Lettera alla nipotina (una delle tante in attesa che nasca)

Carissima,

ieri durante un esame medico che si chiama TAC, ero là vicino ad una macchina grande che mi fotografava perché sto maluccio e mi devo curare, ho pensato alla storia di Santa Giovanna d’Arco.

Era una ragazzina di meno di vent’anni, ma incaricata dal buon Dio, ha guidato gli eserciti francesi a liberarsi dagli inglesi. Perciò la Francia è libera e lei, così giovane, è la protettrice di tutta la Francia.

Pensa non ha mai usato le armi, ma solo guidato l’esercito perché il re di Francia potesse essere di nuovo incoronato nella bellissima cattedrale di Reims. Era piccola, ma coraggiosa solo perché obbediva a Gesù.

Gesù rende coraggiosi e ci dice sempre: “Non temere: io sono con te e non ti lascio mai!”

Anche a me lo dice attraverso lo sguardo della bella icona che un giorno ti regalerò.

Ti abbraccio

Nonna

L’aspetto affascinante non è il lamento ma la letizia

Nel testo degli Esercizi di Rimini, “Nella corsa per afferrarlo” a paga 71 ci viene comunicato un segno infallibile della Presenza di Dio nel cuore dell’uomo da Lui cambiato:

“…in che cosa si vede questo cambiamento? Nei nostri discorsi? No. Nelle nostre iniziative?? Le iniziative le fanno in tanti. Qual è allora il segno inconfondibile che aiuta tutti a vedere se siamo missionari? La quantità di agitazione che abbiamo? No. Il segno è la letizia! “perciò la grande regola della missione è che noi comunichiamo solo attraverso la letizia del nostro cuore, il cambiamento che è avvenuto in noi – che grazia avere uno che ci dice queste cose, perché non possiamo barare; perciò se quello che portiamo è il lamento, fate tutte le iniziative che volete, ma se quel che portiamo è il lamento, fate tutte le iniziative che volete, ma non c’è missione: a chi interesserà uno che si lamenta costantemente? -.

Dove la parola letizia indica il volto, insomma l’aspetto affascinante e persuasivo della conversione che la potenza di Dio ha operato in noi. (…). Il fascino della conversione è il volto lieto che essa produce; non sono i discorsi, ma il volto lieto che essa produce.

E’ il suo Battesimo

E’ il suo Battesimo.

Bellissima questa preghiera, perciò me la conservo!

Lettera di una nonna alla futura nipotina

Carissima ,

La tua nonna è tornata avantieri dall’ospedale. Sai, all’ospedale qualche volta bisogna andarci per curarsi meglio e poter stare bene ed oggi sento proprio il bisogno di scriverti. Avevo con me una piccola icona che mi ha regalato lo zio P.  quando è tornato da un viaggio a Vilnius in Lituania. L’ho messa sul comodino dell’ospedale e mi guardava e mi benediceva ed io ero contenta. Poi l’ho messa in modo che benedicesse tutte le persone che erano in quella stanza.

Tornata a casa, ho potuto prendere la foto della mia icona (perché sono ancora a letto in via di guarigione e l’icona originale è nell’angolo della bellezza che è in soggiorno) ed è bella grande e mi guarda con tanta dolcezza e mi custodisce.

È un grande dono avere Gesù che mi custodisce così.

Ti do un bacione!

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Quello che unisce parte dal cuore di ciascuno

 

Non se ne parla più. Ormai lo storico incontro di preghiera per la pace in Medio Oriente e nel mondo intero è come se fosse stata archiviata dall’incalzare di tutte le altre notizie o pseudo- notizie che ogni giorno ci inondano privandoci del gusto di soffermarci sui fatti veramente significativi per giudicarli e magari trarne insegnamento.

Oggi ripesco tale notizia perché mi ha lasciato perplessa l’interpretazione fornita da una trasmissione radiofonica ascoltata quasi sbadatamente uno di questi giorni.

Ricordo che si aveva qualche perplessità sulla proposta di Papa Francesco di partire da ciò che ci unisce per ricostruire la Pace. Il commentatore affermava che l’unica cosa che unisce Israele e Palestina è la volontà di distruzione dell’altro per potersi affermare come nazione (spero di aver capito bene).

