La Depressione: si può convivere con essa senza esserne condizionati

Da Post Apocalypto di Tempi un preziosissimo contributo di P. Aldo


L’unico modo per guarire dalla depressione è una sana compagnia

Caro padre Aldo, come le ho scritto nel messaggio precedente anche io soffro di depressione. Ci sono momenti, come questo in cui le sto scrivendo, che mi sento completamente solo, abbandonato da tutti (anche fisicamente). Sono io contro la depressione e basta. A causa di ciò provo un forte senso di ribellione verso Dio che permette questa prova: dov’è Dio in mezzo a tutto questo? Perché mi abbandona in questo modo? Dov’è la verità nel salmo che recita: «Io lo invoco e Lui mi risponde; fa sparire ogni mio lamento?». Mai come in questo periodo ho invocato il Suo aiuto. Ma perché spesso non arriva, o meglio, non lo sento arrivare? Prego per lei e per i suoi malati.
Lettera firmata

Caro padre Aldo, sono il ragazzo ospite da due anni in una famiglia di Milano, ci siamo incrociati al Meeting, ma non so se lei si ricorda di me. Ho 18 anni e le scrivo in un momento di crisi depressiva e questa malattia, se si può chiamare così, mi accompagna da ormai tre o quattro anni. La cosa che mi viene più difficile da fare in questo momento è avere un briciolo di stima verso me stesso. Mi disprezzo nel profondo e nonostante il Padre Eterno sia stato gentile con me, facendomi incontrare una famiglia come quella di Giuseppe e Francesca, non la smette di tormentarmi con momenti di tristezza dovuti appunto alla mia malattia. Ho bisogno di guarire, di tornare a respirare la vita, di apprezzare le cose semplici. L’anno scorso ho avuto l’impressione che la depressione mi avesse portato via tutto: la morosa mi ha lasciato, gli amici, la scuola, il rapporto con la mia famiglia, con la famiglia di Giuseppe. Ho visto la gente allontanarsi da me, ma soprattutto ho visto consumarsi e dissolversi le ragioni che mi tenevano attaccato a queste cose. La realtà, caro padre, è come se mi chiedesse continuamente le ragioni che mi tengono in vita e più volte ho avuto la tentazione di far cessare con la morte questo supplizio. Le ragioni sembrano sempre più insufficienti e la vita sempre più difficile da sostenere. Ho bisogno di un aiuto e pensavo di chiederlo a lei perché, anche se non lo sa, è stato lei due anni fa, con un suo intervento al Meeting, a darmi la forza di iniziare a reagire contro questa malattia. Ho bisogno di Dio; sento, dal momento in cui mi sveglio alla sera quando vado a letto, il suo doloroso richiamo, ma anche una forma di lontananza da Lui. Come se non Lo riuscissi a incontrare nella vita, tra le pieghe della giornata. Sarei disposto a tutto pur di incontrarLo. Sarei disposto a lasciare tutto e venire lì con lei, tra i malati e i sofferenti, se la posta in gioco è quella di una vita per Cristo, per incontrare Cristo, colui che mi ha voluto così. Non pensi che lo dica così per dire o che nutra una forma di venerazione per lei. Lo dico perché sento intorno a me la terra che brucia, i rapporti sempre più sfilacciati, l’amore per la vita come un’illusione sempre più lontana. Mi aiuti, ho bisogno di qualcuno che abbia pietà di me. A presto.
Lettera firmata

Caro padre Aldo, so che non devo aspettare che lei mi tolga la depressione, ma so che può capire senza giudicarmi. Io ormai soffro di questa malattia da una trentina d’anni, cioè almeno da quando ne avevo dieci. Ho tentato di tutto: farmaci, psicoterapie, psicanalisi. Ma non è servito a nulla. Solo la psicoanalisi sembrava portarmi alla guarigione, ma dopo i primi due anni positivi, sono caduto più in basso di prima e ne sono uscito completamente distrutto, senza più nessuna volontà. Spesso mi ritrovo a piangere e a pensare di togliermi la vita, e non riesco a vedere una prospettiva diversa. Lavoro solo il pomeriggio in una ditta e riesco a tenere il lavoro perché i miei capi, che sono di Comunione e liberazione, hanno uno sguardo di misericordia  nei miei confronti. Sono più morto che vivo, non riesco a interessarmi a nulla, non c’è niente per cui valga la pena vivere. Spesso mi sento un fallito, non faccio che piangermi addosso. Non riesco neanche più a credere in niente, non riesco a trovare un sollievo. Grazie di avermi dedicato un po’ del suo tempo.
Lettera firmata

