Le sorprese di un materialista

Contro Maestro Ciliegia. Commento teologico a «Le avventure di Pinocchio»E’ un’edizione del 1978, ma non per questo il contenuto è meno interessante o attuale. Mi riferisco a “Contro Maestro Ciliegia”  del Card. Giacomo Biffi editrice Jaka Book.

Vi ritrovo l’umorismo benevolo che mi ha sempre affascinato e che mi piacerebbe mostrare anche agli amici del blog. A pag.23 inizia il primo capitolo che commenta il capitolo delle Avventure di Pinocchio del Collodi intitolato “Come andò che maestro Ciliegia trovò un pezzo di legno che piangeva e rideva come un bambino”.

Copio alcune righe:

“Maestro Ciliegia è un uomo senza grilli sotto la parrucca. Attende al suo lavoro e non si lascia incantare da divagazioni che tentino di spingere il suo interesse oltre ciò che si vede e si tocca. Non si domanda neppure da che parte arrivi quel pezzo di legno che, a suo dire, è capitato a tempo: la ritiene probabilmente una questione troppo metafisica.

Per lui un pezzo di legno è solo un pezzo di legno, in tutto uguale a quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e riscaldare le stanze.
Sicché non gli potrà toccare sorte diversa. Che se diventerà invece una gamba da tavolino, questa – agli occhi di un uomo positivo come maestro ciliegia – è indubbiamente per quel legno una fortuna insperata. Un progetto come questo è il massimo della fantasia e dell’ardimento che è consentito al nostro tranquillo e ragionevole falegname.

Il quale, uomo di principi e di buon senso com’è, può essere considerato, senza offesa per nessuno, raffigurazione di ogni sano e scientifico materialismo.

I principi di tutti i maestri Ciliegia sono chiari e indiscussi. Ne elenchiamo qualcuno.

Primo: solo ciò che si vede e si tocca è vero; il resto è abbaglio, frode, superstizione, superstruttura.

Secondo: solo ciò che è sempre capitato può capitare; se è avvenuto qualcosa di diverso da ciò che è sempre avvenuto, è segno che non è avvenuto.

Terzo: un pezzo di legno è solo un pezzo di legno.

Con questi bei principi – sui quali non accetterà mai di discutere perché gli parrebbe di mettere in dubbio il sole – il nostro maestro Ciliegia finisce col picchiare il sedere sul pavimento: Si trovò seduto in terra. Il suo viso era trasfigurito, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura”.

L’analisi del testo collodiano continua con approfondimenti e spiegazioni teologiche tra il serioso e  il divertito, rendendo gustosa e interessante la lettura di un insuperabile testo di teologia su…  Le avventure di Pinocchio, che invito tutti a leggere, possibilmente facendo precedere la lettura del libro famosissimo di Carlo Lorenzini.

La fede: risposta all’interrogativo della filosofia

Incontro a Dio. Antologia di scritti spiritualiHo proseguito la lettura di quanto riportato QUI e vi ho trovato una risposta interessante al problema che tra amici ci eravamo posti. Riporto il testo tratto da “Incontro a Dio” di Edith Stein, pag.99:

“… quando Dio, per bocca dei profeti,mi  dice che mi è più fedele del padre e della madre, che Egli è lo stesso amore, allora riconosco quanto sia “ragionevole” la mia fiducia nel braccio che mi sostiene e quanto sia stolto il timore di cadere nel nulla, a meno che non mi stacchi io stesso dal braccio che mi sorregge.

La via della fede non è la strada della conoscenza filosofica: è la risposta data all’interrogativo posto da essa, ma proveniente da un altro mondo.

La filosofia ha pure essa una strada proprio, cioè la via del pensiero argomentativo, della dimostrazione dell’esistenza di Dio. Fondamento e autore del mio essere, come di tutto l’insieme dell’essere finito,può essere in ultima analisi solo un essere che non è ricevuto, come l’essere dell’uomo, un essere che deve esistere da sé: un essere che non può, come tutti quelli che hanno inizio, anche non essere, ma che è necessario.

… e continuiamo a disputare del come e del cosa

Sto leggendo con molto interesse l’ultimo libro che ci regalato Benedetto XVI “L’nfanzia di Gesù”  E lo trovo estremamente interessante per i riferimenti storici e filologici che contiene. E’ davvero incredibile che si possa spaziare in modo così sicuro tra le scienze più disparate per poterci render conto della storicità dell’Evento più grande verificatosi nella storia dell’umanità.

