Vivere in modo “divaricante e divaricato”

… tante volte – dice don Giussani – il «nostro impegno di vita su problemi sociali, culturali e politici» è vissuto «in modo divaricante e divaricato rispetto ad una esperienza cristiana viva, autentica.
Mentre l’impegno nei problemi sociali, culturali e politici dovrebbe essere l’espressione di questa esperienza appassionata di vita. È molto facile invece che questo impegno generi un clima che logora l’attenzione a quella esperienza e si affermi in contrasto con essa, quasi emarginandola, quasi soffocandola.
Oppure spesso chi desidera vivere un’esperienza di vita cristiana autentica afferma questa volontà [...] in contraddizione con l’impegno di quei problemi.

L’un caso e l’altro sono la doppia faccia di uno stesso grave errore».

Attivismo o intimismo: a dominare non è più l’Avvenimento che si impone e cambia la percezione di noi stessi, generando uno sguardo nuovo e una passione nuova verso tutto.
Vediamo come Giussani ha instancabilmente smascherato la tentazione di ridurre la natura del cristianesimo: «L’analisi del disagio della
situazione in cui versiamo [storicamente era il 1976, ma è anche il 2013, il nostro “oggi”] che voglio compiere è puramente metodologica e non recriminatoria, è un aspetto del giudizio che ci fa ripartire».

Siamo sempre esposti a questa riduzione, perciò don Giussani ha continuamente giudicato, corretto, richiamato; implacabilmente, senza tregua.
(pag.31)

E poi si parla di riconciliazione nazionale…

“Amato, amo; perdonato, perdono”

Mi ha colpito queste frasi detta durante una conferenza. Pare che l’abbia detta sant’Agostino e, stupita mi chiedo come mai, avendola intuita tempo fa, non avessi avuto la conferma della loro verità da parte di una persona che conoscevo come profondamente preparata.

Mi chiedo infatti come si fa ad amare veramente, cioè volere il vero bene della persona, rispettandone la libertà, se prima non si fa esperienza di essere amati, voluti, accolti per quello che siamo  (e non per quello che vorremmo o vorrebbero che noi fossimo). Perché, anche a voler bene per quello che uno è e non per quello che è il nostro progetto, si impara: se io mi sento amata, perdonata, accolta nonostante l’evidentissimo errore che comunque non viene meno e non smette di restare errore, imparo ad amare e perdonare l’altro anche se ha commesso il più atroce misfatto che purtroppo rimane ed è sempre da condannare e da scontare. Ma la persona va sempre fatta salva perché è libera e quindi può sempre ricominciare se aiutata da una reale accoglienza che però continua a condannare l’errore ma non l’errante.

E’ difficilissimo però non credo si debba definire una persona per gli errori che ha fatto (allora saremmo tutti da condannare), ma per il fatto che, essendo libera di farlo, può sempre ricominciare a ricostruire una vita sprecata nel passato.

Ebbene questa evidenza affascinante (perché chi non vorrebbe essere perdonato e perdonare per tutto il male di una vita!?) viene assolutamente dimenticata non solo dai mass media che hanno come interesse unico l’audience, ma anche dagli educatori; perché è sempre difficile distinguere il peccato dal peccatore e quindi, istintivamente, si butta l’acqua sporca con il bambino.

Il risultato?

Il pregiudizio che diventa molto facilmente insofferenza e odio, frutto dell’istintività più cattiva.

E poi si parla di riconciliazione nazionale…

 

“la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale”

“Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità”.

(…)

“Non è morale il moralismo dell’avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”. (J. Ratzinger)

 

Copio questi passaggi dall’articolo di Socci perché confermano quel che ho sempre pensato: che occorre essere realisti, cioè usare la ragione e non l’irrazionalità per affrontare la realtà e i fatti così come sono e non ignorandoli. Se si parte dall’irrazionalità delle ideologie si arriva ai totalitarismi di vario genere

Una storia d’amore (la vita è una continua novità)

Uno crede di aver compreso tutto, che ormai sa come stanno le cose, Ma, se tiene gli occhi ben aperti a guardarsi intorno, scopre orizzonti sconfinati di bellezza, di verità, di giustizia, di bontà.