Voglio ritornare sul tema della depressione, perché ricevo molte lettere e incontro molte persone non solo in Italia, ma ovunque vada, che soffrono di questa malattia. Le tre lettere descrivono molto bene il dramma, o la disperazione, che colpisce tante persone e sono un grido di aiuto pieno di domande. Quelle domande che mi hanno torturato per anni senza che io vedessi una possibilità di risposta. È terribile sopportare la vita quando tutto offusca la mente e i fantasmi sembrano impadronirsene provocando un effetto di panico, angustia e disperazione. Tutte le malattie sono dolorose, ma quella che ti toglie la voglia di vivere è peggiore.
Molti mi chiedono: «Come guarire? Come sopportare? Esiste la libertà anche quando uno si trova incapace di scegliere? Cosa è la libertà in questa situazione?». Non pretendo di rispondere, né di dare ricette che non esistono, come sanno bene anche gli “esperti” della mente. Voglio solo offrire alcuni punti fermi in questo cammino che sto ancora percorrendo e che per me è il cammino che porta ad abbandonarmi ogni giorno al mio dolce e tenero Gesù. Quel Tu per il quale vivo e che ha manifestato il suo volto buono, misericordioso proprio dentro una storia carica di dolore, di rabbia, di disperazione. Dal primo momento in cui mi sono trovato sdraiato nella mia stanza senza nessuna voglia di vivere, l’unica cosa che la mia libertà è riuscita a fare è stata gridare come un pazzo: «Signore non ti vedo più, non sento più la tua voce, la tua tenerezza, abbi pietà di me». In quei momenti più tragici, passando anni senza dormire, mentre schiacciavo rabbioso la testa contro il cuscino gridavo: «Signore dove sei? Perché tanto dolore? Signore non ce la faccio più, prendimi per piacere». Era un grido apparentemente inutile, assurdo, un parlare contro la parete.
Dentro questa rabbia disperata, però, non ho mai messo da parte i due Sacramenti fondamentali del cammino della conversione: la Confessione e l’Eucarestia. La Confessione settimanale o più volte alla settimana e la Messa quotidiana. Nel tempo mi sono accorto che questi due sacramenti sono stati la risposta precisa e concreta al mio grido. Non solo, ma la fedeltà alla Confessione e all’Eucarestia è stata la modalità attraverso cui Dio, in modo discreto, manifestava il Suo volto, fino a diventare familiare, determinando la mia vita quotidiana. L’esperienza del «Io sono Tu che mi fai» è stata il punto drammatico di questa paziente attesa che il Mistero manifestasse il Suo volto.
Il secondo punto essenziale che mi ha permesso e che mi permette di vivere questo dolore, che oggi definisco una grazia (oggi dopo un lungo e duro cammino, dopo una decina e mezza di anni a “mordere la pietra”), è stata la compagnia di padre Alberto. Una compagnia nella quale la visibilità di Cristo era limpida come l’acqua che scende dalle Dolomiti. Un’amicizia che ogni mattina bussava alla porta della mia stanza quando non volevo vedere il giorno e mi chiamava cantandomi, con la sua voce priva di alcuna tonalità, una filastrocca che i suoi genitori gli cantavano la mattina quando era bambino. Ricordo ancora le parole in dialetto romagnolo: «Un bigatin, do bigatin, tri bigatin… Che buon brodo farà».
Gli intellettualoidi forse rideranno di una compagnia umana tra due sacerdoti che sono arrivati a tanto “infantilismo”. Ma la coscienza che lui aveva di Cristo gli permetteva di farsi, come direbbe san Paolo, bambino tra i bambini, debole tra i deboli. Una compagnia reale, non virtuale, una compagnia che non ha mai anteposto gli impegni di Comunione e liberazione o della parrocchia alla mia umanità distrutta. È stato un abbraccio quotidiano. Un abbraccio difficile, perché convivere con un depresso è un’impresa complicata: un giorno uno deve usare il bastone e l’altro giorno una carezza. Quante volte per risvegliarmi dall’abitudine di piangermi addosso, caratteristica del vittimismo dei nevrotici, ha perso la pazienza! Finché un giorno l’ho persa anche io. È stato un miracolo dopo anni di passività. Finalmente il mio io cominciava a reagire, ad arrabbiarsi con lui. La mia libertà, che prima era solo un grido disperato, cominciò a riconoscere in padre Alberto questo «Io sono Tu che mi fai». Vedendo come lui mi aveva trattato e come aveva donato tutti i suoi anni (10) di missionario in Paraguay per farmi compagnia, come don Giussani gli aveva chiesto, ho pazientemente preso coscienza della tenerezza con la quale il Mistero mi guardava. Senza la tenerezza di padre Alberto, senza il suo sguardo forte e dolce, come Gesù con Zaccheo, non sarebbe stato possibile il miracolo. Grazie a questa compagnia, come afferma don Giussani nel libro Ciò che abbiamo di più caro, ho potuto nel tempo non scandalizzarmi della mia “pazzia”, ma accettarla. Grazie all’abbraccio di un uomo il cui cuore vibrava per Cristo.
Non conosco altra strada per convivere ironicamente con questa malattia che una compagnia sacramentale. Inoltre mi ha aiutato, e mi aiuta, pensare a Gesù che nel Getsemani e sulla croce è stato un esempio di come vivere la depressione e come trasformarla in grazia. Cosa ha permesso a Gesù di percorrere questo cammino drammatico? La compagnia del Padre!
La cosa interessante è stato il fatto che ha cercato la compagnia degli amici, ma loro, come succede in questi casi, “avevano sonno” o come molti ai quali chiediamo aiuto e ci rispondono che non hanno tempo o ci rimandano agli specialisti. Quanti religiosi o preti ho incontrato in questa situazione di abbandono da parte dei loro superiori che, avendo sempre molto da fare, invece di tenerli al loro fianco hanno preferito isolarli. E poi parliamo di carità sacerdotale o religiosa! I depressi prima di tutto hanno bisogno di una compagnia umana come quella di Gesù con i suoi discepoli, una compagnia quotidiana con la quale condividere tutto. Senza questa compagnia non esiste guarigione ed è impossibile percepire la depressione come una grazia.
paldo.trento@gmail.com

