianco. Mi sono spaventata per lo schifo e sono scappata. Incrocio Modesta, mi vede impaurita e mi chiede il perché.  Io le racconto l´accaduto e lei ,con una faccia serafica: “vieni qui; prendi la paletta della spazzatura, la scopa; prega Gesú e vai a pulire”. Ho obbedito e invece del vomito ho provato tanta allegria”

 

4 – Reinaldo é il paziente con l´orribile cancro. Durante il giorno continuamente le infermiere debbono pulirlo, disinfettare quella massa di carne marcia.

Se qualcuno si avvicina a lui prima di iniziare il lavoro della clinica, dice: “Abbiate pazienza con me”

Quando lo stanno curando o medicando, per il dolore, stringe i pugni e invece di lamentarsi, alla infermiera che gli chiede: “stai male, senti dolore” lui risponde: “No, vai avanti”. Ovviamente con un filo di voce.

Forza d´animo, di volontá? No! Il Santíssimo Sacramento é per noi il cuore della questione.

Lo capiscono i medici, gli infermieri, i capi degli ospedali… se lo capissero, il problema della salute sarebbe risolto completamente, perché la scienza é un complemento.

Ma il fattore, il cuore della questione, é l´io nella sua relazione con il Mistero.

I medici e gli amici brasiliani, fra cui medici ed infermieri, l´hanno toccato con mano e sono tornati a casa con il cuore trabaccante di gratitudine.

Una nota finale: come sarebbe bello che in ogni ambiente ci facesse la Scuola di comunitá con chi ci sta. Peró bisogna credere nel suo valore sacramentale.

 

Con affetto

 

P. Aldo

Clínica Divina Providencia

Davanti alle brutture del mondo che sembrano invadere tutto il nostro orizzonte, si rischia di perder di vista la bellezza, nascosta in una fogliolina di trifoglio o nella preoccupazione sollecita di un marito con l’anziana moglie affetta dal morbo di Alzheimer. Eppure è solo la bellezza che dà respiro e risolleva al cammino di questa nostra vita che ha un fine preciso.

Occorre imparare a scoprire la bellezza dovunque si celi. Ecco perchè mi piace presentarvi oggi un luogo di bellezza, benchè immerso in tanta sofferenza:

Clínica Divina Providencia

“Vengan benditos de mi Padre… porque estuve enfermo y me visitaron” (Mt 25,25)

La Clinica Casa della divina Provvidenza San Riccardo Pampuri, viene fondata il 1 maggio 2004, per ospitare i malati terminali (in particolare malati di cancro e di AIDS), poveri, emarginati, rifiutati dalla società e dalle strutture statali, destinati a morire senza nessuna assistenza.

 

In un mondo incapace di tollerare il dolore e la cui risposta alla sofferenza è l’eutanasia, la Clinica, proponendo la realtà della morte come parte integrante della bellezza della vita, rappresenta una  grande sfida culturale: o si salva la totalità dell’ uomo o non si salva nulla.

                                                                              


                                                                                    
                          

La Clinica si sostiene grazie esclusivamente alla carità  di amici e sostenitori.

                                                                   
Col passare degli anni si è trasformata e allargata più volte. Oggi sono in costruzione nuovi spazi. Dal 2004 sono quasi 600 i malati di Aids (18%), cancro (63%) o altre patologie ospitati nelle clinica, 500 dei quali accompagnati alla morte. In questi anni, sono stati accompagnati a morire più di 500 persone.

I pazienti definiscono la Clinica come l’anticamera del Paradiso. Ogni medico e infermiere deve stare di fronte a loro come in adorazione perché il malato è Cristo sofferente e la morte è vista come il compimento del percorso di vita. Tutta l’attenzione è finalizzata a lenire le sofferenze e restituire la dignità umana a questi fratelli abbandonati da tutti, in modo che quando arriva il momento finale possano congedarsi veramente in pace.

 

Fonte: http://www.sanrafaelobras.com/homeItaliano.php

 

Luis

Si crede di poter eliminare la sofferenza eliminando chi la vive; sembra che non vi sia altra possibilità dignitosa per l’uomo che l’eliminazione di ciò che non riesce ad affrontare.

Ma quando mai la fuga ha cominciato a  diventare la soluzione dei problemi?

Che senso avrebbe l’esistenza dei medici se la soluzione migliore è eliminare il malato?

Come è possibile che siamo arrivati, in nome di un’autodeterminazione irrazionale, a censurare, ad eliminare tutto ciò che non siamo in grado di affrontare?

La nostra sta diventando una società di vigliacchi che, davanti alle difficoltà credono di superarle, eliminando fisicamente chi è portatore di difficoltà?

Inevitabili queste riflessioni davanti ad affermazioni fatte in un blog che ho visto quasi per caso  :

(Si fa riferimento al post di Berlicche «
Un’umanità diversa») Nella lettera al Manifesto c’è, è vero, un sentimento di repulsione nei confronti di padre Trento, un disgusto profondo per questa contemplazione compiaciuta e morbosa della sofferenza…(…)

È la tentazione ricorrente degli amici di Giobbe: di dare un senso alla sofferenza, di difendere l’opera di Dio dall’accusa di permettere il male. (…)

Victor non conta per se stesso; è un mezzo per offrire al cristiano conforto e speranza.

Quindi chi si prende cura con infinito dolore di un sofferente e di un moribondo avrebbe una visione compiaciuta e morbosa della sofferenza… E’ evidente che si è arrivati a non comprendere nemmeno  la tenerezza verso chi soffre.