Credevo che la Chiesa avesse il solo volto concreto della fragile umanità mia e degli amici ed ero quasi rassegnata, nella convinzione sempre più grande che i veri cristiani sono solo i santi stereotipati o quelli che non conosco personalmente, però danno delle testimonianze bellissime di vero attaccamento a Cristo… (che barba, che noia… direbbero una famosa e brava attrice che ormai non c’è più), ma non per me. Ma, durante i suoi incontri di ieri, Papa Francesco ha detto una cosa stupenda che ripeto a memoria: La Chiesa non è una ONG, ma una storia d’amore. (1)

Non rinnegare mai gli ideali delle tua gioventù...Sì, una storia d’amore incredibile, dove non esiste misura: “la misura dell’Amore è di essere senza misura” diceva qualcuno  ed io credevo di dire una cosa giusta e che il solo dirlo bastasse.

No.

Se questo smisurato amore non lo accettiamo su di noi per ridistribuirlo a piene mani tra gli amici, quella frase resta uno sterile concetto dell’intelligenza che vuole vivere senza coinvolgere il cuore. E non basta.
Non basta per essere cristiani veri.

Lo pensavo ieri sera mentre leggevo questa riflessione dell’allora giovane J. Ratzinger:

“Essa [la salvezza di Cristo] è la rappresentazione dell’umanità, la quale è tutta aspettativa e ha bisogno di questa immagine, tanto più necessaria quanto più essa corre il pericolo di dimenticare di attendere, per abbandonarsi al fare, il quale – per indispensabile che sia – non potrà mai riempire il vuoto che minaccia l’uomo quando non trova quell’Amore assoluto che gli dà senso, salvezza, ciò che è veramente necessario per vivere.

E poco prima , sempre J.Ratzinger, aveva detto una frase che ho già citato ma  ripropongo:

L’intelletto del gretto calcolatore troverà per forza eternamente assurdo che per l’uomo Dio si debba sprecare. Solo chi ama è in grado di comprendere la follia di un amore per il quale lo spreco è legge, la sovrabbondanza è l’unica misura sufficiente.

Davanti a queste riflessioni, una delle conclusioni – realistica! – è: quanta strada da fare ancora!

Ma anche: che bello! la vita è una continua scoperta, è davvero vita che permette di non cristallizzarci ( invecchiare e morire)  accontentandoci di sterili slogans.

_____
(1) Brani tratti dalle parole di Papa Francesco tratte da Avvenire:
(…)
“E allora, si vede che la Chiesa incomincia là, nel cuore del Padre, che ha avuto questa idea … Non so se ha avuto un’idea, il Padre: il Padre ha avuto amore. E ha incominciato questa storia di amore, questa storia di amore tanto lunga nei tempi e che ancora non è finita. Noi, donne e uomini di Chiesa, siamo in mezzo ad una storia d’amore: ognuno di noi è un anello in questa catena d’amore. E se non capiamo questo, non capiamo nulla di cosa sia la Chiesa”. 
(…)
“Ma la Chiesa non cresce con la forza umana; poi, alcuni cristiani hanno sbagliato per ragioni storiche, hanno sbagliato la strada, hanno fatto eserciti, hanno fatto guerre di religione: quella è un’altra storia, che non è questa storia d’amore. Anche noi impariamo con i nostri sbagli come va la storia d’amore. Ma come cresce? Ma Gesù l’ha detto semplicemente: come il seme della senape, cresce come il lievito nella farina, senza rumore”. 
(…)
“E quando la Chiesa vuol vantarsi della sua quantità e fa delle organizzazioni, e fa uffici e diventa un po’ burocratica, la Chiesa perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una ong. E la Chiesa non è una ong. E’ una storia d’amore … Ma ci sono quelli dello Ior … scusatemi, eh! .. tutto è necessario, gli uffici sono necessari … eh, va bè! Ma sono necessari fino ad un certo punto: come aiuto a questa storia d’amore. Ma quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una ong. E questa non è la strada”. 
(…)
“No: è Madre. E’ Madre. Qui ci sono tante mamme, in questa Messa. Che sentite voi, se qualcuno dice: ‘Ma … lei è un’organizzatrice della sua casa’? ‘No: io sono la mamma!’. E la Chiesa è Madre. E noi siamo in mezzo ad una storia d’amore che va avanti con la forza dello Spirito Santo e noi, tutti insieme, siamo una famiglia nella Chiesa che è la nostra Madre”.

