Dio, Einstein e il Gps

2/03/2013 – Pubblichiamo stralci di un articolo presentato nell`ultimo numero di “Vita e Pensiero”. Il testo è il confronto tra Marco Bersanelli, astrofisico dell`Università di Milano, e Michael Heller, membro della Pontificia Accademia delle Scienze

  • La formula simbolo della teoria della relatività.La formula simbolo della teoria della relatività.

Bersanelli: Fede e autentica scienza tendono entrambe alla verità, cioè entrambe tendono a qualcosa di reale, sebbene per vie diverse e con diversi metodi. Come scienziati è interessante notare, d’altra parte, che proprio dalla scienza nascono delle domande nuove; in un certo senso, si pongono interrogativi che provengono dall’esperienza del reale secondo quel metodo particolare che la scienza è in grado di utilizzare.
Per esempio, che oggi la scienza sperimentale, attraverso lo studio dell’ infinitamente grande o dell’infinitamente piccolo, sia ancora in grado di conoscere qualcosa di nuovo non è ovvio, non è scontato. La realtà continuamente ci mostra il suo lato “inarrivabile, perché ogni punto di arrivo coincide sempre con un’ulteriore domanda. Ma quale rapporto c’è tra l’ordine del cosmo così come ci è dato di poterlo osservare e il fatto che questo universo esista, sia dato, sia tratto dal nulla?

Heller: Vorrei richiamare una famosa affermazione di Einstein: «C’è solo una cosa che voglio sapere, voglio conoscere la mente di Dio, cioè l’idea che Dio aveva in mente quando decise di creare l`universo». Nel 1915 Einstein aveva elaborato la sua teoria sulla relatività, una delle teorie più importanti della fisica, con l`aiuto della quale abbiamo cercato di risolvere il mistero dell`universo.
Per spiegare l’idea principale che sta alla base della relatività generale di Einstein pensiamo allo spazio e al tempo. Essi sono elementi cruciali nelle teorie matematiche, perché forniscono una specie di palco su cui si evolvono i processi fisici. Gli studiosi ritengono che lo spazio e il tempo dovrebbero essere riuniti in un concetto unico, considerati cioè insieme come spaziotempo. Quando lo spazio-tempo è vuoto, è completamente piatto. Se appare un pianeta, ecco che si curva. Secondo l`equazione di campo di Einstein, il campo gravitazionale altro non è che una curvatura dello spazio-tempo, che l’equazione stessa ci dice come calcolare.
Questa non è poesia, è scienza empirica, con un impatto sulla vita quotidiana. Pensiamo infatti al navigatore Gps, utilizzato praticamente ogni giorno in auto. Dei satelliti orbitano intorno alla Terra e inviano segnali che il nostro Gps registra per poi mostrarci la nostra posizione in un determinato luogo. All’inizio questo sistema non era molto preciso: nel determinare la posizione di un’auto si verificava un errore di un paio di miglia. Un fisico particolarmente intelligente si rese conto che ci si era dimenticati di considerare un elemento importante nel calcolo, ovvero la curvatura dello spazio-tempo che crea campi gravitazionali. Rifatti tutti i calcoli includendo anche questo piccolo fattore, è emerso che il Gps funziona perfettamente. Così, ogni volta che si utilizza il Gps in auto, si mette alla prova la correttezza della teoria della curvatura dello spazio-tempo. Due anni dopo Einstein pubblicò le Considerazioni cosmologiche sulla teoria della relatività generale, una cosmologia basata sulla teoria della relatività generale in cui applicò l’equazione per descrivere la curvatura prodotta da tutta la materia presente nell’universo, realizzando così il primo modello cosmologico.
Tuttavia incontrò alcune difficoltà, perché ne emergeva un universo non stabile, che tendeva a collassare, mentre cosa c’è di più stabile dell’universo, il posto dove viviamo? Einstein rivide dunque l`equazione e aggiunse un nuovo termine, adesso chiamato la “costante cosmologica”. Così corretta, l`equazione generava un modello stabile dell`universo, il primo modello relativistico mai creato: il cosiddetto “universo statico” di Einstein. Le equazioni di Einstein sembrano brevi perché in genere le riportiamo nella loro formulazione contratta, ma in realtà nella forma sviluppata contengono migliaia di temi. Ecco perché Einstein diceva: «Quando Dio creò l`universo fu particolarmente sofisticato perché aveva deciso di scegliere questa serie di equazioni così complesse, però non è stato malizioso perché ci ha permesso di semplificarle e di arrivare a una risposta che, sebbene approssimativa, è assolutamente accettabile».La storia della cosmologia relativistica è davvero interessante. Oltre a Einstein, occorrericordare anche padre Georges Lemaitre, un sacerdote belga oggi considerato il cofondatore della cosmologia moderna. E Alexander Friedmann, un matematico russo che lavorava a Leningrado intorno al 1920 e che, risolvendo le equazioni di Einstein, fece emergere che producevano non solo l`universo statico, ma moltissime altre soluzioni; il problema era quali di queste soluzioni fossero effettivamente presenti nel nostro universo.
L’universo standard a cui siamo abituati, l’universo che riteniamo il “nostro” universo, è chiamato “modello dell’universo di Friedmann e Lemaitre”, perché entrambi hanno contribuito al suo sviluppo. Passando all’aspetto più pratico della cosmologia, ci soccorre un astronomo americano famosissimo, Charles G. Abbott, che nel 1929 scopri in maniera empirica l’effetto dell`espansione dell’universo. La famosa “legge di Abbott” rappresenta una delle pietre angolari della nostra conoscenza empirica in campo cosmologico. Tanto è vero che il telescopio che oggi è in orbita si chiama telescopio di Abbott in onore suo: da esso provengono molte delle bellissime immagini dell’universo che vediamo. Oggi la legge dell’espansione dell`universo è stata ormai dimostrata dai nuovi dati astronomici. Nel 1931 Lemaitre ebbe poi l`idea di quello che più tardi venne definito “big bang” e al quale egli si riferiva come all`atomo primordiale. A coniare termine “bíg bang` fu l`astronomo britannico Fred Hoyle, che non condivideva l’idea sull’atomo originale di Lemaitre, da lui ironicamente definito il gesuita del “big bang” (“big bang” significa due cose: sia l’inizio dell`universo sia, in inglese, pallone gonfiato). Il modello di Lemaitre comincia appunto con il “big bang”. L`universo si espande, il processo inizialmente rallenta e poi accelera. Nella fase di rallentamento, quando si rafforza il campo gravitazionale, alcune parti di materia si possono assemblare e formare galassie. Lemaitre postulò che la parte piatta della curva era la fase della formazione delle galassie. In questo modello la costante cosmologica introdotta da Einstein è positiva, ovvero superiore a zero.