Gianna Jessen, sopravvissuta allʼaborto

Ne aveva parlato Don Gabriele giovedì 30 settembre 2010 sul suo sito, CulturaCattolica.it; perciò il nome di Gianna Jessen non mi era nuovo. Ieri mentre mi rilassavo nel primo pomeriggio davanti alla tv, nella trasmissione “Italia sul Due” - che talvolta riesce a dire anche cose interessanti -, per la prima volta in Italia, la giovane scampata negli USA ad un aborto salino alla settima settimana di gravidanza,  ha parlato della sua incredibile storia. Ecco perché rilancio il post di don Gabriele e rimando ai link di youtube che non riesco ancora a riprodurre in questo mio nuovo blog!
Ecco Gianna Iessen
Non credo al caso: in quello che accade si può sempre trovare una mano significativa e misteriosa, che mette sempre in moto una libertà dell’uomo. C’è quindi un disegno, ed è l’esaltazione della libertà. Questo si può definire anche con la parola “incontro”.Ho pensato a tutto questo guardando un video che mi è stato consigliato da un amico, testimonianza di una esperienza di grazia indicibile. Si tratta di una giovane che doveva essere abortita, Gianna Jessen, ma che è sopravvissuta, e che racconta la sua gioia di vivere e la sua gratitudine al Signore.(…) credo che vedere questo volto e ascoltare il suo racconto sia il modo migliore per riaprire alla speranza. Forse in questo modo si risponde al grave problema della “emergenza educativa”.