“… quanto più la bilancia pende verso la catastrofe, tanto più l’atto compiuto in libertà appare miracoloso”

Dal blog di una carissima Amica, stanca, come me , della scontata e quasi del tutto inutile cronaca politica:

Antidoto alla cronaca politica

“I processi storici sono creati ed interrotti di continuo dall’iniziativa dell’uomo, da quell’initium che l’uomo è in quanto agisce. Di conseguenza, non è per nulla superstizioso, anzi è realistico cercare quel che non si può nè prevedere nè predire, esser pronti ad accogliere, aspettarsi, dei “miracoli” nel campo politico. E quanto più la bilancia pende verso la catastrofe, tanto più l’atto compiuto in libertà appare miracoloso; la salvezza, infatti, non è automatica: automatico è il processo che conduce alla catastrofe, e che deve quindi sembrare in ogni caso irresistibile”. (Hannah Arendt)

“… insoddisfatti, tristi, arrabbiati se non rabbiosi…sempre più disumani.

Ho sempre saputo che per offrire una verità ad un bambino, occorre tener presente che è un bambino e occorre esprimersi in termini comprensibili. Credo lo sappiano tutte le mamme. Come pure gli educatori che sono tali solo se tengono presente la situazione concreta , fisica, umana della persona che sta davanti.

Insomma, non puoi sbandierare ai quattro venti le tue opinioni o la tua verità senza tener conto dell’uditorio: è una questione di buon senso.

Vuoi informare le persone o solo creare un evento mediatico che ti dia fama (per il tempo che dura) e rinomanza?

Personalmente a me interessano le persone singole con le quali mi sforzo di comunicare in base a quello che mi sembra possano comprendere e, se non sono chiara , sono disposta a spiegare meglio (almeno ci tento).

Pare invece che l’attualità dell’informazione sia tutto l’opposto: notizie più o meno ideologicamente confezionate o enfatizzate per avere rinomanza oppure per alimentare confusione, disordine, odio e vendette più o meno motivate.

Quella della libertà di informazione è solo un pretesto per dar sfogo alle inclinazioni più basse della nostra presunzione.

L’idea della trasparenza è vera e giusta in un contesto, ma in altri contesti diventa distruttrice della convivenza, perché incoraggia, come minimo, il giustizialismo che è la piaga dei nostri tempi e lascia le persone, – tutti! – insoddisfatte, tristi, arrabbiate se non rabbiose…sempre più disumane.

L’alternativa c’è nel pieno rispetto della Verità, naturalmente; Verità che non è mai separata dalla Carità.

Ma di questo parlerò – se necessario – in altra occasione.

Suggerisco la lettura molto più semplice e immediata e piena di buon senso che troverete QUI

“devi scegliere tra la disperazione e la speranza”

Un’amica mi scrive:

Ci sono cose troppo grandi e troppo difficili da mettere per iscritto.

Mi sento davvero quasi sopraffatta da questa marea puzzolente di male che mi circonda da tutte le parti se solo utilizzo i mezzi di comunicazione sociale e la prima tentazione è scappare.

Ma non posso scappare, sarebbe disumano! devo stare ritta in mezzo a questo fango che vuole soffocarmi e fare l’unica cosa che nella sua semplicità sembra facile: confidare nell’Unico che può vincere tutto.

Il problema è che il male si riesce in qualche modo a controllarlo quando si tratta di un episodio o due, ma quando  la menzogna ormai sta raggiungendo anche i buoni e non riesci a far nulla per fermarla, quando ti giri da ogni parte e vedi (vedi!!!) che non puoi fare assolutamente niente di proficuo, l’alternativa è inequivocabile : o la disperazione o la fiducia totale in Chi tutto può. Non è una questione di capacità o potere: è una questione di libertà: devi scegliere tra la disperazione e la speranza.

