«Preferiti, anche dentro il dolore»

Da Tracce:

02/11/2012 – Il 4 novembre 2011 è morto in un incidente stradale Giovanni Bizzozero, studente di Veterinaria. A un anno di distanza, i genitori raccontano la loro esperienza. Fin da subito «ciò che era accaduto ci metteva di fronte ad una scelta»

Carissimo don Julián, il 4 novembre è un anno che il Signore ha voluto nostro figlio Giovanni con sé. Fin dalla prima notte per noi è parso evidente che ciò che era accaduto ci metteva di fronte ad una scelta: se fosse più ragionevole credere che questa circostanza negasse tutta la preferenza che in questi anni ci siamo sentiti addosso, o che, in modo misterioso e doloroso, quanto accaduto fosse dentro questa preferenza.
Abbiamo detto il nostro sì, quella notte ed ogni istante di questo anno. Abbiamo scoperto che non è che il Signore prende questo sì, se lo mette in tasca e tutto continua come prima, ma abbiamo sperimentato che da questo sì tutto cambia, perché Cristo risponde e quindi risponde tutta la realtà che è fatta di Lui. Dal quel momento la nostra vita è stata l’essere spettatori del Mistero buono che interviene in ogni istante dentro la vita. Questo ha stravolto il modo di guardarci tra di noi, di guardare i nostri figli, gli amici di sempre e le decine di nuovi amici incontrati.
Ti dobbiamo confessare che il dolore per la mancanza di nostro figlio aumenta di giorno in giorno, ma aumenta anche l’evidenza e quindi la certezza. Innanzitutto la certezza – come ci hai detto la sera prima del funerale al telefono – che Giovanni ora gode della pienezza con un’intensità di bene molto più grande di quella che avremmo potuto dargli tutti noi, ma anche la certezza che questo è il nostro destino, e che questo compimento è già iniziato ora, qui, perché testimoni di Lui che riaccade continuamente e quindi che continuamente compie. Questa certezza è proprio frutto non di un miracolo, né di sentimenti o pensieri scomposti, ma di un cammino che per grazia, dal primo incontro, abbiamo fatto e stiamo facendo nella compagnia del movimento. Per cui questo dolore non è mai stato un dolore disperato ma è ora un dolore offerto.
Ci siamo anche accorti che dire questo sì, che guardare così la realtà non è di una volta, ma è di ogni istante, perché in ogni istante noi dobbiamo ridecidere Chi guardare, e che questo sguardo e questo sì sono possibili perché apparteniamo ad un popolo, un popolo costituito da volti precisi di amici che fin dal primo istante ci hanno abbracciato e non ci hanno mai più lasciati, il volto di Gesù che dice: «Donna, non piangere». Flavio e Ester, Viggiù (Varese)
La sfida più potente alla positività del reale: il testo dell’assemblea di Julián Carrón con gli universitari in occasione della morte di Giovanni Bizzozero (9 novembre 2011)

“Chi divorzia è perché mai si è sposato”.

Cari amici,

oggi ho celebrato due matrimoni nella clinica, quello di Antonino ed Alodia, ammalata di cancro, e quello di Mirta ed Anastasio, ammalato di Aids. Non solo, ma due figli di Antonino ed Alodia hanno fatto la prima Confessione e Comunione. Così pure cinque ammalati hanno fatto la Cresima. Come non sentirmi commosso davanti a questo avvenimento che fa dell’ospedale per malati terminali un luogo dove si vede e si tocca con mano la contemporaneità di Cristo? Alodia ha 30 anni ed è terminale. Quando nella Santa Messa sono arrivato all’omelia le ho chiesto: “Puoi dire a tutti ciò che mi hai detto ieri sera in presenza del ex padre generale dei carmelitani scalzi?” E lei: “il cancro è stata una grazia grande perché mi ha fatto avvicinare a Gesù da cui prima ero molto lontana”. Lascio ad ognuno immaginare la commozione del marito, dei figli ancora piccoli e di tutti noi. Cari amici, ancora una volta ho visto la gloria di Dio e la verità dell’esperienza a cui ci richiama continuamente Carrón, ancora una volta mi sono reso conto che un ospedale è utile solo se accadono questi fatti e accadono se siamo innamorati di Cristo, se stiamo dentro la realtà con gli occhi spalancati come quelli di Alodia. Aggiungo un’altra provocazione che mi ha fatto Giuseppe quando sono andato a dargli la Comunione. È praticamente paralizzato, solo riesce ad ascoltare e parlare, cieco ed immobile sempre sul letto con le membra deformate. Lo abbiamo trovato solo ed abbandonato in una delle baraccopoli che circondano la capitale. Ha una fede grande che gli permette di essere sempre allegro e riconoscente con tutti, mai un lamento ma solo gratitudine. Però oggi ho avuto una sorpresa perché l’ho incontrato piangendo. “Cosa ti succede Giuseppe?”E lui: “Padre sono commosso perché due miei compagni di dolore si sono sposati e la loro gioia è la mia”. Allego due foto dei due matrimoni. Ancora una volta il mio pensiero è andato ad una affermazione di Chesterton: “Chi si divorzia è perché mai si è sposato”.