La cosa non mi è piaciuta perché sarà pur vero che le due nazioni (chiamiamole così) si detestano, ma quel che unisce non sono i sentimenti reciproci negativi, solo perché sono simili se non uguali.

Quello che unisce è qualcosa che va al fondo della questione fino al cuore di ogni persona ragionevole.

Qual è l’unica cosa che ci unisce davvero, al di là della religione, della politica o di ogni altra cosa?

Quel che abbiamo in comune, tutti indistintamente, è il desiderio di Pace (e mai come in questi ultimi tempi la cosa è evidente e per niente ideologica).

Chi non vuole la pace? Soprattutto se le conseguenze della mancanza di pace sono così evidenti e drammatiche che quasi ci siamo abituati all’ineluttabilità della mancanza di pace?

E quale altra possibilità che non fosse politica, economica o sociale poteva regalare un minimo di speranza a questa nostra umanità accasciata dall’impotenza rispetto ai suoi desideri di bellezza, armonia, pace, gioia?

Da che mondo è mondo tutti gli uomini hanno individuato una religione che desse un senso alla vita, e quindi anche una divinità cui rivolgersi, un divinità cui è possibile quanto è impossibile all’uomo.

Ed ecco la genialità del nostro Papa che ha fatto leva su questo senso religioso comune a tutti gli uomini e, senza chiedere di rinunciare alla propria identità o alla propria religione, ha proposto a due uomini di stato quello che umanamente è impossibile ed è aspirazione di ogni uomo.

Ecco: a me sembra che l’unica cosa che accomuna tutti gli uomini e quindi può essere un punto di partenza per un cammino comune è il desiderio di pace. E non solo tra popoli e etnie, ma anche tra una famiglia e un‘altra, tra una persona e un’altra. Ma quante volte crediamo di poter sostituire la pace con il quieto vivere o sorvolano sulla nostra impotenza a crearla intorno a noi ed evitando di chiederla come dono a Dio, qualunque sia la religione che pratichiamo?

L’avventura dell’iconografia

L’eco di Bonaria, mensile del Santuario di N.S. di Bonaria, ha pubblicato un articolo sull’ esperienza di un’aspirante iconografa. Non so ancora il titolo dato dal direttore, perché la rivista, che ricevo in abbonamento,  non mi è ancora arrivata, ma ora che è pubblicato desidero condividerlo con gli amici:

Ho avuto la fortuna di partecipare ad un corso di iconografia, soprattutto perché affascinata dalle parole del Maestro iconografo Michele Ziccheddu che, l’anno scorso, durante una serie di conferenze sulla storia e spiritualità dell’icona aveva acceso in me, che a mala pena so tracciare qualche linea, il desiderio di cimentarmi con questa sacra arte. Lo scoprire che era auspicabile una certa competenza teologica – almeno la conoscenza del catechismo della Chiesa Cattolica e della Sacra Scrittura, condizione utile più della stessa competenza in fatto di disegno o pittura – mi ha spinto in questa che si sta rivelando come una sorprendente avventura insieme a otto altri amici. L’avventura dell’anima che, – memore della frase di Giovanni Paolo II per la Veronica “Il tuo nome [Nell’antico Testamento il nome coincideva con l’essenza della persona] nacque da ciò che fissavi -”, osa misurarsi o meglio affidarsi alle mani dell’Onnipotente, perché compia Lui il miracolo di rendermi capace di rappresentarne l’immagine umana; questo era infatti l’intento degli antichi iconografi che per lo più erano dei monaci.E gli iconografi di oggi sono coloro che vogliono essere fedeli a quella misteriosa arte che richiede impegno e passione.

Dal maestro iconografo ho imparato che fare un’icona è pregare, e pregare è stare davanti al buon Dio con tutta la nostra piccolezza e incapacità che solo Lui può orientare anche per cose grandi. Ma quando ho iniziato non aspiravo – né aspiro – a cose eclatanti; desideravo soltanto concretizzare quel che era contenuto nella preghiera dell’iconografo e cioè poter rappresentare in modo somigliante il santo Volto che mi apprestavo a disegnare.