Bersanelli: Qualche volta si coglie il tentativo di leggere la Bibbia o i testi sacri quale sorta di descrizione naturalistica di come l’universo è fatto e di come si è evoluto. Altre posizioni, più diffuse forse, riguardano un’immagine della scienza che si oppone a qualunque fede, e alla fede cristiana in particolare, relegandola nell`irrazionale e lasciando che soltanto la via della conoscenza empirica sia degna di potersi dire conoscenza, razionale o ragionevole.
Altra posizione ancora, oggi di moda per certi versi, è quella di vedere “buchi” o “crepe”, situazioni e fenomeni di cui la scienza non è in grado di dare spiegazione con i suoi metodi, come evidenza della necessità di appellarsi a Dio. Mi sembra che l’accezione che sta dando del rapporto tra la creazione e il Creatore sia un po’ diversa.

Heller: I pensatori cristiani del xx secolo, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, svilupparono un’ideologia (la chiamo volutamente così) secondo la quale metodo scientifico e metodo filosofico-teologico si trovano su due livelli epistemologici diversi, che mai potranno interagire e incontrarsi. Anche se la scienza e la teologia utilizzano la stessa terminologia (per esempio “inizio”, o “creazione”), questi termini hanno un significato completamente diverso nelle due discipline; il conflitto tra le due è dunque solo apparente, dovuto semplicemente a incomprensioni. Non condivido questa ideologia dei due piani che non si intersecano, perché se guardiamo alla storia dei rapporti tra scienza e religione vediamo invece moltissime interazioni, anche conflittuali, che non possiamo cancellare semplicemente definendole “incomprensioni”. Se i metodi si trovano su piani epistemologici diversi (e in un certo modo questo è vero), essi sono comunque immersi in uno spazio più ampio rappresentato dalla nostra cultura, attraverso la quale interagiscono tra di loro. Ritengo che si debba distinguere tra metodi scientifici e metodi teologico-filosofici: sono diversi e utilizzano concetti e linguaggi diversi; spesso e volentieri le contraddizioni si vengono a creare proprio quando questi due livelli vengono mischiati. Però non è vero che non interagiscono.

