Se qualcuno va su facebook, assiste ai deliri di diverse persone che sono in preda alla rabbia incontrollata perchè le notizie che ricevono dai massmedia preferiti non fanno che alimentare l’insofferenza. Ormai è evidente – basterebbe semplicemente ascoltare i notiziari delle 19,30 fatti da chi al Meeting c’è davvero e intervista i personaggi significativi che non sono per noi soprattutto Monti piuttosto che Passera o chi per loro – che si è instaurata e autolegittimata l’abitudine a sbraitare senza essere a conoscenza diretta dei fatti narrati. Insomma : la notizia è irrilevante se non può essere adattata ai pregiudizi di chi vuol farsi novello maitre à penser. Per questo mi piace la lettera al direttore del mio amico Gianni Mereghetti:
Carissimo direttore,
anche lei ha deciso di unirsi al coro di chi ben orchestrato dal potere ha stabilito di non aver nulla da imparare da quanto accade a Rimini durante il Meeting, anche lei ha scelto di rinunciare di pensare con la sua testa e di fare da cassa di risonanza ai luoghi comuni del potere. E’ questo, solo questo che si trae dall’accusa di omologazione che lei lancia contro i giovani del Meeting, omologati loro e gli adulti attori di un plagio di massa! La realta’ non e’ quella che lei descrive, del resto quello che accade a Rimini ha origine dal metodo di don Luigi Giussani che fin dall’inizio non ha voluto convincere nessuno della verita’ di quanto portava, ma sfidare ognuno ad un lavoro di giudizio personale. E questo accade al Meeting, dove tutto sfida ad usare la ragione, a posizionarla correttamente di fronte alla realta’. Se vuole rendersi conto di come stanno le cose venga al Meeting, altrimenti continui a fare cattiva informazione scrivendo quanto vuole il potere
Gianni Mereghetti
Abbiategrasso
Interessante anche questa riflessione di Giulio Sapelli per “Il Sussidiario:
Quello che mi ha sempre colpito del Meeting di Rimini è l’intreccio tra la soggettività di coloro che partecipano come volontari e il rapporto che essi istituiscono con i grandi temi della politica nazionale e internazionale. Oggi l’Italia è investita da una crisi economica e sociale che in molti abbiamo definito in primo luogo una “crisi morale”, ossia una crisi che ha tra le sue concause molto più di un’inserzione non virtuosa nella globalizzazione e nella crisi dell’eurozona che è dinnanzi a tutti, per il conflitto tra la Germania e tutti gli altri paesi europei. Una delle cause è infatti la mancanza di una soggettività estesa a tutti i gangli e i centri sociali della nostra nazione. In questi anni infatti è prevalsa l’ipotesi secondo la quale le uniche culture del vivere associato fossero lo Stato e il mercato, dimenticando invece che l’elemento fondamentale è la società stessa che è formata dalla comunità molteplici che si ricreano continuamente tra le persone. Ogni anno il Meeting di Rimini è l’emersione evidente di questa comunità di persone, di associazioni, di imprese, siano esse capitalistiche o, come le chiamo io, dell’“economia morale” (cooperative, associazioni no profit, imprese sociali). Tutto ciò costituisce nel suo rinnovarsi non solo un evento annuale, ma anche un insieme di relazioni etiche, culturali, financo economiche, che si rinnova anno per anno, e che ha nel suo manifestarsi l’incontro tra questo insieme vastissimo di persone e di comunità con gli esponenti del potere politico. Sì, proprio del potere politico e, nel contempo, dei dirigenti delle cosiddette autonomie funzionali, ossia organizzazioni sindacali, associazioni imprenditoriali e tutte le rappresentanze di quella che si usa definire la “società economica”.
In un Paese come l’Italia, che è caratterizzato storicamente, come osservava Antonio Gramsci nei suoi scritti dal carcere, da «un sovversivismo endemico delle classi dirigenti» (che io definirei “classi dominanti”) e anche da quelle che un tempo si definivano le classi popolari, scosse storicamente in Italia da ondate di ribellismo e di violenza collettiva che mettevano in discussione il patto che deve esistere tra lo Stato e i cittadini, il Meeting di Rimini rappresenta un unicum eccezionale.
Migliaia di giovani, di anziani e di famiglie ascoltano non i rappresentanti del potere in senso lato, come afferma Famiglia cristiana, ma i rappresentanti eletti dal popolo, che nonostante l’attuale governo dei tecnici, che ha sottratto al popolo la sua sovranità, è ancora quello che deve dire l’ultima parola. E non si limitano certo ad ascoltare, ma ne interpretano le parole secondo il loro sentimento e il loro stato d’animo. Francamente chiamare tutto ciò “omologazione” e non invece attenzione, rispetto e perché no entusiasmo per coloro che hanno la responsabilità delle scelte pubbliche, non mi pare un fatto deprimente, ma incoraggiante, che segnala come ci possa essere un rapporto tra cittadini e Stati, non deferente, ma partecipativo.
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