Con affetto,

P.Aldo

Dove si può credere all’incredibile

di Giovanni Storti

27/04/2012 – Una giornata in Cometa raccontata da Giovanni Storti, il comico del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Era partito scettico: «Mi sembrava esagerato voler educare dei ragazzi attraverso la bellezza». Ma poi…

  • Aldo, Giovanni e Giacomo. Aldo, Giovanni e Giacomo.

Ore 16: si salta in macchina per andare a “scoprire” come funziona questa associazione, La Cometa, che si trova in quel di Como. I racconti di Giacomo, che è già stato lì, sono accalorati ed entusiastici. Io e Aldo siamo un po’ scettici. Questo concetto che i fondatori hanno messo al centro, che la bellezza educa, la bellezza stimola, è molto interessante, è vero, ma ci sembra poco praticabile da un’associazione di accoglienza ed educazione per bambini e ragazzi. Noi tre ne abbiamo visitate un po’ di queste realtà di accoglienza e in genere è già abbastanza complicato tenere dentro i ragazzi e fargli fare una vita quasi normale, figurati avere un posto di quella bellezza, dove tutto è perfetto, dove si respira ovunque un grande entusiasmo… ci sembrava un po’ esagerato. Invece non solo Giacomo non aveva esagerato, ma dobbiamo ammettere che c’era addirittura di più di quello che lui diceva.

Arriviamo, con una difficile manovra automobilistica parcheggiamo e rimaniamo subito colpiti dalla bellezza del posto. Il giardino, ricco di grandi azalee in fiore; un vecchio glicine che si arrampica su due lati di una delle belle case della associazione, prati verdissimi, tutto mostra la cura e la sapienza di chi l’ha progettato. I vari edifici hanno un’armonia e una funzionalità che raramente si combinano.
I ragazzi ci si fanno subito attorno; ci fanno un’intervista con domande acute che difficilmente sentiamo dai giornalisti veri. Uno ci ha chiesto, così su due piedi, «ma perché voi fate comicità?». Sembra una domanda banale, ma è tosta. Innanzitutto perché è molto difficile rispondere, e poi perché è una domanda estremamente diretta per quello che fai, per questo è una bella domanda, a maggior ragione se a fartela è un ragazzino. Io ho risposto siamo giullari, siamo buffoni, tutto converge lì per noi, il nostro mestiere è quello che siamo. Visitiamo la scuola. All’entrata c’è la statua di un gorilla e sopra c’è scritto: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza». Dovrebbero metterla in ogni scuola questa scritta!

Le aule sono belle, luminose e tutte hanno la vista su Como e il lago. Non c’è niente di trascurato o rovinato. Forse è vero che “circondare” i ragazzi di bellezza fa sì che la rispettino e la perseguano.
Alcuni ragazzi lavorano nella struttura e veniamo a conoscenza di un’altra grande idea: la manualità è più importante del pensare. Così i ragazzi che vogliono imparare un lavoro artigianale vengono indirizzati da artigiani professionisti che li addestrano al mestiere: cuoco, parrucchiere, falegname ecc. I dolci che mangeremo dopo cena, buonissimi, sono fatti da un ragazzo pasticcere. Nell’aula magna i ragazzi ci tempestano di domande, sono curiosi e interessati. Non si accontentano di risposte-battute, vogliono sapere di più, in un continuo rilancio. Apprezzano la battuta, ma subito bisognava sviscerarla, andare un po’ in profondità. È un buon segnale, vuol dire che anche su questo sono stati addestrati bene.