Bersanelli: Si può dire, seguendo questo suo pensiero, che attraverso la conoscenza scientifica (in quanto ci fa vedere la realtà fisica sotto punti di vista più profondi) è come se noi apprezzassimo ancora di più Funiverso quale segno del Creatore.

Heller: Questo mi riporta alla domanda precedente, sul “Dio” che entra nelle crepe e nelle lacune della nostra conoscenza: è un`ideologia molto pericolosa. Per esempio, qualcuno considera il “big bang” come il momento in cui Dio ha creato l’universo, e lo fa proprio strategicamente, perché in realtà non sappiamo cosa ci fu dentro questosingolare fenomeno (che comunque è un`ipotesi). Ci sono due o tre lacune ultime che la scienza non riuscirà a colmare. Le prime due sono l`esistenza dell`universo (una lacuna ontologica e non scientifica, ovviamente) o la comprensibilità dell`universo; poi ce n’è una terza, che dovrebbe essere definita lacuna assiologica perché riguarda la dottrina dei valori (perché esistono i valori? Perché c`è differenza tra il male e il bene?). Queste sono tre lacune – ontologica, epistemologica e assiologica – che forse la scienza non riuscirà mai a colmare, quindi sono aperte alla trascendenza. 

(Tratto dall’Osservatore Romano del 21 marzo 2013)

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“la vertigine di risalire al confine osservabile del cosmo”

Da “Il Sussidiario” un’intervista a Bersanelli che ci racconta la vertigine di risalire al confine osservabile del cosmo

21.093.2013
Quello che è risuonato oggi a Parigi durante il Media briefing dell’ESA è il valore fino ad ora più accurato dell’età dell’universo: 13,82 miliardi di anni. MARCO BERSANELLI

Puoi leggere l’articolo completo a questo indirizzo:
http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2013/3/21/PLANCK-Bersanelli-vi-racconto-la-vertigine-di-risalire-al-confine-osservabile-del-cosmo/375631/

la matrix del creato di Planck

Verso il Meeting: la scienza e la nostalgia di Dio

sabato 4 agosto 2012

Nel novembre 2011 il direttivo e il comitato scientifico  di Euresis, Associazione per la Promozione e lo Sviluppo della Cultura Scientifica, si sono  riuniti per decidere il tema della mostra da presentare al Meeting per l’Amicizia  fra i Popoli  a Rimini nel 2012. Il messaggio di fondo delle mostre di Euresis,  da 19 anni presenti al Meeting,  è sempre stato quello di documentare  i contenuti e i metodi dell’indagine scientifica e come essi hanno a che fare con i soggetti umani che ne sono protagonisti. Il tema della mostra del 2012 nasce con la stessa impostazione: nel solco del titolo del Meeting 2012, “La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito”, si è voluto documentare come questo rapporto si è concretizzato nell’esperienza umana di un ricercatore medico: il professor Jérôme Lejeune, scopritore della trisomia 21, l’anomalia cromosomica alla base della sindrome di Down.  Lejeune è stato un brillante ricercatore che ha saputo trovare, nei pochi indizi che le conoscenze genetiche degli anni 50 del secolo scorso  mettevano  a disposizione, la via per scoprire la causa di una patologia, il “mongolismo”, che tanta parte dell’opinione pubblica di allora considerava ancora dovuta a malattie infettive (tubercolosi, malattie veneree) dei genitori. E , anche, con non comune abilità manuale, ha saputo utilizzare, perfezionare e mettere a frutto quelle tecniche citogenetiche che hanno permesso di individuare nella presenza di un cromosoma soprannumerario, il cromosoma 21, la causa della sindrome.

Lejeune non si è fermato qui, ma si è posto altre domande (non trova risposte  chi non si pone domande): perché un cromosoma in più provoca alterazioni? Ha cercato la risposta in alterazioni del metabolismo, in particolare la via metabolica che richiede la presenza dell’acido folico. La risposta non è venuta anche per le limitazioni tecniche di allora, ma la sua intuizione non è andata perduta: oggi l’acido folico è considerato essenziale per prevenire una grave anomalia dello sviluppo, la spina bifida.