C’è un passaggio che  mi ha strappato un sorriso … amaro, in un primo tempo; ma poi mi è rimasta la conferma a quamto già avevo intuito. Eccolo:

La risposta dei capi dei sacerdoti e degli scribi alla domanda dei Magi ha certamente un contenuto geografico concreto, che per i Magi è utile. Essa, tuttavia, non è solo un’indicazione geografica, ma anche un’interpretazione teologica del luogo e dell’avvenimento. Che Erode ne tragga le sue conseguenze è comprensibile. Sorprendente è invece il fatto che i conoscitori della sacra scrittura non si sentano spinti a conseguenti decisioni. [il grassetto è mio].
Si deve forse scorgere in questo l’immagine di una teologia che si esaurisce nella disputa accademica? (pag.123-124)

Evidentemente i secoli passati non hanno insegnato niente a certi teologi o agli improvvisati teologi che siamo noi, semplici battezzati quando non traiamo le conseguenze concrete di quel fatto prodigioso… e continuiamo a disputare del come e del cosa, dimenticando ciò che veramente vale: cioè il fatto che l’Infinito si è chiuso nel corpo di un bambino ed è diventato un uomo come noi per stare sempre in mezzo a noi!

Basterebbe accettare semplicemente questo Fatto e trarne le conseguenze… grandiose!

La «dolcezza» di un uomo semplice

Da Tracce:

La «dolcezza» di un uomo semplice

di Edoardo Rialti

18/10/2012 – Umiltà e umorismo. Andrea Monda comincia da queste due parole per descrivere la personalità di Benedetto XVI. Fino a scoprire quella tenerezza possibile solo a chi «riposa nell’abbraccio di una forza più grande della nostra»

È nel segno di due parole e due esperienze che hanno molto in comune – come umiltà ed umorismo – che inizia la biografia spirituale che Andrea Monda, giornalista ed anglista autore di saggi importanti su Tolkien e Lewis, dedica questa volta a Benedetto XVI, provando a leggerne il Pontificato alla luce delle prime parole con cui il neo-eletto Papa si è presentato al mondo, dicendo di sì: «Chi è questo “semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”?». Monda ha «sempre attribuito una grande importanza alle cose “prime”: la prima impressione, il primo incontro, la prima parola detta… La domanda quindi è: quelle di Benedetto XVI sono state parole dette confusamente, dettate dall’emozione del momento solenne, o piuttosto sono da prendere sul serio in quanto già rivelano una traccia?».
Il libro parte, così, alla caccia della più impalpabile e segreta delle virtù, ed il suo rapporto con le parole ed i gesti del Papa teologo: «Con la stessa candida e fresca disponibilità con cui il professore di Monaco rispondeva ai suoi piccoli studenti, oggi il Sommo Pontefice risponde ai piccoli e grandi interlocutori, dai bambini che incontra in occasione della Prima Comunione al mondo intellettuale, filosofico, politico di tutte le massime istituzioni internazionali». Ne nasce una sorta di investigazione poliziesca sulla natura segreta dell’umiltà, ricca di citazioni, raffronti, e sempre condita di sottile ironia, che fa spiccare il fascino discreto, ma tenace che interroga chiunque accosti Benedetto XVI: «A dispetto della vulgata mediatica, quella del freddo Panzerkardinal, tutte le persone che hanno avuto modo di incontrare Joseph-Benedetto “dal vivo”, hanno potuto constatare la dolcezza di quest’uomo semplice e dialogante senza traccia di alterigia o affettazione».
Un percorso che permette di riscoprire come la posizione dei «miti, gli “abbassati” e gli ultimi di cui parlano la Bibbia e il Vangelo», sia possibile solo a chi riposi nell’abbraccio di una forza ed una sapienza più grande della nostra, che si tratti di un Papa che in fondo si considera sempre e solo “il vice-parroco del mondo” come dello stesso autore del libro in questione: «Avevo detto, e anche spiegato, in classe, ai miei studenti americani come il nome di Ratzinger non potesse essere quello di un papabile credibile. L’alone di gloria che mi circondava è  andato in frantumi…».
Andrea Monda ,Benedetta umiltà. Le virtù semplici di Benedetto XVI, Lindau

 

Il senso della morte

Ho sempre pensato che un buon libro debba aiutare il lettore a riflettere e “interagire” con lo scrittore alla ricerca del messaggio sotteso alle sue parole.