Si ha la sensazione di essere in un’oasi gestita dalla serietà, fantasia, operosità e intelligenza. La bellezza che ti circonda è un meccanismo difficile da realizzare, non solo perché è estremamente costoso, ma perché è qualcosa che ha bisogno a monte di gusto e di talento. Costruire un progetto educativo sull’idea della bellezza, necessita di avere già sperimentato quella cosa, per poter anche solo pensare di proporla. Mi è venuto un racconto serio. Ho fatto fatica a scrivere, di solito sono più ironico. Ma non ci sono riuscito, è una situazione così particolare che mi è sembrato bello descriverla per quello che è. La Cometa sembra un posto in un altro mondo ma, come dice Giacomino: bisogna credere nell’incredibile per far sì che l’impossibile si avveri.

(dal settimanale Vita, 27 aprile 2012, www.vita.it)

Madre Teresa di Calcutta e la famiglia Santorum

Madre Teresa di Calcutta: la storia dei Santorum ci ricorda «il tenero amore di Dio per noi»
Ritirandosi dalle primarie repubblicane, il candidato Rick Santorum ha parlato della sua famiglia, dei suoi figli e dei motivi che lo hanno spinto ad abbandonare la corsa presidenziale. Questa è l’incredibile storia della tribù Santorum. Come scrisse nel 1997 Madre Teresa di Calcutta in una lettera ai due coniugi, che qui pubblichiamo.
12 Apr 2012

Pochi giorni fa il candidato alle primarie repubblicane Rick Santorum ha deciso di ritirarsi dalla corsa, lasciando a Mitt Romney il compito di sfidare il presidente Barack Obama. Motivando la propria decisione, il senatore cattolico ha fatto riferimento alle vicende personali della sua famiglia. Qui trovate per esteso la storia allegra, eccezionale e drammatica della tribù Santorum, una storia che da particolare si è fatta universale, arrivando a interrogare tutte le famiglie americane sul senso della morte, del dolore e sul sigificato di questo dono che chiamiamo vita. 

Di seguito pubblichiamo l’introduzione che Madre Teresa di Calcutta scrisse come prefazione al libro “Letters to Gabriel”, scritto da Karen Garver, moglie di Santorum, pubblicato negli Usa nel 1996. La beata di Calcutta, infatti, era rimasta assai colpita del diario che Karen aveva scritto in occasione della gravidanza di Gabriel (bambino che nacque e morì nel giro di poche ore e attorno cui si sviluppò un feroce dibattito tra pro life e pro choice) e aveva voluto inviare il seguente messaggio ai due coniugi.
“Letters to Gabriel” è stato tradotto e pubblicato in Italia da Marietti nel 2010 con il titolo “Lettere nell’attesa. Storia del mio bambino Gabriel”.

«Ogni vita umana, da quella di un adulto
molto avanti negli anni
a quella di un bambino ancora non nato
è un dono di Dio per amare ed essere amati.
Gabriel Michael Santorum, che, prematuro,
visse soltanto un paio d’ore, è un dono di Dio.
Io raccomando che queste lettere
nate dal cuore mosso di sua madre
siano lette perché ci ricordano il tenero amore di Dio per noi
così espresso da Isaia: “Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?”.
Dio benedica Richard e Karen Santorum
genitori del piccolo Gabriel Michael
e li consoli con la consapevolezza
che il loro figlio è in cielo con Dio.
Possa Maria, Madre di Gesù, usare queste lettere ispirate
per incoraggiare tutte le madri in attesa
ad avere caro il dono della vita che esse portano in sé
e ad amare il bimbo che hanno in seno».

Che Dio vi benedica
Madre Teresa di Calcutta
18 giugno 1997

Debolezza, mendicanza e positività

Se, nella coscienza della nostra assoluta incapacità di fare, amare, essere quel che vogliamo, non c’è possibilità di implorare qualcuno, non c’è altra via che la disperazione. C’è  Qualcuno che ha detto: Non c’è bisogno che muoia tu. Muoio io al tuo posto e ti guadagno la risurrezione… Da quel momento possiamo imploraLo con fiducia.

Ho letto con interesse il contributo inviatomi da un amico:

“Dobbiamo chiedere la forza del Padre, la forza di Dio. La forza di Dio è un uomo, la misericordia di Dio ha nella storia un nome: Gesù Cristo, dice il Papa nell’enciclica che ho citato. Noi dobbiamo chiedere Gesù! «Vieni, Signore Gesù. Vieni, Signore» è il grido che sintetizza tutta la storia umana, la storia del rapporto tra l’uomo e Dio nella Bibbia. Andate a prendere la Bibbia, all’ultima pagina, le ultime parole sono queste: «Vieni, Signore». Dobbiamo pregare. È una mendicanza, non è una forza, ma l’estrema debolezza, l’espressione estrema della consapevolezza della debolezza che è in noi. La coscienza della nostra debolezza diventa mendicanza. La mendicanza è l’ultima possibilità di forza adeguata al nostro destino, rende l’uomo adeguato al destino. Si chiama normalmente preghiera”.

