“Mi interessa questo tira e molla tra passato e presente…”

Qualche giorno fa un amico mi diceva che il problema del “cuore” dell’uomo come sintesi di ragione e affezione andava verificato con fatti concreti.

In questi giorni ho ricevuto la mail di Gianni Mereghetti che mi ha colpito per il nesso tra quello che gli accade in classe e la provocazione che uno è libero di accogliere o no. Ma se l’accoglie deve andare fino in fondo!

Ecco il contributo di Gianni:

Settantatreesimo giorno di scuola.

Sto interrogando in storia e d’improvviso lo studente cui sto chiedendo le origini del fascismo blocca la domanda per dirmi una impressione avuta il pomeriggio prima mentre stava studiando. “Io – dice in modo sommesso quasi dovesse fare una confidenza della cui necessità non sia tanto convinto – quando ascoltavo il racconto di questo periodo storico lo consideravo molto lontano, poi ieri sono andato a vedere le date, 1920, e mi sono detto, ma non è così lontano! Ho avuto per la prima volta l’impressione che questi avvenimenti siano più vicini di quanto si possa pensare”.

Questa osservazione si incunea dentro quello che stiamo facendo e mi chiede di prendere una decisione immediata, posso lasciarla perdere, di fatto non c’entra con quello che sto verificando. Decido invece di prenderla sul serio, mi interessa questo tira e molla tra passato e presente e gli chiedo perché mai abbia sentito questa necessità di guardare il passato, di avvicinarlo. Di primo acchito si impaccia, mi sorride e non sa come rispondere, quasi la mia sia una domanda mai sentita, poi reagisce d’istinto e risponde che la ragione è il presente, è vivere il presente.

Io ribatto dicendo che quando ero giovane io fascismo e antifascismo faceva parte del confronto e dello scontro quotidiano, ma oggi sono termini di cui si capisce il senso ma che non fanno riferimento a nessun tipo di esperienza.

Rilancio la domanda, come si fa ad avvicinare il passato?
Devo trovare una idea, una categoria, una similitudine nel presente per interessarmi al passato?
Ma di nuovo lui risponde che è il presente a portare il passato, è vivere il presente, tanto che lui non si è accorto quanto fossero vicini gli anni venti del Novecento mentre io li spiegavo, ma ieri, mentre era impegnato a studiarli.
Touchè! 

“… è per la dignità di ogni persona che si costruisce una società giusta e pacifica…”

Carissimo Scalfari,

la ringrazio per averci aiutato a capire che cosa intenda fare Monti in questa difficile situazione politica, ma non nel memorandum del premier dimissionario trovo oggi il punto di chiarezza di quanto ci troveremo ad affrontare in questi mesi senz’altro difficili. C’è un fatto che sia lei sia Monti non avete forse nemmeno registrato, ma che rappresenta la vera novità della settimana e che dovrebbe essere preso a riferimento sia da cristiani sia da laici, ed è l’articolo di Benedetto XVI sul Financial Times. E’ in quello che scrive il Papa il punto decisivo per andare a decidere come governare il paese. Mentre la politica discute di alleanze e di contrasti Benedetto XVI ha voluto ricordare che il Bambino nato a Betlemme ha portato dentro il mondo la possibilità di superare i limiti dell’ideologia. Ha scritto il Papa: “Il Natale può essere il tempo nel quale impariamo a leggere il Vangelo, a conoscere Gesù non soltanto come il Bimbo della mangiatoia, ma come colui nel quale riconosciamo il Dio fatto Uomo. E’ nel Vangelo che i cristiani trovano ispirazione per la vita quotidiana e per il loro coinvolgimento negli affari del mondo – sia che ciò avvenga nel Parlamento o nella Borsa. I cristiani non dovrebbero sfuggire il mondo; al contrario, dovrebbero impegnarsi in esso. Ma il loro coinvolgimento nella politica e nell’economia dovrebbe trascendere ogni forma di ideologia.” Questo è il problema serio del tempo che viviamo, non con chi ci si debba alleare, ma che cosa significhi trascendere ogni forma di ideologia. E’ lo stesso Benedetto XVI ad indicare la strada per superare i limiti dell’ideologia. Il Papa fa infatti presente che i cristiani in quanto appartengono a Colui che ha portato dentro il tempo la dimensione vera dell’umano “sono liberi dai legami dell’ideologia e animati da una visione così nobile del destino umano, che non possono accettare compromessi con nulla che lo possa insidiare.” E’ la dignità di ogni persona il punto di forza di ogni impegno politico, è per la dignità di ogni persona che si costruisce una società giusta e pacifica, è questo cui oggi è chiamata la politica, e lo può fare se riconosce di non essere l’orizzonte della vita dell’uomo, neanche l’orizzonte della crisi. Il Bambino che nasce a Betlemme ha dato inizio e oggi continua la storia di una presenza che porta dentro il mondo le vere dimensioni dell’umano, l’uomo è di più di ciò che viene organizzato per lui, la sua dignità è data dalla tensione all’infinito che porta dentro il cuore, è con questo che deve misurarsi chi si impegna nella politica, laico o cristiano, oggi più che mai la scelta è se continuare a stare con l’ideologia o stare con la dignità della persona. Più del memorandum di Monti, caro Scalfari, mi permetto quindi suggerirle questo articolo del Papa, che io le ho maldestramente citato.   Grazie e buon Natale anche a lei, perchè possa riconoscere in quel Bambino che nasce a Betlemme uno sguardo di simpatia totale alla sua persona.
E quel Bambino lo porta!