Vi sono autori estremamente validi i cui scritti possono offrire uno spunto di meditazione pur all’interno di una vicenda drammaticamente coinvolgente. Uno di questi è Paul Bourget in un romanzo poco conosciuto anche per il titolo che un po’ spaventa.

L’ho letto e l’ho trovato molto bello; ecco il giudizio che ne avevo preparato per http://www.culturacattolica.it:

Paul Bourget, Il senso della morte 

“Con che dolore le povere anime tormentate del nostro tempo avranno cercato una verità, ch’era così semplice  e vicina, anzi sotto mano! Ma il dolore della ricerca non è forse una preghiera? Quando sentiamo che Dio ci manca, Egli ci sta appresso”

Che saggezza per poter dire e comprendere queste tenere e consolanti parole che concludono il bellissimo romanzo di Bourget!

L’autore inizia un’indagine accurata sull’esperienza e cerca di limitarsi a registrare, spesso con profonda commozione, il dramma delle persone a lui care coinvolte in una potente lotta, messa in atto  per dare un senso alla vita e alla morte.

E’ ragionevole sottoporre la ragione all’esperienza e il famoso chirurgo Ortègue lo fa con tutte le sue forze, ma ha un concetto di ragione che non vuole arrendersi al mistero; perciò lo nega e si autocondanna ad una vita e una morte vissute quasi con parossismo a partire dal momento in cui compare il male  che non dà scampo: “la dottrina gli mutilava l’anima” (p.128)

Si tratta davvero di un uomo eccezionale per grandezza e dignità, ma il non riuscire a dare un senso positivo anche all’atroce sofferenza, che lo priverà del successo e dell’amore della giovane e devota moglie, finisce con il renderlo profondamente ingiusto;  e quel mistero che la sua ragione rifiuta finirà col sopraffarlo.

Di fronte a lui c’è il giovane Le Gallic, cugino e amico d’infanzia della moglie, che, al fronte per la difesa della Francia, (il romanzo è ambientato nella Francia degli inizi della seconda guerra mondiale) riporta una ferita che si rivelerà mortale: ma la sua profonda fede, che gli renderà dolce, anche se sacrificato fino allo spasimo, l’ultimo respiro, ne fa un eroe umile e potente e capace di contribuire alla salvezza delle giovane cugina  implicata in un assurdo patto di morte con il marito.

 Il libro è davvero avvincente e merita una lettura attenta per le profonde riflessioni, che accompagnano lo svolgersi degli eventi e che non permettono alcuna distrazione; e ci sono dei passaggi bellissimi tra i quali è difficile scegliere. Ne prenderò uno che mi sembra indicare il livello delle domande che gridano il desiderio di una risposta al grande problema della morte:

[Ella si chiedeva] Se vi sia un eterno distacco o un rapporto misterioso fra i morti ed i vivi; se l’attività dell’oggi si esaurisca in sé o si prolunghi altrove, in un universo spirituale, causa prima della spiegazione suprema dell’universo visibile! Se un tale prolungamento esiste, la morte assume un altro senso, o, per dir meglio, ha un senso a patto che il prolungamento esista. Altrimenti si tratterà di una semplice fine; e, prescindendo dal dolore, che differenza c’è fra una morte e l’altra?Per chi muore tutte si equivalgono; tutte si annientano nello stesso modo (pag.189)

Questo è in fondo l’interrogativo decisivo e drammatico davanti al quale il cuore prova la vertigine della sua impotenza.  La risposta, per chi la incontra nell’esperienza e l’accoglie, è fonte di pace.

“Perché ti ho amato!”

Mi sto cimentando in questi giorni con  un nuovo libro…. cioè… non è proprio nuovo, perché l’ho già letto una decina di anni fa, ma lo sto rileggendo con interesse e vi scopro delle perle nascoste preziosissime.

Si tratta  de “Il miracolo dell’ospitalità” di Luigi Giussani, dove si può conoscere l’esperienza incredibile e bellissima della possibilità dell’accoglienza del diverso che è un’esperienza pluridecennale delle famiglie per l’accoglienza  , ma che ha alla radice delle motivazioni ragionevolissime e comuni a tutti gli uomini.

Non sto a riassumere il contenuto, ma mi limito ad un passaggio che per me è stato come una folgorazione.