(L. Giussani – Avvenimento di libertàConversazioni con giovani universitari, Marietti, Genova 2002, p. 56)

Parole che hanno come completamento queste altre belle pronunciate da don giussani nel 2004:

Domenica 25 aprile 2004 
“Permettetemi di salutarvi ancora. Quanto più ci rifletto tanto più mi viene da ringraziare il Signore e ognuno di voi, perché il tema degli Esercizi di quest’anno è il tema più bello e sconfinato che si possa immaginare. Perché la vittoria di Cristo è una vittoria sulla morte. E la vittoria sulla morte è una vittoria sulla vita. Tutto ha una positività, tutto è un bene così invadente che, quando il Signore ci darà avviso e termine, formerà la grande suggestività per cui questo mondo è stato fatto. Perciò c’è il coraggio che ognuno di noi deve portare per la positività del vivere, tanto che qualunque contraddizione o qualunque dolore hanno, nel “veicolo” di questa vita, una risposta positiva. E come esempio particolare io spero che possiamo metterci bene d’accordo col Signore, che ci illumini in tutto quello che ci metterà nelle “nuove” condizioni di fare, perché abbiamo a vedere come la vita dell’uomo è tutta positiva, profondamente positiva nel suo finale intento. Perché la vita è bella: la vita è bella, è una promessa fatta da Dio con la vittoria di Cristo. Perciò ogni giorno che noi ci alzeremo dal letto – qualunque sia la nostra situazione immediatamente percepibile, documentabile, anche la più sofferente, inimmaginabile – è un bene che sta per nascere ai confini del nostro orizzonte di uomini. E dovremo cercare di tradurre questo anche in una consonanza storica. Dobbiamo far sì che sia riguardata la stessa storia della nostra vita come della vita di tutti i popoli del mondo, da quella iniziale fino all’estremo confine – dicevamo prima -, all’estremo confine della nostra, di quella realtà che è la vita dell’uomo. Perché essa esige un’attenzione nuova, un’attenzione che porti dentro di sé il grande premio – il grande premio! -, che porti dentro di sé già il grande premio che sta alla fine di ogni cosa per ogni uomo. Ciò in cui dobbiamo aiutarci, ciò in cui noi dobbiamo sostenerci, ciò in cui noi dobbiamo essere fratelli è questa positività ultima di fronte ad ogni dolore: è una pacatezza che mette nella pace la nostra adesione. E “studiare” la storia dell’umanità con questo intento dimostrativo sarà un mezzo nuovo per ringraziare chi ci fa scoppiare di gioia davanti alla bontà di Dio, davanti alla Sua bontà. Auguri a tutti perché ognuno sulla strada della sua vita trovi emergenza del bene che è Cristo risorto, trovi l’aiuto di ciò che desta per gli uomini la positività che rende ragionevole il continuare a vivere. Sia lodato il Signore vittorioso sulla morte e su di noi! Saluti a tutti!”

( DON LUIGI GIUSSANI)

“Hanno preso a schiaffi la nostra misura…”

Il Sussidiario, sabato 17 marzo 2012

LETTERA/ Dall'Iraq ai pescatori indiani, il filo rosso è il perdonoCaro Direttore, accadono fatti che, oggettivamente, hanno un peso e una portata diversi da altri. Maggiore, anche. Non per il clamore che suscitano – destinato a bruciare e spegnersi come brucia e si spegne la paglia – ma per le tracce d’eterno che si lasciano dietro. Sono fatti che pesano perche’ durano: dentro il tempo, oltre il tempo. Sono fatti che pesano perche’ nuovi: col gusto fresco delle cose autentiche. Cosa hanno in comune papa Wojtyla, la vedova del brigadiere Coletta e la vedova di uno dei pescatori caduti vittima qualche settimana fa in India? Nulla, verrebbe da dire. Tanto piu’ che si riferiscono ad avvenimenti accaduti in periodi, luoghi e circostanze del tutto differenti tra loro (1981 a Roma. 2003 in Iraq. 2012 in India). Effettivamente, “sic stantibus rebus”, nulla da eccepire: non c’entrerebbero nulla.