… ma il nostro cuore? la nostra intelligenza? il nostro desiderio di Verità, Giustizia, Bellezza, Bontà?

Un blogger amico ha postato oggi questa bella riflessione che condivido in pieno e mi chiedo come un famoso scrittore: dove è la vita che abbiamo perduto vivendo?

Ci siamo dimenticati di avere un cuore al quale non bastano le chiacchiere che ci inondano tutti i giorni da parte dei mass media, facendoci credere che quella sia realtà… ma il nostro cuore? la nostra intelligenza? il nostro desiderio di Verità, giustizia, Bellezza, Bontà?

Ecco il post dell’amico

Viviamo un momento storico di grandi cambiamenti; è possibile che, finalmente, l’uomo si sia reso conto che a far sempre nella stessa maniera non cambia mai niente. Si sta sviluppando una nuova coscienza che sta arrivando al cuore della gente, che la sta rendendo consapevole del fatto che, continuando sulla strada del capitalismo sfrenato e dell’egoismo presto si arriverebbe alla rovina, con la devastazione dell’individuo, sempre più infelice e dell’intero pianetatotalmente impoverito ed ucciso da tanta avidità.

Oggi, più che mai, è necessario riscoprire il cuore, che significa sentimento ma anche istinto, intuito, empatia,fratellanza, gratitudine. Tutta la nostra vita, fino ad ora, è stata incentrata sulla logica, sulle cifre, su quello che è più materialmente conveniente; dimenticando di avere un cuore abbiamo fatto si che tutto intorno e dentro di noi si complicasse.
 
Senza metterci il cuore i rapporti interpersonali diventano un dare esclusivamente per ricevere, il lavoro, scelto senza ascoltare il cuore ma solo la “logica”, diventa un mezzo per guadagnare e non per esprimersi, lo studio senza cuore significa ricordare molte nozioni senza imparare nulla. Abbiamo talmente perso l’attitudine a fidarci del nostro cuore che tendiamo a ritenere chi lo fa  sia una persona sciocca o, semplicemente, piuttosto ignorante.
Ma a cosa serve attraversare questo mondo splendido senza usare il cuore, senza, cioè, avere i mezzi per osservare e comprendere questa bellezza? E’ davvero una scelta intelligente rinunciare a quel che dice il cuoreper rincorrere delle mete razionali e terrene?
 
Che poi usare il cuore non significa dimenticarsi di avere un cervello; ascoltando il cuore si da modo anche alla parte più recondita di noi, quella che sfugge alle definizioni logiche, di esprimersi, di avere uno sbocco tangibile nella realtà. Perché a reprimere sempre ilcuore si vive male, si diventa infelici contro ogni logica e, nel peggiore dei casi, ci si ammala.
 
Il benessere di una persona e dell’intero pianeta non dipende soltanto dai numeri, dai redditi, dai guadagni e da tutto ciò che la razionalità ci insegna a valutare ma anche da ciò che quella singola persona prova, sente ed ha bisogno di esprimere quotidianamente a se stesso ed agli altri.

 

“L’attesa è il luogo di chi ha fame e sete”

Ricevo questo contributo da Gianni e lo rilancio:

La densità dell’istante ( 1996)

LUIGI GIUSSANI

Avvento

L’ inizio, prima che nel seme, è nella terra, quando tutto è determinato dall’attesa e l’uomo non ha in mano niente, neanche il seme da buttare dentro l’orto, e perciò è alla mercé dell’onnipotenza del Mistero che fa tutte le cose. L’attesa è il luogo di chi ha fame e sete, e stende la mano: attende, tende a ciò che lo fa vivere, a ciò per cui potrà vivere.
Non c’è niente di più refrigerante ed equilibrante la coscienza dell’uomo che l’accorgersi della sua povertà, del suo non possedere nulla. Refrigerante ed equilibrante, perché è la verità, semplicemente la verità. E l’uomo sta nel suo equilibrio e risente, anche in mezzo ai peccati propri, la freschezza della vita solo se sta nella verità, o, per usare un termine dissueto in questi tempi, se vive l’umiltà.
L’inizio del nuovo anno liturgico è totalmente dominato dall’idea della fine. Forse una preghiera dell’Avvento ambrosiano è la più sinteticamente espressiva di quello che vorrei comunicare:Declinant anni nostri et dies ad finem.Quia tempus est, corrigamus nos ad laudem Christi.
Lampades sint accensae, quia excelsus Iudex venit iudicare gentes.