Gianni Mereghetti

Abbiategrasso

“potremo fidarci solo di chi metterà l’educazione e la scuola tra le sue priorità”

Carissimo Scalfari,

                   sì, il sermone è stato lungo, molto lungo, ma anche chiaro, lei si allinea ai commentatori che sono oggi a la page e che pensano che l’Italia possa uscire dalla crisi con la politica. E fa tutti i conti per immaginare come poter cavarsela al meglio. Sarebbe la politica a salvare la politica dalla crisi in cui è precipitata e come massima soluzione di questa crisi è una moltiplicazione delle occasioni elettorali così da poter essere sicuri che sia i candidati sia gli eletti siano voluti dal popolo. D’accordo, ma la questione prioritaria non è questa, caro Scalfari! Anche lei mi delude, non sarà la politica a salvare la politica, urge un passo diverso da quello che si sta prendendo, sarà l’educazione a salvare la politica, solo questa è la strada che si può prendere per affrontare efficacemente la crisi. In un momento tanto difficile c’è bisogno di ripartire dalle domande vere dell’uomo, da una ripresa di stima per l’umano su cui poggiare una nuova costruzione sociale, da una attenzione a ciò cui il cuore invita dentro le pieghe delle gravi questioni con cui si ha a che fare quotidianamente. Non la politica per la politica, ma una ripresa dell’educazione, questo è ciò di cui tutti abbiamo bisogno, che si riprenda a guardare sè e gli altri per il valore che hanno, che si torni a vedere nell’umano la risorsa per una nuova costruzione.

In questo senso una delle priorità di cui nessuno parla, nemmeno lei!, è la scuola. Possibile che nessuno abbia messo al centro delle sue attenzioni la scuola? Possibile che lei come tutti i commentatori politici e i vari candidati di primarie e controprimarie stendiate solo un colpevole silenzio a riguardo della scuola? Il vostro è un grave errore di valutazione, e chi non ha la scuola a cuore come una delle priorità della politica sta costruendo una società zoppa e miope, perchè è dentro la scuola che si gioca il futuro del paese.