A ben vedere, tuttavia, essi non solo non sono cosi’ distanti come sembra, ma appaiono fortemente intrecciati da quell’unico grande filo che li rende in qualche modo “unici”: il perdono. Tutti e tre – nell’apice del piu’ grande degli affronti, quello alla vita – hanno perdonato, hanno dichiarato al mondo – a me, a te, a ognuno – che il male e l’odio non sono l’ultima parola, non rappresentano la tomba dentro cui soccombere. Hanno preso a schiaffi la nostra misura mostrando che non siamo condannati a soffocare nel giogo disgraziato delle nostre reazioni ma che e’ possibile amare, anche e addirittura, il destino di chi mi ha tolto un marito. Non e’ una cosa normale, questa. Quotidiana. Si porta dentro una potenza inaudita, che nulla ha a che fare con lo sforzo o l’ascesi. Quante volte ci scopriamo incapaci al perdono, per cose assai men gravi? Siamo cosi’ spesso abbarbicati alla nostra misura da pensare che l’unico modo per non soccombere del tutto, dopo il danno, sia attaccarsi alle nostre ragioni. Quando invece e’ proprio il contrario; si puo’ morire due volte avendo mille ragioni da vantare: la vita non la compie l’aver ragione ma l’aver amato.   PAG. SUCC. >

Una medicina per la crisi

Da Tracce:

07/02/2012 – L’11 febbraio torna il Banco Farmaceutico in tutta Italia. Un’iniziativa nata a Milano nel 2000, ora presente in oltre ottanta province. Un gesto che aiuta i più poveri, ma non solo…La Giornata di Raccolta del Farmaco.

Un anziano l’anno scorso ha donato mille euro al Banco Farmaceutico. Per gratitudine. Qualche anno prima si era ammalato e non aveva i soldi per curarsi. La raccolta di medicinali lo aveva aiutato. Così, appena ha potuto, è tornato a ringraziare. Questo e molti altri sono i frutti inaspettati di una semplice giornata che dal 2000 si ripete ogni anno. «Nella mia farmacia mi ha sempre colpito la disponibilità e la grande convinzione dei clienti, a cui i volontari del Banco si rivolgono con una grande discrezione», dice Stefano, farmacista a Genova: «Quando mi è stato proposto di organizzare la Giornata Nazionale di Raccolta del Farmaco (Grf), ho aderito immediatamente vivendo un rapporto interessante e per nulla scontato con i miei clienti, che in quell’occasione forse non mi vedono solo come un professionista del farmaco, ma come il tramite di una proposta che coinvolge tutti». Così i farmacisti rimangono sorpresi anche dai loro stessi clienti perché «viene fuori la loro esigenza di bene», conclude Stefano. Tutto questo è potuto nascere dall’iniziativa della Fondazione Banco Farmaceutico Onlus in collaborazione con la Compagnia delle Opere – Opere Sociali, che sabato 11 febbraio ripropone in tutta Italia la Giornata Nazionale di Raccolta del Farmaco.
Il gesto è semplice: recandosi nelle farmacie che espongono la locandina, si può acquistare e donare un farmaco da banco, che verrà poi ridistribuito ad enti assistenziali. Quest’anno l’iniziativa è presente in 3.500 farmacie sparse in 85 province e in più di 1.200 comuni e, nello stesso giorno, anche in Spagna e in Portogallo. «Ogni anno aumentano i nostri numeri e le province che aderiscono alla nostra proposta», spiega Marcello Perego, vicepresidente del Banco: «purtroppo c’è stato anche un incremento nel numero degli enti caritatevoli ad aver bisogno dei farmaci». Ma la raccolta non si ferma a quel solo sabato all’anno: «Stiamo sviluppando sempre più rapporti con le aziende farmaceutiche, che hanno iniziato a donarci medicinali che non possono essere messi in commercio nonostante siano di qualità ottima», continua Perego: «Questo filone è necessario perché non bastano più quelli raccolti nella GRF». Il gesto benefico spegne quest’anno dodici candeline. «Nonostante il gesto non sia nuovo», racconta Marcello: «Riemerge sempre la domanda: cosa sostiene la mia energia, la mia azione? E così riscopro il fattore che sostiene la mia attività: l’esperienza di positività e di carità cristiana che vivo nella mia vita. Solo per questo riproponiamo a tutti il gesto, anche in un periodo di crisi». Il numero dei volontari cresce di anno in anno e la positività nei loro volti non passa inosservata. Perché questo fascino nasce da un bisogno che è di tutti, come ricordava il Papa lo scorso 12 gennaio: «È un’esigenza di carità e giustizia che nei momenti difficili coloro che hanno maggiori disponibilità si prendano cura di chi vive in condizioni disagiate».
Ecco perché, conclude Marcello: «Un gesto semplice di gratuità e condivisione aiuta i più poveri e ridesta chi vi partecipa».
Per informazioni: www.bancofarmaceutico.org