Non solo ricercatore comunque: Lejeune è stato “medico fino in fondo all’anima” e si è battuto strenuamente contro l’eliminazione in utero di quegli embrioni  nei quali era possibile diagnosticare, proprio grazie alla sua scoperta, la presenza della trisomia ed ha cercato fino all’ultimo giorno di trovare terapie contro la disabilità mentale indotta dalla alterazione cromosomica.


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La natura, Dio e l’errore di Gianni Vattimo

Da Il Sussidiario un contributo di Michele Lenoci

 

IL CASO/ La natura, Dio e l'errore di Gianni VattimoRappresentazione grafica dell’esperimento compiuto al Cern sul bosone di Higgs (InfoPhoto)

Spesso i dibattiti più fervidi nascono da autentici equivoci: tuttavia, qualche volta mettono in luce questioni meritevoli di riflessione, che non possono essere eluse con una semplice battuta. La scoperta della particella di Higgs costituisce uno di questi casi: prevista a livello teorico, ma finora mai rinvenuta sperimentalmente, è stata per anni inseguita, per corroborare il cosiddetto Modello Standard, elaborato nella seconda metà del secolo scorso, allo scopo di offrire un quadro teorico unitario capace di abbracciare meccanica quantistica e relatività speciale e di collegare tutte le particelle elementari e le forze che le connettono, con esclusione della forza di gravità. Tale particella, detta anche bosone, ha una funzione centrale rispetto a tutte le altre, giacché le costringe a interagire e ad aggregarsi tra loro, in modo che, rallentate dall’attrito (e non viaggiando più alla velocità della luce), acquisiscono una massa che prima non avevano. E in tale processo anche il nostro bosone acquista una sua massa. Ecco perché la scoperta di tale particella è stata salutata come un evento epocale.

Ma il bosone di Higgs è stato anche chiamato “particella di Dio”, grazie all’equivoco probabilmente voluto dall’editore di un volume del fisico Leon Lederman, a esso dedicato, che avrebbe dovuto intitolarsi The Goddam Particle, cioè “la particella maledetta”, in quanto sempre sfuggevole. Ma il testo apparve come The God Particle: con un titolo che, dal punto di vista della fisica, non ha alcun senso, ma è stato, in compenso, molto suggestivo. E con questo chiarimento la questione sarebbe risolta, in quanto dissolta: Dio, con questa particella, non c’entra affatto, né, con quel nome, si sarebbe mai preteso di ritrovare Dio in una nicchia dell’infinitamente piccolo, come qualcuno aveva, una volta, preteso di incontrarlo nello sterminato spazio intorno alla terra.

Tuttavia, non pochi hanno giustificato quel nome e il riferimento a Dio, non solo considerando la difficoltà di afferrare quella particella, ma forse pensando alla sua funzione di attribuire la massa alle altre particelle, consentendo il costituirsi del nostro mondo materiale. E allora nei dibattiti, costruiti su tale equivoco, ha fatto lentamente capolino un’altra questione, questa sì rilevante, anche se solo occasionalmente connessa con la scoperta dei giorni scorsi: ha senso pretendere di scoprire Dio all’interno della natura, quasi ne fosse, se non la causa prima o il primo anello, come un tempo si riteneva, almeno un costituente essenziale, un elemento peculiare?

E qui, al primo equivoco (che può essere facilmente dissolto) rischia di aggiungersene un altro più sottile e resistente, giacché Dio può essere ricercato (e trovato) nella natura in modi assai diversi. Nessuno che ricordi Platone o Aristotele, Agostino o Tommaso penserà di trovare Dio tra le particelle elementari: Dio è detto intimo e intrinseco a tutta la realtà, non su un piano fisico, empiricamente rintracciabile, ma in quanto è quell’Essere che consente a tutti gli enti (materiali e non) di esistere, giacché essi sono privi di autonoma consistenza ontologica e, quindi, sarebbero travolti dalla loro vertibilitas in nihilum.