Gli anni nostri se ne vanno, declinano verso la fine. Mentre abbiamo ancora del tempo, corrigamus nos - parola difficile da tradurre nella sua forza latina, letteralmente: correggiamoci. Correggiamoci per l’amore di Cristo, reggiamoci insieme, sosteniamoci l’un l’altro; per l’amore di Cristo sosteniamoci, perché la nostra vita sia gloria di Cristo. Le nostre lampade siano accese: siamo vigilanti, non abbiamo a dormire, non siamo distratti o smemorati, perché l’eccelso Giudice, il Giudice supremo - excelsus Iudex - viene a giudicare gli uomini, a giudicare la società.
Dante dice che l’uomo deve seguire il proprio essere, e l’essere proprio di un uomo è la ragione: coscienza di ciò a cui si va, cioè lo scopo dell’azione. Il richiamo della liturgia, all’inizio dell’Avvento, è semplicemente il richiamo ad essere ragionevoli, vale a dire coscienti che in ogni inizio bisogna essere pieni della fine; cosicché sia piena anche la coscienza dei propri passi.
Ecco il punto: l’inizio dev’essere gravido della fine, perché solo così accende realmente un cammino, altrimenti non è neanche un inizio, è niente. Bene, questo inizio si chiama “istante”. Questa è la parola che segna la sezione aurea del tempo, del tempo del vivere: l’istante. Al di fuori di questo termine non esiste niente, niente, vale a dire, esistono soltanto i padiglioni tumidi – direbbe Pascoli in una sua poesia, Il Cieco - dei nostri risentimenti, dei nostri ricordi aridi, infecondi, o dei nostri progetti inconsistenti, dei nostri sogni, perché è nell’istante che tu sei, ed è nell’istante che tu vivi, ed è nell’istante che le cose ci sono, per te. La ponderosità, la forza creativa, la suggestività e l’attrattiva del vivere stanno tutte quante pigiate nell’istante.
L’istante è come l’Avvento, poiché l’istante non è ancora il compimento. E se è già compiuto, perché Cristo è venuto, se l’istante porta nel suo grembo un “già”, anche in questo senso è ancora attesa del compimento, o meglio, è attesa che si manifesti ciò che è già avvenuto, e che esso porta nel suo grembo.
La parola più amica dell’istante, perciò, è la parola “Avvento”. E il sentimento che domina l’istante e lo fa diventare ricco di pace, carico di vigilanza e produttivo, è proprio l’attesa.
Age quod agis - fa’ quello che fai, fa’ quello che stai facendo – è la norma suprema dell’agire, non ve n’è di più inevitabile. Ma questa è anche la formula dell’istante. Una vita d’uomo cristianamente affrontata, una vita vissuta nella fede, è donazione dell’istante, amore all’istante, riconoscimento della preziosità dell’istante.
Non sto parlando dell’istante vuoto o cronologico, ma dell’istante umano: di te che lavi i piatti, o di te che stai accendendo l’auto che non parte per il freddo, o di te che ti senti ribollire entrando a casa e vedendo che tua moglie – o tuo marito – non ha fatto una certa cosa.
La prima coordinata di questa risultante che è l’istante è, dunque, la coscienza della fine, cioè la coscienza del fine, perché la fine è il fine. Il frutto del tempo, infatti, che cosa è? Il compiersi dell’uomo, il realizzarsi dell’uomo, che cosa è? Il frutto della vita è Cristo, perché tutto, tutto quello che stai facendo, non ha che uno scopo: realizzare Cristo. Vale a dire, il Dio dentro la realtà, il Dio attraverso la realtà: Dio, ciò di cui tutta la realtà consiste e nella quale si rivela. «Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo» dice san Paolo: tutto ciò che sei e fai appartiene a Cristo. La coscienza di questo, che è memoria di Cristo, genera l’istante.
La seconda coordinata dell’istante è la circostanza, ciò di cui è totalmente segnato, cosicché esso non è più tuo, poiché è tutto determinato, compresa la grande circostanza della tua libertà. Per vivere l’istante devi accoglierlo e abbracciarlo. Abbracciare una cosa che non è tua, affinché sia la tua vita, questa è obbedienza. Nell’istante l’uomo obbedisce a Dio, perciò abbraccia ciò che attende come felicità sua. La stessa cosa che l’istante attende, ciò che desidera, che ama, proprio questo l’uomo deve obbedire: nell’istante l’uomo aderisce a ciò che avverrà.
Non esiste niente di più saggio, di più esaltante, di più grande di questa norma suprema dell’ascesi, o del cammino dell’uomo verso il suo Destino: il vivere l’istante con la coscienza del fine che è Cristo. Tanto che un uomo, per essere se stesso, cioè degno del suo Destino, degno di Dio, degno dell’eternità, non avrebbe bisogno di nient’altro se non dell’istante. L’istante procura, merita, costruisce l’eterno, perché è il punto d’arrivo di tutta la storia.
Come esercizio impariamo il valore dell’istante, utilizzando queste settimane che ci separano dal Natale! Ma impariamolo anche nelle settimane successive, perché il Natale è l’esempio supremo del valore assoluto dell’istante.