Gianna Jessen, sopravvissuta allʼaborto

Ne aveva parlato Don Gabriele giovedì 30 settembre 2010 sul suo sito, CulturaCattolica.it; perciò il nome di Gianna Jessen non mi era nuovo. Ieri mentre mi rilassavo nel primo pomeriggio davanti alla tv, nella trasmissione “Italia sul Due” - che talvolta riesce a dire anche cose interessanti -, per la prima volta in Italia, la giovane scampata negli USA ad un aborto salino alla settima settimana di gravidanza,  ha parlato della sua incredibile storia. Ecco perché rilancio il post di don Gabriele e rimando ai link di youtube che non riesco ancora a riprodurre in questo mio nuovo blog!
Ecco Gianna Iessen
Non credo al caso: in quello che accade si può sempre trovare una mano significativa e misteriosa, che mette sempre in moto una libertà dell’uomo. C’è quindi un disegno, ed è l’esaltazione della libertà. Questo si può definire anche con la parola “incontro”.Ho pensato a tutto questo guardando un video che mi è stato consigliato da un amico, testimonianza di una esperienza di grazia indicibile. Si tratta di una giovane che doveva essere abortita, Gianna Jessen, ma che è sopravvissuta, e che racconta la sua gioia di vivere e la sua gratitudine al Signore.(…) credo che vedere questo volto e ascoltare il suo racconto sia il modo migliore per riaprire alla speranza. Forse in questo modo si risponde al grave problema della “emergenza educativa”.

Sopravvissuta all’aborto – part 1 

 http://www.youtube.com/watch?v=ZFGRiVGRFXQ

 

Sopravvissuta all’aborto – part 2 

 http://www.youtube.com/watch?v=kCzKc_mSTlc

Gianna Jessen

 AGGIORNAMENTO:

Un amico mi ha riferito quanto Gianna avrebbe detto su Facebook:

Devo dirvi una ragione importante per cui credo di essere venuta in Italia: prima che l’intervista cominciasse, c’era una signora carina vicino a me. Le ho fatto i complimenti per come era vestita. In qualche modo conosceva la mia vita. Mi ha chiesto come ho trovato un significato. Le ho detto: “Ho sempre avuto bisogno di Qualcuno a cui cantare, una vera ragione per cantare, e Qualcuno che mi aiutasse a camminare, ed è Gesù Cristo”. I suoi occhi si sono riempiti di lacrime. Ho continuato: “Non solo Dio, Gesù Cristo. Dio suona molto più rassicurante”. Lei mi ha detto: “Vedo che la fede dentro di te è reale, non è a parole”. Ha continuato: “Io non sono credente, ma sono in ricerca. Quando canti, canta a Gesù anche per me”. Ho sorriso e le ho risposto: “Lo farò e sai, la Bibbia dice che ci cerca trova, Dio onorerà la tua ricerca.” Lei mi ha abbracciato.
Anche se fosse stata l’unica ragione per cui sono venuta in Italia, sono felice. Lei sa che la sua ricerca è stata riconosciuta, che non è stata dimenticata. E questa è la felicità della mia vita.

IL CACAO: una nuova avventura dall’Italia all’Uganda e da lì nel mondo

Graciete pubblica un post interessante che rilancio:

Che cosa succede quando un’azienda leader nel settore della produzione di cioccolato, la ICAM s.p.a., decide di avvalersi dell’esperienza in Uganda della Fondazione Spe Salvi dell’Università Cattolica per aprire un nuovo canale di approvvigionamento diretto per coprire il crescente fabbisogno interno di materia prima?

Nasce qualcosa di grande. La Fondazione Spe Salvi collabora con un’Università in Uganda e ha numerosi contatti sul territorio, nel 2010 in occasione dell’inaugurazione del nuovo Dipartimento della Facoltà di Scienze Sanitarie, una delegazione della Fondazione inizia a verificarne la fattibilità e in poco tempo nasce un progetto per la produzione ed esportazione di cacao di alta qualità che arriva alla costituzione di una nuova società la Icam Chocolate Uganda Ltd.