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“nulla è realmente inutile e dunque nulla è da sprecare”

Dall’Osservatore Romano un articolo di Carlo Bellieni:

Se riparare è più ecologico che riciclare

La Giornata mondiale della Terra 2012

Il 22 aprile 1970 due senatori statunitensi, per coinvolgere l’opinione pubblica sui temi dell’ambiente, istituirono il World Earth Day. Giunta oggi alla sua quarantaduesima edizione, la Giornata mondiale della Terra è diventata un evento internazionale che richiama l’impegno di tutti verso il pianeta, in particolare laddove la tutela dell’ambiente ancora vacilla, dove l’inquinamento non è né monitorizzato né limitato, e dove desertificazione e disboscamenti selvaggi hanno portato a un impoverimento ambientale che mette a rischio l’accesso di interi popoli all’acqua e al cibo. Il World Earth Day ci richiama anche a una consapevolezza più alta. L’ambiente non si difende solo per paura che le risorse finiscano — la paura è una motivazione senza respiro — ma per una certezza: nulla è realmente inutile e dunque nulla è da sprecare.

Caspar David Friedrich, «Il grande<br />recinto» (1832, particolare) Purtroppo la “società del rifiuto” divide in maniera arbitraria le cose e le persone in “utili” e “inutili”. E cerca di disfarsi delle seconde senza porsi eccessivi problemi etici o strutturali sulla fine che faranno questi “rifiuti”. È una società che si cura solo di alcune limitate risorse e lo fa unicamente per paura che finiscano: una società che genera dunque un ambientalismo “utilitarista” o minimalista.

Una versione di questo atteggiamento è l’ambientalismo estetico, che divide gli esseri viventi in esseri più o meno piacevoli: si preoccupa della scomparsa dei panda ma non di quella dell’antico asino da soma; salvaguarda le “grandi scimmie” dagli esperimenti — come fa una recente direttiva europea — perché “simili all’uomo”, ma non il cane o il topo.

Non stupiamoci allora se, di fronte all’inquinamento montante, c’è una cultura utilitarista che pensa di risolvere certi problemi con stentate scappatoie invece di intensificare la sostenibilità ambientale. Pesticidi e solventi danneggiano la fertilità, ma la società non sa fare altro che rendere più facili le tecniche mediche per rimarginare — in modo oltretutto assai poco efficace — questa ferita; la vita nelle società occidentali è sempre meno “naturale”, ma invece di migliorarla si mettono sul mercato farmaci o trattamenti per parare i danni, o per fornire chimicamente quello che invece la natura offre a piene mani.

C’è però un ambientalismo che non si muove solo perché incalzato dal timore che le risorse finiscano. Ma perché spinto dalla coscienza sociale e umana che ogni cosa ha un senso, e per questo nulla va buttato, nulla va sprecato o sporcato, dato che nulla è senza valore. È l’ambientalismo che si rifà, tra gli altri, alle scoperte su complessità, armonia e caos nella natura fatte dal premio Nobel Ilya Prigogine, il cui alter ego italiano, il chimico ecologista Enzo Tiezzi, significativamente scriveva nel libro The End of Time(2003): «Obbedire alle leggi di natura, rispettarle, non significa rinunciare alla propria libertà». È un ambientalismo alto che portava lo stesso Tiezzi a schierarsi contro le manipolazioni genetiche sull’uomo e gli ecologisti di Greenpeace in Europa a battersi per l’alt alla brevettabilità delle cellule embrionali umane. «L’equilibrio tra uomo e natura è stato rotto» scriveva nel 2006 un altro Nobel, Adolfo Pérez Esquivel, noto per il suo impegno ambientalista. «Questa situazione — continuava — induce l’umanità a distaccarsi dalla natura in ragione dell’uso e dell’abuso delle risorse naturali e del trasferimento dell’inquinamento da parte delle nazioni sviluppate a scapito di quelle più povere».

Questo ambientalismo, centrato sulla bellezza e non sulla paura, fa rivedere le regole ecologiche in modo condiviso, sostenibile e creativo. E fa rivedere anche le strategie comunicative. Come spiegava sulla rivista «Science» Ken Peattie, del Centro per la sostenibilità dell’università di Cardiff, «i messaggi colpevolizzanti sono inefficaci.

Puntare sui benefici di uno stile di vita più naturale si è mostrato una via migliore per far ridurre i consumi». Per l’ecologista Julia Hailes anche l’idea di riciclaggio — che, pur meritoria, comporta comunque la distruzione dell’oggetto — deve ormai lasciare il passo all’idea di riparare e riusare il bene: «Riparare un computer è venti volte più ecologico che riciclarlo».

