“Ora sento più pace, felicità e tranquillità”

Dal Paraguay ci scrive P. Aldo:

Cari amici, desidero condividere con voi una lettera che José (Giuseppe) ci ha inviato per festeggiare un anno di ricovero nella clinica. Ha 43 anni, da tempo è totalmente paralizzato con gli arti rattrappiti ed è cieco. Pur avendo famiglia è solo. Noi siamo la sua famiglia. È stupendo vedere l’affetto delle infermiere e del personale verso di lui. Ogni volta che mi avvicino e gli chiedo come sta, mi risponde: “molto bene, Padre. Qui ho tutto ciò che è necessario per vivere”. Per me è una provocazione continua per riconoscere la positività e la bellezza della vita, qualunque siano le condizioni in cui si svolge. In queste condizioni lui ha incontrato Gesù, unico motivo della sua vita. Decisivo in questo incontro è stato l’amore vissuto momento per momento. È un incontro concreto con volti che ti vogliono bene concretamente, nel quale Gesù si fa presente rendendo l’impossibile (vivere in quelle condizioni) possibile. Guardando José penso agli amici ammalati di SLA e insieme preghiamo per loro. Vi chiedo di cuore di stare tanto vicino a chi ha la SLA perché solo l’amore dà loro l’energia per riconoscere la predilezione di Gesù.

Con affetto, P. Aldo

Caro Padre Aldo scrivo questa lettera con l’intenzione di ringraziare tutte le persone che sono in questo clinica. Con tutto il cuore ringrazio le prime infermiere che mi hanno accudito quando sono arrivato in questa casa. Per avermi ripulito, rasato, fatto il bagno, le prime cure. Per avermi ripulito per bene.

Oggi è il mio primo anniversario in questa casa, sono molto contento e felice. Ringrazio Dio per avermi dato la possibilità di venire qui.

Qui ho fatto la mia Cresima e da allora la mia vita è cambiata;  da quel momento ho vissuto più intensamente la mia fede.

Ho trascorso qui tanti bei momenti di felicità, tra i quali la festa per i miei 43 anni e, senza dubbio, mi sono avvicinato di più a Dio attraverso la preghiera quotidiana, la comunione e la confessione frequente. Ora sento più pace, felicità e tranquillità,  accettando e  sopportando con dignità la mia malattia fino a quando Dio lo vorrà.

Prima della mia malattia facevo una vita molto disordinata, lontana da Dio. Ho avuto molti problemi e l’odio dei miei familiari, ma attraverso la mia malattia e con l’arrivare qui ho potuto superare il rancore, l’odio verso di loro. Forse loro sono ancora arrabbiati e per questo non mi chiamano spesso, ma io ogni giorno li amo di più, prego ogni giorno per tutti loro chiedendo al Signore di farli riavvicinare a me e che, sia loro che le loro famiglie, abbiano la salute e siano felici come lo sono io, malgrado sia a letto.

Ringrazio ancora tutti i medici, le infermiere, le cuoche, le addette alle pulizie, le segretarie, i volontari e le volontarie, gli amici, la suora e specialmente te e tutti coloro che mi hanno aiutato in ogni modo.

Un caro saluto. 

JOSE D. O.

“esiste una condizione: la convivenza amorosa e continua con il paziente”

Da p. Aldo Trento:

Cari amici,

una delle provocazioni che mi fanno in molti che visitano i nostri ammalati riguarda il perché tenere in vita persone che non hanno più la libertà di decidere. Per esempio, un ammalato di Alzheimer o uno che non c’è più con la testa.

Ebbene, nella mia esperienza, convivendo fisicamente con questi malati posso affermare che mai la libertà è stata del tutto cancellata.

Magari manifestano la libertà di un minuto in cui prendono coscienza di un fatto, riconoscendolo come tale.

Mi ha commosso ieri un ammalato grave di Alzheimer e uno di AIDS definito incoerente e incapace di intendere. Gildo, l’ammalato di Alzheimer, è una delle persone più simpatiche perché vive nel suo mondo e dice di tutto e tutto senza senso. Non riconosce nessuno.