Ricordo lo sgomento della prima lezione in cui constatavo con delusione di non avere proprio la vocazione dell’iconografo e anche la seconda lezione mi confermava l’impressione iniziale. Poi appena il volto ha cominciato a prendere forma grazie all’uso dei colori, sapientemente guidato dal maestro che li aveva preparati secondo la tecnica dei primi iconografi, ecco che l’immagine cominciava ad acquistare espressione e … sì, anche bellezza. Ed ora che il lavoro è finito, quell’immagine disegnata in un drammatico percorso spirituale di lotta intima tra il mio limite e l’impresa sovrumana di rappresentare il Santo Volto, ogni volta mi riconquista. Credo sia una bellezza destinata solo a me perché quello sguardo penetrante, profondo e misterioso che mi affascina ha per me qualcosa di sconvolgente.

Ora quello sguardo penetrante che con un cenno ha chiamato Simone, Andrea, Giovanni, Giacomo e gli altri, quello sguardo davanti al quale la samaritana, Zaccheo, il buon Ladrone e molti si sono arresi conquistati, mi accompagna e mi vien fatto di pensare che sia un dono delicato della Sua tenerezza al mio desiderio di lasciarmi guidare nel dipingere la Sua immagine venerabile dalla competenza del maestro iconografo.

Il 12 aprile poi inizierà’ a Mandas il corso triennale per chi vuole conoscere i segreti e le tecniche dell’antica arte dell’iconografia e la si potrà frequentare due volte al mese fino al completamento di un nutrito programma, non solo di tecnica della scrittura dell’icona, ma sulla sua storia e sul suo significato, anche con la presenza di esperti esterni.

E tra non molto, dopo la solenne benedizione dell’icona mia e dei miei compagni di avventura, avrò in casa il luogo sacro in cui esporre questo sacramentale, alla venerazione di chi sarà raggiunto dalla sua luce che nasce dal cuore dell’icona, luce taborica, come la definisce il Maestro.

Icona

 

 

 

Si possono avere idee diversissime, ma si può essere amici…

Ho una cara “collega di piscina”, credo buddista.

Come la compagna di ospedale di diversi anni fa.

Ricordo che c’era una profonda sintonia tra noi e mi stupivo di questa possibilità di stima tra persone che avevano una diversa concezione della vita.

La mia attuale amica, che chiamerò per comodità Michela, mi ha prestato un libro che mi ha stupito.

Vi si parla degli Esseni, della loro religiosità e della loro concezione del reale affascinante, anche se priva di quello che gli esperti chiamerebbero fondamento scientifico (e la scienza, si sa, si basa su dati di fatto reali, non su sogni o desideri anche bellissimi).

Insomma è una concezione piacevole del reale, ed è interessantissimo cogliere nella presenza della figura di Gesù alcuni tratti che mi sono profondamente familiari. Tanto che mi chiedo come mai una persona che sa di Gesù certe cose possa poi finire con l’aderire e proporre di aderire ai suoi sogni bellissimi, ma faticosissimi ad attuarsi, scrivendo addirittura un libro.

Contemporaneamente sto leggendo la vita di don Giussani di Savorana e sono giunta proprio al punto in cui si parla del rapporto di don Giussani con i monaci buddisti del Monte Koya.

Vi si parla a un certo punto di un episodio.

