Si impara (o disimpara) per osmosi

Vita di Don Giussani“La maggior parte degli uomini sono completamente determinati dalla società in cui vivono. Se essa è cristiana essi sapranno rimanere cristiani anche loro; se la società non è cristiana, si . [...] lasceranno trascinare via, come pietre in un torrente impetuoso. La mentalità dominante è quella laicista per cui Dio e la religione devono essere completamente staccati dalla coscienza concreta; e tutt’al più nel fondo soggettivo e incomunicabile della coscienza individuale. Questo Dio confinato fuori dalle esistenze vissute è un’astrazione razionalista – è un Dio nebuloso e arido – è un Dio destinato a scomparire. La mentalità dominante diseduca il senso religioso. Il laicismo è il nemico di quella Chiesa, che esaurisce tutta la sua funzione e tutto il suo significato proprio nello sforzo di educare il senso religioso”. (Vita di don Giussani, Rizzoli, pag.215)

Si impara (o disimpara) per osmosi. E trovo difficilissimo liberarmi da quello che il laicismo, per osmosi, ha cancellato nella mia mentalità. Ecco perché mi stupisco e ringrazio quando riesco ancora a vedere la bellezza della vita di fede!

“Ma il mio dolore è fecondo”

Una lettera a Tracce:

08/11/2013 – Va alla sua prima Scuola di comunità dopo un anno difficile. «C’ero solo io e il mio vuoto». La morte improvvisa della madre. Poi quel «lasciamoci fare da Dio». E l’accorgersi che «era sempre esistito un lato buono della vita, anche se non lo vedevo»

  • ''Crocefisso'', W. Congdon.”Crocefisso”, W. Congdon.

Faccio parte del movimento da un paio di anni ormai eppure in tutto questo tempo, per un motivo o per l’altro, non avevo mai partecipato a una sola Scuola di comunità. Ma la prima volta è arrivata anche per me. La domanda di quella Scuola era se ciascuno, con l’inizio della scuola, fosse riuscito a ritrovare nella vita di tutti i giorni la gioia e l’entusiasmo sperimentati durante la vacanza di Gs.

Per me l’anno passato è stato molto difficile. Prima del Triduo ero insoddisfatta, arrabbiata per la sensazione di vuoto che sentivo nel mio cuore. Ho smesso di seguire il mio talento, cioè scrivere, ho perso la voglia di fare qualsiasi cosa, mi dimenavo per cercare una soluzione.

Avevo una sola speranza: la tre giorni di Pasqua a Rimini. E lì, la prima sera, si è parlato dell’insoddisfazione come punto di partenza considerando quanto l’uomo sia, per natura, desiderio.Così ho smesso di concentrarmi sui miei progetti, lasciando che fosse Lui a crearmi. Mi sentivo più felice, sollevata. Poi, non so perché, il vuoto ha cominciato di nuovo a insinuarsi dentro di me. L’insoddisfazione scavava dentro, e io mi arrabbiavo, diventavo intrattabile, c’ero solo io e il mio vuoto.

Sono andata alla vacanza di Gs, e lì ho riassaporato l’entusiasmo del vivere, di fare le cose. Ho sentito di nuovo quella felicità smisurata che si ha quando si ringrazia Qualcuno di essere al mondo. Ma avevo paura del ritorno a casa, di non poter portare via con me tutta quella meraviglia. Perché, se una cosa mi fa stare così bene, permetto che scivoli via come sabbia fra le dita? Il tentativo disperato di trattenere ogni sorriso, ogni gesto, ogni parola, sfumava in una rassegnazione disarmante e così è accaduto di nuovo: ho passato tutta la settimana arrabbiata, stanca, insoddisfatta, era insostenibile.

Poi, il 29 luglio, il mondo mi è crollato addosso. Un infarto mi ha portato via la mia mamma, durante la notte. Ricordo che la sera prima io e lei avevamo litigato per le solite cose, diceva di non riconoscermi più e io, per tutta risposta, non ho fatto altro che prendere la mia roba ed uscire. Mi sentivo distrutta, ma al contempo ero quasi fiera di quello che avevo appena fatto, sono tornata a casa tardissimo. Il mattino dopo le urla di mio padre che cercava di svegliarla. Aveva gli occhi chiusi, come se stesse dormendo. Da quel sonno, però, non si è più svegliata.