Giusto per capire l’evoluzione in così breve tempo vi cito qualche dato:
Affitto di un terreno di 3 acri, costruzione magazzino e ufficio di 200 mq., realizzazione di 5 aree di fermentazione, creazione di 10 aree di essiccazione, assunzione di 27 dipendenti in pianta stabile, 3800 piccoli agricoltori hanno venduto cacao fresco ad Icam (1558 di essi si sono organizzati in 44 gruppi e stanno vendendo il proprio cacao in maniera continuativa) ed infine pure il coinvolgimento di studenti della Uganda Martyrs University nelle attività di formazione degli agricoltori, ma non è finita qui, il progetto è solo all’inizio del suo sviluppo.

Se volete saperne di più sul progetto trovate tutte le informazioni sul sito della Fondazione Spe Salvi.

Un caro amico che segue il progetto mi ha mandato da vedere il trailer che presenta il progetto. Guardando scorrere le immagini subito salta all’occhio una freschezza e un allegria semplice e sincera. Mi son detta: ma come sono felici queste persone che hanno così poco, vuoi dire che basta un po’ di cacao?

Per il trailer che non riesco a riprodurre potete vederlo QUI 

Sicuramente non è il solo fattore, ma sta di fatto che effettivamente esistono proprietà benefiche dei Semi di Cacao, leggi il prossimo post: Lunga vita felice nei semi di cacao.

Qualche notizia sulla pianta di cacao e sui suoi frutti.

Il nome scientifico della pianta del cacao è Theobroma cacao, appartiene alla famiglia delle Sterculiacee, fu Cristoforo Colombo ad importare dall’America la pianta del cacao perché più che dalle proprietà alimentari della pianta, fu colpito dal valore che gli indigeni davano al cacao, essi lo utilizzavano come una vera e propria moneta.
L’albero del cacao è in grado di dare due raccolti all’anno e raggiunge il suo completo sviluppo nel giro di dieci anni; una piantagione di cacao produce frutti per circa 30 anni. La pianta del cacao è un sempreverde che predilige i climi equatoriali, è perenne e può raggiungere fino a dieci metri d’altezza, produce fiori bianchi con sfumature rosa da cui si sviluppano poi i frutti che all’inizio, prima di scurirsi, richiamano la forma del cedro, sono chiamati cabosse e  possono misurare fino a 30 centimetri di lunghezza e pesare dai due etti al chilo. All’interno di ogni frutto vi sono semi grandi come fave, racchiusi in una mucillagine bianca, è da quei semi che deriva il cacao ed è dalla loro fermentazione che parte il processo attraverso il quale si arriva al burro di cacao, elemento base per la produzione del cioccolato.


Per ottenere il cacao i semi vengono sottoposti a una serie di operazioni:
- fermentazione: da 2 a 10 giorni in vasche o fosse scavate nel terreno, dove si sviluppa l’aroma e il colore caratteristico
- essiccazione: operazione facoltativa effettuata al sole o in “armadi” di essiccamento per conferire al prodotto un colore più vivo e un sapore meno astringente
- torrefazione: a 120 – 140 °C per tostare le fave di cacao e facilitare le operazioni di spremitura e macinazione
- spremitura: estrazione di parte del grasso (burro di cacao). Da questa fase si ottengono anche panelli di polvere di cacao. 

L’incidente di Matteo e i «sedici mesi più belli della mia vita»

 Da Tracce una lettera:

23/01/2012 – Un’auto che piomba su un bar. L’inizio del calvario di un giovane neo-maturato. Fino alla sua morte. Fatti che, riguardati oggi, hanno il sapore della Grazia…

La copertina de <br>''Il senso religioso''.