Eppure ieri sera quando per l’ennesima volta sono stato da lui con il Santissimo Sacramento (è la processione che facciamo la sera) ho avuto la sorpresa che si è tolto il cappello, mi ha preso una mano baciandomela. Tutti siamo rimasti sconcertati e commossi. È stato un momento in cui la sua libertà ha riconosciuto l’Avvenimento. Terminata la processione con la suora andiamo a dare l’unzione degli infermi ad un malato di AIDS, molto giovane. Questo figlio di Dio non c’è con la testa. Eppure quando mi sono avvicinato ha incominciato a guardarmi, con gli occhi un po’ persi, con le mani giunte ripetendo “Signore pietà”. Con la suora ci siamo sorpresi.

Ancora una volta ho visto con i miei occhi che, in qualunque situazione, la libertà umana si manifesta. Però esiste una condizione: la convivenza amorosa e continua con il paziente. Gildo è per me parte di me stesso, così come Mattia, l’ammalato di AIDS. È solo amando continuamente e concretamente che accadono questi miracoli. Così accade con due ragazze che si sono svegliate dal coma, che stando loro vicino, accarezzandole, parlando con loro, muovono gli occhi per guardarci.

Amici, è solo l’amore di uno sguardo pieno di Gesù che permette questi fatti. È necessario, però, morire per questi figli. Come Gesù, perché la libertà si muova. Pensate che grazia: una persona con Alzheimer che dopo anni riconosce la presenza di Gesù.

Con affetto,

P. Aldo

¨se ció che ho visto é Dio, ci posso credere anche io¨.

Da P. Aldo

Cari amici,

domani 1 maggio festa di San Riccardo la clínica, che porta il suo nome, compie 9 anni di vita.

Chi sia come tutte le opere nate in questi anni una iniziativa Divina. Credo che nessuno puó dubitare a meno che uno sia cinico. A proposito, una delle testimonianze piú belle é quella data dall´ebreo agnostico, il piú famoso giornalista locale Humberto Rubin che dopo aver trasmesso in diretta un servizio televisivo di un´ora sulla vita interna della clinica mi disse: ¨se ció che ho visto é Dio, ci posso credere anche io¨.

Questa ¨Casa di Dio¨, questa ¨Porta del Cielo¨ (Haec Est Domus Dei, Haec Est Ianua Coeli) come sta scritto sull´entrata, non solo é l´antesala del paradiso come la chiamano i pazienti, ma é un grande luogo missionario, é una sfida del fatto cristiano alle problematiche inerenti alla fine della vita. Alle tante discussioni – eutanasia SI, eutanasia NO – cui si impone un´evidenza: il dolore come mezzo di redenzione e la morte come lo spalancarsi alla pieneza della vita.

In questi nove anni abbiamo accolto 1274 pazienti indigenti da tutto il paese, di cui 987 sono morti e gli altri li seguiamo ambulatorialmente.

Gli ammalati di AIDS sono sempre meno quelli che muoiono. Purtroppo quanti che grazie all´amore e alle medicine si recuperano, vivono una morte sociale. Motivo per cui grazie a una fattoria di 14 ettari regalata da una signora, abbiamo creato  una casa dove vivono. É una esperienza bella perché si autogestiscono.Ogni sabato vado a celebrare la messa e al lunedí, un giorno di convivenza, mangiando assieme. Fra loro c´é un austriaco e un basco raccolti nella strada. Interessante questa esperienza di autogestione che ha come responsabile un giornalista ammalato di AIDS che é li con loro. Il suo sogno é tenere una radio comunitaria per alfabetizzare i contadini, dal momento che parla bene il guarani.

Colgo questa occassione per ringraziare la Provvidenza che attraverso di voi cari amici, ogni giorno rinnova il suo miracolo. Personalmente non guardo mai le cifre perché i  miei occhi sono fissi dove é la vera gioia, però non posso non dirvi quanta é generosa la Provvidenza. Voi sapete che qui si ricevono solo indigenti piccoli o grandi o vecchi per cui tutto é gratuito. Ebbene solo attraverso una banca, dal 2007 ad aprile 2013 sono giunti 2.000.000 di euro. Quando la banca mi ha informato non credevo ai miei occhi… me le cifre sono cifre. Poi ho chiesto quanto lungo sarebbe stato il nastro di carta se mi avesse impresso uno per uno i benefattori, ma il direttore si é messo a ridere.  Peró ho voluto guardare un pó la lista. Una commozione grande perché il 80% dei benefattori andavano da 5 a 100 euro.