Credevo di non avere più uno scopo nella vita, mi sentivo finita, non sapevo cosa fare. Ho ripensato a tutto quello che si era detto alla vacanza, ho ricercato quello per cui ero stata felice, ho considerato la frase «lasciamoci fare da Dio». C’era, esisteva un lato buono della vita. C’è sempre stato anche se io non lo vedevo mai. La vita poteva davvero essere l’occasione di assaporare a pieno quello che Lui ci ha dato. Rimane, anche ora, un grande dolore. Ma è un dolore fecondo. È come se, con le mie lacrime, avessi annaffiato il mio cuore per farlo diventare rigoglioso e bello, e per poter riscoprire e dare agli altri qualcosa di grande.
Maria Pia, Genova

Cambiare il mondo?

“Non si cambia il mondo rimproverando al mondo i suoi mali ma si cambia il mondo indicando al mondo persone, fatti, circostanze in cui il proprio ideale comincia ad essere attuato. 

Il mondo non cambia perché qualcuno gli dice il male che fa.

 Il mondo cambia perché qualcuno gli indica il bene. Perchè l’unico vero rimprovero è il perdono. Ed il perdono è sempre una indicazione positiva. Non è mai la sottolineatura di un male.”

 (M. CARLOTTI)

Don Gius: “Quello che si riceve lo si riceve secondo l’animo di chi riceve”

Sono anni che custodisco tra le cose preziose due biglietti che mi scrisse don Giussani nel 1978 e nel 1979. Alcune amiche mi hanno fatto capire che questa ricchezza doveva essere condivisa.

Così copio qui le frasi più significative del primo e del secondo:

“Vale anche per ” il Movimento” quello che si deve dire d’ogni proposta: “Quello che si riceve lo si riceve secondo l’animo di chi riceve”. Per questo ti viene fatto secondo la tua fede.
La grande saggezza della vita è quindi mendicare sempre, instancabilmente, la fede da Cristo”

“La grandezza della vita, senza della quale non c’è respiro) sta nella scoperta del proprio nulla e del suo divenire strumento di Dio. Cristo “prende” noi: per gli altri,  il mondo”.

Il giudizio, la presunzione, la verità nella carità

Per anni un mio amico , durante certi incontri periodici, poneva il problema che lo assillava: il problema del giudizio sulle cose, sulla scia del paolino “vagliate [giudicate] ogni cosa e trattenete il valore”, come principio fondamentale della vita cristiana.

E per anni io mi sono sentita a disagio davanti a un comportamento di presunzione nel dare un giudizio su tutto e su tutti con l’atteggiamento del “so tutto io” che percepivo in modo negativo. Mi chiedevo perché mai mi fosse insopportabile tale comportamento che riscontro ancora tra molti.

Ieri sera ho capito.

E’ vero:  occorre vagliare ogni cosa con cui veniamo a contatto, con lealtà e verità; ma perché questo vagliare [giudicare] le cose non appaia come un giudizio di condanna della persona, occorre ricordare quanto anche Papa Francesco ripetutamente ci testimonia: che non esiste verità senza carità.

E per capire cosa significhi privilegiare la verità nella carità riporto alcuni passi che, appunto ieri ho letto in “ Chi ci separerà dall’amore di Cristo?“:􀁌􀁖􀁆􀁈􀀃􀁆􀁒􀁐􀁈􀀃􀁉􀁒􀁖􀁖􀁈􀁕􀁒􀀃􀁌􀀃􀁅􀁌-