All’origine della capacità di accoglienza vi è la consapevolezza di essere amati in modo totale e ineffabile. E chi ama me in questo modo indescrivibile è Colui che mi permette anche in questo momento di scrivere perché è l’origine, il fine e la consistenza di tutto. Ed ecco il passaggio che mi ha lasciata senza parole:

“Perché mi hai creato?”. “Perché ti ho amato!”. “E perché mi hai amato?”. “Perché ti ho amato!”. “E perché nella confusione delle tenebre del mondo, Tu sei venuto come luce sul mio cammino, sulla mia strada, mi hai afferrato e collocato dentro di Te, dentro il mistero della tua persona, mi hai chiamato alla comunione con Te?”. “Perché ti ho amato!”. “E perché mi hai amato?”. “Perché ti ho amato!”. La gratuità è l’infinito, che è regione a se stesso. “E perché nella lunga fila del popolo cristiano, così facilmente distratto, così facilmente distolto dal suo centro dal mondo in cui vive, così facilmente abbandonato, come pecore abbandoinate dai pastori, mi hai raggiunto così concretamente in quella tale occasione che mi ha determinato a un atteggiamento, ad un assetto di vita diverso?”. “Per amore, per carità, gratuitammente, “gratis”. (pag.24)

Non aggiungo altro, ma mi riservo di tornare sull’argomento!

 

Galileo, rivoluzione francese, stato totalitario, ecc.

Ho appena finito di leggere “Controstoria – Una rilettura di mille anni di vita della Chiesa”  di Luigi Negri e sono davvero grata di aver trovato una esposizione così semplice , chiara e sintetica di mille anni di vicende storiche e di leggende più o meno nere che hanno popolato i nostri testi scolastici e le nostre teste secondo gli schemi voluti dal potere, da ogni potere di turno, cosapevolmente o inconsapevolmente accettato.

Interessante la vicenda di Galileo che sarebbe stato condannato dal tribunale ecclesiastico a recitare sette salmi penitenziali ma avrebbe incaricato la figlia , monaca di clausura, di dirli al posto suo; sorprendente scoprire che il grande inquisitore Guy reso famoso da “Il nome della rosa” di Eco era davvero un uomo di grande umanità come risulta anche dai suoi scritti. Ma è interessante scoprire cosa voleva la Rivoluzione Francese, cos’è stata la Vandea, come sono nati gli stati e i totalitarismi vari della nostra storia. Solo per dire alcune delle cose che mi hanno colpito.

Ne ho trovato la recensione in Culturacattolica.it e la copio:

Dalla PREFAZIONE di Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna

La questione della storia della Chiesa è seria per tutti. Ma non tutti – pastori, credenti, non credenti – se ne rendono conto in misura adeguata.
Sotto il profilo pastorale dobbiamo riconoscere che quando un ragazzo – dopo le lezioni di qualche insegnante, di solito più volenteroso nel suo laicismo che illuminato nella sua cultura – comincia a vergognarsi della storia della sua Chiesa, la sua fede è in grave pericolo. Non mi pare però che le comunità ecclesiali si dimostrino su questo punto attente e reattive.
Una intelligente prospettiva di fede imporrebbe di chiarire previamente chi sia la Chiesa di cui si raccontano le vicende.
È la Sposa del Figlio di Dio, che sotto la guida dello Spirito Santo si fa in ogni epoca l’”epifania” continuata e aggiornata del suo Signore? O è solo un organismo sociale, del tutto condizionato dalle capacità e incapacità degli appartenenti?
Sono interrogativi che propriamente si pongono soltanto entro una visione cattolica. Per chi ritiene che la sostanza del cristianesimo più che un evento sia un libro, che il Corpo di Cristo sia solo una somma di esperienze religiose individuali, che i sacramenti più che azioni vere e infallibili del Salvatore siano occasioni soggettive per ravvivare la fede, il problema ovviamente non si pone.
Ma anche all’interno delle discipline storiche la Chiesa è un caso a sé, se non altro perché al tribunale della storia sono tutti latitanti. I procedimenti sono tutti esistenzialmente archiviati, perché i possibili imputati sono estinti.
Sono estinti, tranne la Chiesa, la quale perciò – in virtù di questa singolare persistenza e della sua sorprendente vitalità – attraversa i millenni.
E così può venire caricata delle responsabilità di tutte le epoche.
Questa inalterata identità del soggetto può spiegare – ma non li giustifica – i troppo facili e troppo frequenti anacronismi che affliggono questa materia.
Se proprio si vogliono dare degli apprezzamenti morali, un criterio elementare di valutazione potrebbe essere quello di paragonare i fatti ecclesiali non alle idee di oggi, bensì agli omogenei fatti extraecclesiali contemporanei. Da questi raffronti la Chiesa non ha mai niente da temere. Per le sentenze assolute e sovratemporali sarà meglio aspettare il giorno dell’ultimo giudizio.
Confesso però che da qualche piccolo anacronismo sono tentato anch’io. Per esempio, al tempo del Terrore parigino, i condannati alla ghigliottina sarebbero stati allarmati o rassegnati, se la loro causa fosse stata trattata con i metodi oggettivi o garantisti della Santa Inquisizione, invece che da quelli sbrigativi dei tribunali rivoluzionari? E i “colpevoli” dell’età bolscevica non sarebbero stati felici di venir giudicati dallo stesso Sant’Ufficio che ha condannato Galileo alla recita dei sette salmi penitenziali?
Sono tentazioni però alle quali non credo. Poiché non sono un cuor di Leone, questi pensieri me li tengo per me.
Don Luigi Negri ci offre, in queste pagine, un aiuto validissimo per affrontare correttamente queste domande, facendo luce, con analisi rigorose e documentate, sulle “svolte discusse” della storia della Chiesa.
È un contributo prezioso, al quale auguriamo di cuore la più larga diffusione, nel segno di una grande speranza: c’è ancora gente che non vuol chiudere deliberatamente gli occhi alla verità.