Una giovane giapponese viene in Italia per conoscere meglio l’esperienza cristiana così come le è stata presentata in un precedente viaggio in Giappone da don Giussani. Si chiama Tomeo e durante un’assemblea con coetanei universitari fa una domanda: “Don Giussani ha detto di diventare amici con le persone con le quali si sente che il cuore è lo stesso. Però ci sono amici che non sono uguali a me (la religione, il modo di vivere, di pensare è diverso), allora io con queste persone come posso fare?”. Don Giussani le risponde che “l’amicizia è camminare insieme verso il Destino e perciò verso la Verità., non si può essere amici, dimenticando o rinnegando qualche cosa. Perciò io sono amico tuo, io sono molto interessato a quello che tu pensi e a quello che tu senti, a ciò di cui hai bisogno. Comunque tu lo concepisca e io lo concepisca, sappiamo che il destino è comune, cioè – che è lo stesso –che la verità è una. Che abbiamo un Destino comune noi lo comprendiamo perché abbiamo lo stesso cuore, che è la stessa sete di verità, di giustizia, di amore, di felicità. Allora, quanto più uno è attento al proprio cuore, quanto più uno ama veramente se stesso, quanto uno è appassionato di questa cosa che non ha fatto lui, tanto più è spalancato verso qualsiasi uomo che incontra (…) È così uguale il cuore, è così unico il destino che le differenze sono destinate ad essere distrutte, anche se il dialogo doloroso della diversità durasse tutta la vita , c’è un solo uomo che ha detto che abbiamo lo stesso identico destino e che abbiamo lo stesso cuore ed è Cristo e per questo io sono cristiano.” (pag.745 e ss.)

Questa lettura mi ha chiarito molto le idee sul dialogo e sulla amicizia: si può essere di ide diversissime, ma si può essere amici perché insieme si persegue lo stesso destino di felicità e ci si aiuta reciprocamente.

Ma c’è anche un’altra cosa che nelle pagine precedenti della Vita di don Giussani mi ha chiarito il problema del Buddismo. È una concezione dignitosissima e interessante della vita, ma il singolo è solo davanti a questa proposta così bella. Ecco il problema credo sia che l’ Esseno di cui parlava il libro prestatomi da Michela era in fondo un superuomo profondamente solo, solo con l’impegno titanico e faticosissimo di realizzare la perfezione.

Il cristiano sa della sua strutturale debolezza e appoggia tutta la sua vita ad Uno, Cristo, che è onnipotente e non lo lascerà mai solo.

 

 

 

 

 

 

 

Cristo mendicante del cuore dell’uomo

Tutto è nato dalle parole bibliche: “Il tuo volto io cerco, Signore. Non nascondermi il tuo volto”.

Il Tuo volto ho sempre cercato – ora lo so – e Tu non hai mai nascosto il Tuo adorabile Volto. Ma oggi ho scoperto che non ero io, non sono io a cercare il Tuo Volto: sei Tu che mendichi la trasparenza dei miei occhi che cercano di penetrare il mistero dello Tuo sguardo.

 

“Nacque il tuo nome da ciò che fissavi”

Domenica prossima Giovanni Paolo II sarà canonizzato insieme a Giovanni XXIII.

Mi ha sempre colpito una frase che disse a proposito della Veronica: “Nacque il tuo nome da ciò che fissavi” una frase stupenda che mi ha sempre fatto intuire come dovette cambiare la vita della Veronica dopo aver asciugato il volto di Gesù e che mi ha insegnato che posso seguirlo soltanto lasciandomi affascinare dal Suo Sguardo.

Icona

Leggo un articolo interessante da cui traggo questo passaggio:

Quanti sono coloro che attraverso il Papa hanno scoperto il fatto cristiano o recuperato la stima per un cristianesimo che in tanti davano ormai per sconfitto! La spontanea e imponente reazione della gente alla sua morte, così come alla sua vita, è il segno palpabile di che cosa accade quando una persona incontra un cristiano vero. Proprio questo ci indica, più di qualsiasi indagine, di che cosa ha bisogno la gente: di testimoni di quell’umanità compiuta che accade in chi accoglie Cristo con semplicità. Giovanni Paolo II ci ha mostrato che quando la trovano, sono colpiti. Non è stata forse questa la nostra stessa esperienza? È questo che ci deve convincere di quanto gli uomini d’oggi, allo stesso modo di quelli di ieri, attendono la testimonianza di una fede in cui si veda il fiorire dell’umano.”