􀁖 “… colpisce come fossero i bisognosi coloro che cercavano Gesù. Il prototipo sono i pubblicani. Stupisce – ma noi quasi non ce ne rendiamo conto, passa quasi inosservato nella sua semplicità – leggere nel vangelo: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano…: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro” Questa frase è una generalizzazione di quel che doveva essere accaduto tante altre volte
􀁌[mi viene in mente Papa Francesco che quando abbraccia bambini o malati viene approvato da tutti, ma quando definisce fratelli  i Musulmani, incomincia a non essere più capito e gli scribi e i farisei di ogni tempo gridano allo scandalo]  􀀃􀁓􀁘􀁅􀁅􀁏􀁌􀁆􀁄􀁑􀁌􀀃􀁈􀀃􀁌􀀃􀁓􀁈􀁆􀁆􀁄􀁗􀁒􀁕􀁌􀀃􀁓􀁈􀁕􀀃􀁄􀁖􀁆􀁒􀁏􀁗􀁄􀁕􀁏􀁒􀀑􀀃􀀬􀀃􀁉􀁄􀁕􀁌􀁖􀁈􀁌􀀃􀁈􀀃􀁊􀁏􀁌􀀃􀁖􀁆􀁕􀁌􀁅􀁌􀀃􀁐􀁒􀁕􀁐􀁒􀁕􀁄-
􀁙􀁄”Come mai proprio coloro che sembrerebbero i più lontani, i meno interessati a stare con Lui, sono quelli che più lo cercano? Che cosa vedevano in Lui che non trovavano altrove? (…) Che grande consolazione per ciascuno di noi – se si immedesima con la semplicità dei racconti evangelici – l’essere raggiunto da una Presenza così (qualsiasi sia la situazione in cui si trova, la difficoltà che sta attraversando, le sfide che deve affrontare)!

(…) Poter stare davanti a Lui senza dover dimenticare o nascondere niente di sé􀁑. Non perché Gesù fingesse di non conoscere tutti i loro sbagli o perché li giustificasse. Questo non avrebbe dato loro la pace. Di gente che giustificava i loro sbagli ne avevano già abbastanza tra coloro con cui stavano di solito [quante volte cerchiamo la connivenza degli amici e così inganniamo il nostro desiderio di un'accoglienza totale]. Perché allora lo cercavano? Lo cercavano appunto perché con Lui non erano costretti a nascondere niente, tanto ogni cosa era palese al Suo sguardo. Altri invece Lo consideravano un ingenuo, incapace di rendersi conto di come stavano veramente le cose”. [Di incredibile attualità queste parole se solo pensiamo a quanto ha detto ieri il Papa all'Angelus]

Ebbene Queste righe mi hanno aiutato a capire quanto anche papa Benedetto diceva nella Caritas in Veritateche la verità da sola rende intransigenti e la carità da sola genera quel buonismo così odioso a tutti.

Occorre avere gli occhi ben aperti per conoscere la verità e accogliere con carità la persona che compie l’errore.

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Papa Francesco: “Auguro che cristiani e musulmani si impegnino per promuovere il reciproco rispetto”

Oggi sono riuscita a sentire  in diretta le parole del Papa all’Angelus e anche il passaggio in cui Papa Francesco ha parlato dei nostri fratelli Musulmani soffermandosi, quasi per invitare i presenti nell’ampia piazza ad applaudire. Non ho sentito grandi applausi, ma Lui ha continuato  - forse consapevole del fatto che molti cattolici sono un po’ restii a considerare in quel modo l’Islam – con queste parole:  “Come ho scritto nel mio messaggio per questa circostanza, auguro che cristiani e musulmani si impegnino per promuovere il reciproco rispetto, specialmente attraverso l’educazione delle nuove generazioni“.

Appena l’ho sentito mi sono accorta della risonanza esplosiva di queste affermazioni per molti, anche tra i cattolici, che hanno in mente i massacri e le orribili torture inflitte da questi fratelli… meglio: da alcuni di questi fratelli, ai cristiani in tutto il mondo arabo, purtroppo ora in fiamme.

Allora ho pensato che Gesù ha chiamato Giuda amico, gli ha ridato il nome con cui vuole chiamare ciascuno di noi, che San Francesco ha avuto il coraggio di andare incontro al Saladino, che il Cristianesimo dei Vangeli ci chiede di considerare tutti fratelli…

E’ vero,  lo sappiamo, ma è come  se questa fosse una verità accucciata nel fondo della nostra coscienza che occorreva risvegliare. E il Papa l’ha capito: siamo davvero tutti i fratelli e ci ha indicato anche il modo perché questo accada: “educando soprattutto le nuove generazioni” (la stessa ricetta che nel 2000 proponeva in Terra Santa un sacerdote che ebbi la fortuna di incontrare).

Qualche considerazione: non è che per buonismo il cristiano ignori certi comportamenti. Lo sappiamo benissimo quel che accade, ma se Colui che seguiamo ci ha insegnato che solo l’amore vince tutto, allora occorre essere coerenti fino in fondo.

E poi non mi pare giusto condannare tutti gli Islamici perché anche da loro – come nel mondo occidentale cristiano – ci sono quelli che si comportano bene e quelli che invece usano della religione per dare libero sfogo alla propria istintività non educata.