Amici non so come ringraziarvi ma Gesú, come ci dice nel vangelo, non vi lascia mai senza il necessario. S. Paolo dice che Dio ama chi dà con gioia, continuate ad essere con me un segno della Misericordia Divina di cui ci parla sempre Papa Francesco, a cui abbiamo con P. Paolino raccontato questi miracoli quando siamo stati da lui nei primi giorni d´aprile.

La Madonna e S. Riccardo vi benedicano.

P. Aldo e tutta la compagnia della Fondazione San Rafael.

In tutti siamo 170 persone. Una cosa impensabile per il mondo (170 stipendi), ma per la bontà Divina un segno della sua onnipotenza misericordiosa.

 

Non a me Signore,

ma al Tuo nome da gloria.

 

“Qualunque forma di violenza nasce dalla mancanza ti tenerezza”

Cari amici, non c’è niente di più bello che essere padri,
P.Aldo cioè manifestazione della misericordia di Dio. Che gioia tornare a casa la sera e trovare una letterina sul tavolo da parte di una delle proprie figlie e, in questo caso, la più grande!

Per: papà Aldo

Da: Ana Liz

Papà ti voglio dire che tu mi hai accolto e mi hai dato una casa dove vivere. Ti ringrazio di tutto ciò che fai per me e per tutti. Non ho mai avuto un papà come te che ci dà consigli per la nostra vita e per quella degli altri. Io non ho avuto la grazia di conoscere mio padre. Sono giunta in questa famiglia e ti ho conosciuto. Per me sei un grande papà.

TI VOGLIO TANTO BENE

Che Dio e la Madonna ti accompagnino e ti benedicano. Grazie di tutto papà .

Amici, vedere una ragazza di 16 anni che ha sofferto ogni forma di violenza da piccola, guardarmi come un papà, è per me davvero il segno di una tenerezza divina nei miei confronti. Da 5 anni vive con noi. Non dimentichiamo ciò che diceva Pavese: “qualunque forma di violenza – anche i rapporti clericali o il modo di trattarsi in famiglia – nasce dalla mancanza ti tenerezza”.
 Ripenso a come Papa Francesco ha guardato Paolino e me negli occhi stringendoci le mani, e mi diventa ancora più luminoso il cammino che percorriamo in questo piccolo angolo di paradiso (anche se è una valle di lacrime) che è la Fondazione San Rafael. Anche oggi un ragazzo di 14 anni e un giovane di 26 hanno raggiunto il Paradiso. A Giorgio (26) ho detto alcune ore prima di morire: “salutami Gesù e la Madonna e di loro che mi aiutino”. Che libertà questa amicizia con chi sta per morire!

P. Aldo

“A cosa servirà la vita? Perché tanto soffrire?”