Offri un’alternativa valida, documentabile e credibile, oppure taci.

Ho preso uno dei libri che da anni aspettano nello scaffale di esere letti, Controstoria  di Luigi Negri e trovo proprio nelle prime pagine due passaggi importanti.

Il primo è una citazione da G. Bernanos, Domenico l’incendiario, pp51-52, che riporto perché descrive un clima culturale e religioso a cavallo tra il XII e XIII sec., che  mi pare in alcuni aspetti essere abbastanza simile a quello attuale, fatta salva la contingenza storica diversa :

“Il re di Castiglia invia Diego de Azevedo e Domenico in Danimarca perché vi negozino il matrimonio di suo figlio con una principessa di quel paese. Non ha certo molta importanza che, al termine di questo lungo viaggio, i due ambasciatoria abbiano saputo della morte della principessina. L’avventura, un po’ burlesca, ha un diverso significato. Domenico è ancora sottopriore d’Osma, e già i suoi vincoli sono spezzati. Ha attraversato molti paesi, ha visto la grande miseria della chiesa, i monaci trincerati nei loro connventi, i vescovi inerti o sospetti, impelagati in processi e cavilli, il clero mantenuto in una abietta ignoranza tra gente sempre più raffinata dal progresso materiale e dalla crescente agevolezza della vita, le parrocchie in abbandono, lasciate, dai loro legittimi pastori , in balia di vicari mercenari, la predicazione ridotta a zero, limitata alla recita domenicale dei Credo e dei Pater, o data in appalto ad associazioni laiche senza dottrina, ad oratori da fiera; il papato impotente, sommerso, tradito, costretto ad impegnare la sua ultima truppa, la suprema riserva cistercense ed in questo spaventoso disordine – come lupi attraverso una città saccheggiata – gli apostoli di una strana dottrina, giunta dall’Oriente, e che fanno del diavolo l’uguale e il rivale di Dio [gli albigesi che professavano un insieme di manicheismo, gnosticismo e cristianesimo]“

Non sto qui a sottolineare gli aspetti che accomunano quell’epoca lontana ai nostri giorni se non constatare che l’uomo non è per niente cambiato nei secoli, sempre incoerente, traditore e infedele …

Ma ho citato quel passo per descrivere quale era la situazione all’interno della quale agirono san Francesco e san Domenico, tanto è vero che l’autore commenta così a pag.13 del saggio: “In questo contesto e di fronte a queste sfide, il carisma di Francesco e di domenico è un’esperienza integrale di fede autentica, certificata da un’appartenenza reale alla vita della Chiesa. Questa è la loro grande riforma. Non sono uomini che partono criticando, e questa la grande differenza con l’eresia”.[il grassetto è mio]

So che queste affermazioni sembrano anacronistiche; però noto che una delle cose più facile da fare ai nostri giorni è criticare tutto e tutti senza proporre un’alternativa valida…. che dico… senza proporre almeno una alternativa. E così ci si reputa dignitosi. Io metterei una regola alla convivenza civile: se critichi uno che fa un tentativo dignitoso di affrontare il reale, offri un’alternativa valida, documentabile e credibile, oppure taci.