Quel che sembra proporci il Papa è quasi un’alleanza tra coloro che si impegnano a seguire la propria religione con animo semplice e docile. Solo allora sarà possibile un po’ di pace, perché la bellezza e l’armonia di una convivenza pacifica attira di più della vendetta o della legge del taglione.

E’ sempre una questione di mentalità

Ho sentito la relazione sulla Sagrada Familia di un’insegnante di Liceo che riportava un’assolutamente imprevedibile affermazione – da parte di un laico – e tanto meno da Nenni, che negli anni 50 in parlamento affermava più o meno (cito a memoria) che non sapeva se l’Italia si sarebbe salvata dato il recente scempio della guerra (noi attualmente non siamo da meno… a livello mondiale) però sapeva che solo un popolo con un forte ideale ce l’avrebbe fatta e faceva un esempio. “Passo per strada e vedo due operai; chiedo al primo: “che fai?”; risponde : “scarico pietre”. Faccio la stessa domanda al secondo che mi risponde: “Costruisco una cattedrale”. Ecco solo uno che cerca di costruire con la coscienza di partecipare a qualcosa di grande di cui forse non vedrà nemmeno l’esito, solo s e un popolo ha questa mentalità, potrà riprendersi.
Non so se gli italiani abbiano mantenuto la mentalità giusta che ha permesso alla Nazione di rinascere dopo le macerie della guerra.

 

“Gli idoli e le bolle di sapone”

Mi hanno pubblicato questa riflessione sul settimanale diocesano, Il portico:

“Entusiastiche sono le lodi per l’enciclica a quattro mani, Lumen Fidei, la cui sintesi è davvero racchiusa nel titolo e nel passaggio in cui ci ricorda che non si accende una lampada per metterla sotto il moggio. Ma la lettura, oltre che affascinante per la chiarezza espositiva e i contenuti antichi ma sempre nuovi, presenta anche dei passaggi che hanno bisogno di riflessione per incominciare a capirli nella loro profonda verità. Uno di questi è appunto il n. 13. Esaminerò alcune affermazioni che mi hanno costretto ad approfondirne la comprensione.

La storia di Israele ci mostra ancora la tentazione dell’incredulità in cui il popolo più volte è caduto. L’opposto della fede appare qui come idolatria.
La storia di Israele ci viene offerta come paradigma, paradigma della nostra storia, la storia del nostro popolo, la storia della nostra vita personale. Un popolo che Dio ha scelto; il nostro cuore, il mio cuore che Dio ha chiamato per nome dimentica spesso la grandezza cui è stato chiamato e cade nell’errore sostituendo alla fiducia nel Dio che è fedele per sempre con gli idoli che ciascuno è in grado di immaginarsi e costruirsi.
Mentre Mosè parla con Dio sul Sinai, il popolo non sopporta il mistero del volto divino nascosto, non sopporta il tempo dell’attesa. La fede per sua natura chiede di rinunciare al possesso immediato che la visione sembra offrire, è un invito ad aprirsi verso la fonte della luce, rispettando il mistero proprio di un Volto che intende rivelarsi in modo personale e a tempo opportuno
Penso alla Chiesa orante che invoca e contempla il Volto di Dio  nella chiarezza oscura della fede e a chi invece non ha la pazienza di continuare a supplicare e si ferma, senza insistere, nel mendicare un Volto che si farà riconoscere secondo i Suoi piani, secondo le Sue vie che non sono le nostre vie. Il problema nostro è che siamo impazienti e che magari ci siamo dimenticati questa verità elementare; che Dio ha un Suo progetto buono per ciascuno e a noi non resta, se vogliamo essere felici, che spiare attraverso gli avvenimenti quello che è la sua volontà, cui rispondere con prontezza e docilità, rialzandoci subito in caso di inevitabile caduta. Al momento opportuno Lui si manifesterà in modo persuasivo e affettuoso.
Martin Buber citava questa definizione dell’idolatria offerta dal rabbino di Kock: vi è idolatria «quando un volto si rivolge riverente a un volto che non è un volto». Invece della fede in Dio si preferisce adorare l’idolo, il cui volto si può fissare, la cui origine è nota perché fatto da noi. Davanti all’idolo non si rischia la possibilità di una chiamata che faccia uscire dalle proprie sicurezze, perché gli idoli «hanno bocca e non parlano» (Sal 115,5). 
Ciascuno di noi ha bisogno di un dio cui tributare la propria devozione “Per il fatto stesso che vive, uno deve affermare qualcosa per cui vale la pena di vivere” diceva un teologo. Per cui se non riusciamo a de-finire con contorni ben precisi il Volto del dio cui consegnare la nostra fiducia, decidiamo di crearci o scegliere il nostro idolo da adorare, cui sacrificare tutto di noi: il potere, i soldi,la carriera, una persona. Tutti idoli che sicuramente non ci chiederanno di seguire una chiamata che ci faccia uscire dalle nostre sicurezze perché ce li siamo costruiti noi e, sconsolatamente, se non hanno bocca per parlare all’esigenza di totalità che è il nostro cuore, non sapranno nemmeno risponderci secondo le nostre infinite aspettative.
Capiamo allora che l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani.
Diventa facile capire allora che l’idolo è il pretesto più subdolo, perché spesso è quasi inconsapevole del grave errore di prospettiva, per porre se stessi al centro della realtà, della nostra personale realtà che decide di rendere il tributo della totale adorazione a ciò che noi stessi abbiamo  immaginato e costruito. E ci ritroveremo ad adorare ciò che Papa Francesco definiva, nell’omelia tenuta a Lampedusa, semplici “bolle di sapone”.
AGGIORNAMENTO
Cliccate per ascoltare e scaricare i materiali in formato mp3…
http://www.reginamundi.info/lumenfideipapafrancesco/