Cari amici, da tempo Carrón ci sta provocando con la domanda di Pavese: “Per caso qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora, perché attendiamo?”  Passando ogni giorno tra i miei figli malati terminali la sfida di questo scrittore che mi ha sempre affascinato mi accompagna, risvegliando in me un potente desiderio di Infinito. Guardando quei letti bianchi, ben ordinati, penso ai corpi martoriati che vi stanno coricati. Ogni letto conserva, come il Tabernacolo Eucaristico, un Gesù con le membra piene di croste o putrefatte. Penso a Rodrigo, un uomo grande, arrivato da poco dall’Ospedale Nazionale dei Tumori. Il suo viso sfigurato da un cancro. Un giorno lo visito e vedo la bella e giovane infermiera Lilly al suo capezzale: “Padre, per favore, vieni qui, vicino a me.” Sono rimasto scioccato: con una pinza gli stava togliendo un centinaio di vermi che, grazie a un farmaco spray, spruzzato sulla garza che copriva il lato sinistro del viso, marcio, uscivano dal naso, dalle orecchie, dalla bocca, eccetera.. Per giorni è stato il lavoro principale delle infermiere. Guardando questo tabernacolo dello Spirito Santo soffrire e che, con l’unico occhio che aveva sano -il destro- mi guardava come chiedendo aiuto, sentivo crescere in me la domanda: a cosa servirà la vita? Perché tanto soffrire? Perché i poveri devono marcire per la malattia senza che nessuno li aiuti? Tuttavia, che senso di gratitudine verso il Signore che mi dà la grazia di condividere questo dolore che in ogni istante sveglia in me la coscienza che, tanto Rodrigo quanto me, siamo fatti per l’Infinito. La notte in cui è morto non c’era con lui nessun parente. Sono rimasto lì, in compagnia di un’infermiera, accarezzandolo mentre lottava con la morte. Il suo respiro era affannoso, come se l’anima volesse uscire per raggiungere il suo destino amoroso, mentre il corpo voleva ancora tenerla legata a sé. Alla fine ha vinto l’anima, non la morte, ed è rimasto il corpo di Cristo martirizzato. L’abbiamo baciato e l’abbiamo portato all’obitorio, dove il giorno dopo è stata celebrata la funzione funebre. Il suo viso, la parte sana, esprimeva una profonda pace. L’ho guardato a lungo, seduto al suo fianco e pregando per lui, certo che Qualcuno ci ha promesso qualcosa e per questo esiste questa clinica. Per questo il mio unico desiderio è condividere con loro il dolore e anche, quando Dio lo vorrà, la morte. Molte volte, nelle ore della notte, quando tutto è tranquillo, amo rimanere in silenzio, di fianco al cadavere coperto con un bel lenzuolo, pregando e contemplando il miracolo della Resurrezione. Un tempo avrei avuto paura, ora è uno dei momenti più belli del giorno, perché mi rimette alla ragione unica per la quale vale la pena di vivere. In realtà credo che accompagnare Cristo a morire sia il compito più importante della mia vita e soprattutto il Cristo delle favelas che arriva qua distrutto sia moralmente che fisicamente. Ognuno è come il servo di Javhè del quale parla Isaia: non ha né fama né bellezza. Ma è Gesù e allora, come non abbracciarlo, non baciarlo? Amici, pregate per me, affinché il mio sguardo sia lo sguardo di Cristo, come quello dell’infermiera Lilly che toglieva i vermi a Rodrigo con tanta tenerezza.

Con affetto,

P. Aldo

” Il cristianesimo si comunica con lo sguardo”

Cari amici, il cristianesimo si comunica con lo sguardo, come sempre ci ripete Giussani mediante Don Carrón.

Ho fatto una bellissima esperienza a questo riguardo in questi giorni.

Abbiamo ricoverato nella fattoria “Padre Pio” dove c’è una casa di accoglienza per gli ammalati di AIDS, stabilizzati nella loro malattia. Ammalati eterosessuali.

È una bella comunità di giovani, guidati da noi e accompagnati da una mamma che li accudisce. Non solo fa da mangiare, lava la biancheria, ma fa anche il ministro dell’Eucarestia, per cui tutti i giorni, quando alle 7 del mattino arriva al lavoro, la prima cosa che fa è la liturgia della Parola e dà la Santa Comunione ai ragazzi.

Due settimane fa abbiamo accolto nella casa di questa fattoria un uomo basco, che l’ambasciata di Spagna aveva raccolto in cattive condizioni alla stazione delle corriere, ammalato di AIDS, assuefatto alle droghe e pelle ed ossa. Arrabbiato con la Chiesa, con la sua famiglia, con il mondo.

Dopo un po’ di fatica nell’inserirsi nella comunità, con cui pranziamo ogni lunedì quando andiamo lì a fare un po’ di ritiro, finalmente si è consegnato agli amici.

Al sabato pomeriggio vado a dire la Santa Messa. E vengono tutti senza che io dica una parola. Fra loro c’è anche un austriaco che è evangelico ed è il primo nel vestirsi bene e partecipare alla Santa Messa.

Così questo sabato sono andato per la Messa e terminata la celebrazione si è avvicinato lo spagnolo e con il suo caratteristico accento che spesso mi impedisce di capire cosa vuol dire, mi dice: “ Padre, voglio confessarmi”. Mai gli avevo parlato di questo sacramento. E continua dicendomi: “Padre io ho bisogno che Dio mi liberi e per questo vengo tutte le mattine alla liturgia della Parola. Ho chiesto a quella signora che la celebra se poteva confessarmi, ma lei mi ha detto che non può perché solo il sacerdote può farlo e così sono qui a chiederle che mi confessi.