Sopravvissuta all’aborto – part 1 

 http://www.youtube.com/watch?v=ZFGRiVGRFXQ

 

Sopravvissuta all’aborto – part 2 

 http://www.youtube.com/watch?v=kCzKc_mSTlc

Gianna Jessen

 AGGIORNAMENTO:

Un amico mi ha riferito quanto Gianna avrebbe detto su Facebook:

Devo dirvi una ragione importante per cui credo di essere venuta in Italia: prima che l’intervista cominciasse, c’era una signora carina vicino a me. Le ho fatto i complimenti per come era vestita. In qualche modo conosceva la mia vita. Mi ha chiesto come ho trovato un significato. Le ho detto: “Ho sempre avuto bisogno di Qualcuno a cui cantare, una vera ragione per cantare, e Qualcuno che mi aiutasse a camminare, ed è Gesù Cristo”. I suoi occhi si sono riempiti di lacrime. Ho continuato: “Non solo Dio, Gesù Cristo. Dio suona molto più rassicurante”. Lei mi ha detto: “Vedo che la fede dentro di te è reale, non è a parole”. Ha continuato: “Io non sono credente, ma sono in ricerca. Quando canti, canta a Gesù anche per me”. Ho sorriso e le ho risposto: “Lo farò e sai, la Bibbia dice che ci cerca trova, Dio onorerà la tua ricerca.” Lei mi ha abbracciato.
Anche se fosse stata l’unica ragione per cui sono venuta in Italia, sono felice. Lei sa che la sua ricerca è stata riconosciuta, che non è stata dimenticata. E questa è la felicità della mia vita.

Febbre di Vita (Andrea Aziani)

Un amico mi raccontava che uno dei suoi motti era “la prima politica è vivere” ed oggi trovo una testimonianza di antonio Socci sulla sua incredibile “febbre di vita” in Tracce:

Andrea Aziani

Da Abbiategrasso al Perù, passando per Siena, Firenze e mille altri posti dove ha sempre lasciato una traccia potente, il ricordo (scritto da un amico) di un uomo che ha fatto innamorare di Cristo centinaia di altri uomini. Donando tutto se stesso

Febbre di vita

Carmen, che lo incontrò ai tempi di Gs (erano entrambi di Abbiategrasso, in provincia di Milano), fra le tante cose che la colpirono, ne ricorda una che sembra piccola e buffa: mentre tornava dalla caritativa, in bicicletta, Andrea cantava a voce alta per le strade nebbiose del paese. È un piccolo flash, su un Andrea Aziani diciottenne, dove però si capisce il tipo. C’è la sua giovinezza tutta innamorata di Gesù, c’è quella sua allegra baldanza («perché Gesù ha già vinto!!!», ti diceva ridendo e dandoti pacche sulle spalle) e poi c’è il suo cuore che scoppia di contentezza e di passione per la voglia di far sapere a tutti la grande notizia. Fino agli estremi confini della terra.
Non solo fino a Siena, dove don Giussani lo mandò nel 1976, ma fino quel lembo di terra sull’Oceano Pacifico, dall’altra parte del mondo, dove a 55 anni ha terminato la sua instancabile corsa terrena (e dove ora ha lasciato il suo corpo, che per Gesù si è letteralmente consumato), per cominciare la sua trionfale passeggiata in Cielo.
«È il primo di noi sepolto in terra di missione», dice don Pino. Anche così Andrea mostra ciò che aveva nel cuore don Giussani quel giorno di autunno del ’54 entrando al Berchet: il mondo intero. E io credo che desiderasse solo questo: generare uomini così. 