Tornare al primo amore

Da http://it.clonline.org/default.asp?id=743&id_n=20786

Omelia durante la Veglia pasquale nella Notte Santa – Testi di Francesco

19/04/2014 – Basilica Vaticana

Il Vangelo della risurrezione di Gesù Cristo incomincia con il cammino delle donne verso il sepolcro, all’alba del giorno dopo il sabato. Esse vanno alla tomba, per onorare il corpo del Signore, ma la trovano aperta e vuota. Un angelo potente dice loro: «Voi non abbiate paura!» (Mt 28,5), e ordina di andare a portare la notizia ai discepoli: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea» (v. 7). Le donne corrono via subito, e lungo la strada Gesù stesso si fa loro incontro e dice: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (v. 10). “Non abbiate paura”, “non temete”: è una voce che incoraggia ad aprire il cuore per ricevere questo annuncio. Dopo la morte del Maestro, i discepoli si erano dispersi; la loro fede si era infranta, tutto sembrava finito, crollate le certezze, spente le speranze. Ma ora, quell’annuncio delle donne, benché incredibile, giungeva come un raggio di luce nel buio. La notizia si sparge: Gesù è risorto, come aveva predetto… E anche quel comando di andare in Galilea; per due volte le donne l’avevano sentito, prima dall’angelo, poi da Gesù stesso: «Che vadano in Galilea, là mi vedranno». “Non temete” e “andate in Galilea”. La Galilea è il luogo della prima chiamata, dove tutto era iniziato! Tornare là, tornare al luogo della prima chiamata. Sulla riva del lago Gesù era passato, mentre i pescatori stavano sistemando le reti. Li aveva chiamati, e loro avevano lasciato tutto e lo avevano seguito (cfr Mt 4,18-22). Ritornare in Galilea vuol dire rileggere tutto a partire dalla croce e dalla vittoria; senza paura, “non temete”. Rileggere tutto – la predicazione, i miracoli, la nuova comunità, gli entusiasmi e le defezioni, fino al tradimento – rileggere tutto a partire dalla fine, che è un nuovo inizio, da questo supremo atto d’amore. Anche per ognuno di noi c’è una “Galilea” all’origine del cammino con Gesù. “Andare in Galilea” significa qualcosa di bello, significa per noi riscoprire il nostro Battesimo come sorgente viva, attingere energia nuova alla radice della nostra fede e della nostra esperienza cristiana. Tornare in Galilea significa anzitutto tornare lì, a quel punto incandescente in cui la Grazia di Dio mi ha toccato all’inizio del cammino. E’ da quella scintilla che posso accendere il fuoco per l’oggi, per ogni giorno, e portare calore e luce ai miei fratelli e alle mie sorelle. Da quella scintilla si accende una gioia umile, una gioia che non offende il dolore e la disperazione, una gioia buona e mite. Nella vita del cristiano, dopo il Battesimo, c’è anche un’altra “Galilea”, una “Galilea” più esistenziale: l’esperienza dell’incontro personale con Gesù Cristo, che mi ha chiamato a seguirlo e a partecipare alla sua missione. In questo senso, tornare in Galilea significa custodire nel cuore la memoria viva di questa chiamata, quando Gesù è passato sulla mia strada, mi ha guardato con misericordia, mi ha chiesto di seguirlo; tornare in Galilea significa recuperare la memoria di quel momento in cui i suoi occhi si sono incrociati con i miei, il momento in cui mi ha fatto sentire che mi amava. Oggi, in questa notte, ognuno di noi può domandarsi: qual è la mia Galilea? Si tratta di fare memoria, andare indietro col ricordo. Dov’è la mia Galilea? La ricordo? L’ho dimenticata? Cercala e la troverai! Lì ti aspetta il Signore. Sono andato per strade e sentieri che me l’hanno fatta dimenticare. Signore, aiutami: dimmi qual è la mia Galilea; sai, io voglio ritornare là per incontrarti e lasciarmi abbracciare dalla tua misericordia. Non abbiate paura, non temete, tornate in Galilea! Il Vangelo è chiaro: bisogna ritornare là, per vedere Gesù risorto, e diventare testimoni della sua risurrezione. Non è un ritorno indietro, non è una nostalgia. E’ ritornare al primo amore, per ricevere il fuoco che Gesù ha acceso nel mondo, e portarlo a tutti, sino ai confini della terra. Tornare in Galilea senza paura. «Galilea delle genti» (Mt 4,15; Is 8,23): orizzonte del Risorto, orizzonte della Chiesa; desiderio intenso di incontro… Mettiamoci in cammino!

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