Di fronte a quello che sta succedendo in questi giorni, di fronte all’opera di demolizione che il ministro Profumo sta facendo con proposte assurde, che la politica taccia è segno di un grave errore di valutazione, segno di non comprendere che nella scuola è in gioco la democrazia. Quello che il ministro Profumo sta facendo non è una operazione di razionalizzazione della scuola, ma è un grave attentato alla libertà e alla autonomia, con il provvedimento delle 24 ore e con l’idea dei Centri Civici si vuole una scuola sempre più nelle mani dello stato sovrano e lei che vuole il popolo sovrano dovrebbe levare la sua voce perchè a insegnanti, studenti, genitori sia restituita la libertà di iniziativa. Invece contro ogni logica educativa si vuole che il tempo scuola sia dilatato all’inverosimile sia per studenti sia per insegnanti senza che si dilati ciò che a scuola realmente conta, ovvero la libertà. Guardiamo ai futuri appuntamenti elettorali con una unica certezza, che potremo fidarci solo di chi metterà l’educazione e la scuola tra le sue priorità, per ora purtroppo non vediamo ancora nessuno, e questo è ciò che preoccupa.

Gianni Mereghetti

Insegnante     

… a mendicare la direzione del mio sguardo

Ricevo questa struggente poesia di Gianni Mereghetti e mi commuove l’immagine di un Dio che fin dalla prime ore del mattino mendica la direzione del mio sguardo

Nel silenzio del mattino

Nel silenzio del mattino
insistita vibra una domanda,
sulla linea che traccia l’orizzonte
intenerisce di nuovo l’esistenza,
è Dio a insinuarsi
tra le pieghe dell’istante,

a mendicare
la direzione del mio sguardo.

Il convitato di pietra

Carissimo Scalfari,

                           mi spiace ma non condivido il modo con cui lei da alcune settimane e oggi ancor di più sta affrontando dalle pagine di Repubblica la campagna elettorale in corso. Mi spiace, ma lei, pur esprimendo una valutazione diversa da quella di tanti uomini politici e pur augurandosi una continuità del montismo, è del tutto omologato alla logica oggi dominante, quella di cercare chi ci salverà da questo pantano in cui ancora siamo e con le gambe immerse quasi totalmente tanto da muoversi a fatica, molta fatica. L’Italia che aveva perso la fiducia nella politica sembra essere oggi alla ricerca di un salvatore, quasi che ci fosse un uomo a poterla salvare, e allora lei in un modo e nell’altro ci parla di questo convitato di pietra che il dopo elezioni ci presenterà auspicando che sia Monti, vista la politica di risanamento dello stato che sta attuando. Carissimo Scalfari, la situazione è oggi ancor più preoccupante perchè la mentalità dominante è quella che lei esprime, quella di un popolo che rinuncerebbe alla sua energia vitale e la consegnerebbe tutta nelle mani di un vincitore da cui aspettarsi il meglio. E’ non solo la fine della politica, ma la chiusura in un loculo ben sigillato di un popolo, la sua uscita dalla storia. C’è da attuare una svolta e da subito, ciò che anche durante questo periodo di montismo si è dimostrato come forza decisiva del paese è la presenza attiva di un popolo che sa assumersi i bisogni e tenta di rispondervi. Questa è la novità su cui ricostruire la politica, che il popolo c’è, che può essere protagonista ancora della storia! Bisogna ripartire da lì, dalla presenza fattiva e costruttiva della gente, da chi lavora, da chi studia, da chi crea famiglia, da chi condivide il bisogno di chi soffre, da chi è impegnato con la sua vita e con quella degli altri. Non bisogna rieditare la vecchia politica e i suoi stanchi campioni, come sarebbe un errore dare continuità a Monti, perchè non è da un uomo che il paese sarà salvato, bisogna invece riconoscere ciò che sta emergendo ogni giorno come dato significativo e incoraggiante, quello che il popolo sta aprendo il varco ad una nuova politica, non più lo stato  centrale di cui saper tirare le fila, ma un popolo che vuole tornare ad essere protagonista. E non aspettiamo al dopo elezioni a renderci conto di questo, nella campagna elettorale già in corso bisogna che la vecchia politica si faccia da parte, sarà il popolo a sostituirla!
Gianni Mereghetti
Abbiategrasso

Per chi voteremo alle prossime elezioni?