È stato un momento in cui ho toccato con mano la onnipotente carità di Dio. La sua misericordia fatta carne in una semplice amicizia, una amicizia contagiosa per cui uno si trova a fare, a vivere certe cose che fino a un minuto prima sembravano impossibili. Basta uno sguardo, come succede ogni giorno nella clinica e una persona cambia: vuole incontrare Gesù.

Come oggi pomeriggio, domenica 24 di febbraio quando Clotilde una giovane e bella donna, metastasi in tutto il corpo, con sei figli piccoli e 29 anni di età, riceverà la Cresima chiesta personalmente da lei; la sua madrina sarà una sua compagna di stanza.

Nella stessa Santa Messa Marcellina, la bambina di 3 anni ammalata di fibrosi cistica ai polmoni e quindi tutti i giorni con l’ossigeno, riceverà il Battesimo. Davvero, come ci ricorda il Santo Padre, l’ospedale è un luogo privilegiato di evangelizzazione.

Ci si ammala per convertirci, per incontrare Gesù. Mi sorprende ogni volta perché gli ammalati chiedono i sacramenti per contagio e non perché parlo a loro dei sacramenti. E in particolare il sacramento della Confessione.

Con affetto,

P. Aldo

Frutto di violenza, ma dono del Mistero

Cari amici,

ieri è nata Lady Maria. La mamma è una bambina della casa di Chiquitunga, di soli 14 anni di età. Il parto è stato normale. La nuova neonata pesava 3,400 kg. Una sorpresa perché data l’età della madre si pensava di dover ricorrere a un parto cesareo. È bellissima questa creatura divina che il Mistero aveva già pensato dall’eternità. La guardavo tra le mie braccia questa mattina e mi chiedevo pieno di stupore: “eppure anche se è il frutto di una violenza rimane la certezza sconvolgente per la nostra mentalità che è un frutto, un dono del Mistero. Quello che vale è che lei c’è, esiste! È bellissima perché esiste. Certo la mamma di 14 anni questa mattina piangeva perché le veniva in mente l’accaduto 9 mesi fa. Guardava sua figlia e piangeva. Sono stato vicino a lei, come un nonno (data la mia età) accarezzandole i bei capelli crespi e aiutandola a guardare il presente. Lei mi cerca continuamente e per me è bello starle vicino facendole sentire che la Presenza del Mistero visibile in quel corpicino abbraccia anche lei perché Dio si può servire di tutto perché l’essere si manifesti. Stando davanti a lei con questa coscienza, con questa certezza, nella pazienza del tempo questo dono giunto a noi e in primis alla giovanissima mamma, attraverso un orribile violenza  permette non solo di non fermarci al modo con cui ciò è accaduto ma di rimanere fissi sul presente. Mai come in questo momento percepisco che l’uomo non è e non sarà il frutto dei suoi precedenti qualunque siano. In questo ed anche su un altro aspetto ho già tirato fuori le unghie con le psicologhe. L’altro aspetto è stato il seguente. Vado alla casetta e vedo la bebè in una culla portatile. Chiedo alla mamma perché non la prende in braccio e lei mi risponde: “mi hanno detto di farlo il meno possibile perché altrimenti la vizio e poi vuole stare sempre in braccio”. Lascio a voi immaginare la reazione dentro di me. Le ho detto: “da oggi voglio vederla in braccio a te e visto che sono il “papà” e il “nonno” tuo e della bambina devi ascoltare solo me. Amici, capite dove si arriva con lo psicologismo? Ad eliminare l’unica condizione per la crescita che è l’appartenenza. Ma questo me l’ha insegnato mia madre e Don Giussani instancabilmente ha usato questo esempio per farci capire da dove nasce l’io, l’autocoscienza. Quanto più appartengo tanto più sono libero, me stesso. Che succederebbe se il Mistero ascoltasse certi psicologi o esperti della mente umana?

Con affetto e pregate per la mia bambina.

P. Aldo

“ti offendi se ti chiamiamo papà?”