Dalla Bassa alle Ande
Nel 1993, a un ritiro dei Memores Domini, don Giussani lesse una lettera che Andrea in quei giorni aveva scritto a Dado, anche lui in Perù, mentre stavano preparandosi ad andare a trovare delle persone a Cuzco, sulle Ande. Dunque Andrés (ormai si faceva chiamare col suo nome peruviano) scriveva: «Che qualcuno si innamori di ciò che ha innamorato noi: questo è lo struggimento. Ma perché sia così, noi dobbiamo bruciare, letteralmente, ardere di passione per l’uomo, perché Cristo lo raggiunga». Don Giussani lesse queste righe e, commosso, commentò: «Vi sfido a trovare una testimonianza simile. Dovunque!».
Il diciottenne che cantava in bici per le strade di Abbiategrasso, è il ventenne che alla Statale di Milano (responsabile del Clu), attorno al ’73, finiva spesso negli agguati degli estremisti che menavano, è il ventitreenne con eskimo e lunga barba nera che a Siena dal ’76 ha entusiasmato il nostro cuore di giovani inquieti. Andrea era refrattario a tutte le gratificazioni, ma era sempre il primo se c’era da scaricar sedie, da pulire cessi, da imbiancare catapecchie. Il primo se c’era da servire. Sempre pronto a dire: «Eccomi!» con un’energia che non si capiva da dove gli venisse (visto che mangiava solo ogni tanto) e sempre sorridendo e incitando tutti. Anche (sia chiaro) correggendo con forza, quando era il caso.
È lo stesso che a Lima, dal 1988, lui, professore famoso anche fra intellettuali e ministri, in una baraccopoli costruiva una cappellina con la piccola Sebastiana e gli altri bambini, per far sentire Gesù vicino a quella povera gente; lo stesso che tornò a casa lacero, perché era stato aggredito da una banda di delinquenti, la volta che era andato in una zona malfamata per ritrovare una ragazzina che era scomparsa; lo stesso che invitava il presidente peruviano Toledo alla messa per don Giussani.

Passione missionaria
«Questo innamoramento di Gesù» mi scrive don Primo «aveva prosciugato in lui le sorgenti dell’orgoglio, perché niente più era suo». In effetti, quando sento l’“inno alla carità” di san Paolo, io mi rendo conto di aver visto questo: in Andrea. Penso a quanto era pronto lui, che pure era di temperamento così virile, ad annullarsi (ho in mente umiliazioni incredibili che solo lui poteva accettare) perché chi aveva di fronte potesse accorgersi di Gesù.
Di san Paolo aveva anche la radicalità, la passione missionaria. Del resto sua madre era di famiglia ebrea. Il nonno, Emanuele Samek Lodovici, un uomo davvero in gamba, subì persecuzioni sotto il fascismo, prima perché cattolico militante nel Partito popolare di Sturzo, poi per le leggi razziali, perché ebreo.
Dicevo della passione missionaria. In Andrea viveva con l’intelligenza imparata nelle caritative, da giovane, lo strumento col quale don Giussani ci ha insegnato a spalancare il cuore al mondo intero e ci ha insegnato come guardare il bisogno e il dolore.
Quando Tina, da Siena, lo raggiunse in Perù, Andrés la portò sul punto più alto di Lima, dove sotto appare tutta la vastità di questa megalopoli di dodici milioni di persone. «Guarda qua», le disse, «ti rendi conto delle dimensioni? Noi non siamo niente. Cosa vuoi che facciamo noi?».
Ma allora come ha fatto Andrea, proprio lì, a lasciare una traccia così forte? Andrea semplicemente ha condiviso la vita di quella gente, poi ha guardato e seguito ciò che Dio faceva davanti ai suoi occhi. Sempre a Tina quel giorno disse: «Qua non c’è bisogno di conquistatori, ne hanno avuti anche troppi. Devi studiarti la storia del Perù e la geografia e la lingua. E devi conoscere i santi di questa terra e pregarli. E amare questa gente. Così potrai inginocchiarti davanti a loro come Dio si è inginocchiato davanti a ciascuno di loro».