Carissimo Scalfari,

                           lei oggi si chiede chi fra sette mesi sarà Presidente della Repubblica e chi andrà a prendere il posto di Monti alla Presidenza del Consiglio e sostiene che gli italiani dovranno scegliere fra due posizioni, da una parte quella di chi vuole l’Europa o quella di chi non la vuole, dall’altra quella di chi vuole istituzioni soggette al potere politico o quella di chi le vuole libere come indica la strada presa da Monti. Lei sente già il clima elettorale e tenta dalle pagine di Repubblica di suggerire i criteri che dovrebbero segnare la campagna elettorale di fatto già in corso. Nella sua analisi due sono le questioni che lei ritiene decisive, l’Europa e le istituzioni, individuando nella politica di Monti una rivoluzione cui si dovrebbe a suo parere far seguito da parte della politica vera. E’ la rivoluzione che libera gli stati e lo stato dalla politica e lo consegna nelle mani del bene comune. E’ proprio qui che si pone la questione seria del paese e della stessa Europa, chi stabilisce quale sia l’interesse generale di una nazione o delle nazioni europee? Temo questa rivoluzione che toglie giustamente dalle mani degli interessi di parte il bene di tutti e lo consegna nelle mani di una intellighentia cultural-economica che dovrebbe determinare la vita sociale, temo che questa più che essere una rivoluzione sia una terribile involuzione, finisca con il ridare allo stato un potere assoluto! C’è qualcosa d’altro da cogliere in atto dentro la situazione di crisi che stiamo attraversando, è il vero punto di rivoluzione cui si può far seguire una nuova costruzione sociale. E’ la gente che costruisce, la gente che si mette assieme a rispondere ai bisogni di tutti, è a questo che le istituzioni devono guardare, è questa ripresa che parte dalla gente comune da valorizzare, e sarebbe finalmente la vera rivoluzione! Temo una campagna elettorale che ponga la questione partiti sì, partiti no!, non è la questione seria del paese, ma che il principio di sussidiarietà diventi finalmente il criterio con cui governare l’Italia e con cui procedere nell’avventura europea.
Grazie e buona domenica
Gianni Mereghetti
Abbiategrasso

Lettera al direttore

Se qualcuno va su facebook, assiste ai deliri di diverse persone che sono in preda alla rabbia incontrollata perchè le notizie che ricevono dai massmedia preferiti non fanno che alimentare l’insofferenza. Ormai è evidente – basterebbe semplicemente ascoltare i notiziari delle 19,30 fatti da chi al Meeting c’è davvero e intervista i personaggi significativi che non sono per noi  soprattutto Monti piuttosto che Passera o chi per loro – che si è instaurata e autolegittimata l’abitudine a sbraitare senza essere a conoscenza diretta dei fatti narrati. Insomma : la notizia è irrilevante se non può essere adattata ai pregiudizi di chi vuol farsi novello maitre à penser. Per questo mi piace la lettera al direttore del mio amico Gianni Mereghetti:

Carissimo direttore,
anche lei ha deciso di unirsi al coro di chi ben orchestrato dal potere ha stabilito di non aver nulla da imparare da quanto accade a Rimini durante il Meeting, anche lei ha scelto di rinunciare di pensare con la sua testa e di fare da cassa di risonanza ai luoghi comuni del potere. E’ questo, solo questo che si trae dall’accusa di omologazione che lei lancia contro i giovani del Meeting, omologati loro e gli adulti attori di un plagio di massa! La realta’ non e’ quella che lei descrive, del resto quello che accade a Rimini ha origine dal metodo di don Luigi Giussani che fin dall’inizio non ha voluto convincere nessuno della verita’ di quanto portava, ma sfidare ognuno ad un lavoro di giudizio personale. E questo accade al Meeting, dove tutto sfida ad usare la ragione, a posizionarla correttamente di fronte alla realta’. Se vuole rendersi conto di come stanno le cose venga al Meeting, altrimenti continui a fare cattiva informazione scrivendo quanto vuole il potere
Gianni Mereghetti
Abbiategrasso

Interessante anche questa riflessione di Giulio Sapelli per “Il Sussidiario:

Quello che mi ha sempre colpito del Meeting di Rimini è l’intreccio tra la soggettività di coloro che partecipano come volontari e il rapporto che essi istituiscono con i grandi temi della politica nazionale e internazionale. Oggi l’Italia è investita da una crisi economica e sociale che in molti abbiamo definito in primo luogo una “crisi morale”, ossia una crisi che ha tra le sue concause molto più di un’inserzione non virtuosa nella globalizzazione e nella crisi dell’eurozona che è dinnanzi a tutti, per il conflitto tra la Germania e tutti gli altri paesi europei. Una delle cause è infatti la mancanza di una soggettività estesa a tutti i gangli e i centri sociali della nostra nazione. In questi anni infatti è prevalsa l’ipotesi secondo la quale le uniche culture del vivere associato fossero lo Stato e il mercato, dimenticando invece che l’elemento fondamentale è la società stessa che è formata dalla comunità molteplici che si ricreano continuamente tra le persone. Ogni anno il Meeting di Rimini è l’emersione evidente di questa comunità di persone, di associazioni, di imprese, siano esse capitalistiche o, come le chiamo io, dell’“economia morale” (cooperative, associazioni no profit, imprese sociali). Tutto ciò costituisce nel suo rinnovarsi non solo un evento annuale, ma anche un insieme di relazioni etiche, culturali, financo economiche, che si rinnova anno per anno, e che ha nel suo manifestarsi l’incontro tra questo insieme vastissimo di persone e di comunità con gli esponenti del potere politico. Sì, proprio del potere politico e, nel contempo, dei dirigenti delle cosiddette autonomie funzionali, ossia organizzazioni sindacali, associazioni imprenditoriali e tutte le rappresentanze di quella che si usa definire la “società economica”.

In un Paese come l’Italia, che è caratterizzato storicamente, come osservava Antonio Gramsci nei suoi scritti dal carcere, da «un sovversivismo endemico delle classi dirigenti» (che io definirei “classi dominanti”) e anche da quelle che un tempo si definivano le classi popolari, scosse storicamente in Italia da ondate di ribellismo e di violenza collettiva che mettevano in discussione il patto che deve esistere tra lo Stato e i cittadini, il Meeting di Rimini rappresenta un unicum eccezionale.

Migliaia di giovani, di anziani e di famiglie ascoltano non i rappresentanti del potere in senso lato, come afferma Famiglia cristiana, ma i rappresentanti eletti dal popolo, che nonostante l’attuale governo dei tecnici, che ha sottratto al popolo la sua sovranità, è ancora quello che deve dire l’ultima parola. E non si limitano certo ad ascoltare, ma ne interpretano le parole secondo il loro sentimento e il loro stato d’animo. Francamente chiamare tutto ciò “omologazione” e non invece attenzione, rispetto e perché no entusiasmo per coloro che hanno la responsabilità delle scelte pubbliche, non mi pare un fatto deprimente, ma incoraggiante, che segnala come ci possa essere un rapporto tra cittadini e Stati, non deferente, ma partecipativo.

PAG. SUCC. 

Il bello è scoprire cosa c’entri la conoscenza con la propria umanità…

Una lettera a Tracce:

Maturità: cosa stiamo valutando?

 

29/06/2012 – «Questo tipo di esame è fuori luogo». Un insegnante parla della prova di Stato: «Si accettano solo nozioni». Invece il bello non è saper ripetere a memoria, «ma cogliere cosa c’entri una conoscenza con la propria umanità»

  • I risultati degli esami di maturità.
    I risultati degli esami di maturità.

Esami di stato alla fine del percorso delle scuole superiori, e più li si fanno più risulta evidente che non c’entrano nulla con la vita reale della scuola. È fuori luogo questo tipo di esami, di fatto non valuta quello che dovrebbero valutare. Gli esami di fine corso che cosa dovrebbero valutare? Se uno studente o una studentessa sono capaci di sintetizzare quanto hanno imparato e di rielaborarlo criticamente. Questo è il bello di un esame di stato. Invece che cosa si verifica? Quello che è già stato verificato durante l’anno. Si verifica se uno studente conosce quello che l’insegnante ha spiegato, se lo sa ripetere come gli è stato insegnato, se è capace di fare il verso di quanto appreso.