Carissimi amici,
i miei bambini sono davvero un miracolo dell’appartenenza. Dopo mesi di affetto, di pazienza, hanno incominciato a sorridere. Finalmente si sono sentiti amati. Alcuni giorni fa le adolescenti mi hanno chiesto: “ti offendi se ti chiamiamo papà?”  Lascio a voi immaginare la mia gioia, la mia commozione, perché in questa domanda sta tutto il valore della mia vocazione alla verginità che, se è vissuta come coscienza di essere tutto di Cristo, suscita in chi ti è vicino quella domanda. Si sono accorte della mia commozione per cui, dopo alcune ore, mi cercano per consegnarmi un invito a cena che vi allego. Il motivo è la prossima nascita del figlio di Laura che a soli 14 anni ha un pancione di 9 mesi e che avrà un parto naturale.  Questa sera mi hanno detto: “abbiamo preparato una cassettina in cui, chi viene a trovarci, deve depositare il cellulare perché o sta con noi o è meglio che non venga. Però il motivo principale sei tu, perché noi ti vogliamo qui solo per noi. Non possiamo stare bene con te se ogni 5 minuti ti chiamano e poi te ne vai”. Che bisogno di appartenenza! “Padre Aldo, ci educhi al bello, allora perché hai le scarpe sporche? O perché ci hai portato il gelato su un vassoio di legno i cui angoli erano sporchi di polvere e di briciole? Sabato c’è una grande festa a cui parteciperà il Presidente della Repubblica ed altre personalità. Le mie bambine hanno subito messo le mani avanti “non ci lascerai, come spesso capita, laggiù in fondo, con gente che non conosciamo, e tu a mangiare davanti con i tuoi amici?” Le ho guardate con tanta tenerezza e ho detto: “assolutamente no, voi starete con me nella stessa tavola e davanti a noi il Presidente della Repubblica con cui già abbiamo passato la notte di Natale, mangiando di tutto”. Tutta la violenza che hanno sofferto è come sfrattata di casa sentendosi tanto amate. Ogni sera mi aspettano per il bacino della buona notte. È proprio bella questa esperienza di paternità che ti fa gustare come la verginità sia l’unico cammino educativo perché ti porta nel cuore di questi piccoli “io”. Domani ci portano altri due bebè e così cominciamo l’anno con il pieno.
Pregate per questi piccoli Gesù bambino.
Cari saluti,
P. Aldo
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“In fondo basta così poco per essere abbracciati dalla infinita Misericordia di Dio”

Di Aldo Trento, il Te Deum per Tempi :

“Cari amici, in questo fine anno desidero esclusivamente parlare della  Misericordia di Dio, del suo più bel dono. Per questo metto come premessa alle  mie parole il salmo 50. È il cantico alla carità, alla gratuità di Dio verso  ognuno di noi. L’autore di questo grido lo conosciamo tutti, come conosciamo il  peccato col quale macchiò la sua vita. Il re David un giorno perse la testa a  causa di una bella donna e arrivò fino a favorire la morte del marito per  impadronirsi di lei. Tuttavia, una volta realizzato il suo progetto dovette fare  i conti con Natan, il profeta, che gli rinfacciò la sua grave responsabilità e  la punizione di Dio. David riconobbe il suo peccato e il salmo 50 è il frutto di  questa coscienza. Guardando la mia vita, presto avrò 66 anni, rimango sempre più  commosso e colmo di pace per l’infinita pazienza con la quale il Signore mi  porta per mano in ogni momento. Non mi ha mai abbandonato, neanche quando ho  fatto di tutto per allontanarmi dalla Sua Presenza, seguendo ideologie o falsi  infiniti. Quante volte ho tentato di fuggire da Lui ma me lo sono sempre trovato  davanti! L’uomo nasce peccatore perché figlio di Adamo ed Eva. Gesù non è venuto  al mondo per fare una passeggiata, ma per salvarci dal peccato, per restituirci  la grazia persa. Cristo è la risposta di Dio al peccato dell’uomo.