«Non perdere nessuno»
Considerava ogni persona che incontrava sulla sua strada – dal povero tassista che convinceva ad andare a studiare, nei corsi serali, fino all’intellettuale famoso – come persone dategli dal Signore. Ripeteva sempre: «Non dobbiamo perdere nessuno di coloro che Dio ci ha affidato». Lui faceva così.
E chi lo incontrava se ne rendeva conto. Ecco ciò che hanno scritto centinaia di ragazzi di Lima, in un blog e su tanti biglietti appesi nelle bacheche dell’Università Sedes Sapientiae, dopo aver saputo della sua morte improvvisa: «Qué persona increible!!! » (Che persona incredibile), «Andrés Aziani era fuori da ogni paragone possibile, un uomo del tutto differente da quelli che incontriamo solitamente», «Ci ha insegnato a essere uomini». Scrive Janina: «La mia vita è cambiata molto quando lo conobbi». Erika parla del «segno più profondo che mi ha lasciato questo uomo straordinario». Anthony: «Mi insegnasti a vivere la vita in un modo diverso. Ringrazio Dio di averti conosciuto». Ivan: «Era una persona felice», «che modo di amare la vita! …ci ha segnati per sempre». Lucila: «Era felice di donarci tutta la sua conoscenza, ma sempre con un grande rispetto per ogni suo studente». Fabiola: «Dava tutto di sé, in ogni lezione, lasciandoci il desiderio di seguirlo e lottare per la nostra libertà, cominciando col non essere più superficiali e col vivere la vita con pienezza».
Su Youtube hanno messo un video dove si vede una delle sue travolgenti lezioni (lo hanno titolato: “Homenaje a un gran profesor y amigo… – omaggio a un grande professore e amico –  Sei proprio grande!!!” ), un altro ha ricordato l’ultima frase di Andrés nella sua ultima lezione: «El amor es más fuerte que la muerte (l’amore è più forte della morte). Ti voglio tanto bene caro professore!».
Questo travolgente maestro, così capace di entusiasmare i ragazzi alle cose belle e vere, dalla filosofia alla musica, all’arte, così attento ai bisogni di ciascuno, fino a farsi carico di centinaia di loro, era anche così capace di far crescere, a volte con severità, di insegnare a vivere da uomini.

Non riverenti, ma commossi
«Non perdere mai nessuno». Neanche quelli lontani. Né gli amici di Abbiategrasso (uno mi scrive commosso che Andrea in questi trent’anni, sempre gli è stato vicino), né quelli di Siena, dove siamo tutti figli suoi perché lui fondò la comunità. A maggio scorso, per il 25° anniversario di matrimonio di Donatella e Marco, i primi del Clu a sposarsi, ha scritto una lettera stupenda dove ci ricordava la grande avventura del Clu con lui, che ha dato forma alla nostra vocazione (Andrea a Siena si laureò ed entrò nei Memores) e ci ha segnati per sempre.
Ha scritto: «Tutta  una storia, tutta una vita, segnata da quelle strade, da quei vicoletti, da quei volantinaggi coraggiosi, da quella tenace e testarda voglia di dire: sì! ci siamo! Sì!!! Siamo qui, siamo pronti! Sempre come veri soldati, che nei giorni del combattimento imparano a diventare anche più amici, più misericordiosi, più magnanimi e si spalanca lo sguardo, arriva fino agli  estremi confini del mondo, genera figli carnali e spirituali, figli e discepoli, amici, magari anche nemici, ma sempre con grandezza, con trascendenza. Non solo o non più riverenti, ma commossifino alle lacrime. Perché in fondocosa abbiamo fatto? Che merito abbiamo avuto se non quello di  aver detto di sì! E di continuare a dirlo oggi o in qualsiasi  circostanza… festa che  trapassa tutte le  apparenze, tutte le tentazioni di ridurre la Sua potenza la Sua fantasia, la Sua creazione! Anche per me quegli anni sono stati decisivi. Anche per me si è deciso letteralmente tutto in quegli anni, nelle cooperative, nelle scritte spray, nelle liti esagerate e violente con gli ultras, nei dialoghi con tutti. Ma la cosa più bella è la lotta e il coraggio che ognuno ogni giorno deve riprendere in mano per dire sì! Questo è il premio della fedeltà! La pace, la letizia e il sapere che, come scriveva don Giussani, così “la vita non è inutile”. Ma anche questo, che non sia inutile, è un dono, una Grazia.  Sì, caro amico! Tutto e solo Grazia! La Sua fedeltà è più forte dei nostri dubbi. Allora possiamo domani ricominciare perché, come sempre diceva Enzo e ora dice spesso anche Carrón: “Il bello deve ancora venire!”».
Andrea lo scriveva pochi giorni prima di incontrare la Bellezza fatta carne, nel suo Regno, dove ora lo può guardare in volto: l’Amico della sua vita. All’università intanto i suoi studenti hanno appeso cartelli con le sue frasi più amate, che sono rimaste nei loro cuori, come: «Febbre di vita!». E uno ha scritto: «Andrés y Giuss, juntos con Dios!» (Andrea e Giussani uniti a Dio).

 
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