E anche dentro la Chiesa non credo possa esistere in modo dignitoso un cristianesimo fai da te (molto comodo per chi non ha nessun interesse a impegnarsi con la realtà e la conoscenza dell’esperienza cristiana vissuta). Non mi pare non solo privo di dignità, ma anche sleale l’atteggiamento che parla senza alcuna cognizione di causa.

“Che il segreto della giustizia sia la gratuità?”

Da Tracce.it:

L’esperienza elementare, «una giustizia che si fa vita»

di Ubaldo Casotto

11/07/2012 – Un seminario sul libro di quattro costituzionalisti per scavare sulla fondazione del diritto nell’epoca dell’individualismo. La riflessione giuridica ha bisogno di un punto esterno. Ma in che rapporto sta questo «altro» con la legge?

  • La copertina del libro.La copertina del libro.

Roma, Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, Camera dei deputati, martedì 10 luglio 2012. Tre filosofi e un giurista presentano Esperienza elementare e diritto, il libro di quattro costituzionalisti: Andrea Simoncini, Lorenza Violini, Paolo Carozza e Marta Cartabia (membro della Corte Costituzionale), a cura della Fondazione per la Sussidiarietà, edito da Guerini e Associati. Carozza, a dispetto di nome e cognome, è americano, ed era l’unico assente (giustificato) tra gli autori. Nel mondo giornalistico circola una vulgata su due grandi firme che fanno a gara a chi presenta più libri senza averli letti. Vera o no che sia, non è stato questo il caso di Costantino Esposito, Eugenio Mazzarella, Francesco Viola e Franco Modugno; raramente s’è assistito a un dibattito così denso e pertinente rispetto al tema del libro: quale fondazione per il diritto nell’epoca della proliferazione dei diritti umani?

Esposito, ordinario di Storia della filosofia a Bari, ha esordito con Aristotele («Ogni scienza deve ricevere il suo principio da altro», non se lo dà da se stesso) ringraziando quindi gli autori per «la serietà e semplicità con cui seguono la fonte altra della loro scienza, che non si può risolvere nel diritto ma senza la quale il diritto diventa inintelligibile», perché «il diritto non si autofonda, ha bisogno come esigenza interna di capire qual è il punto altro per cui può essere se stesso». Citando la prefazione di don Julián Carrón, Esposito ha reso esplicito quel punto «esterno al diritto, ma ricercato dall’interno del diritto, come sua necessità»: l’esperienza elementare come esigenza di giustizia. In che rapporto sta – si sono chiesti gli autori – questo «altro» con la scienza del diritto? Ora, «la riflessione giuridica discende direttamente dalla concezione di uomo che si ha, ma assistiamo in questi tempi al tramonto un’antropologia per cui il diritto si fondava sull’esistenza e sul valore della persona e se ne afferma una contraria per cui la persona, invece che essere fonte dei diritti ne è il risultato»; quali problemi e quali sfide pone questa nuova situazione antropologica al diritto?

Alla domanda ha risposto Eugenio Mazzarella, deputato del Pd e docente di Filosofia all’Università Federico II di Napoli. «A chiedere nuovi diritti – ha detto – più che la persona sembra essere l’individuo, ma i diritti dell’individuo, così costruiti nel diritto, non sembrano conseguirne davvero la tutela come pure vorrebbero» perché non colgono «la matrice relazionale e comunitaria dell’individuo che si è storicamente e concettualmente tradotta nell’idea di persona». La conseguenza di un diritto costruito su «un individuo scorporato dal suo essere persona» è una proliferazione e un’assolutizzazione dei diritti che non ottiene lo scopo che dichiara: tutelare effettivamente la persona.