Senza la “grazia” del peccato non avremmo potuto nemmeno pronunciare il dolce  nome di Gesù. A volte dico a me stesso: sì, il paradiso terrestre sarà stato  qualcosa di infinitamente meraviglioso, ma quanto più bello, benché riempia di  dolore e di fatica, è poter dire: “Tu, o Cristo mio”! Cosa c’è di più grande, di  più commovente del fatto del Figlio di Dio fatto carne? Lo abbiamo visto il  giorno di Natale nel presepe, lo vediamo tutti i giorni nei sacramenti e in  particolare nell’Eucaristia e nella Confessione. Lo vedo nella mia vita, lo vedo  nei miei figli che soffrono. San Paolo afferma: «Dove abbonda il peccato  sovrabbonda la grazia». La grazia per la quale l’uomo afferrato da Cristo è  cosciente e sperimenta la bellezza di quello che afferma il cantico di Isaia: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha  pronunciato il mio nome». Che gioia riconoscere che io sto da sempre nel  pensiero di Dio e che, pur conoscendomi bene, conoscendo tutto quello che io  avrei combinato, mi ha scelto per essere ciò che sono. Mentre oggi tutti  ricorrono allo specialista per decidere se sono o non sono adatti per il regno  dei cieli, Dio mi ha voluto, mi ha scelto per essere quello che gli specialisti  non avrebbero ritenuto idoneo per me. Spesso dico che se dovessi entrare oggi in  seminario non mi accetterebbero perché sarei un caso patologico. Invece la  modalità di Dio nella sua relazione con l’uomo non ha niente a che vedere con i  criteri del mondo moderno.

O Gesù! Come vorrei che fosse la Tua misericordia a guidarci tutti. Durante  questo anno ho sofferto sulla mia carne e sulla carne di un amico sacerdote un  po’ di quello che Tu hai sofferto davanti a Pilato e a coloro che ti accusavano.  Non c’è stato giorno senza sentire il peso delle calunnie, della diffamazione. E  la tentazione della ribellione è stata grande. Tuttavia, guardandoti, sostenuti  da alcuni amici, abbiamo scelto il silenzio, obbedendo alle circostanze così  come si presentavano. Tutte le volte che vado alla Clinica Ti vedo, Gesù, in  ogni viso, e questa certezza mi dà l’energia per andare avanti, specialmente in  questo momento in cui il mio amico non sta più fisicamente condividendo il  cammino. Quando mi inginocchio e do un bacio a un malato di Aids, la cui vita è  stata disordinata, non mi fermo davanti al fatto che sia un travestito o che  l’omosessuale abbia al suo fianco il proprio compagno, bensì vedo in ognuno il  Tuo viso, o Gesù! Molti si scandalizzano quando dico queste cose, tuttavia, come  Tu ci hai detto nel capitolo 25 di Matteo, questa è la verità. Come è verità che  anche chi ha violato uno dei miei figli ed è in carcere è il Tuo viso, o Gesù!  Questa è l’unica certezza che mi permette di vivere con letizia la mia vita  quotidiana, una vita completamente dedita a chi è niente o è materiale inutile  per il mondo.

O Gesù, alla fine di quest’anno ti chiedo perdono per i miei peccati.  Chiederti perdono significa abbracciare tutte le persone che hanno sofferto  ingiustizie, hanno conosciuto il dramma della prigione. Che bella la  consolazione che deriva dalla certezza che tutti possono condannarmi e  giustamente (esistono il Paradiso, l’Inferno e il Purgatorio), ma tuttavia Dio  non si dimentica mai dei suoi figli. Ai miei pazienti terminali che non parlano  o parlano solo guaraní, chiedo se sono pentiti dei loro peccati e loro alzano il  pollice a conferma e allora do loro l’assoluzione…

In fondo basta così poco per essere abbracciati dalla infinita Misericordia  di Dio. Auguro a ognuno di voi di sperimentare la bellezza di questa  Misericordia, confessandosi ogni settimana, perché il sacramento della penitenza  è l’unico che può essere ricevuto in ogni momento. Se Dio nella mia vita ha  fatto quello che ha fatto, è stato grazie al mio sì al sacramento della  penitenza. La compagnia stessa, quella compagnia che ci rimanda al Destino, è  impossibile senza vivere intensamente questo sacramento. «In te, Domine,  speravi; non confundar in aeternum».”