Un lavoro noioso e del tutto inutile, la maturità non è saper ripetere. È invece cogliere cosa c’entri una conoscenza con la propria umanità, documentare come sia cresciuta l’affezione al proprio io imparando la matematica, avvertire la bellezza della realtà leggendo una poesia. Questo dovrebbe essere messo al centro degli esami di stato. E basterebbero alcuni cambiamenti per farlo, come ritornare al vecchio tema che non imbriglia lo studente nel taglia e incolla del saggio breve e dell’articolo di giornale, o come impostare il colloquio solo sulla “tesina” così che uno studente sia chiamato a mettere in gioco i suoi interessi e la sua genialità. La terza prova poi è unicamente una prova da eliminare perché non fa parte della vita normale della scuola. Valutare insieme tante discipline che senso ha? È solo ritornare al vecchio nozionismo. Quand’anche fosse una prova Invalsi non cambierebbero le cose: si tratterebbe solo di una prova che verifica la conoscenza di nozioni. A che pro?

Questo è lo stato dell’arte di un esame fallimentare, un esame ormai alla corda. A salvarlo sono rimasti gli insegnanti che lo vivono come occasione per incontrare l’umano degli studenti e delle studentesse. Questi sono gli insegnanti che di fronte ad un sistema che crolla testimoniano che uno spazio si può sempre aprire per cogliere un valore in quello che si fa, anche quando la minaccia è altissima. Infatti, quando si tratta di scuola e di conoscenza si può gustare ogni atto che le riguarda, perché è l’umano a sussultare dentro l’avventura educativa. Così, il bello di un esame di stato irreale è che si può guardare in faccia uno studente che presenta la sua tesina e non vivere quel momento come atto dovuto, ma come affascinante possibilità di imparare dalla sua umanità. Allora, ogni momento dell’esame può essere gustato fino in fondo.
Gianni, Abbiategrasso

A tutti i maturandi

LETTERA APERTA A TUTTI I MATURANDI

 

Carissimi maturandi,

                               una è la certezza che fa capolino in me in questi giorni di esami, ed è che sono in gioco innanzitutto io, che l’esame di stato mette alla prova innanzitutto me, se voglio continuare a cercare il meglio di ognuno di voi o se invece voglio piegarvi alle mie supposte tecniche e conoscenze. L’esame è una occasione per capire che cosa vale essere venuti per anni a scuola, per afferrarne il significato, per cogliere la sfida che vi è in questo significativo momento di passaggio. C’è un modo di affrontare l’esame che lo vanifica, è ridurlo ad uno scotto da pagare, un dovere che ci viene dall’istituzione e cui si deve rispondere nel modo più indolore possibile. E’ questo un modo che non mi appartiene, non perché non abbia di che dire su una formula di esame che spesso non c’entra nulla con la vita della scuola reale, ma perché voglio prendere sul serio la sfida con cui ciascuno di voi oggi gioca il meglio di sé. E conosco un unico modo per prenderla sul serio, è tentare di capire che cosa c’entri con me. Per questo vi guardo, uno ad uno, certo di poter imparare quello che l’esame di stato mette in gioco e che in questi giorni ho avuto il dono di cogliere con grande intensità conoscendo alcuni studenti delle scuole colpite dal terremoto e nelle cui tesine ho colto di soprassalto che c’è un’unica strada per conoscere, quella di rapportare tutto con la propria umanità. Questo è il mio augurio di fronte a questi esami, che siano lo spazio in cui debordi l’umano, il vostro umano, il mio umano, quello di tutti i miei colleghi, così che si possa gustare un esame, sì cosa che sembrerebbe impossibile!, così che si possa passare dall’ansia e dalla paura a fare di una prova d’esame la possibilità di impastare ogni conoscenza con la propria esigenza di vita.