Il carattere relazionale è messo in evidenza dalla semplice constatazione che «quando chiedo il rispetto di un mio diritto, chiedo qualcosa a qualcuno». L’iper-individualismo in cui nascono le nuove richieste trascura un criterio di ragionevolezza dei diritti, cui invece richiama «la nozione di esperienza elementare teorizzata da don Giussani come criterio esterno di giudizio di questa ragionevolezza». È questa «impronta interiore, che è il cuore buono dell’uomo come persona degna, che sembra meno marcare il mondo di cui facciamo esperienza», mentre «l’esperienza elementare può giocare un ruolo di fonte di giustizia che evita al necessario diritto positivo di scadere nel positivismo giuridico». La situazione odierna – ha osservato a questo punto Esposito – pone il diritto come ordine legislativo a fondamento della giustizia e non la giustizia come fondamento del diritto, contraddicendo un’esperienza umana elementare, l’esigenza del giusto. Come riannodare questo rapporto?

Francesco Viola, docente di Filosofia del diritto a Palermo, ha voluto rassicurare Esposito: «Anche i positivisti sono d’accordo nel dire che il fine del diritto è la giustizia, il diritto è una promessa di giustizia», il problema è se la giustizia è interna o esterna al concetto di diritto, se l’essere giusto si aggiunge al diritto o se ne è l’essenza, se, insomma il diritto, fatte le sue affermazioni teoriche, possa fare a meno della giustizia. E qui sorgono le differenze. Viola ha citato la teoria del «minimo etico», secondo la quale il diritto ha bisogno della giustizia, ma solo da un certo punto in poi. Ma se questo è evidente per casi di macroscopica ingiustizia, come l’Olocausto, per cui il diritto cessa di essere tale, è più difficile stabilire questo discrimine nella vita ordinaria: «Il diritto alle ferie pagate è di serie A o di serie C? Provate a spiegare che non è un diritto fondamentale a chi l’ha sempre percepito come tale».

Viola ha quindi spiegato come una nuova concezione di diritto naturale salvi il giuspositivismo quando questo si esprime in leggi fondamentali come le costituzioni, «che sono artificiali come le leggi ordinarie, ma in modo diverso, perché la loro origine è culturale. La loro artificialità (sono pur sempre fatte da uomini) cerca di comprendere in qualche modo la natura ed è per questo fondativa della convivenza civile perché afferma dei principi e non solo delle regole». L’elemento di novità del giuspositivismo odierno, per Viola, è che al suo interno c’è un’istanza critica, uno può affermare nuovi diritti, ma non basta la volontà di farlo, deve renderne ragione. In questo quadro come opera l’esperienza elementare? «Inanzitutto mi fa riconoscere l’umano, cioè chi è ammesso al discorso comune. E, in secondo luogo, permette di costruire la società non intorno a pretese individualistiche, ma su un ordine delle libertà che salva le relazioni umane fondamentali».

Uno degli aspetti più provocanti del libro è il giudizio sulla cultura dei diritti che si trasforma nel nuovo volto del potere. Chiamato a rispondere a questa provocazione, il professor Franco Modugno, docente di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma, ha voluto premettere una distinzione: «O cerchiamo di elaborare una teoria della giustizia come esperienza elementare o rendiamo l’esperienza elementare una teoria della giustizia. Nel primo caso si tratta di spirito, di vita. Nel secondo caso ci troveremmo davanti a una nuova formula. Bisogna stare attenti a non ridurre l’esperienza elementare a dottrina». L’esperienza elementare, ha detto Modugno mostrando una lettura approfondita del libro e sottolineando anche ciò che lo differenzia dagli autori, «è insieme un contenuto e un metodo ed è questo che la rende interessante» come criterio di giudizio su ciò che si prova. L’esperienza elementare – ha continuato – «non fornisce un elenco minimo di valori condivisi, ma chiama in campo un soggetto» e questi può, in virtù di essa, criticare anche i diritti umani. Pur non condividendo in toto il giudizio di Marta Cartabia sulla proliferazione e l’assolutizzazione dei diritti, Modugno ha centrato la chiusura del suo intervento sul concetto di dignità, «che possiede un plusvalore, non è un diritto come credono in certe corti europee», riportandola direttamente all’esperienza elementare, che ha definito «la chiave che apre la porta di accesso alla dignità».