Più volte la tentazione di scappare si è fatta viva …

Cari amici,

ogni giorno il Mistero ci chiama a fare i conti con la realtà, dalla quale spesso e volentieri cerchiamo di sfuggire, ignorandola o interpretandola come più ci fa comodo. Però, essendo la realtà testarda, prima o poi ci presenta il conto. Sempre nella mia vita e nella vita di tanti amici ho toccato con mano questa verità. Quest’anno è stato particolarmente difficile per una serie di fatti accaduti. Più volte la tentazione di scappare si è fatta viva nella mia testa, anche perché non è immediato riconoscere in ciò che accade e ti ferisce la voce del Mistero che chiama la mia libertà a riconoscere la Sua Presenza. Questa Presenza che la Chiesa in questi giorni d’Avvento e nelle feste natalizie ci richiama, educandoci a riconoscerla dentro tutti i dettagli della vita. Sono veramente commosso quando, anche per un breve istante, faccio i conti con il Mistero dell’Incarnazione.“Dio si è fatto carne”,  “Verbum caro factum est”. Amici, ma ci rendiamo conto cosa significa che il Mistero, Dio, si è fatto carne? Si è fatto carne per te, per me, per i miei ammalati di cancro, di AIDS, per i miei bambini, per la mia piccola Laura, che con i suoi 14 anni sta aspettando un bambino, per i miei vecchietti, un tempo barboni e oggi uomini, anche se molti non distinguono la destra dalla sinistra. Ognuno di loro è come quel bambino che nasce a Betlemme. È solo perché c’è quel bambino che la vita di questi miei figli ha un valore eterno. “Il Verbo si è fatto carne”. Che commozione ieri quando con il Primario sono entrato nella stanza dove stanno tre giovani e bellissime donne, ognuna con il suo carico di figli. Le loro condizioni fisiche e psichiche sono terribili. Ognuna ha il corpo disfatto, con le gambe, le mani, la testa, rattrappite. Sembrano scheletri attorcigliati, coperti dalla pelle. Da mesi sono con noi e due di loro sono uscite dal coma,e mi guardano. È bello vedere come, quando le chiamo per nome, girano gli occhi verso di me. E vedi che vorrebbero parlare. Una di loro, Miriam, dopo un po’ che la chiamo incomincia a piangere. Tre giovani mamme in cui vibra la Presenza dell’Essere. Esistono! E questo vale più di ogni cosa al mondo. Sono Cristo. Con il medico rimaniamo lì, contemplando solo il fatto che esistono, avvolte in un totale silenzio in cui l’unica voce che si ascolta è quella dell’essere. Qui è Natale tutti i giorni. Ciò che per il mondo sarebbe destinato all’eutanasia, per noi che abbiamo incontrato Cristo, continuiamo ad incontrarlo in questi volti. E l’attenzione che abbiamo nei loro confronti è frutto di questo riconoscimento: “Egli è qui, come il primo giorno”. Cari amici, vi chiedo di pregare per noi e per quanti sono chiamati a dare la loro vita per queste persone che sono l’evidenza della bellezza dell’Incarnazione. Quanto accade in questo luogo è il frutto esclusivo  dell’Incarnazione. Vi ringrazio di cuore e vi auguro un buon Natale.

Stiamo preparando il presepio. E ci sono proprio tutti, dal Bambino Gesù, che spero sia il figlio della piccola Laura, di cui vi mando la foto, ai pastori, ai diversi personaggi che saranno gli ammalati di AIDS, ognuno con il suo dramma umano e le proprie tendenze, quindi i bimbi delle casette di Betlemme che fanno le pecorelle e infine i cari vecchietti, un tempo barboni. È bellissimo perché qui si vede realmente la carnalità di Gesù viva nelle condizioni estreme di vita. Vi ringrazio anche del sostegno economico che è la mano della Divina Provvidenza. Sappiate che tutti i giorni in questa valle di lacrime, dove tutto è bello, preghiamo per ognuno di voi, perché il Signore vi renda merito della carità che fate, ed esaudisca i vostri buoni desideri. Chiedo scusa se non sempre riesco a rispondere a tutti.

Con affetto,

Padre Aldo e amici.

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ANTONIO TRENTO

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