Forse si deve imparare a rispettare le cose, prima ancora che imparare dove buttarle: aver rispetto del pane del giorno prima, ancora buono ma un po’ insecchito, o della mela lievemente bacata. E pretendere dal mondo della produzione che cessi l’ecatombe di beni fatti per essere gettati via senza usarli o non riparabili. La Giornata mondiale della Terra ci ricorda proprio questo: la certezza che nella natura tutto trova un suo posto.

Carlo Bellieni
22 aprile 2012

“…senza la paura di affermare che il più rimane da scoprire”.

Sempre brillante e fuori dagli schemi Jonah Lynch nell’articolo per il Sussidiario che rilancio:

La morale e i neuroni

Tranquilli: ieri hanno scoperto che l’etica è semplicemente un’espressione di un neurotrasmettitore con un nome che non ricordo. Mi sembra che l’altro ieri abbiano dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che il libero arbitrio è solo un’apparenza. Dimostrazioni di protesta si erano scatenate in ambienti religiosi, ma il ricercatore, un certo Tizio Caio Sempronio, ha rilasciato un’intervista in cui ha comprovato che anche queste proteste altro non sono che prevedibili reazioni determinate dal meccanismo di autodifesa evoluzionistica che ha generato per secoli l’illusione della libertà negli uomini…

Dopo millenni di tormentata riflessione, possiamo stare tranquilli nella certezza che qualunque cosa facciamo, è la cosa giusta, perché non potevamo fare diversamente. Affermazioni pseudoscientifiche come queste sono diventate molto frequenti sulla stampa. Qualche anno fa, sembrava che tutto si potesse spiegare con i geni. Adesso si è capito che non è così, e allora si tenta di spiegare tutto con i neuroni.

Dato questo contesto, mi ha colpito l’articolo sulle protesi che compare sul numero dell’edizione americana di Wired attualmente in edicola. In questo articolo (Waiting for the bionic man, di Michael Chorost), ci sono ammissioni di ignoranza: “Non capiamo gli schemi in codice che la biologia usa”. “Questo è più che un problema ingegneristico. È un problema di scienza di base”. “Come una intenzione, un pensiero, una mente emerga dal network della gelatina elettrochimica è ancora un grande mistero”. Ce ne sono persino nel sottotitolo: “migliaia di persone hanno bisogno di arti artificiali. Nessuno sa come costruirli”.

L’articolo dice che le protesi elettroniche in molti casi non sono utili quanto quelle meccaniche di due secoli fa. Ma ci sono altri esempi più incoraggianti. Per esempio, da poco si è riuscito a comunicare con pazienti che sembravano in stato vegetativo, attraverso un rilevamento di attività cerebrale. Vengono i brividi a immaginare la gioia di un paziente che tutti credevano morto, e che in realtà capiva tutto, ma non poteva muovere un solo muscolo del corpo in risposta. Ora, con l’aiuto della tecnologia, di colpo può comunicare con il mondo esterno!

Lettura del pensiero? In realtà è una cosa molto meno sofisticata: un sensore rileva il volume di attività cerebrale, non singole intenzioni o decisioni. Ma dopo poche prove una persona può imparare ad aumentare o diminuire questa attività, un po’ come può rendere teso o rilassato un muscolo. Da queste due opzioni si può dire “si” e “no”, scegliere lettere, comporre frasi, comunicare.


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Per J. Lejeune la fede e la scienza non erano separate

Da Tracce:

17/04/2012 – Si è aperta la causa di beatificazione di Jérôme Lejeune. Negli anni Cinquanta scoprì l’origine genetica della sindrome di Down. Un uomo che, come scrisse Giovanni Paolo II, «ha sempre saputo usare la sua conoscenza della vita per il bene dell’uomo»

  • Jérôme Lejeune.

Se scienza e fede camminano insieme

Parigi, mercoledì 11 aprile 2012. Un giorno, forse, come tanti altri. In attesa delle prossime vacanze primaverili e in balia delle future scadenze elettorali. Sospesi nel vuoto, tra una campagna elettorale sterilizzata di ideali e di senso, imbottita di “promesse-cerotto”. La celebre frase di Malraux, «non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, poiché di tutti noi conosciamo le nostre menzogne, noi che non sappiamo nemmeno cos’è la verità», sembra risuonare e scandire profeticamenteme e cinicamente la sua verità. Allora, ci si può chiedere, ma un uomo “sano” dei giorni nostri, ha ancora un luogo dove può cercare e guardare la verità, dove può di nuovo sperare di essere felice? La Chiesa. Una realtà umana che propone una vita e ci sorprende.