Ma quale altra possibilità ci può essere? eliminare il sofferente?
Pare che l’unica soluzione sia l’eliminazione di chi soffre; in questa nostra società già dimentica del fatto che l’eutanasia è stata sistematicamente usata da Hitler.

Davanti a questa visione lugubre della realtà, davanti a questa totale e disperante visione della vita e del dolore inevitabile pensavo che siamo ad un punto terribile, al punto più basso cui si possa giungere: non c’è più desiderio di vita, gusto per la vita comunque essa sia, ma solo una volontà di morte tanto cara ai terroristi dell’11 settembre del 2001: “Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita”.

Possibile non ribellarsi davanti a una concezione così mortifera e mortale della vita?

Io desidero vivere e desidero che tutto della mia vita abbia un senso, anche l’inevitabile sofferenza che prima o poi raggiunge tutti; ed è per questo che propongo un’altra testimonianza di P. Aldo Trento, che dalla clinica per malati terminali in Uruguay, ci racconta quasi quotidianamente i fatti sorprendenti che si verificano in quel luogo pieno di sofferenza e di dolore; sofferenza  e dolore che non vengono rifiutati, ma vissuti con grande dignità  e dolcezza.

Ecco la testimonianza che ho ricevuto in questi giorni:

LA STORIA DI LUIS: CHE BELLEZZA, CHE AMORE!

 

Luis, un bambino di 12 anni, se ne stava andando. I suoi respiri erano ogni volta più profondi e distanziati. Appena apriva gli occhi. Sentiva con fatica. Guardava la Vergine, guardava sua mamma.

Alla domanda del sacerdote: “ami Gesù, sei pronto per incontrarti con Lui?” Risponde: “si, padre”.

 

La mamma aveva riunito tutta la sua famiglia, perché dicessero addio a Luis. È stato un momento bello, felice per tutti.

Quando se ne andarono, la mamma lasciò queste righe, frutto di notti insonni mentre vegliava, come la Vergine Maria, suo figlio inquieto e tormentato dal dolore di una metastasi che lo ha consumato totalmente:

“Dio mio, sono di fronte a mio figlio che sta morendo. Sarei una bugiarda se affermassi che sono rassegnata. Sono triste e con paura, ma in pace, perché ho fatto l’umanamente possibile per curare Luis.

O Dio, mio figlio è nelle tue mani…! Tu puoi fare il miracolo di curare mio figlio, se vuoi. Signore, non te lo dico come rimprovero, ma te lo chiedo con tutto il cuore. Ma se mio figlio è destinato a tornare coi tuoi Angeli nel Paradiso, io sono felice. Signore, ti prego una volta in più che Luis non soffra, che non senta dolore…e ti ringrazio per avermelo dato come figlio.

È un bambino speciale: allegro, affettuoso, sempre pensa prima agli altri.

Ricordo che quando lo mandavo dal panettiere per comprare il pane, al ritorno lo divideva, camminando, con i suoi amici e mi diceva: “mamma, non ti arrabbiare. Togli la parte che mi tocca e dalla ai miei fratelli”.

Ricordi, Signore, quando chiedeva al suo papà che cantasse suonando la chitarra durante la Messa nella cappella?

Questo mio bambino, Signore, lo hai scelto per darci una lezione di vita, di come combattere in questa vita conoscendo Te, Dio mio, come lui è solito chiamarti.

Ti ringrazio, Signore, perché grazie alla malattia del mio Luis hai aiutato gli altri miei figli a uscire dal pozzo cieco nel quale erano caduti e a intraprendere nuovamente il tuo cammino. Ti ringrazio, Signore, per avermi permesso di tenerlo un anno in più; lui mi ha aiutato ad avvicinarmi a te, o Dio, perché nonostante tutto quello che vedo e soffro io so che lui va al cielo, perché in tutto questo lungo tempo di malattia solo due volte ha detto “ay”. Quando si stava rimettendo dalla chirurgia e quando gli hanno punto i polmoni.

Grazie, Signore, perché attraverso la malattia, Luis è arrivato a questa clinica “Divina Provvidenza”, per stare più vicino a Te e conoscerTi meglio.

Ti chiedo di aiutarmi ad essere ogni giorno più forte nella mia fede, Signore, e di impietosirti di questa povera peccatrice, mandando la Tua misericordia sulla mia famiglia.

 

Pochi giorno prima di morire anche Luis ha scritto una lettera a Gesù:

O Gesù, prima di avere questa malattia io ti conoscevo, ma molto poco.

Con l’ammalarmi sono giunto a conoscerti di più, poco a poco. Ora so che Tu sei il mio Salvatore, perché tutte le cose che ti chiedevo o tutto quello che ti chiedo, sempre me lo hai dato. Ricordo che una volta ti ho chiesto per la salute di mia mamma e tu mi hai ascoltato, Signore. Hai fatto che mamma si sentisse meglio, e ora non ho più la sua malattia delle vertigini. Anche quando mi è mancata l’aria e mi stavo asfissiando, Tu mi hai dato il respiro per dire queste parole. Tu sei venuto in terra per morire per me, e quando decidi che mi vuoi portare vicino a Tuo Padre, io andrò. Grazie Signore per tutto, grazie per i giorni che mi hai dato da vivere, grazie per la luce, perché sto ancora con mia mamma, coi miei fratelli, con tutta la gente che amo di più.

Luis

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