Persecuzione: ” la tecnologia a disposizione non lascerà scampo ad alcuno”

L’antidoto del 30 giugno di Rino Cammilleri:

PERSECUZIONE

 

Prepariamoci perché la persecuzione dei cristiani sarà (inizialmente) amministrativa, come quella contro i cattolici inglesi fino al 1828. Adesso in prima fila sono i ginecologi, gli infermieri e i medici che non prescrivono la pillola, più i farmacisti che non la vendono. Poi si passerà ai funzionari e impiegati che si rifiuteranno di celebrare o trascrivere “nozze gay”, nonché ai sessuologi che non assisteranno coppie omo con problemi. Gli affittacamere e i bread&breakfast hanno già i guai loro. I librai e gli edicolanti sono avvisati. Scrive Marco Respinti su La Nuova Bussola Quotidiana del 23 maggio 2013 che «a Portadown, in Irlanda del Nord, il tipografo Nick Williamson, cristiano, finirà in tribunale come “omofobo” per essersi rifiutato di stampare un giornaletto di propaganda omosessualista, per di più dalla grafica esplicita». L’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa, diretto a Vienna da Gudrun Kugler, ha già faldoni pieni di roba del genere. Finiremo prima rovinati economicamente, poi in galera. Infine, se le carceri scoppieranno, gasati o terminati chimicamente (i nostri organi espiantati costituiranno ricco business). O nei campi di lavoro forzato. E non so cosa sia meglio. D’altra parte, il paganesimo non poteva tornare senza i suoi connotati più tipici: la schiavitù, il libero aborto e le persecuzioni contro i cristiani. Naturalmente, i più non reggeranno alla pressione e si adegueranno alle leggi, come nell’antica Roma. Solo pochi, come allora, accetteranno di perdere tutto per restare fedeli a Cristo. L’unica differenza con l’antica Roma è questa: la tecnologia a disposizione non lascerà scampo ad alcuno.

“Che bello vivere nel XXI secolo!”

Trovato su Facebook nella bacheca di un’amica e pienamente condiviso:
“Un sacco di volte uno pensa che le cose, comunque, non cambieranno, che bisogna essere pragmatici e scendere a compromessi inimmaginabili per vivere. Poi spuntano papa Benedetto e papa Francesco e ti mostrano, con la loro libertà, che le cose si possono cambiare. Ma non con la politica o le strategie, ma scegliendo Gesù davanti al mondo intero. E d’improvviso crolla tutto: il malcostume, l’ipocrisia, lo IOR, e rimangono questi due “vecchietti” pieni di gioia che sfidano il mondo, senza odiare il mondo, ma curandosi – semplicemente – di amare la vita. Che bello essere adulti potendo guardare due così. Che bello vivere nel XXI secolo!”
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