Siamo ancora nell’ottava di Pasqua. La Chiesa celebra la vittoria di Cristo sulla morte e dice a noi tutti, di nuovo: “guardami” e guarda la vita di quest’uomo. Uno scienziato, un medico, ma soprattutto un uomo di grande fede perché “unito”: Jérôme Lejeune. In meno di cinque anni, si è chiusa l’inchiesta diocesana sul professor Lejeune e Monsignor Éric de Moulin-Beaufort, vescovo ausiliare di Parigi, l’ha conclusa solennemente celebrando una messa. Ora gli atti sono passati a Roma dove si aprirà un processo di beatificazione. Ma chi é Jérôme Lejeune?

Appena saputa la notizia della chiusura dell’inchiesta diocesana, l’ho fatto sapere ad alcuni giovani amici, anche medici. Pochi hanno reagito perché non lo conoscevano. Eppure Lejeune è uno dei più grandi scienziati del XX secolo. Giovanni Paolo II scrisse, alla sua morte avvenuta il giorno di Pasqua, il 3 aprile 1994, «di desiderare oggi di ringraziare il Creatore…. per il carisma particolare del defunto… perché il professore Lejeune ha sempre saputo usare la sua profonda conoscenza della vita e dei suoi segreti per il vero bene dell’uomo e della sua umanità». Grazie alla sua passione e al suo lavoro in quanto medico e ricercatore, scoprì l’origine genetica della sindrome di Down che chiamò trisomia 21 (il cromosoma surnumerario). Come ricordò il Papa, suo grande amico e difensore nei momenti di solitudine: «La sua lotta fu sempre in nome della vita non della morte, come invece, la sua scoperta é oggi minacciata».

Un grande scienziato, si diceva, ma anche un grande uomo, per lui la scienza e la fede non erano separate. Per cui possiamo immaginare come è stato un “segno di contraddizione” e ne subì l’ostracismo scientifico ma non solo. Non se ne preoccupò più di tanto, ma la sua carriera fu compromessa. Gli costò il premio Nobel della medicina. Se ne assunse pienamente la responsabilità. Ma che Jérôme Lejeune sia un segno di vita, lo si è visto di nuovo questo mercoledì 11 aprile. Dentro la cattedrale Notre Dame come in seguito, al ricevimento al Collège des Bernardins, si poteva vedere un “momento di popolo”. E questo vale doppio nella laica (o laicista?) Francia.

È stato sorprendente e commovente vedere così tanta gente così diversa gli uni dagli altri, attorno a questo avvenimento, a un fatto presente non appena un ricordo commemorativo. Persone talmente diverse, con handicap visibili e non, ma tutte uguali perché Figli dello stesso Creatore. Lo si è visto durante la messa, tra i numerosi chirichetti, molti dei quali down, accerchiati intorno all’altare, una scena che richiama l’immagine con la quale Mounier usava per descrivere sua figlia Françoise: «Una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia»; così pure persone alto locate con persone disabili che ti servivano da bere e da mangiare al ricevimento ai Bernardins. Vite salvate dalla tenacia e dalla fede di Lejeune e ora attraverso la sua Fondazione.

Madame Lejeune, con la sua baldanza ultraottantenne che ripeteva a tutti noi di Cl: «La Fondazione Lejeune e Cl sono una sola cosa!». E poi, inaspettatamente, un numero indescrivibile di amici del Clu, venuti da Milano, Bologna, Varese e chissà da dove. Sarà il fattore Parigi o i voli low cost, ma che cosa può spingere questi futuri medici a muoversi e venire fino a Parigi per una messa? Alcuni anni fa, don Giussani usò una frase che mi rimase impressa, ma mai colta fino in fondo. Diceva nel volantone del 1992: «Perché in ogni compagnia vocazionale ci sono sempre persone, o momenti di persone, da guardare». La chiusura del processo di Lejune è stato uno di questi “momenti di persone”. Riconosci un fatto e nasce una tenerezza verso te stesso perché stai “riconoscendo e amando un altro”. È commovente quando Dio ci chiama a Lui, ci vuole per Sé, misteriosamente, cosicché il nostro “sì” diventa storia.

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