“Ben venga la giornata di chi compone versi”

Carissimo direttore,

                    oggi si celebra la giornata di chi compone versi, una giornata significativa da non ridurre ad un festival dei poeti, legittimo finchè si vuole, ma la giornata di chi compone versi è molto di più, molto di più. Io non sono un poeta, però compongo versi, qui sta la questione interessante. Stabilire chi sia o non sia poeta è di una formula storica dell’estetica, ha una sua strada, del tutto giustificata, interessante invece è che oltre ai poeti ufficiali e ufficiosi vi sia oggi e in modo diffuso chi compone versi. Questa giornata è una sfida interessante a chiedersi da dove nasca questa determinazione a scrivere in forma tentativamente poetica, che cosa spinga un uomo o una donna a fissare un momento di commozione. Lo dico per me, l’origine non è il comunicare, l’origine di una qualsiasi composizione in versi, come quella di questa mattina sulla primavera è una scelta, la scelta di fissare ciò che mi colpisce, ciò che mi svela il significato delle cose, ciò che si nasconde tra le pieghe del reale e attende solo chi lo sappia intendere. Comunicare viene da questa ricchezza d’esperienza, da questa posizione dell’io, da questo essere finestra aperta sul reale. In questa prospettiva la parola assume un valore immenso, è ciò che permette di capire e sviluppare l’esperienza; la parola è più di una tecnica, nella parola si riflette la pregnanza dell’esperienza. Ha così una importanza decisiva che si celebri la giornata di chi compone versi, perchè in una società che riduce la parola a strumento di informazione si riafferma il valore della parola come apertura alla realtà, è con la parola che noi reciprocamente ci sfidiamo a percorrere gli orizzonti ampi del senso oppure ci accontentiamo di informarci sull’uso delle cose. Saper oggi ridare alla parola la sua apertura alla vita, coglierne la ricchezza e varietà di significati, è decisivo nella società attuale, porta tutti giovani e non più giovani a capire che ognuno attraverso le parole può aprire a mondi affascinanti, ai mondi in cui vivere diventa non più adattarsi ai dati ma tentare l’avventura del significato. Da come usa le parole si capisce che valore un uomo dà alla vita, comporre versi introduce dentro l’esistenza un’apertura incontenibile verso il senso di cui è impregnata la realtà.
BEN VENGA QUINDI LA GIORNATA DI CHI COMPONE VERSI! 
 
Gianni Mereghetti 
Insegnante, non-poeta!
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