Carissimo Julián,
finalmente mi sono deciso a raccontarti una storia grande che sta capitando a me e ad altri amici. È impressionante la coincidenza del lavoro che stiamo facendo su Il senso religioso come verifica della fede.
Nell’estate 2010, mentre Matteo stava festeggiando con la fidanzata il diploma di maturità seduto al tavolino della terrazza di un bar, un’auto – guidata spericolatamente da un suo coetaneo – precipitando da un tornante 60 metri più in alto, gli è piombata addosso investendolo. Miracolosamente le decine di persone coinvolte sono rimaste quasi illese, tranne Matteo che dopo diversi mesi trascorsi tra la vita e la morte è tornato a casa dall’ospedale in stato semi-vegetativo.
I genitori di Matteo hanno chiesto aiuto ad una amica della comunità di Cl che avevano conosciuto alcuni anni prima, avendo bene in mente che questa strana combriccola di persone fossero unite in una comunione più grande della somma di tutti i singoli.
È così iniziata la caritativa da Matteo, che ha coinvolto una ventina di amici che hanno deciso di offrire un po’ del loro tempo per far compagnia a Matteo e alla sua famiglia. La cosa che ha sorpreso tutti è stata l’importanza di questa caritativa per la vita personale di ciascuno. Importanza data dalla tangibile testimonianza di fede manifestata da questa famiglia.
La diciottenne Dori, fidanzata di Matteo, lo ha accompagnato ogni giorno, facendosi cento chilometri di viaggio, per aiutarlo nella fisioterapia e per sollecitarlo continuamente ad esprimersi e a cercare di comunicare. In tutti questi mesi Matteo ha avuto diverse gravi crisi, ma le ha superate tutte brillantemente. È stato incredibile constatarne i continui miglioramenti che nessun medico aveva nemmeno lontanamente potuto immaginare. Come dice Saverio, il papà di Matteo: «Anche se lei non lo riconosce ancora pienamente, l’amore tenace di cui è stata capace questa ragazzina non può che essere stato possibile grazie all’amore di Dio».
Ogni sabato che sono andato da Matteo, ho sperimentato attraverso suo padre e sua madre come un “pregiudizio positivo” sul fatto che siamo amati e fatti per un bene. Il papà ha sempre ripetuto che pur dentro un grande dolore, la realtà rimaneva positiva per il semplice fatto che suo figlio c’era, era lì, respirava, mangiava, dormiva. E Matteo rispondeva a questo bene, aveva imparato a dire “sì” o “no” strizzando gli occhi. È stato incredibile constatare di persona che razza di terapia sia l’amore di chi sostiene con te il tuo desiderio. Quando nella Scuola di comunità abbiamo riletto la questione della recondita partenza ho subito pensato alla posizione di Saverio, alla sua povertà di spirito, alla sua moralità che ha affascinato tutti noi. Alla fine di ogni turno di caritativa Saverio ci chiedeva: «Ragazzi, ma com’è che ogni volta anziché essere io che ringrazio voi per il vostro aiuto siete voi che ringraziate me?».
Dopo un po’ di mesi, Cettina, la mamma di Matteo, ci ha chiesto se era possibile iniziare a fare insieme a loro Scuola di comunità, l’abbiamo invitata alla Giornata di inizio d’anno.
Da lì in poi l’amicizia si è fatta più stringente, ci siamo ritrovati a mangiare insieme e a raccontarci ognuno le cose che aveva più a cuore. Alcuni amici hanno aiutato Saverio a costruire una grotta di mattoni per poter ospitare l’enorme statua della Madonna di Lourdes dopo un improvvisato pellegrinaggio d’agosto. Finita la grotta hanno pure abbattuto uno dei pochi alberi del giardino, affinché Matteo, sdraiato nel letto, potesse vedere la statua attraverso la finestra.
Intanto a novembre Matteo è stato finalmente accolto in un importante centro di riabilitazione fisioterapica per pazienti nel suo stato. Dopo una settimana di ricovero, Matteo ha contratto una banalissima infezione e il suo fisico non ha retto, il 21 novembre Matteo è stato accolto in cielo. È stato incredibile pensare all’assurda dinamica dell’incidente di 16 mesi prima e poi all’altrettanto assurda dinamica di come Matteo ci ha lasciati, un’infezione… È stato evidente come il Signore abbia proprio deciso di prenderlo definitivamente con sé. Qualcuno di noi ha detto: «Con la stessa grande fede dei suoi genitori anche noi pensavamo che Matteo potesse uscire dal quel centro quasi camminando… E invece il Signore gli ha voluto ancora più bene, perché lo ha fatto volare!».
Durante il Rosario recitato insieme la sera della morte del figlio, Saverio ci ha confessato che sorprendentemente questi ultimi 16 mesi successivi all’incidente sono stati i più belli della sua vita. Lo diceva senza censurare nulla del dolore e della fatica, diceva che il Signore aveva concesso a suo figlio altri 16 mesi perché lui, suo padre, potesse riconoscere che la vita ci è donata per un compimento positivo, ci ha detto di poter affermare questo per i moltissimi segni che gli sono accaduti.
E ringraziava il Signore di tutti questi segni, perché è proprio vero che senza rapporto col Mistero tutti noi saremmo sempre dominati dalle circostanze.
Ora i genitori di Matteo vengono con noi al collegamento della Scuola di comunità, stiamo camminando insieme per imparare a rallegrarci sempre più non per il fatto che «siamo in grado di convertire i diavoli», ma perché anche noi come Matteo e come i Santi Innocenti, in modo sempre misterioso, siamo stati presi, preferiti e scelti per la salvezza nostra e del mondo.
Francesco

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