Chiamata in causa, Marta Cartabia ha spiegato la natura del lavoro degli autori del libro: «L’esperienza elementare non è una teoria della giustizia, poniamo dei problemi che noi abbiamo incontrato come enigmi inspiegabili nel corso del nostro lavoro e per affrontare i quali è stato necessario uscire dai confini della nostra materia. Come ha detto il professor Modugno, è una giustizia che si fa vita, perché ci siamo resi conto che non si può limitare la degenerazione dei diritti con un appello a una nuova moralità, cioè a un elenco di doveri, ma ponendo una nuova domanda: che cosa vuole veramente l’uomo quando avanza questi nuovi diritti? Che cos’è veramente questa esigenza di giustizia? Il nostro è un primo passo, cui deve seguire ancora molto lavoro». Problematica la chiusura di Esposito: «Le cose decisive e grandi della nostra vita sono sempre state anche giuste? Cioè, erano dovute o sono state imprevedibili? O forse anche il giusto, il dovuto, si origina da qualcosa di non dovuto, di gratuito? Che il segreto della giustizia sia la gratuità?».
Effettivamente, il lavoro non manca.

“A viso scoperto” di C.S. Lewis

Ripropongo una recensione del vecchio blog che non so se sono riuscita a trasferire anche in questo nuovo:

“Da qualche parte doveva esserci qualcosa di ancora più bello…”

C’è una pagina che pare uscita dal cuore di un mistico…
Di un romanziere che è anche mistico e quindi usa la sua creatività per descrivere un sentimento umanissimo e dolce.
Si tratta del romanzo di C.S. Lewis,
A viso scoperto, Jaka Book. E la pagina  parla di una fanciulla che, nel mondo antico e fantastico di qualche secolo prima di Cristo, deve essere sacrificata per il bene del suo popolo al misterioso dio della Montagna.

Poco prima del sacrificio la sorella va a consolarla, ma il dialogo prende una piega inaspettata (pag.77 e ss):

“Davvero, Orual, credimi, non sono sicura che questa cui vado incontro sia la morte peggiore” (…)”che cosa avrei avuto da sperare se fossi vissuta? Forse che il mondo – questo palazzo, questo padre – è una perdita così grande? Noi due abbiamo già avuto il massimo della felicità che ci era concessa” (…) ” Da sempre – o per lo meno da che io mi ricordi – ho provato una specie di desiderio di morte”

“Ah, Psiche”, – la interruppi -, “dunque ti ho reso così poco felice?”

“No, no, no” disse. “Non hai capito: non quel tipo di desiderio. E’ proprio nei momenti di maggiore felicità che l’ho provato più intensamente; mi è accaduto in quei giorni felici, quando noi tre stavamo là sulla collina, al vento e al sole… (…) Ti ricordi? Quel colore e quel profumo… e guardare in lontananza verso la Montagna Grigia. E proprio perché era tutto così bello, nasceva in me un desiderio, sempre lo stesso: da qualche parte doveva esserci qualcosa di ancora più bello. Tutto sembrava dirmi: “Psiche, vieni!”. Ma io non potevo andare (non ancora) né sapevo dove andare. Quasi mi faceva male; mi sentivo come un uccello in gabbia, che vede gli altri uccelli della sua specie prendere il volo verso casa”.
(…)
“Orual”, disse rivolta a me con occhi splendenti, “io sto per andare sulla Montagna, non capisci? Ti ricordi come stavamo a guardarla piene di desiderio?  tutti quei racconti sulla mia casa d’oro e d’ambra, lassù contro il cielo. dove pensavamo che non saremmo mai potute andare. Il più potente dei re l’ha costruita per me. Se solo tu potessi crederci sorella! No, ascolta: non lasciare che il dolore ti chiuda le orecchie e ti indurusca il cuore…”

“Il mio cuore si è indurito?”

“Non verso di me, né il mio verso di te. Ma ascolta: queste cose sono poi terribili come sembrano? Gli dei vogliono il sangue di un mortale, e dicono anche di quale. (…) hanno scelto me, quella che vi è stata preparata fin da quando era bambina nelle tue braccia, Maia. La cosa più dolce di tutta la mia vita è stato proprio quel desiderio – raggiungere la Montagna e trovare il posto dal quale proveniva tutta la bellezza…”
(…)
“… la mia patria, il luogo in cui avrei dovuto nascere. Pensi che non avesse alcun significato quel desiderio, quella nostalgia di casa? Perché, davvero, ora non mi pare di andare in un luogo qualunque, ma di ritornare a casa. Per tutta la vita il dio della Montagna mi ha corteggiato. Oh, ma guardami almeno una volta prima della fine, e augurami di essere felice. Io vado dal mio innamorato. Non capisci, adesso?”

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