Spero che questi esami siano la possibilità di quel meglio che ognuno di noi attende, il meglio che ogni conoscenza porta con sé, il meglio che libera il cuore verso ciò che attende. Ed essere promossi comincia con il vivere intensamente questa prova che si chiama esame di stato, e che è qualcosa di più di una convenzione sociale!

Buon esame

Gianni Mereghetti

Insegnante       

“Dentro le brutture del mondo è la bellezza di Cristo che la Chiesa porta ed è questa la sfida ancor più incalzante di oggi”

Carissimo Scalfari,

prima di scrivere l’editoriale con cui oggi si aprono le pagine di Repubblica avrebbe dovuto ascoltare quanto ha detto ieri il Papa, avrebbe dovuto piegarsi al suo dolore e sentire la forza della sua certezza. L’analisi che ci propone oggi degli ultimi pontificati da Pio XII a Benedetto XVI è un tentativo di interpretare la vita della Chiesa con logiche di potere puramente politico, come se la questione seria della Chiesa fosse di sopravvivere al mondo e non di portare dentro la storia ciò per cui Gesù l’ha posta e la sostiene, la proposta ad ogni uomo della via per trovare se stesso. Non che come lei sostiene la Chiesa non soffra delle ferite a lei inferte da un potere sempre più subdolo e incombente, ma le energie di cui vive la Chiesa le sono date dalla presenza di Gesù, la sua affezione sempre appassionata e viva, capace di mantenere salda la sua dimora, e mentre tutto cospira per farla precipitare è più certo il suo procedere dentro la storia. E’ grande il dolore del Papa di fronte al male che entra dentro le mura della casa del Signore, ancor più certo il suo cammino, perchè come ha detto ieri il Papa sa che sulla vita della Chiesa è Gesù a vigilare, a renderla più certa di ciò che porta. Lei è questo che nelle sue analisi non prende in considerazione, del resto in questi difficili momenti la Chiesa è chiamata a verificare proprio questo, se la sua presenza nella storia si riduce a logiche di puro potere e allora siamo vicini alla fine oppure se ciò che fa vivere la Chiesa è Colui che le ha dato inizio e che oggi è in grado di darle un nuovo inizio. Nel dolore e nella certezza di Benedetto XVI c’è già questo nuovo inizio, è ciò di cui vive la Chiesa, è la presenza che sa portare il male per il bene di cui consiste. Vi è una domanda che emerge dentro la scena del mondo, oggi portata a travolgere tutto con lo scandalo di chi tradisce, è la domanda sulla consistenza della vita, è la domanda che si legge tra le pagine del Vangelo, “che serve all’uomo conquistare il mondo intero, se alla fine perde se stesso?”: è questa la domanda che urge all’oggi, non le sue analisi, ma come poter ritrovare se stessi! E la Chiesa porta questo dentro la storia la tenerezza per l’umano, la possibilità che Gesù apre ad ogni tornante del tempo di scoprire il punto che dà forza all’io. Oggi è questo che la Chiesa ha da scoprire, dentro la bufera in cui sta passando e diversamente da quanto le pensa ha un Papa che sa sorreggerla dentro questa dura sfida, un Papa che sa di che tenerezza è investita la vita dell’uomo, una tenerezza di cui viene vitalizzata ogni fibra d’umano. E’ per questo che al posto della sua pessima conclusione – “Il pontificato lezioso andrà avanti finché potrà, poi non ci sarà il diluvio ma una pioggia da palude piena di rane, zanzare e qualche anitra selvatica. Quanto di peggio per tutti. ” – c’è invece un’altra cosa da dire, che la Chiesa sa già trarre dalla presenza di Chi la fa vivere il meglio che deve ancora venire, quella tenerezza per l’uomo che Cristo ha portato nel mondo e ha consegnato alla sua dimora perchè diventi sempre più appassionante e travolgente. Dentro le brutture del mondo è la bellezza di Cristo che la Chiesa porta ed è questa la sfida ancor più incalzante di oggi!

Gianni Mereghetti

Abbiategrasso

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